AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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I tesori del deserto libico

Testo e foto di Marco Trovato

Terza tappa del nostro viaggio alla scoperta della Libia: lasciamo Tripoli e le città della costa per addentrarci nel cuore del Sahara, una terra piena di suggestione e di magia. Tra le sabbie del deserto libico si celano bellezze miracolose e tesori preziosi: non solo enormi giacimenti di petrolio, ma anche labirinti di canyons, autentiche miniere d'acqua dolce, incredibili laghi turchesi incastonati tra le dune. E grovigli di rocce dalle forme bizzarre che nascondono il più grande museo all'aperto di arte rupestre.

 

"Un'immensa voragine di sabbia": così, all'inizio del secolo, lo storico Gaetano Salvemini definì la Libia per scongiurare l'avventura coloniale italiana caldeggiata da Giolitti. Non gli diedero ascolto (vedi Africa, maggio-giugno 2001).
Ma Salvemini continuò a non credere ai miraggi di quella terra promessa, che la propaganda descriveva fertile e rigogliosa. E neppure i contadini italiani, qualche anno più tardi, si fecero incantare dalle esortazioni di Italo Balbo, il gerarca fascista chiamato da Mussolini a realizzare la colonizzazione agricola della Libia: il regime voleva due milioni di emigranti sulla Quarta Sponda, ne arrivarono poco meno di 40 mila, in maggioranza veneti, e dovettero rimboccarsi le maniche per dissodare le campagne. In tempi più recenti, lo stesso Gheddafi, un uomo del deserto, che ama vivere in una tenda beduina nella sabbia della Sirte, ha tentato di dare vigore alla povera economia agricola della Libia. Il suo sogno era di creare una terra verde e produttiva. Un sogno, appunto.
Ancora oggi la Libia è costretta a importare un terzo del proprio fabbisogno alimentare. L'agricoltura occupa il 3,5 per cento della popolazione attiva (solo un decennio addietro le percentuale era tripla), i terreni coltivati coprono appena due milioni di ettari, cioè poco più dell'1,3 per cento della superficie nazionale (secondo i tecnici potrebbero essere utilizzati almeno altri dieci milioni di ettari, sia per l'agricoltura che per l'allevamento).
Gheddafi insomma ha dovuto arrendersi di fronte alla inesorabile avanzata del Sahara, che oggi inghiotte oltre il 90 per cento del territorio libico. Certo la Tripolitania e la Cirenaica sono regioni coltivate, dove si alternano campi di cereali, oliveti, vigneti, agrumeti. Ma alle spalle della piana costiera, oltre la striscia verde degli altopiani, si estende un immenso deserto, interrotto solo da poche oasi e piccoli palmeti, molti dei quali sono stati abbandonati e sono assediati dalle sabbie.
Già a poche decine di chilometri a sud di Tripoli comincia l'hammada al-Hamra, uno sconfinato tavolato roccioso solcato da grandi canaloni. La misera vegetazione che resiste sulle pietraie arroventate - sterpaglie e qualche rara palma - si aggrappa disperatamente alle rive degli uadi, i letti asciutti degli antichi fiumi che migliaia di anni fa scorrevano in questa regione, all'epoca coperta da un incredibile manto verde. Quel che rimane oggi di quelle savane popolate da animali selvaggi è un paesaggio marziale, senza vita, dove la terra arsa dal sole finisce per spaccarsi in mosaici asimmetrici.

 

Miti e miraggi...

