AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Il Coraggio della Chiesa

Siamo arrivati all'ultima tappa del lungo viaggio che la nostra rivista ha voluto dedicare alla Repubblica Araba Popolare di Libia. Vogliamo concludere questo ampio servizio con le parole e le riflessioni del Vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, il protagonista del riavvicinamento tra il Vaticano e il regime di Gheddafi. Un uomo che, anche nei momenti più difficili, non hai mai smesso di credere alla riconciliazione, al dialogo e all'amicizia tra i popoli.

 

Sulla piccola collina di Dahra, a due passi dal quartiere coloniale, oltre i suk e i vicoli della medina, sorge l'unica chiesa cattolica di Tripoli. E' una costruzione che risale agli anni '30, semplice, bianca, dedicata a San Francesco d'Assisi.
Alla sera, quando il caldo e l'afa si stemperano nella brezza che proviene dal mare, le voci del coro della chiesa riempiono i viali circostanti e s'intrecciano con i richiami cantilenanti dei muezzin. Sono i canti sacri che danno inizio alle messe, celebrate in sei lingue diverse per servire i fedeli di ogni nazionalità, provenienti soprattutto dall'Africa nera, dal Medio e dall'Estremo Oriente.
Nella mattinata di venerdì, giorno festivo in Libia, la piccola e composita comunità cattolica si dà appuntamento nella chiesa di San Francesco per condividere una celebrazione attesa con impazienza e vissuta con gioia. Filippini, indiani, pakistani, tanti sudanesi... Tutti insieme accorrono per stringersi attorno a monsignor Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, instancabile officiante di una liturgia vivace e originale. "E' come una grande riunione di famiglia" - commenta - "Un appuntamento speciale che nessuno vuole mancare".
Nato in Libia da genitori italiani cinquantanove anni fa, francescano, dal 1985 alla guida del Vicariato Apostolico di Tripoli, Martinelli è stato protagonista del riavvicinamento fra la Libia e il Vaticano. Benché incarcerato per alcuni giorni nel 1986, quando Reagan ordinò il bombardamento di Tripoli con l'obiettivo dichiarato di uccidere Gheddafi e il Rais sganciò due missili verso l'isola di Lampedusa, monsignor Martinelli non ha mai smesso di credere alla riconciliazione fra la Chiesa e le autorità libiche.
"Abbiamo passato momenti difficili, pieni di sofferenza", afferma, evitando ogni riferimento alla sua storia personale. "Oggi però possiamo lasciare alle spalle le incomprensioni del passato. Il dialogo fra la Chiesa e la Libia procede nel migliore dei modi. Le autorità di Tripoli hanno capito che il Vaticano non è appiattito sulle posizioni delle potenze Occidentali. E la vicenda dell'embargo è servita a fare chiarezza sul nostro ruolo e sulla nostra missione".

Partiamo proprio dall'embargo: lei si è sempre dichiarato contrario a questa sanzione decretata dalle Nazioni Unite contro la Libia in seguito all'attentato di Lockerbie. Perché ?

- E' stata una sanzione offensiva, umiliante: ha colpito drammaticamente le fasce più deboli della popolazione, ha arrestato lo sviluppo, imposto enormi sacrifici, creato nuove povertà. L'embargo non aiuta a riconciliare gli animi, non aiuta ad arrivare ad una soluzione duratura dei conflitti. E' una forma di violenza che genera altra violenza.
In Libia, ad esempio, ha contribuito a far crescere il rancore e l'astio nei confronti dell'Occidente, in particolare contro Stati Uniti e Inghilterra".

Eppure gli americani dicono che senza l'embargo non si sarebbe giunti ad una soluzione per la vicenda di Lockerbie...

- L'embargo in realtà ha contribuito solo a soffocare il dialogo. Se si è arrivati alla conclusione positiva della crisi innestata dalla strage dell'88, è solo grazie all'intervento di grandi personalità politiche, come Mandela e Mubarak, che hanno operato una delicata ma fruttuosa opera di mediazione tra Libia e Occidente.

Sarebbe stato più logico e proficuo puntare subito su un tavolo delle trattative aperto a leader arabi e africani dotati di sensibilità e carisma, invece che passare alle sanzioni. In fondo la Libia non si è mai opposta al processo ai sospettati per l'attentato di Lockerbie. Chiedeva solo garanzie di equità, giustizia con un tribunale sopra le parti.

Lei è considerato l'uomo chiave che ha permesso il riavvicinamento tra Vaticano e Libia. Quali difficoltà ha dovuto superare per arrivare a questo difficile traguardo ?

- Personalmente non ho grandi meriti. I tempi erano ormai maturi perché si potessero riallacciare i rapporti diplomatici tra Tripoli e la Santa Sede. Io ho semplicemente cercato di vivere la mia missione di pastore e di vescovo nello stile di San Francesco: amando innanzitutto questo Paese, dialogando con la gente, valorizzando i punti di contatto e di vicinanza.
L'atteggiamento di apertura del Vaticano, semmai, è stato decisivo per convincere l'Occidente, in particolare l'Europa, a investire sulla strada del dialogo, rinnovando la fiducia a Gheddafi.

