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La Globalizzazione e il futuro dell’Africa
Ogni due anni, le Commissioni
"Giustizia Pace e Rispetto del creato (JPIC)" degli
uffici nazionali e dei religiosi dei paesi dell'AMECEA si
riuniscono per scambiare le proprie esperienze, condividere
materiali e prendere visioni dei cambiamenti in corso nella
regione.
P. Wolfgang Schonecke P.B. del Dipartimento pastorale
dell'AMECEA ci manda questa relazione.
Chi
ha mai sentito dire che un parlamentare locale Ugandese ha
appena venduto un'intera isola del Lago Victoria per creare
delle piantagioni di olio di palma e che tutti gli abitanti
devono andarsene senza venire risarciti?
O chi, in Europa, è al corrente che prospezioni petrolifere
non solo cinesi o malesi, ma anche svedesi e norvegesi,
canadesi e francesi hanno provocato una campagna di pulizia
etnica che ha lasciato più di mezzo milione di persone senza
casa e in pericolo di patir la fame?
Sono solo alcuni fatti venuti alla luce durante la riunione
dei coordinatori di Giustizia, Pace e Salvaguardia del creato
dell’AMECEA.
Fatti come questi sono numerosi, ma non fanno notizia nei
mass-media.
La perversione della democrazia
Una decina di anni fa, rinomati studiosi
pensavano che con la caduta del comunismo era arrivata
"la fine della storia". Avevano vinto il libero
mercato e la democrazia. Presto sarebbe arrivato il Paradiso.
In Africa si parlava di una nuova generazione di leader:
Museveni e Meles, Chiluba e più tardi Mluzi. Con loro la
democrazia aveva la sua grande occasione.
Ma i leaders della nuova generazione si sono rivelati
altrettanto affamati di potere e corrotti dei loro
predecessori. Museveni ha creduto di aver bisogno di far
apparire, come un prestigiatore, milioni di elettori fantasma
per assicurarsi la vittoria nelle elezioni e teneva pronto il
suo esercito, nel caso che il trucco non bastasse per vincere.
Sia il Presidente dello Zambia che quello del Malawi stanno
tramando per far cambiare la costituzione dei loro paesi,
perché non vedono proprio come qualcuno dei loro dieci
milioni di cittadini potrebbe governare il paese.
Il
vecchio concetto culturale dell'autorità del capo per tutta
la vita è duro a morire e la diffusione della mentalità
neo-liberalista basata sul profitto rende ancor più difficile
per i politici rinunciare al potere. E così molti paesi
dell'AMECEA sembrano ritornare alla dittatura vecchio stile.
Di fronte a questo rischio le autorità religiose, hanno
coraggiosamente difeso la democrazia.
I Vescovi del Kenya, coi capi delle altre chiese e la
comunità musulmana, si sono battuti lungamente e duramente
per una costituzione orientata verso il popolo, che impedisca
la concentrazione del potere nelle mani di uno solo. Non è
certo che essi vi riescano contro un presidente che non è
disposto a rinunciare né al potere assoluto né alla sua
posizione, nonstante l’età e i 20 anni di governo.
I vescovi dello Zambia col sostegno anche delle chiese
evangeliche e della società civile, hanno preso una ferma
posizione contro un terzo mandato, incostituzionale, del
Presidente Chiluba, che ha dovuto corrompere alcuni
ecclesiastici di comunità minori per ottenere una
dichiarazione in suo favore.
Anche i vescovi del Malawi sono critici nei confronti del loro
presidente, che vuole mettere in discussione la costituzione
pur di conservare il potere.
La Chiesa dovrà prendere posizione, lavorare insieme con la
società civile e i politici di buona volontà e mobilitare le
masse per evitare il ritorno al partito unico e alla
dittatura.
Il saco del Sud Sudan
Il Sudan, il più vasto paese dell'Africa,
esercita un ruolo cruciale per il futuro dell'Africa
Orientale.
Da
trent'anni la gente del Sud resiste all'islamizzazione e alla
arabizzazione imposte con la forza dal governo fondamentalista
di Khartoum. Grazie alla scoperta di enormi riserve di
petrolio nel Sud-Sudan la guerra civile si è trasformata in
una guerra del petrolio.
Finanziato da redditi giornalieri di 1,5 - 2 milioni di
dollari il governo di Khartoum si è rafforzato militarmente
con l’acquisto e la produzione di armi, elicotteri da
combattimento compresi. Inoltre, sul fronte diplomatico, è
riuscito a riconciliarsi con l'Etiopia e l'Eritrea e
ricondurre a sé larga parte dell'opposizione del nord.
