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Le ONG sotto accusa:
modelli di solidarietà o fattori di sottosviluppo?
di Wofgang Schonecke
In Kenya,come in altri paesi africani,
migliaia di organizzazioni non governative (ONG) lavorano in
ogni genere di attività. Esse fanno affluire notevoli somme
di denaro. Man mano che i donatori (stati, imprese, iniziative
di solidarietà) si resero conto della colossale corruzione
che paralizzava i progetti governativi, fecero affluire il
denaro, destinato allo sviluppo, attraverso il settore
privato.
Non c’è dubbio che del bene è stato realizzato dalle Ong.
Ma hanno incominciato anch’esse ad essere prese di mira:
alcuni sostengono che, sia pure con le migliori intenzioni, a
volte fanno più male che bene. Quali i problemi?
Gli
anni novanta sono stati una decade di crescita democratica in
Africa. Pochi paesi sono riusciti, in realtà, ad impiantare
una democrazia pluripartitica funzionante. Tuttavia sta
crescendo una cultura democratica e le Ong lavorando per lo
sviluppo, la promozione umana e per i diritti umani, vi hanno
dato un grande contributo. Ma con la maggiore disponibilità
di finanziamenti al settore privato, le Ong si sono
moltiplicate e non sempre per nobili motivi.
Quando i ministri e i grandi funzionari non poterono più
ottenere il loro dieci e più percento sui progetti
governativi, essi hanno incominciato le loro Ong private, per
essere là dove scorre il denaro. Le persone intelligenti
capiscono subito qual è l’ultimo grido in fatto di
sviluppo, quello che fa piacere ai donatori e fa arrivare il
denaro.
Purtroppo, come dice la Bibbia, “dove c’è il cadavere,
là accorrono gli avvoltoi”. Dove scorre il denaro, cresce
la corruzione.
Grandi burocrazie
Ogni Ong che si rispetti incomincia con tre
cose essenziali: un ufficio, un computer e una Pajero 4W
(quattro ruote motrici).
Un’accusa frequente è che alla fin
fine ingoia più denaro il funzionamento dell’ufficio di
quanto ne arrivi effettivamente alla gente che l’Ong dice di
aiutare. Non è nemmeno tutta colpa dell’Ong.
Nei
paesi industrializzati, i donatori impongono alle Ong la loro
cultura burocratica, per paura di abusi.
Ogni centesimo deve essere giustificato in cinque copie, ed
ogni decisione e realizzazione deve essere documentata fin nel
minimo dettaglio.
Alla fine troppa energia e troppo denaro vanno nell’amministrazione.
Si è vittime dell’illusione che la lunghezza e il
linguaggio dei rapporti sia proporzionale alla quantità e
qualità del lavoro effettivamente realizzato sul terreno.
Un settore in cui il lavoro sulla carta mangia grandi somme,
sono gli studi di fattibilità. Gli esperti stranieri che
compilano questi studi, spesso con poca comprensione delle
condizioni locali, prendono grossi salari.
Un esempio ben noto: il Pro-gramma Keniano di sradicamento
della povertà; 140 milioni di Ksh (scellini Keniani) vanno
agli esperti che stendono un programma, prima che un singolo
penny vada ai poveri, che non prendono neppure parte alla
discussione.
Pericolo di rovinare l’economia locale
Uno degli aspetti peggiori della questione è
costituito dagli effetti che l’intervento delle Ong ha sull’economia
locale. I progetti sono finanziati dall’estero e spesso sono
diretti da stranieri, i cui salari e il cui conto spese sono
calcolati su standard occidentali.
Un
impiegato di alto grado di una Ong può avere un salario molte
volte superiore a quello di un ministro o di un alto
funzionario del settore.
Come si dice, se si vuole avere della gente “in gamba”
bisogna pagarla! Il rovescio della medaglia è che si finisce
per creare un mondo del tutto artificiale, senza contatto con
la situazione locale.
Le Ong vivono in Africa, ma in realtà sono parte dell’economia
globale del dollaro, con poco o nessun contatto con l’economia
locale. Esse possono deformare e disintegrare l’economia
locale, far aumentare gli affitti e i prezzi delle case,
distruggere le istituzioni locali che non possono competere
con le loro tabelle salariali.
Alla fine, l’Ong può uccidere gli sforzi veramente locali
di creare una società civile e creare invece una struttura
artificiale che cadrà a pezzi appena finiranno i
finanziamenti.
Uccidere l’iniziativa
Il grande motto di tutto il lavoro per lo
sviluppo è sempre stato: aiutare la gente ad aiutarsi. Il
criterio di azione di molte Ong, in realtà, ha l’effetto
opposto: abituare la gente a ricevere passivamente.
Il
metodo più controproducente è stato l’introduzione dei
buoni di presenza: si paga la gente perchè venga ad una
riunione per discutere i suoi problemi, le sue necessità; e
spesso è pagata profumatamente, più di quanto guadagnerebbe
per lavorare. Con quale risultato? Che nessuno muove più un
dito senz’essere pagato!
La comunità non fa nulla e aspetta semplicemente l’incontro
seguente.
I soli a profittare di questo sistema sono gli organizzatori,
che possono riferire con orgoglio ai donatori quante persone
hanno partecipato al loro corso. Cosa importa se la cosa non
ha nessun seguito?
Le Ong sono riuscite veramente a creare una categoria di
persone che riescono a vivere bene, semplicemente andando da
un “gruppo di lavoro” ad un altro ed intascando le
allocazioni di presenza.
Dio aiuti la Chiesa o gli altri gruppi che verranno coll’idea
di mobilitare la gente a farsi carico della sua stessa vita
con l’impegno personale. Incontreranno grosse difficoltà a
disfare il male che è stato fatto.
