|
Il Coraggio della Chiesa
Siamo arrivati all'ultima tappa del
lungo viaggio che la nostra rivista ha voluto dedicare alla
Repubblica Araba Popolare di Libia. Vogliamo concludere questo
ampio servizio con le parole e le riflessioni del Vescovo di
Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, il protagonista del
riavvicinamento tra il Vaticano e il regime di Gheddafi. Un
uomo che, anche nei momenti più difficili, non hai mai smesso
di credere alla riconciliazione, al dialogo e all'amicizia tra
i popoli.
Sulla
piccola collina di Dahra, a due passi dal quartiere coloniale,
oltre i suk e i vicoli della medina, sorge l'unica chiesa
cattolica di Tripoli. E' una costruzione che risale agli anni
'30, semplice, bianca, dedicata a San Francesco d'Assisi.
Alla sera, quando il caldo e l'afa si stemperano nella brezza
che proviene dal mare, le voci del coro della chiesa riempiono
i viali circostanti e s'intrecciano con i richiami
cantilenanti dei muezzin. Sono i canti sacri che danno inizio
alle messe, celebrate in sei lingue diverse per servire i
fedeli di ogni nazionalità, provenienti soprattutto
dall'Africa nera, dal Medio e dall'Estremo Oriente.
Nella mattinata di venerdì, giorno festivo in Libia, la
piccola e composita comunità cattolica si dà appuntamento
nella chiesa di San Francesco per condividere una celebrazione
attesa con impazienza e vissuta con gioia. Filippini, indiani,
pakistani, tanti sudanesi... Tutti insieme accorrono per
stringersi attorno a monsignor Giovanni Martinelli, vescovo di
Tripoli, instancabile officiante di una liturgia vivace e
originale. "E' come una grande riunione di famiglia"
- commenta - "Un appuntamento speciale che nessuno vuole
mancare".
Nato in Libia da genitori italiani cinquantanove anni fa,
francescano, dal 1985 alla guida del Vicariato Apostolico di
Tripoli, Martinelli è stato protagonista del riavvicinamento
fra la Libia e il Vaticano. Benché incarcerato per alcuni
giorni nel 1986, quando Reagan ordinò il bombardamento di
Tripoli con l'obiettivo dichiarato di uccidere Gheddafi e il
Rais sganciò due missili verso l'isola di Lampedusa,
monsignor Martinelli non ha mai smesso di credere alla
riconciliazione fra la Chiesa e le autorità libiche.
"Abbiamo passato momenti difficili, pieni di
sofferenza", afferma, evitando ogni riferimento alla sua
storia personale. "Oggi però possiamo lasciare alle
spalle le incomprensioni del passato. Il dialogo fra la Chiesa
e la Libia procede nel migliore dei modi. Le autorità di
Tripoli hanno capito che il Vaticano non è appiattito sulle
posizioni delle potenze Occidentali. E la vicenda dell'embargo
è servita a fare chiarezza sul nostro ruolo e sulla nostra
missione".
Partiamo
proprio dall'embargo: lei si è sempre dichiarato contrario a
questa sanzione decretata dalle Nazioni Unite contro la Libia
in seguito all'attentato di Lockerbie. Perché ?
- E' stata una sanzione offensiva, umiliante:
ha colpito drammaticamente le fasce più deboli della
popolazione, ha arrestato lo sviluppo, imposto enormi
sacrifici, creato nuove povertà. L'embargo non aiuta a
riconciliare gli animi, non aiuta ad arrivare ad una soluzione
duratura dei conflitti. E' una forma di violenza che genera
altra violenza.
In Libia, ad esempio, ha contribuito a far crescere il rancore
e l'astio nei confronti dell'Occidente, in particolare contro
Stati Uniti e Inghilterra".
Eppure gli americani dicono che senza
l'embargo non si sarebbe giunti ad una soluzione per la
vicenda di Lockerbie...
- L'embargo in realtà ha contribuito solo a
soffocare il dialogo. Se si è arrivati alla conclusione
positiva della crisi innestata dalla strage dell'88, è solo
grazie all'intervento di grandi personalità politiche, come
Mandela e Mubarak, che hanno operato una delicata ma fruttuosa
opera di mediazione tra Libia e Occidente.
Sarebbe stato più logico e proficuo puntare subito su un
tavolo delle trattative aperto a leader arabi e africani
dotati di sensibilità e carisma, invece che passare alle
sanzioni. In fondo la Libia non si è mai opposta al processo
ai sospettati per l'attentato di Lockerbie. Chiedeva solo
garanzie di equità, giustizia con un tribunale sopra le
parti.
Lei è considerato l'uomo chiave che ha
permesso il riavvicinamento tra Vaticano e Libia. Quali
difficoltà ha dovuto superare per arrivare a questo difficile
traguardo ?
- Personalmente non ho grandi meriti. I tempi
erano ormai maturi perché si potessero riallacciare i
rapporti diplomatici tra Tripoli e la Santa Sede. Io ho
semplicemente cercato di vivere la mia missione di pastore e
di vescovo nello stile di San Francesco: amando innanzitutto
questo Paese, dialogando con la gente, valorizzando i punti di
contatto e di vicinanza.