Di tanto in tanto, la linea dell'orizzonte sembra danzare sopra irraggiungibili specchi d'acqua: sono i miraggi, le illusioni ottiche dovute alla dilatazione degli strati d'aria a contatto col suolo riscaldato. Da sempre fanno parte dei miti che nutrono la letteratura e la cinematografia sahariana. D'estate compaiono anche sul cemento rovente delle nostre città, ma non fanno lo stesso effetto: il deserto vive di miti e di miraggi, le autostrade no.
Anche i "djnn" sono suggestivi fenomeni naturali che hanno sollecitato l'immaginazione della gente del Sahara: si tratta di vortici d'aria che si muovono lentamente sul terreno riarso e denudato, alzando impressionanti colonne di polvere. I tuareg vi stanno alla larga perché considerano i djnn pericolosi spiriti maligni.
"Sono in grado di far sparire qualunque cosa incontrino sul loro cammino", spiega Hassan, la mia guida. "Una volta ho visto un djnn inghiottire una capanna e un'intera carovana di dromedari". Hassan è un simpatico burlone: ama inventare storie per turisti di passaggio, assetati di esotismo. Non scherza invece quando racconta delle terribili tempeste del deserto. "In primavera inoltrata, quando da Sud comincia a soffiare il Ghibli, alte e possenti muraglie di sabbia possono oscurare il sole anche per giorni. Non si vede più nulla, si respira a fatica. I granelli taglienti si infilano in ogni parte". "Il Ghibli strappa la sabbia dalle creste degli erg, gli oceani di sabbia" - spiega Hassan - "La trasporta lontano, anche a centinaia di chilometri di distanza, depositandola dove trova un ostacolo sul suolo".
Così nascono altre dune, tutte diverse tra loro, plasmate dalle differenti correnti d'aria. Le barcane, ad esempio, sono dune che si muovono: hanno forma a mezzaluna, non raggiungono mai grosse dimensioni e sono il risultato di venti che soffiano sempre da una direzione. Altre dune, chiamate sif, sono a forma di sciabola e si allungano nella direzione del vento dominante: possono raggiungere anche i 100 metri di altezza e una lunghezza 6 volte maggiore.
Infine, le grandi dune piramidali - in arabo "ghurd" - hanno una posizione stabile e derivano da venti convergenti. Le più imponenti (raggiungono anche trecento metri di altezza) si trovano nell'erg di Ubari, vicino all'Algeria, ma anche nell'edeyen di Murzuq, più a sud, verso il Niger e nel Grande Mare di Sabbia, al confine con l'Egitto.

 

L’oro nero

Sotto queste immense distese di sabbia, regioni sterili e senza vita, si cela il più prezioso dei tesori libici: il petrolio. Scoperto alla fine degli anni '50, considerato un greggio di ottima qualità (per via del basso contenuto di zolfo), rappresenta la linfa vitale della società libica e assicura quasi il 95 per cento delle entrate statali.
L'era del petrolio iniziò nel 1955 con le prime prospezioni da parte delle grandi compagnie americane, autorizzate da re Idris, all'epoca monarca della Libia. Quattro anni più tardi, nel 1959, la Esso centrò il colossale giacimento di Zelten, in Tripolitania, un'autentica miniera di oro nero. La scoperta del petrolio provocò un autentico terremoto sociale. Il deserto venne trivellato, punteggiato dai pozzi, quindi invaso dai lunghi tubi degli oleodotti. Le gente abbandonò le campagne e si riversò nelle grandi città, attratta dal boom economico. Statisticamente il reddito procapite dei libici schizzò alle stelle. In realtà i petroldollari finirono nelle tasche dei burocrati corrotti della monarchia e soprattutto nei conti bancari delle grandi compagnie straniere (la Esso, la Gulf, la Shell) che avevano in concessione vasti territori libici. Re Idris incassava un miliardo di dollari all'anno, poca cosa rispetto alla fortuna percepita dalle multinazionali petrolifere. Ma il saccheggio delle ricchezze libiche non durò a lungo: nel 1969, con il colpo di stato incruento che spodestò la monarchia, Gheddafi riprese in mano le leve dell'economia e ridimensionò il business delle società straniere. Alcune vennero interamente nazionalizzate, altre associate sulla base di joint ventures, sempre però a prevalente capitale libico. In pochi mesi le autorità di Tripoli acquisirono il 51 per cento delle filiali locali della Exxon, della Standard Oil, della Texaco e della Mobil.
Oggi la Libia è il secondo Paese africano per la produzione del petrolio (alle spalle della Nigeria), il primo per reddito procapite. Oltre 60 milioni di tonnellate di greggio vengono esportati ogni anno in Europa e Stati Uniti, ogni giorno gli oleodotti nel deserto della Sirte pompano verso le raffinerie occidentali un milione e quattrocento mila barili di oro nero (ma la potenzialità produttiva degli impianti arriva a sfiorare i 2.200.000 barili giornalieri). Le riserve accertate ammontano a 30 miliardi di barili, cioè il 2,3 per cento del totale mondiale; con questi ritmi di pompaggio, il petrolio potrebbe durare ancora mezzo secolo. E nel Fezzan, il profondo sud libico, recenti ispezioni petrolifere hanno individuato altri importanti giacimenti.

