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Quale salute per l’Africa?
a cura di Marzia Franzetti
(CUAMM-Medici con l’Africa- Padova)
Il problema della salute in Africa è
così complesso, variegato e di portata generale, da rendere
difficile ogni tipo di accostamento.
Marzia Franzetti del CUAMM-Medici con l’Africa(Padova),
parte dall’endemica povertà a cui è legata la
malnutrizione per fare una panoramica della situazione. Si va
dalle comuni malattie infettive, ancora mortali, mentre da
anni sono ormai debellate nei paesi occidentali, all’Aids
che tormenta l’Africa in maniera impressionante.
Da
quando, circa 20 anni fa, ho cominciato a appassionarmi e a
occuparmi di cooperazione sanitaria internazionale, non ho mai
sentito tanto parlare di Africa e dei problemi di salute in
Africa come negli ultimi tempi: e oggi l'attenzione è rivolta
soprattutto alla tragedia dell'Aids e alla questione
dell'accesso ai farmaci.
È certamente un bene che se ne discuta e che l'opinione
pubblica sia informata e si mobiliti, ma si può correre il
rischio di avere una visione parziale del problema e di
ritenere che le soluzioni siano semplici: per esempio molti
potrebbero essere in buona fede convinti che, se le ditte
farmaceutiche abbassassero il prezzo dei farmaci
antiretrovirali, anche i soggetti Hiv positivi africani
potrebbero facilmente curarsi.
Chi conosce un poco la realtà della stragrande maggioranza
dei paesi dell'Africa sub-Sahariana sa che la questione è
molto più complessa! In Africa si muore ancora per malattie
banali e per situazioni che, nei nostri paesi, troverebbero
immediatamente risposte adeguate e efficaci: perché? La causa
è, da secoli, una sola e sempre quella: la povertà.
La povertà, principale causa delle
malattie
Si è poveri e malnutriti e quindi le difese
immunitarie sono ridotte.
Si è poveri e si vive in ambienti malsani, sovraffollati,
dove l'acqua è scarsa, dove non ci sono misure di igiene
ambientale e dove perciò le infezioni circolano e si
trasmettono più facilmente.
Si è poveri e così, quando ci si ammala, non si riescono a
raggiungere le strutture sanitarie: perchè sono poche,
perchè sono lontane, perchè spesso sono troppo costose.
La diagnosi di malattia non si fa o si fa tardi e la terapia,
se mai viene instaurata, arriva quando le complicanze si sono
già manifestate e la situazione è difficilmente
recuperabile.
Le categorie più vulnerabili, meno protette, più
suscettibili di malattie e di morte nei Paesi in via di
sviluppo sono, come è facilmente intuibile e noto, donne e
bambini, che spesso arrivano a costituire il 60-70% della
popolazione totale. Nel 2000 si sono avuti nel mondo ancora
più di 10 milioni di decessi di bambini sotto i 5 anni, dei
quali circa il 97-98% sono avvenuti nei paesi poveri del sud
del mondo.
Le principali cause di mortalità sono state (e il quadro non
si modifica da diversi anni): malattie respiratorie acute,
diarree, morbillo, malaria, pertosse e problemi legati alla
nascita e al periodo neonatale, così delicato. La
malnutrizione rientra raramente fra le cause dirette di morte,
ma è sempre presente come concausa: infatti i bimbi denutriti
hanno scarse difese contro le infezioni e le malattie, si
ammalano più facilmente e più gravemente, spesso hanno
complicazioni e non raramente vanno incontro alla morte.
Se nei nostri paesi ci dobbiamo preoccupare dell'obesità dei
nostri ragazzi, in Africa il 15% dei neonati è sottopeso e il
41% dei bambini sotto i 5 anni presenta un ritardo di
crescita.
La malnutrizione
Una
nutrizione non adeguata non favorisce soltanto l'insorgenza di
malattie: provoca ripercussioni sullo sviluppo globale
dell'individuo. In particolare una nutrizione insufficiente e
incompleta nelle prime epoche della vita può compromettere lo
sviluppo del sistema nervoso, che si completa entro l'età di
2 anni e poi non può più recuperare adeguatamente.
A causa della malnutrizione, quindi, potremo avere una
popolazione adulta indebolita, meno efficiente, meno
produttiva e tutto questo non potrà certo favorire la
crescita di un paese!
Sappiamo che, nella stragrande maggioranza dei paesi africani,
le femmine sono discriminate rispetto ai maschi e hanno meno
accesso alle pur poche risorse disponibili: questo significa
meno cibo, meno diritto all'istruzione, più lavoro... fin
dalla più tenera età.