Che ruolo può giocare la Chiesa in questa delicata fase storica della Libia ?

- I libici hanno molto apprezzato la nostra posizione sulla questione dell'embargo. Siamo rimasti vicini alla gente nei momenti più difficili della crisi offrendo numerose testimonianze di sincera amicizia che non sono passate inosservate.

La Chiesa deve continuare a costruire ponti di dialogo verso il mondo arabo-musulmano, cercando l'incontro e il confronto con la comunità islamica. Nel contempo deve fornire sostegno ai numerosi immigrati cattolici che arrivano in Libia nella speranza di migliorare la propria vita.

Gheddafi viene spesso dipinto in Occidente come un leader ambiguo, contraddittorio, im-perscrutabile. Che idea si è fatto del Rais in tutti questi anni di permanenza in Libia ?

- Non mi trovo nella posizione di poter fornire giudizi sull'operato di Gheddafi. Indubbiamente egli ha dimostrato di essere un uomo politico di grande personalità, capace di elaborare progetti ambiziosi e originali, come la creazione degli Stati Uniti d'Africa.
In un certo senso Gheddafi rispecchia la coscienza, forse inespressa, di un mondo arabo che vive al suo interno conflitti e spinte contrapposte, ma che è in perenne ricerca di una nuova identità.

L'Islam libico appare mite, tollerante, aperto al confronto. Non ci sono pericoli di fanatismo e fondamentalismo religioso ?

- La tradizione beduina dell'accoglienza è ancora molto forte in questo paese e i libici fanno dell'ospitalità un punto di orgoglio della loro cultura. Non abbiamo mai avuto problemi di convivenza o intolleranza... Oggi la Chiesa in Libia gode di una libertà assoluta in ogni settore e in ogni ambiente. Da quattro anni abbiamo il permesso formale, scritto, di poter servire tutti i cristiani che si trovano all'interno del territorio libico...
Sui luoghi di lavoro avviene spesso che musulmani e cattolici accettino volentieri di sostituire i compagni di lavoro durante le assenze per le rispettive feste religiose.... Il fatto di celebrare la messa più importante nella giornata di venerdì è significativo e profetico: desideriamo unirci ai nostri fratelli musulmani nel momento in cui anche loro pregano e fanno festa... E' un segno di comunione e di amore profondo.

La Libia ha riaperto le porte anche al turismo: cosa comporterà questo nuovo flusso di occidentali tra le bellezze del Paese ?

- Indubbiamente la Libia è una terra impregnata di storia, cultura e fascino. E' una meta che può offrire innumerevoli opportunità e attrattive archeologiche, naturalistiche, folkloristiche. Sono convinto che l'apertura delle frontiere e il conseguente afflusso turistico non possa che fare del bene, sia dal punto di vista economico che da quello culturale.
Infatti potrebbe portare nuovi stimoli soprattutto ai giovani, ai quali è mancato durante gli anni dell'isolamento internazionale il confronto culturale con le nazioni più sviluppate. Tuttavia i libici sono anche custodi gelosi dei loro costumi e delle loro tradizioni. Non amano forme di degrado che hanno già trasformato l'anima di altri paesi arabi. Il Governo non vuole che il Paese sia invaso dai grandi tour-operator. Punta su un turismo selezionato, responsabile, sostenibile, soprattutto rispettoso della cultura locale".

I rapporti tra l'Italia e la Libia in passato sono stati complessi e contraddittori. Stagioni di dialogo, amicizia e forte collaborazione si sono alternate a momenti di scontro, impasse diplomatiche, crisi profonde. Oggi come vede le relazioni tra Roma e Tripoli ?

- Durante l'isolamento internazionale della Libia non sono mancati da parte di Roma segnali di apertura e amicizia. Ora questo rapporto di dialogo con Tripoli deve essere rafforzato. E non può ridursi solo a un rapporto d'interessi economici (l'Italia è il primo partner commerciale della Libia, ndr.). Occorre un'amicizia vera. Occorre dare fiducia e sostegno agli sforzi di cambiamento di Gheddafi.

Se dovesse raccontare la Libia di oggi con un'immagine, quale sceglierebbe ?

- L'immagine più bella che mi viene in mente si trova proprio all'interno della nostra chiesa di San Francesco. E' un affresco a me molto caro, che mostro a tutti gli amici che mi vengono a trovare.
Raffigura l'incontro di Francesco d'Assisi con il Sultano d'Egitto... Mostra Francesco che non ha paura di oltrepassare le frontiere dei crociati per annunciare la pace. Questa immagine ci insegna che il dialogo è l'unica via per rispettare le culture e arrivare al cuore delle persone. La Libia oggi ha bisogno di questo dialogo: aperto, diretto, sincero.