 

Miniere d’acqua

Sotto la sabbia del deserto, inoltre, è nascosto un altro tesoro che potrebbe garantire il futuro progresso economico della Libia. Nella zona del massiccio montuoso del jebel al-Hasawinah e più a oriente, nella regione di As Sarir, è imprigionata nel sottosuolo un'autentica miniera di acqua dolce in grado di dissetare città e campagne della costa libica. Gheddafi, verso la metà degli anni '80, decise di catturare l'acqua fossile dalle profondità del deserto libico per condurla fino alla costa, fino a Tripoli, Bengasi, Sirte. "Grazie al Sahara raggiungeremo l'autosufficienza alimentare", dichiarò con toni solenni. Nacque così l'idea del Grande Fiume Artificiale, uno dei più ambiziosi progetti del mondo: bisognava interrare oltre 4 mila chilometri di enormi tubature del diametro di 4 metri e del peso di 73 tonnellate; scavare 580 pozzi, trasportare 6 milioni di metri cubi d'acqua al giorno dal cuore del Sahara fino al Mediterraneo. Un progetto dai costi faraonici (circa 30 miliardi di dollari), la cui realizzazione ha succhiato per anni un terzo del prodotto interno lordo della Libia. Il Grande Fiume Artificiale, il più lungo acquedotto della Terra, verrà ultimato nel 2007. Alcuni lo considerano il più imponente capolavoro dell'ingegneria idraulica, per altri è solo la scommessa un po' folle voluta da un leader eccentrico e megalomane. Tra i tecnici c'è chi afferma che sarebbe costato meno alla Libia puntare su moderni impianti di desalinizzazione dell'acqua del mare. I geologi inoltre avvertono che le riserve di acqua fossile nel Sahara prima o poi si esauriranno. Tra quanto tempo? Cinquanta, forse cento anni.
Ma quando i rubinetti saranno vuoti, Gheddafi non ci sarà più.

 

Ancora mine

Sotto le sabbie del deserto libico non ci sono solo acqua e petrolio. In Cirenaica, vicino alla frontiera con l'Egitto, si trovano ancora le mine anti-uomo piazzate dall'esercito italiano per combattere la resistenza libica. Altri mine sono state interrate durante la Seconda Guerra Mondiale, non solo dagli italiani, ma anche dall'Ottava Armata britannica guidata dal generale Montgomery e dall’Afrika Korps, il corpo di spedizione tedesco comandato dal generale Rommel. I mortali ricordi delle loro epiche battaglie fanno ancora paura, dopo più di mezzo secolo. Secondo stime approssimative sarebbero circa 14 milioni gli ordigni disseminati sotto la sabbia, oltre cinquemila sono esplosi in questi decenni uccidendo o mutilando migliaia di civili libici. Lo sminamento dei deserti orientali richiederebbe tempi e costi impressionanti, Gheddafi lo sa bene: per questo ha chiesto più volte alle potenze europee di adoperarsi per l'opera di bonifica. Ma lo stesso Rais ha fatto uso di questi micidiali ordigni durante la guerra di confine con il Ciad (1973-1994) ed oggi la striscia di Aouzou, ai piedi del massiccio del Tibesti, è una zona off-limits per i turisti.

 