Scarsa continuità
Le calamità attirano le Ong come il miele le
mosche. Nel 1994, quando più di 2 milioni di rifugiati
rwandesi si riversarono nei paesi vicini del Congo e della
Tanzania, molte Ong accorsero. Alcune fecero un lavoro eroico
in situazioni caotiche e portarono in salvo molte vite umane.
Ma
man mano che la tragedia smuoveva molti cuori e molti fondi
disponibili, arrivò anche un numero sempre maggiore di
organizzazioni, in cerca della loro parte di finanziamenti e
di pubblicità.
Quando le cineprese delle televisioni se ne furono andate e i
finanziamenti terminarono, queste Ong si ritirarono in fretta,
così come erano venute.
In generale esse se ne vanno presto anche quando si profila il
pericolo. Chi rimane? Alcune or-ganizzazioni serie, con scopi
a lungo termine e con strategie riflettute chiaramente. Chi
rimane ancor più a lungo è la Chiesa locale e la gente del
posto, che presta il primo aiuto ancor prima che qualsiasi
altro arrivi, e continua a lavorare quando tutti gli altri se
ne sono andati. Ma di solito essi non convocano squadre di
cameramen per riprendere la loro azione, o per produrre
roboanti spot pubblicitari per dire al mondo quello che fanno!
Solo il dialogo può determinare le reali
necessità della gente
Forse il punto debole di molte Ong e altre
organizzazioni è di voler arrivare con un programma già
fissato. Intellettuali e tecnici studiano l’ultima teoria in
fatto di sviluppo e mettono giù un programma, ancora a casa
loro.
Direttori e specialisti di pubbliche relazioni pesano bene
quello che potrebbe prestarsi ad una attraente pubblicità per
un pubblico occidentale. A questo punto vengono in Africa a
cercare un posto dove realizzare il loro progetto, con il
motto: “prendere o lasciare”.
I governi africani, le Chiese, le comunità sorridono, fanno
cenni col capo ai sapienti venuti dall’occidente e poi se ne
vanno e usano il denaro per quelle che essi ritengono le loro
reali necessità. Allora i donatori gridano all’imbroglio,
non danno più denaro e vanno altrove per rifare da capo lo
stesso errore.
Gli ultimi venti trent’anni il gioco è stato questo e ben
poco è cambiato. E forse esso ha contribuito di più alla
corruzione che allo sviluppo.
I leader e le élite africane, sia della Chiesa che della
società spesso hanno abusato senza vergogna del denaro dei
donatori, perchè le Ong occidentali hanno imposto i loro
programmi e le loro idee, senza rispettare la vita delle
comunità locali. Come uscire dal dilemma? Con un dialogo
franco ed onesto... Cosa più facile a dirsi che a farsi.
La Chiesa come una Ong?
Fin dall’inizio le chiese in Africa hanno
avuto un ruolo da pionieri nel campo dello sviluppo. In molti
luoghi esse furono le principali, talora le sole, istituzioni
di sviluppo. Molte delle prime realizzazioni in campo medico,
educativo e sociale furono opera dei missionari. Soltanto più
tardi si aggiunsero le Ong, che alle volte subentrarono al
lavoro pionieristico delle chiese.
Nel periodo del dopo-indipendenza, l’Africa nutriva grandi
speranze di mettersi alla pari col resto del mondo, e le
chiese si impegnarono ancora di più. “Sviluppo” era il
nuovo nome della pace!
Le diocesi aprirono grandi uffici per lo sviluppo ed ogni
parrocchia che si rispettasse mandava avanti un paio di
progetti.
Trent’anni dopo, con così tante Ong in competizione con le
chiese e tra di loro, bisogna che le chiese guardino i
risultati e si pongano alcune difficili domande:
*Qual è la vera differenza di visione, di strategia e di
impegno fra i progetti della Chiesa e quelli delle Ong?
*Molte critiche sollevate alle Ong non si applicano, fino ad
un certo punto, anche al lavoro della Chiesa per lo sviluppo?
* Nei nostri programmi e progetti quanto va realmente a
beneficio dei poveri e quanto, invece, serve a mantenere le
strutture della Chiesa?
C’è anche il sospetto che tutta l’importanza data allo
sviluppo sociale ed economico abbia sottratto la Chiesa alla
sua missione essenziale di guidare il popolo a Dio.
L’esodo di così tanti cattolici verso altri movimenti
religiosi e verso le sette, in cerca di spiritualità,
potrebbe essere un sintomo che molti nella Chiesa hanno
ristretto la larga visione del Regno di Dio a preoccupazioni
socio economiche.
Come valutare?
Se tiriamo le somme e facciamo il bilancio, l’addizione
non sarà tutta positiva o tutta negativa, né per le Ong, né
per le chiese.
Una gran quantità di bene è stato fatto. Sono state salvate
vite umane e sollevate molte sofferenze.
Molte persone hanno preso coscienza del loro potere in ordine
ad effettuare cambiamenti e sono più informate sui propri
diritti.
C’è stata comunicazione di conoscenza e di abilità pratica
per aiutare a sopravvivere nel mondo moderno.
C’è stato molto impegno, molto sacrificio, talora eroico. C’è
anche la lunga lista di Ong fasulle, di progetti falsi, di “cattedrali
nel deserto” e di finanziamenti indebitamente appropriati.
Per giudicare i nostri progetti è sufficiente che ci poniamo
una semplice domanda: quanta parte dei finanziamenti concessi
è veramente arrivata giù fino ai poveri ed ha migliorato la
loro vita di ogni giorno?
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