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I tesori del deserto libico
Testo e foto di Marco
Trovato
Terza tappa del nostro viaggio alla
scoperta della Libia: lasciamo Tripoli e le città della costa
per addentrarci nel cuore del Sahara, una terra piena di
suggestione e di magia. Tra le sabbie del deserto libico si
celano bellezze miracolose e tesori preziosi: non solo enormi
giacimenti di petrolio, ma anche labirinti di canyons,
autentiche miniere d'acqua dolce, incredibili laghi turchesi
incastonati tra le dune. E grovigli di rocce dalle forme
bizzarre che nascondono il più grande museo all'aperto di
arte rupestre.
"Un'immensa
voragine di sabbia": così, all'inizio del secolo, lo
storico Gaetano Salvemini definì la Libia per scongiurare
l'avventura coloniale italiana caldeggiata da Giolitti. Non
gli diedero ascolto (vedi Africa, maggio-giugno 2001).
Ma Salvemini continuò a non credere ai miraggi di quella
terra promessa, che la propaganda descriveva fertile e
rigogliosa. E neppure i contadini italiani, qualche anno più
tardi, si fecero incantare dalle esortazioni di Italo Balbo,
il gerarca fascista chiamato da Mussolini a realizzare la
colonizzazione agricola della Libia: il regime voleva due
milioni di emigranti sulla Quarta Sponda, ne arrivarono poco
meno di 40 mila, in maggioranza veneti, e dovettero
rimboccarsi le maniche per dissodare le campagne. In tempi
più recenti, lo stesso Gheddafi, un uomo del deserto, che ama
vivere in una tenda beduina nella sabbia della Sirte, ha
tentato di dare vigore alla povera economia agricola della
Libia. Il suo sogno era di creare una terra verde e
produttiva. Un sogno, appunto.
Ancora oggi la Libia è costretta a importare un terzo del
proprio fabbisogno alimentare. L'agricoltura occupa il 3,5 per
cento della popolazione attiva (solo un decennio addietro le
percentuale era tripla), i terreni coltivati coprono appena
due milioni di ettari, cioè poco più dell'1,3 per cento
della superficie nazionale (secondo i tecnici potrebbero
essere utilizzati almeno altri dieci milioni di ettari, sia
per l'agricoltura che per l'allevamento).
Gheddafi insomma ha dovuto arrendersi di fronte alla
inesorabile avanzata del Sahara, che oggi inghiotte oltre il
90 per cento del territorio libico. Certo la Tripolitania e la
Cirenaica sono regioni coltivate, dove si alternano campi di
cereali, oliveti, vigneti, agrumeti. Ma alle spalle della
piana costiera, oltre la striscia verde degli altopiani, si
estende un immenso deserto, interrotto solo da poche oasi e
piccoli palmeti, molti dei quali sono stati abbandonati e sono
assediati dalle sabbie.
Già a poche decine di chilometri a sud di Tripoli comincia l'hammada
al-Hamra, uno sconfinato tavolato roccioso solcato da grandi
canaloni. La misera vegetazione che resiste sulle pietraie
arroventate - sterpaglie e qualche rara palma - si aggrappa
disperatamente alle rive degli uadi, i letti asciutti degli
antichi fiumi che migliaia di anni fa scorrevano in questa
regione, all'epoca coperta da un incredibile manto verde. Quel
che rimane oggi di quelle savane popolate da animali selvaggi
è un paesaggio marziale, senza vita, dove la terra arsa dal
sole finisce per spaccarsi in mosaici asimmetrici.
Miti e miraggi...
Di tanto in tanto, la linea dell'orizzonte
sembra danzare sopra irraggiungibili specchi d'acqua: sono i
miraggi, le illusioni ottiche dovute alla dilatazione degli
strati d'aria a contatto col suolo riscaldato. Da sempre fanno
parte dei miti che nutrono la letteratura e la cinematografia
sahariana. D'estate compaiono anche sul cemento rovente delle
nostre città, ma non fanno lo stesso effetto: il deserto vive
di miti e di miraggi, le autostrade no.
Anche
i "djnn" sono suggestivi fenomeni naturali che hanno
sollecitato l'immaginazione della gente del Sahara: si tratta
di vortici d'aria che si muovono lentamente sul terreno riarso
e denudato, alzando impressionanti colonne di polvere. I
tuareg vi stanno alla larga perché considerano i djnn
pericolosi spiriti maligni.