Sahara da sogno

Le comitive dei tour operator finiscono così per avventurarsi tutte nel Fezzan, il deserto occidentale, una regione sicura, ricca di suggestione e di straordinarie bellezze paesaggistiche.
Spingersi nel cuore di questa terra enigmatica e affascinante significa regalarsi un sogno e abbandonarsi completamente ad una commistione di emozioni uniche. Come quelle che si provano ad aprire uno scrigno antico pieno di bellezze miracolose.
Il viaggio comincia a Sebha, la capitale del Fezzan, una cittadina anonima e senz'anima, particolarmente cara a Gheddafi: qui nel '77 il Rais annunciò al mondo "l'aurora dell'era delle masse", fondando la Jamahiriya araba popolare socialista. Qui, da giovane, completò i suoi studi (oggi la sua scuola è stata ribattezzata "Fonte di Luce").
Da Sebha partono i fuoristrada diretti verso la mitica oasi di Ghat, al confine con l'Algeria. Corrono veloci lungo l'interminabile "wadi al-Hayah", il "fiume della vita", nei secoli percorso dai pellegrini musulmani diretti alla Mecca e dalle carovane dei mercanti cariche di sale, avorio e schiavi.
Ghat, l'ultimo avamposto prima del grande vuoto sahariano, compare dietro l'Idinen, la montagna del diavolo, temuta dai tuareg per via degli spiriti maligni che la abitano. Il villaggio è aggrappato alle pendici di una collinetta rocciosa, dominata da un vecchio forte turco, dalla quale si può godere un panorama superbo che spazia oltre i palmeti dell'oasi. Nel piazzale all'interno della medina i tuareg vendono raffinati oggetti di artigianato sahariano ma anche i tipici "cheche", lunghi veli colorati che i nomadi avvolgono sul capo per proteggersi dal sole e dalla polvere. Tra le bancarelle del mercato principale invece si trovano verdura, capre, stoffe, accanto a orologi, t-shirt, camicie firmate.

Gallerie d’arte rupestre

Ghat è la porta d'accesso del massiccio dell'Akakus, un impressionante labirinto di canyons e rocce dalle forme bizzarre, famoso per i tesori d'arte rupestre scoperti negli anni '50 dall'archeologo Fabrizio Mori. Sulle sue pareti di arenaria, popoli antichi e misteriosi hanno infatti lasciato innumerevoli graffiti, incisioni, affreschi, testimonianze straordinarie di un Sahara ancora verde, popolato da giraffe, elefanti, leoni, branchi di animali selvaggi.
Altri importanti siti rupestri si trovano sulla falesia del Messak Settafet (il Massiccio Nero) e lungo il corso dell'uadi Mathendusc, autentico santuario della preistoria che conserva, incise sulle sue rive, rappresentazioni di caccia e vita quotidiana risalenti a migliaia di anni fa.
Un tempo il uadi Mathendusc doveva essere un enorme fiume, regno di ippopotami e coccodrilli. Oggi è solo un desolante canalone di pietre, una ferita profonda del deserto. La poca acqua che è rimasta nella regione la si trova nelle ghelte, piccole pozze, protette dalla rocce, alimentate da rare piogge o da profonde sorgenti sotterranee. Attorno a questi isolati bacini naturali si abbeverano i dromedari al pascolo con i loro padroni.
Gli ippopotami, i coccodrilli, le giraffe oramai si trovano solo nella strepitosa galleria d'arte dell'uadi Mathendusc, incisi sulle pietre da popolazioni primitive, i cui segreti si perdono nel tempo e nella sabbia del deserto.

 

Emozioni di sabbia

Dopo questo affascinante tuffo nel passato, il viaggio prosegue tra le dune dei deserti di Murzug e di Ubari, dove i fuoristrada percorrono sinuosi corridoi modellati dal vento, scalano imponenti montagne di sabbia, si lanciano a tutta velocità lungo pendii da brivido.
E' come trovarsi sopra un'interminabile giostra acrobatica: non rimane che tenersi forte, trattenere il respiro e lasciarsi rapire dal paesaggio circostante. Sempre pronti a scendere e spingere nel caso la macchina finisca per incagliarsi nella sabbia: anche questo, in fondo, fa parte dell'avventura libica.
L'attraversamento dell'erg, il mare di dune, regala un finale prodigioso e inaspettato. Come nel più classico dei miraggi, improvvisamente, tra le sabbie compaiono incredibili specchi d'acqua: sono i laghi di Gabron, Mafu, Umm-el-Ma, anelli turchesi circondati da papiri, canne e palme da dattero. E' un'esperienza irripetibile immergersi nelle loro acque, calde e salatissime. Un'emozione da raccontare alla sera, quando insieme alle guide tuareg ci si stringe attorno al fuoco per sorseggiare l'ennesimo bicchiere di tè nel deserto.
Al tramonto, dopo aver montato le tende del bivacco, c'è ancora il tempo per salire sulla cima di una grande duna. Lo sguardo e i pensieri vagano nello spazio sconfinato. Si rimane in silenzio, ad ascoltare il vento che gioca con la sabbia. Incapaci di dire qualcosa, per paura di spezzare l'incantesimo.