Tutto ciò si ripercuote sulla futura donna e, soprattutto,
sulla futura madre: una donna malnutrita e non istruita darà
alla luce bambini sotto peso, non potrà allattare per un
tempo sufficiente, non sarà in grado di accudire i figli in
modo adeguato.
Sappiamo inoltre che anche oggi, nei Paesi poveri, si può
facilmente morire per mettere al mondo un figlio: sono ancora
più di mezzo milione all'anno le donne che perdono la vita
per motivi legati alla gravidanza e al parto e di queste oltre
il 99% vive nel sud del mondo.
“Salute per tutti”.
Un miraggio ancora lontano
È facile, a questo punto, concludere che i
problemi di salute dei Paesi in via di sviluppo non sempre
derivano da cause "sanitarie" e, quindi, spesso non
hanno risposte "mediche". Le prime risposte sono:
accesso all'acqua, al cibo, all'energia, all'istruzione, una
migliore situazione ambientale e una rete di trasporti
efficiente.
Solo una parte spetta dunque ai servizi sanitari veri e
propri, ma è comunque una parte importante: se la popolazione
potesse contare su una rete di strutture sanitarie anche molto
semplici, ma vicino a casa e in grado di affrontare, sia pur
con pochi mezzi e farmaci essenziali, le malattie più comuni,
prima che possano complicarsi e diventare irrisolvibili, la
"salute per tutti" non sarebbe un miraggio ancora
così lontano!
È questo il principio della Primary Health Care:
un'assistenza sanitaria di base universalmente accessibile,
basata sulla partecipazione della comunità, che utilizza
tecnologie appropriate e non sofisticate, a un costo
accettabile anche per una popolazione povera. Non servirebbero
dunque ospedali super attrezzati e medici specialisti ovunque.
Per affrontare e risolvere i problemi più comuni basterebbero
piccole unità sanitarie e personale infermieristico
adeguatamente preparato... eppure in Africa sono obiettivi
ancora lontani.
Un aspetto che, molte volte, non viene considerato come
meriterebbe è quello della disabilità: non è facile neppure
nei nostri paesi vivere da ciechi, con un arto amputato, con
le deformità dovute alla poliomielite, ma in Africa diventa
un vero dramma! E i disabili sono tanti, troppi: conseguenze
di incidenti stradali, infezioni ossee e articolari che non
possono essere adeguatamente trattate, lebbra, poliomielite e,
in molti paesi ancora, i traumi dovuti alla guerra colpiscono
un esercito silenzioso di uomini, donne e bambini che
diventano un peso enorme per se stessi e per la società. È
vero che abbiamo detto che non servono specialisti ovunque, ma
un solo ortopedico ogni 3 milioni di abitanti è davvero
troppo poco.
In Africa sono molto più numerose anche le probabilità di
perdere precocemente la vista: oltre ai traumi e agli
incidenti non trattati adeguatamente, ci sono diverse malattie
che provocano la cecità come le filariasi, il tracoma, la
cataratta. Anche qui il rapporto fra oculisti e popolazione è
drammatico: uno specialista ogni milione di abitanti.
Aids: nuovo flagello
A tutti i mali cronici dell'Africa, negli
ultimi 10-15 anni si è aggiunto un nuovo flagello: l'Aids.
Dei 36,1 milioni di casi di Hiv/Aids stimati dall'Oms viventi
nel mondo alla fine del 2000, circa 25,3 milioni appartengono
all'Africa sub-Sahariana.
"Una tragedia di proporzioni senza precedenti si sta
consumando in Africa. L'Aids sta causando più morti della
somma totale delle vittime di tutte le guerre, carestie,
inondazioni, malattie. L'Aids sta avendo un effetto devastante
sulle famiglie, sulle comunità, sulle società e sulle
economie. Decenni sono stati tagliati dalla speranza di vita
della popolazione e la mortalità infantile è destinata a
raddoppiare nei paesi più colpiti. L'Aids è veramente un
disastro: sta spazzando via i progressi dello sviluppo fatti
negli ultimi decenni e sta sabotando il futuro
dell'Africa". Penso che queste parole, pronunciate da uno
dei più autorevoli protagonisti della recente storia
africana, Nelson Mandela, si commentino da sole.
L'infezione da Hiv, per ragioni che non staremo a analizzare
qui e che in parte non sono ancora chiare, si è diffusa
nell'Africa sub-Sahariana rapidamente e capillarmente,
riuscendo a interessare in molti paesi fino al 15-20% e più
della popolazione. Ma l'Aids, la malattia che deriva
dall'infezione da Hiv, non uccide gli anziani, uccide
soprattutto i giovani adulti e i bimbi piccoli, che possono
acquisire l'infezione dalla madre e sviluppare la mortale
malattia in breve tempo.