"Sono in grado di far sparire qualunque cosa incontrino
sul loro cammino", spiega Hassan, la mia guida. "Una
volta ho visto un djnn inghiottire una capanna e un'intera
carovana di dromedari". Hassan è un simpatico burlone:
ama inventare storie per turisti di passaggio, assetati di
esotismo. Non scherza invece quando racconta delle terribili
tempeste del deserto. "In primavera inoltrata, quando da
Sud comincia a soffiare il Ghibli, alte e possenti muraglie di
sabbia possono oscurare il sole anche per giorni. Non si vede
più nulla, si respira a fatica. I granelli taglienti si
infilano in ogni parte". "Il Ghibli strappa la
sabbia dalle creste degli erg, gli oceani di sabbia" -
spiega Hassan - "La trasporta lontano, anche a centinaia
di chilometri di distanza, depositandola dove trova un
ostacolo sul suolo".
Così nascono altre dune, tutte diverse tra loro, plasmate
dalle differenti correnti d'aria. Le barcane, ad esempio, sono
dune che si muovono: hanno forma a mezzaluna, non raggiungono
mai grosse dimensioni e sono il risultato di venti che
soffiano sempre da una direzione. Altre dune, chiamate sif,
sono a forma di sciabola e si allungano nella direzione del
vento dominante: possono raggiungere anche i 100 metri di
altezza e una lunghezza 6 volte maggiore.
Infine, le grandi dune piramidali - in arabo "ghurd"
- hanno una posizione stabile e derivano da venti convergenti.
Le più imponenti (raggiungono anche trecento metri di
altezza) si trovano nell'erg di Ubari, vicino all'Algeria, ma
anche nell'edeyen di Murzuq, più a sud, verso il Niger e nel
Grande Mare di Sabbia, al confine con l'Egitto.
L’oro nero
Sotto queste immense distese di sabbia,
regioni sterili e senza vita, si cela il più prezioso dei
tesori libici: il petrolio. Scoperto alla fine degli anni '50,
considerato un greggio di ottima qualità (per via del basso
contenuto di zolfo), rappresenta la linfa vitale della
società libica e assicura quasi il 95 per cento delle entrate
statali.
L'era
del petrolio iniziò nel 1955 con le prime prospezioni da
parte delle grandi compagnie americane, autorizzate da re
Idris, all'epoca monarca della Libia. Quattro anni più tardi,
nel 1959, la Esso centrò il colossale giacimento di Zelten,
in Tripolitania, un'autentica miniera di oro nero. La scoperta
del petrolio provocò un autentico terremoto sociale. Il
deserto venne trivellato, punteggiato dai pozzi, quindi invaso
dai lunghi tubi degli oleodotti. Le gente abbandonò le
campagne e si riversò nelle grandi città, attratta dal boom
economico. Statisticamente il reddito procapite dei libici
schizzò alle stelle. In realtà i petroldollari finirono
nelle tasche dei burocrati corrotti della monarchia e
soprattutto nei conti bancari delle grandi compagnie straniere
(la Esso, la Gulf, la Shell) che avevano in concessione vasti
territori libici. Re Idris incassava un miliardo di dollari
all'anno, poca cosa rispetto alla fortuna percepita dalle
multinazionali petrolifere. Ma il saccheggio delle ricchezze
libiche non durò a lungo: nel 1969, con il colpo di stato
incruento che spodestò la monarchia, Gheddafi riprese in mano
le leve dell'economia e ridimensionò il business delle
società straniere. Alcune vennero interamente nazionalizzate,
altre associate sulla base di joint ventures, sempre però a
prevalente capitale libico. In pochi mesi le autorità di
Tripoli acquisirono il 51 per cento delle filiali locali della
Exxon, della Standard Oil, della Texaco e della Mobil.
Oggi la Libia è il secondo Paese africano per la produzione
del petrolio (alle spalle della Nigeria), il primo per reddito
procapite. Oltre 60 milioni di tonnellate di greggio vengono
esportati ogni anno in Europa e Stati Uniti, ogni giorno gli
oleodotti nel deserto della Sirte pompano verso le raffinerie
occidentali un milione e quattrocento mila barili di oro nero
(ma la potenzialità produttiva degli impianti arriva a
sfiorare i 2.200.000 barili giornalieri). Le riserve accertate
ammontano a 30 miliardi di barili, cioè il 2,3 per cento del
totale mondiale; con questi ritmi di pompaggio, il petrolio
potrebbe durare ancora mezzo secolo. E nel Fezzan, il profondo
sud libico, recenti ispezioni petrolifere hanno individuato
altri importanti giacimenti.
