AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Le ONG sotto accusa:
modelli di solidarietà o fattori di sottosviluppo?

di Wofgang Schonecke

In Kenya,come in altri paesi africani, migliaia di organizzazioni non governative (ONG) lavorano in ogni genere di attività. Esse fanno affluire notevoli somme di denaro. Man mano che i donatori (stati, imprese, iniziative di solidarietà) si resero conto della colossale corruzione che paralizzava i progetti governativi, fecero affluire il denaro, destinato allo sviluppo, attraverso il settore privato.
Non c’è dubbio che del bene è stato realizzato dalle Ong. Ma hanno incominciato anch’esse ad essere prese di mira: alcuni sostengono che, sia pure con le migliori intenzioni, a volte fanno più male che bene. Quali i problemi?

 

Gli anni novanta sono stati una decade di crescita democratica in Africa. Pochi paesi sono riusciti, in realtà, ad impiantare una democrazia pluripartitica funzionante. Tuttavia sta crescendo una cultura democratica e le Ong lavorando per lo sviluppo, la promozione umana e per i diritti umani, vi hanno dato un grande contributo. Ma con la maggiore disponibilità di finanziamenti al settore privato, le Ong si sono moltiplicate e non sempre per nobili motivi.
Quando i ministri e i grandi funzionari non poterono più ottenere il loro dieci e più percento sui progetti governativi, essi hanno incominciato le loro Ong private, per essere là dove scorre il denaro. Le persone intelligenti capiscono subito qual è l’ultimo grido in fatto di sviluppo, quello che fa piacere ai donatori e fa arrivare il denaro.
Purtroppo, come dice la Bibbia, “dove c’è il cadavere, là accorrono gli avvoltoi”. Dove scorre il denaro, cresce la corruzione.

 

Grandi burocrazie

Ogni Ong che si rispetti incomincia con tre cose essenziali: un ufficio, un computer e una Pajero 4W (quattro ruote motrici). 

Un’accusa frequente è che alla fin fine ingoia più denaro il funzionamento dell’ufficio di quanto ne arrivi effettivamente alla gente che l’Ong dice di aiutare. Non è nemmeno tutta colpa dell’Ong.

Nei paesi industrializzati, i donatori impongono alle Ong la loro cultura burocratica, per paura di abusi.
Ogni centesimo deve essere giustificato in cinque copie, ed ogni decisione e realizzazione deve essere documentata fin nel minimo dettaglio.
Alla fine troppa energia e troppo denaro vanno nell’amministrazione. Si è vittime dell’illusione che la lunghezza e il linguaggio dei rapporti sia proporzionale alla quantità e qualità del lavoro effettivamente realizzato sul terreno.
Un settore in cui il lavoro sulla carta mangia grandi somme, sono gli studi di fattibilità. Gli esperti stranieri che compilano questi studi, spesso con poca comprensione delle condizioni locali, prendono grossi salari.
Un esempio ben noto: il Pro-gramma Keniano di sradicamento della povertà; 140 milioni di Ksh (scellini Keniani) vanno agli esperti che stendono un programma, prima che un singolo penny vada ai poveri, che non prendono neppure parte alla discussione.

 

Pericolo di rovinare l’economia locale

Uno degli aspetti peggiori della questione è costituito dagli effetti che l’intervento delle Ong ha sull’economia locale. I progetti sono finanziati dall’estero e spesso sono diretti da stranieri, i cui salari e il cui conto spese sono calcolati su standard occidentali.
Un impiegato di alto grado di una Ong può avere un salario molte volte superiore a quello di un ministro o di un alto funzionario del settore.
Come si dice, se si vuole avere della gente “in gamba” bisogna pagarla! Il rovescio della medaglia è che si finisce per creare un mondo del tutto artificiale, senza contatto con la situazione locale.
Le Ong vivono in Africa, ma in realtà sono parte dell’economia globale del dollaro, con poco o nessun contatto con l’economia locale. Esse possono deformare e disintegrare l’economia locale, far aumentare gli affitti e i prezzi delle case, distruggere le istituzioni locali che non possono competere con le loro tabelle salariali.
Alla fine, l’Ong può uccidere gli sforzi veramente locali di creare una società civile e creare invece una struttura artificiale che cadrà a pezzi appena finiranno i finanziamenti.

 

Uccidere l’iniziativa

Il grande motto di tutto il lavoro per lo sviluppo è sempre stato: aiutare la gente ad aiutarsi. Il criterio di azione di molte Ong, in realtà, ha l’effetto opposto: abituare la gente a ricevere passivamente.
Il metodo più controproducente è stato l’introduzione dei buoni di presenza: si paga la gente perchè venga ad una riunione per discutere i suoi problemi, le sue necessità; e spesso è pagata profumatamente, più di quanto guadagnerebbe per lavorare. Con quale risultato? Che nessuno muove più un dito senz’essere pagato!
La comunità non fa nulla e aspetta semplicemente l’incontro seguente.
I soli a profittare di questo sistema sono gli organizzatori, che possono riferire con orgoglio ai donatori quante persone hanno partecipato al loro corso. Cosa importa se la cosa non ha nessun seguito?
Le Ong sono riuscite veramente a creare una categoria di persone che riescono a vivere bene, semplicemente andando da un “gruppo di lavoro” ad un altro ed intascando le allocazioni di presenza.
Dio aiuti la Chiesa o gli altri gruppi che verranno coll’idea di mobilitare la gente a farsi carico della sua stessa vita con l’impegno personale. Incontreranno grosse difficoltà a disfare il male che è stato fatto.