Così scompare la fascia della popolazione più attiva e
produttiva; restano gli anziani, i bambini che riescono a
sopravvivere e i ragazzi, non ancora contagiati, che devono
spesso prendersi cura dei genitori malati e dei fratelli più
piccoli. Grazie all'Aids l'Africa sta conoscendo il nuovo
fenomeno degli orfani: nella famiglia allargata tradizionale
il bimbo che perdeva uno o entrambi i genitori naturali,
trovava subito un padre e una madre sostitutivi, pronti a
prendersi cura di lui.
Ora i genitori, quelli veri e quelli potenziali, muoiono di
Aids e i bimbi sono accuditi dai nonni, nella migliore delle
ipotesi, o vengono affidati agli orfanotrofi.
I servizi sanitari, già scarsi e insufficienti, come abbiamo
visto, sono stati schiacciati dall'ondata epidemica dell'Aids
e questa, a sua volta, si è resa responsabile di un'ulteriore
erosione delle già scarse risorse disponibili. Gli ospedali
sono strapieni e per la maggior parte si tratta di malati
terminali di Aids in attesa di morire, il personale è
sovraccarico di lavoro, senza contare che anche molti medici e
operatori sanitari locali sono stati, a loro volta, falcidiati
dalla malattia.
Molto hanno già fatto e stanno facendo i governi e i
responsabili della Sanità dei paesi più colpiti per arginare
l'epidemia tramite misure di prevenzione, soprattutto mirando
all'educazione sanitaria dei giovani e delle categorie più a
rischio, al controllo delle malattie sessualmente trasmesse in
generale, a trasfusioni sicure: alcuni risultati incoraggianti
cominciano a vedersi e, in alcune zone, il numero di nuove
infezioni si è stabilizzato o è addirittura diminuito.
Molto poco finora si è potuto invece fare per la cura dei
pazienti con Aids, sia dal punto di vista del trattamento
delle gravi infezioni che si determinano nel corso della
malattia, che dal punto di vista della terapia dell'infezione
stessa da Hiv. Già i farmaci per trattare le complicanze
dell'Aids sono piuttosto costosi e non facilmente reperibili
in Africa, ma le terapie antiretrovirali, in grado cioè di
tenere sotto controllo il virus Hiv e bloccare o almeno
rallentare l'evoluzione della malattia, sono addirittura
inaccessibili per la stragrande maggioranza degli africani.
Il problema dei farmaci
E veniamo quindi alla questione dei farmaci,
un altro dei gravi problemi dei sistemi sanitari africani. La
maggior parte delle patologie che ancora uccidono milioni di
persone all'anno (polmoniti, diarree, malaria, tubercolosi,
per esempio) sarebbero curabili con farmaci semplici,
efficaci, poco costosi.
Ma anche questi scarseggiano. Si stima che nella grande torta
del mercato mondiale di medicinali, pari circa a 406 miliardi
di dollari, l'Africa del 2002 coprirà un irrisorio e
insignificante 1%.
Su 1233 nuovi farmaci immessi sul mercato negli ultimi 25
anni, solo 13 hanno un'indicazione per le malattie tropicali
che ancora affliggono centinaia di milioni di persone, mentre
il 90% degli investimenti per la ricerca e lo sviluppo di
nuove terapie va a beneficio di neppure il 10% della
popolazione mondiale.
Tutto questo non è accettabile: non è accettabile che
all'inizio del 3° millennio ci siano nazioni africane che
possono permettersi di spendere soltanto 10-15 dollari
all'anno per la salute di ogni singolo cittadino! Con tale
cifra come è pensabile che si possa provvedere ai malati di
Aids una terapia che in Italia costa circa 2 milioni di lire
al mese pro capite? Dobbiamo comunque essere consapevoli che
non è solo un problema di costi: se improvvisamente domani i
farmaci per la cura dei pazienti sieropositivi fossero messi a
disposizione addirittura gratuitamente, molti paesi non
avrebbero le strutture sanitarie, i laboratori, il personale
necessari per assicurare una regolare distribuzione dei
farmaci e il loro corretto utilizzo.
Quale collaborazione sanitaria? L’esperienza
del CUAMM-Medici con l’Africa
La salute di una popolazione dunque dipende
da fattori molteplici e complessi, fra i quali i medici e i
farmaci giocano un ruolo importante, ma limitato. Di tutto
questo bisogna essere consapevoli se ci si vuole impegnare
nella cooperazione sanitaria con i paesi poveri: la salute
verrà raggiunta solo se tutte le componenti dello sviluppo
porteranno il loro contributo e sapranno integrarsi fra loro
in modo armonico.