Miniere d’acqua
Sotto
la sabbia del deserto, inoltre, è nascosto un altro tesoro
che potrebbe garantire il futuro progresso economico della
Libia. Nella zona del massiccio montuoso del jebel
al-Hasawinah e più a oriente, nella regione di As Sarir, è
imprigionata nel sottosuolo un'autentica miniera di acqua
dolce in grado di dissetare città e campagne della costa
libica. Gheddafi, verso la metà degli anni '80, decise di
catturare l'acqua fossile dalle profondità del deserto libico
per condurla fino alla costa, fino a Tripoli, Bengasi, Sirte.
"Grazie al Sahara raggiungeremo l'autosufficienza
alimentare", dichiarò con toni solenni. Nacque così
l'idea del Grande Fiume Artificiale, uno dei più ambiziosi
progetti del mondo: bisognava interrare oltre 4 mila
chilometri di enormi tubature del diametro di 4 metri e del
peso di 73 tonnellate; scavare 580 pozzi, trasportare 6
milioni di metri cubi d'acqua al giorno dal cuore del Sahara
fino al Mediterraneo. Un progetto dai costi faraonici (circa
30 miliardi di dollari), la cui realizzazione ha succhiato per
anni un terzo del prodotto interno lordo della Libia. Il
Grande Fiume Artificiale, il più lungo acquedotto della
Terra, verrà ultimato nel 2007. Alcuni lo considerano il più
imponente capolavoro dell'ingegneria idraulica, per altri è
solo la scommessa un po' folle voluta da un leader eccentrico
e megalomane. Tra i tecnici c'è chi afferma che sarebbe
costato meno alla Libia puntare su moderni impianti di
desalinizzazione dell'acqua del mare. I geologi inoltre
avvertono che le riserve di acqua fossile nel Sahara prima o
poi si esauriranno. Tra quanto tempo? Cinquanta, forse cento
anni.
Ma quando i rubinetti saranno vuoti, Gheddafi non ci sarà
più.
Ancora mine
Sotto le sabbie del deserto libico non ci
sono solo acqua e petrolio. In Cirenaica, vicino alla
frontiera con l'Egitto, si trovano ancora le mine anti-uomo
piazzate dall'esercito italiano per combattere la resistenza
libica. Altri mine sono state interrate durante la Seconda
Guerra Mondiale, non solo dagli italiani, ma anche dall'Ottava
Armata britannica guidata dal generale Montgomery e dall’Afrika
Korps, il corpo di spedizione tedesco comandato dal generale
Rommel. I mortali ricordi delle loro epiche battaglie fanno
ancora paura, dopo più di mezzo secolo. Secondo stime
approssimative sarebbero circa 14 milioni gli ordigni
disseminati sotto la sabbia, oltre cinquemila sono esplosi in
questi decenni uccidendo o mutilando migliaia di civili
libici. Lo sminamento dei deserti orientali richiederebbe
tempi e costi impressionanti, Gheddafi lo sa bene: per questo
ha chiesto più volte alle potenze europee di adoperarsi per
l'opera di bonifica. Ma lo stesso Rais ha fatto uso di questi
micidiali ordigni durante la guerra di confine con il Ciad
(1973-1994) ed oggi la striscia di Aouzou, ai piedi del
massiccio del Tibesti, è una zona off-limits per i turisti.
Sahara da sogno
Le comitive dei tour operator finiscono così
per avventurarsi tutte nel Fezzan, il deserto occidentale, una
regione sicura, ricca di suggestione e di straordinarie
bellezze paesaggistiche.
Spingersi
nel cuore di questa terra enigmatica e affascinante significa
regalarsi un sogno e abbandonarsi completamente ad una
commistione di emozioni uniche. Come quelle che si provano ad
aprire uno scrigno antico pieno di bellezze miracolose.
Il viaggio comincia a Sebha, la capitale del Fezzan, una
cittadina anonima e senz'anima, particolarmente cara a
Gheddafi: qui nel '77 il Rais annunciò al mondo
"l'aurora dell'era delle masse", fondando la
Jamahiriya araba popolare socialista. Qui, da giovane,
completò i suoi studi (oggi la sua scuola è stata
ribattezzata "Fonte di Luce").