 

Scarsa continuità

Le calamità attirano le Ong come il miele le mosche. Nel 1994, quando più di 2 milioni di rifugiati rwandesi si riversarono nei paesi vicini del Congo e della Tanzania, molte Ong accorsero. Alcune fecero un lavoro eroico in situazioni caotiche e portarono in salvo molte vite umane.
Ma man mano che la tragedia smuoveva molti cuori e molti fondi disponibili, arrivò anche un numero sempre maggiore di organizzazioni, in cerca della loro parte di finanziamenti e di pubblicità.
Quando le cineprese delle televisioni se ne furono andate e i finanziamenti terminarono, queste Ong si ritirarono in fretta, così come erano venute.
In generale esse se ne vanno presto anche quando si profila il pericolo. Chi rimane? Alcune or-ganizzazioni serie, con scopi a lungo termine e con strategie riflettute chiaramente. Chi rimane ancor più a lungo è la Chiesa locale e la gente del posto, che presta il primo aiuto ancor prima che qualsiasi altro arrivi, e continua a lavorare quando tutti gli altri se ne sono andati. Ma di solito essi non convocano squadre di cameramen per riprendere la loro azione, o per produrre roboanti spot pubblicitari per dire al mondo quello che fanno!

 

Solo il dialogo può determinare le reali necessità della gente

Forse il punto debole di molte Ong e altre organizzazioni è di voler arrivare con un programma già fissato. Intellettuali e tecnici studiano l’ultima teoria in fatto di sviluppo e mettono giù un programma, ancora a casa loro.
Direttori e specialisti di pubbliche relazioni pesano bene quello che potrebbe prestarsi ad una attraente pubblicità per un pubblico occidentale. A questo punto vengono in Africa a cercare un posto dove realizzare il loro progetto, con il motto: “prendere o lasciare”.
I governi africani, le Chiese, le comunità sorridono, fanno cenni col capo ai sapienti venuti dall’occidente e poi se ne vanno e usano il denaro per quelle che essi ritengono le loro reali necessità. Allora i donatori gridano all’imbroglio, non danno più denaro e vanno altrove per rifare da capo lo stesso errore.
Gli ultimi venti trent’anni il gioco è stato questo e ben poco è cambiato. E forse esso ha contribuito di più alla corruzione che allo sviluppo.
I leader e le élite africane, sia della Chiesa che della società spesso hanno abusato senza vergogna del denaro dei donatori, perchè le Ong occidentali hanno imposto i loro programmi e le loro idee, senza rispettare la vita delle comunità locali. Come uscire dal dilemma? Con un dialogo franco ed onesto... Cosa più facile a dirsi che a farsi.

 

La Chiesa come una Ong?

Fin dall’inizio le chiese in Africa hanno avuto un ruolo da pionieri nel campo dello sviluppo. In molti luoghi esse furono le principali, talora le sole, istituzioni di sviluppo. Molte delle prime realizzazioni in campo medico, educativo e sociale furono opera dei missionari. Soltanto più tardi si aggiunsero le Ong, che alle volte subentrarono al lavoro pionieristico delle chiese.
Nel periodo del dopo-indipendenza, l’Africa nutriva grandi speranze di mettersi alla pari col resto del mondo, e le chiese si impegnarono ancora di più. “Sviluppo” era il nuovo nome della pace!
Le diocesi aprirono grandi uffici per lo sviluppo ed ogni parrocchia che si rispettasse mandava avanti un paio di progetti.
Trent’anni dopo, con così tante Ong in competizione con le chiese e tra di loro, bisogna che le chiese guardino i risultati e si pongano alcune difficili domande:
*Qual è la vera differenza di visione, di strategia e di impegno fra i progetti della Chiesa e quelli delle Ong?
*Molte critiche sollevate alle Ong non si applicano, fino ad un certo punto, anche al lavoro della Chiesa per lo sviluppo?
* Nei nostri programmi e progetti quanto va realmente a beneficio dei poveri e quanto, invece, serve a mantenere le strutture della Chiesa?
C’è anche il sospetto che tutta l’importanza data allo sviluppo sociale ed economico abbia sottratto la Chiesa alla sua missione essenziale di guidare il popolo a Dio.
L’esodo di così tanti cattolici verso altri movimenti religiosi e verso le sette, in cerca di spiritualità, potrebbe essere un sintomo che molti nella Chiesa hanno ristretto la larga visione del Regno di Dio a preoccupazioni socio economiche.

 

Come valutare?

Se tiriamo le somme e facciamo il bilancio, l’addizione non sarà tutta positiva o tutta negativa, né per le Ong, né per le chiese.
Una gran quantità di bene è stato fatto. Sono state salvate vite umane e sollevate molte sofferenze.
Molte persone hanno preso coscienza del loro potere in ordine ad effettuare cambiamenti e sono più informate sui propri diritti.
C’è stata comunicazione di conoscenza e di abilità pratica per aiutare a sopravvivere nel mondo moderno.
C’è stato molto impegno, molto sacrificio, talora eroico. C’è anche la lunga lista di Ong fasulle, di progetti falsi, di “cattedrali nel deserto” e di finanziamenti indebitamente appropriati.
Per giudicare i nostri progetti è sufficiente che ci poniamo una semplice domanda: quanta parte dei finanziamenti concessi è veramente arrivata giù fino ai poveri ed ha migliorato la loro vita di ogni giorno?