Chiarito tutto questo, esiste la possibilità di intervenire
concretamente nelle drammatiche realtà sanitarie della
maggior parte di questi paesi, sviluppando progetti di
"cooperazione sanitaria": due parole che richiedono
una spiegazione un po' più approfondita. Dove si va a fare
cooperazione? A fare cosa? Con quali obiettivi?
La cooperazione sanitaria ha due modelli principali di
riferimento: si possono fare interventi di emergenza o
progetti di sviluppo. Gli interventi di emergenza si attuano
in situazioni di crisi (guerre, carestie, movimenti di
rifugiati ecc), con l'obiettivo principale di rispondere ai
bisogni vitali più urgenti delle persone, a prescindere dal
contesto politico e sociale in cui si opera. Richiedono un
grande apparato organizzativo, in grado di rispondere in modo
efficiente e immediato, e di solito sono di breve durata.
Aprono la strada ai successivi progetti di sviluppo.
Gli interventi di collaborazione allo sviluppo e di sostegno
ai sistemi sanitari locali sono invece interventi a
medio-lungo termine, che richiedono un apporto continuativo di
risorse umane e finanziarie e nei quali una componente
fondamentale è la formazione del personale locale, che è la
vera garanzia di continuità.
In questo contesto opera anche il CUAMM-Medici con l’Africa-
Organizzazione non governativa padovana, nato come Collegio
universitario aspiranti medici e missionari - dedicandosi
all'emergenza solo quando si verificano situazioni critiche
nelle aree dove già è presente (ad esempio, il genocidio del
Rwanda nel 1994 o le catastrofiche alluvioni in Mozambico nel
2000).
Per tradizione e formazione, tuttavia, il CUAMM-Medici con l’Africa
lavora su progetti di sviluppo a lunga distanza, costruendo e
riabilitando le strutture sanitarie, preoccupandosi di formare
medici e infermieri locali, impostando insieme a loro i
progetti perché questi rispondano a bisogni sentiti dalla
popolazione e perché la gente si senta protagonista della
propria salute.
I medici CUAMM-Medici con l’Africa lavorano in ospedali
rurali e nelle periferie delle città, occupandosi con
particolare attenzione delle fasce più deboli e vulnerabili -
mamme e bambini -, sostenendo gli interventi di sanità
pubblica e di prevenzione. Partecipano ai programmi nazionali
di controllo delle grandi endemie, come la malaria, la
tubercolosi, la lebbra, la malattia del sonno. In Etiopia, in
Tanzania, in Uganda, in Kenya il CUAMM-Medici con l’Africa
porta avanti progetti specialistici di ortopedia e di
oculistica.
Fin dall'esordio dell'epidemia dell'Aids, il CUAMM-Medici con
l’Africa ha espresso il proprio lavoro, fissando come
priorità nei programmi il controllo dell'infezione da Hiv.
Attualmente in Tanzania si sta organizzando un progetto mirato
per l'assistenza domiciliare ai malati di Aids e il controllo
dell'infezione da madre a bambino.
Con lo stile dell'accompagnamento, i medici CUAMM-Medici con l’Africa
lavorano a fianco degli africani, considerando un privilegio
la collaborazione con loro, il sostegno discreto. Convinti
che, nella cooperazione, tutti gli interventi vadano comunque
concepiti come temporanei, orientati a risultati sostenibili
con risorse locali e non debbano mai diventare imposizione di
modelli estranei o fonte di ulteriore dipendenza. Julius
Nyerere, affettuosamente chiamato dalla sua gente "il
maestro", presidente e "padre" della Tanzania e
del socialismo africano, affermava: "Lo sviluppo porta
alla libertà solo se è lo sviluppo della gente".
Un popolo non può essere sviluppato da altri, può soltanto
svilupparsi da sè, prendendo le proprie decisioni, nella
piena partecipazione alla vita della comunità.
Il CUAMM-Medici con l’Africa in questo senso ha scelto
semplicemente di fare un pezzo di strada insieme alla gente
dell'Africa più povera e martoriata, finchè tale aiuto sarà
utile e gradito. E se e quando della cooperazione non ci sarà
più bisogno, rimane la convinzione che di questa esperienza -
lunga più di 50 anni - resterà un grande valore: la
reciproca conoscenza tra paesi e culture diversi, un
arricchimento per tutti, uno scambio alla pari, in quel
"dialogo di civiltà" che sognava già Papa Paolo VI
nella sua Enciclica " Populorum Progressio".
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