Da Sebha partono i fuoristrada diretti verso la mitica oasi di
Ghat, al confine con l'Algeria. Corrono veloci lungo
l'interminabile "wadi al-Hayah", il "fiume
della vita", nei secoli percorso dai pellegrini musulmani
diretti alla Mecca e dalle carovane dei mercanti cariche di
sale, avorio e schiavi.
Ghat, l'ultimo avamposto prima del grande vuoto sahariano,
compare dietro l'Idinen, la montagna del diavolo, temuta dai
tuareg per via degli spiriti maligni che la abitano. Il
villaggio è aggrappato alle pendici di una collinetta
rocciosa, dominata da un vecchio forte turco, dalla quale si
può godere un panorama superbo che spazia oltre i palmeti
dell'oasi. Nel piazzale all'interno della medina i tuareg
vendono raffinati oggetti di artigianato sahariano ma anche i
tipici "cheche", lunghi veli colorati che i nomadi
avvolgono sul capo per proteggersi dal sole e dalla polvere.
Tra le bancarelle del mercato principale invece si trovano
verdura, capre, stoffe, accanto a orologi, t-shirt, camicie
firmate.
Gallerie d’arte rupestre
Ghat è la porta d'accesso del massiccio
dell'Akakus, un impressionante labirinto di canyons e rocce
dalle forme bizzarre, famoso per i tesori d'arte rupestre
scoperti negli anni '50 dall'archeologo Fabrizio Mori. Sulle
sue pareti di arenaria, popoli antichi e misteriosi hanno
infatti lasciato innumerevoli graffiti, incisioni, affreschi,
testimonianze straordinarie di un Sahara ancora verde,
popolato da giraffe, elefanti, leoni, branchi di animali
selvaggi.
Altri importanti siti rupestri si trovano sulla falesia del
Messak Settafet (il Massiccio Nero) e lungo il corso dell'uadi
Mathendusc, autentico santuario della preistoria che conserva,
incise sulle sue rive, rappresentazioni di caccia e vita
quotidiana risalenti a migliaia di anni fa.
Un
tempo il uadi Mathendusc doveva essere un enorme fiume, regno
di ippopotami e coccodrilli. Oggi è solo un desolante
canalone di pietre, una ferita profonda del deserto. La poca
acqua che è rimasta nella regione la si trova nelle ghelte,
piccole pozze, protette dalla rocce, alimentate da rare piogge
o da profonde sorgenti sotterranee. Attorno a questi isolati
bacini naturali si abbeverano i dromedari al pascolo con i
loro padroni.
Gli ippopotami, i coccodrilli, le giraffe oramai si trovano
solo nella strepitosa galleria d'arte dell'uadi Mathendusc,
incisi sulle pietre da popolazioni primitive, i cui segreti si
perdono nel tempo e nella sabbia del deserto.
Emozioni di sabbia
Dopo questo affascinante tuffo nel passato,
il viaggio prosegue tra le dune dei deserti di Murzug e di
Ubari, dove i fuoristrada percorrono sinuosi corridoi
modellati dal vento, scalano imponenti montagne di sabbia, si
lanciano a tutta velocità lungo pendii da brivido.
E' come trovarsi sopra un'interminabile giostra acrobatica:
non rimane che tenersi forte, trattenere il respiro e
lasciarsi rapire dal paesaggio circostante. Sempre pronti a
scendere e spingere nel caso la macchina finisca per
incagliarsi nella sabbia: anche questo, in fondo, fa parte
dell'avventura libica.
L'attraversamento dell'erg, il mare di dune, regala un finale
prodigioso e inaspettato. Come nel più classico dei miraggi,
improvvisamente, tra le sabbie compaiono incredibili specchi
d'acqua: sono i laghi di Gabron, Mafu, Umm-el-Ma, anelli
turchesi circondati da papiri, canne e palme da dattero. E'
un'esperienza irripetibile immergersi nelle loro acque, calde
e salatissime. Un'emozione da raccontare alla sera, quando
insieme alle guide tuareg ci si stringe attorno al fuoco per
sorseggiare l'ennesimo bicchiere di tè nel deserto.
Al tramonto, dopo aver montato le tende del bivacco, c'è
ancora il tempo per salire sulla cima di una grande duna. Lo
sguardo e i pensieri vagano nello spazio sconfinato. Si rimane
in silenzio, ad ascoltare il vento che gioca con la sabbia.
Incapaci di dire qualcosa, per paura di spezzare
l'incantesimo.
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