L'atteggiamento
di apertura del Vaticano, semmai, è stato decisivo per
convincere l'Occidente, in particolare l'Europa, a investire
sulla strada del dialogo, rinnovando la fiducia a Gheddafi.
Che ruolo può giocare la Chiesa in questa
delicata fase storica della Libia ?
- I libici hanno molto apprezzato la nostra
posizione sulla questione dell'embargo. Siamo rimasti vicini
alla gente nei momenti più difficili della crisi offrendo
numerose testimonianze di sincera amicizia che non sono
passate inosservate.
La Chiesa deve continuare a costruire ponti di dialogo verso
il mondo arabo-musulmano, cercando l'incontro e il confronto
con la comunità islamica. Nel contempo deve fornire sostegno
ai numerosi immigrati cattolici che arrivano in Libia nella
speranza di migliorare la propria vita.
Gheddafi viene spesso dipinto in
Occidente come un leader ambiguo, contraddittorio,
im-perscrutabile. Che idea si è fatto del Rais in tutti
questi anni di permanenza in Libia ?
- Non mi trovo nella posizione di poter
fornire giudizi sull'operato di Gheddafi. Indubbiamente egli
ha dimostrato di essere un uomo politico di grande
personalità, capace di elaborare progetti ambiziosi e
originali, come la creazione degli Stati Uniti d'Africa.
In un certo senso Gheddafi rispecchia la coscienza, forse
inespressa, di un mondo arabo che vive al suo interno
conflitti e spinte contrapposte, ma che è in perenne ricerca
di una nuova identità.
L'Islam libico appare mite, tollerante,
aperto al confronto. Non ci sono pericoli di fanatismo e
fondamentalismo religioso ?
- La tradizione beduina dell'accoglienza è
ancora molto forte in questo paese e i libici fanno
dell'ospitalità un punto di orgoglio della loro cultura. Non
abbiamo mai avuto problemi di convivenza o intolleranza...
Oggi la Chiesa in Libia gode di una libertà assoluta in ogni
settore e in ogni ambiente. Da quattro anni abbiamo il
permesso formale, scritto, di poter servire tutti i cristiani
che si trovano all'interno del territorio libico...
Sui luoghi di lavoro avviene spesso che musulmani e cattolici
accettino volentieri di sostituire i compagni di lavoro
durante le assenze per le rispettive feste religiose.... Il
fatto di celebrare la messa più importante nella giornata di
venerdì è significativo e profetico: desideriamo unirci ai
nostri fratelli musulmani nel momento in cui anche loro
pregano e fanno festa... E' un segno di comunione e di amore
profondo.
La Libia ha riaperto le porte anche al
turismo: cosa comporterà questo nuovo flusso di occidentali
tra le bellezze del Paese ?
- Indubbiamente la Libia è una terra
impregnata di storia, cultura e fascino. E' una meta che può
offrire innumerevoli opportunità e attrattive archeologiche,
naturalistiche, folkloristiche. Sono convinto che l'apertura
delle frontiere e il conseguente afflusso turistico non possa
che fare del bene, sia dal punto di vista economico che da
quello culturale.
Infatti potrebbe portare nuovi stimoli soprattutto ai giovani,
ai quali è mancato durante gli anni dell'isolamento
internazionale il confronto culturale con le nazioni più
sviluppate. Tuttavia i libici sono anche custodi gelosi dei
loro costumi e delle loro tradizioni. Non amano forme di
degrado che hanno già trasformato l'anima di altri paesi
arabi. Il Governo non vuole che il Paese sia invaso dai grandi
tour-operator. Punta su un turismo selezionato, responsabile,
sostenibile, soprattutto rispettoso della cultura
locale".
I rapporti tra l'Italia e la Libia in
passato sono stati complessi e contraddittori. Stagioni di
dialogo, amicizia e forte collaborazione si sono alternate a
momenti di scontro, impasse diplomatiche, crisi profonde. Oggi
come vede le relazioni tra Roma e Tripoli ?
- Durante l'isolamento internazionale della
Libia non sono mancati da parte di Roma segnali di apertura e
amicizia. Ora questo rapporto di dialogo con Tripoli deve
essere rafforzato. E non può ridursi solo a un rapporto
d'interessi economici (l'Italia è il primo partner
commerciale della Libia, ndr.). Occorre un'amicizia vera.
Occorre dare fiducia e sostegno agli sforzi di cambiamento di
Gheddafi.
Se dovesse raccontare la Libia di oggi
con un'immagine, quale sceglierebbe ?
- L'immagine più bella che mi viene in mente
si trova proprio all'interno della nostra chiesa di San
Francesco. E' un affresco a me molto caro, che mostro a tutti
gli amici che mi vengono a trovare.
Raffigura l'incontro di Francesco d'Assisi con il Sultano
d'Egitto... Mostra Francesco che non ha paura di oltrepassare
le frontiere dei crociati per annunciare la pace. Questa
immagine ci insegna che il dialogo è l'unica via per
rispettare le culture e arrivare al cuore delle persone. La
Libia oggi ha bisogno di questo dialogo: aperto, diretto,
sincero.
|