I governi occidentali chiudono gli occhi sulle violazioni dei
diritti umani, pur di permettere alle loro compagnie
petrolifere di ottenere concessioni per lo sfruttamento dei
pozzi di petrolio.
Una maniera per assicurarsi il controllo del Sud è di ridurre
la sua popolazione. La guerra civile ha già fatto due milioni
di vittime. Più di mezzo milione di abitanti sono stati
cacciati dalle loro residenze per lasciar posto alle compagnie
petrolifere. Le zone ricche di petrolio sono drasticamente
"ripulite" da aerei da combattimento e da
bombardieri Antonov che a volte decollano dalle piste delle
compagnie petrolifere e dai miliziani governativi, e la gente
non ha altra scelta che fuggire o accettare le condizioni
imposte...
Molti villaggi sui monti Nuba sono abitati solo da poche
donne. Gli uomini sono stai uccisi, i bambini deportati nei
campi per essere islamizzati...
La politica dello spopolamento è evidente anche in Khartoum,
dove due milioni di persone, provenienti dal Sud, sono
trattate come stranieri nella propria patria. Alcuni sono
andati in Egitto, dove si dice ci siano cinque milioni di
sudanesi. Il governo, generalmente riluttante a concedere
visti di uscita agli abitanti del Sud, ora li incoraggia a
lasciare il paese.
In questo contesto la proposta di dare asilo negli Stati Uniti
a 3800 "ragazzi perduti" appare ambigua. Sostiene la
politica di spopolamento delle regioni meridionali da parte
del governo di Khartoum.
Il costo della globalizzazione
La Commissione ha anche discusso sugli
effetti della globalizzazione in Africa, che molti esaltano
come la via allo sviluppo.
Integrare
l'Africa nell'economia globale sembrava, almeno a prima vista,
promettente. Con le strategie di liberalizzazione imposte
all'Africa dal FMI (Fondo monetario internazionale) e la Banca
Mondiale, i beni sono diventati largamente disponibili, i
trasporti sono migliorati, e le monete sono diventate più
stabili.
Ma è proprio questa la via per vincere la povertà? Gli
incontri che, lungo la storia, ebbero luogo fra l'Africa e il
mondo hanno fruttato schiavitù, occupazione coloniale e
neo-colonialismo; hanno di- strutto le strutture sociali,
politiche ed economiche del- l'Africa. La globalizzazione non
sarà un altro nome per lo stesso gioco?
Siamo solo agli inizi e l’Africa ha già pagato un caro
prezzo.
La speranza di vita è diminuita in maniera drammatica, non
solo a causa dell'AIDS, ma perchè i poveri non possono più
pagarsi l'ospedale.
La mortalità infantile è in aumento. Le cure mediche e
l'istruzione stanno diventando non un diritto di tutti, ma un
privilegio dei ricchi. La linea di divisione economica si
allarga non solo fra paesi sviluppati e quelli in via di
sviluppo, ma dappertutto fra poveri e ricchi e larghi settori
della popolazione che sono esclusi dai benefici economici. Per
sopravvivere essi inventano la loro economia informale e
spesso criminale.
E' semplicemente scandaloso che i beni delle 200 persone più
ricche siano pari ai beni del 41% della popolazione più
povera del mondo. L'1% dei beni delle 200 persone più ricche
basterebbe ad assicurare l'istruzione universale.
L'Africa sta diventando sempre più marginalizzata in termini
di commercio mondiale. Il 20% più povero della popolazione ha
solo l'1% del commercio mondiale. La globalizzazione ha
portato un aumento nel commercio di armi, sesso e droghe.
Ma, a lungo andare, le conseguenze più gravi riguardano
l'ambiente. Il riscaldamento globale non scioglie soltanto le
nevi del Kilimanjaro, ma favorisce anche la diffusione di
insetti e altri veicoli di malattie. Potrebbe anche accelerare
il fenomeno del “Niño” con i suoi devastanti periodici
ritorni di siccità e di piogge.
Inoltre
l'invasione della cultura globale dei mezzi di comunicazione
cambia rapidamente lo stile di vita dei popoli. Il "fast
food" distrugge il significato del pasto come momento di
stare insieme. La musica e le danze pop prendono il posto dei
canti e delle danze tradizionali importanti strumenti di
cultura e di vita comunitaria.
Le chiese neo-pentecostali con il loro vangelo di prosperità
danno una benedizione pseudo-religiosa all'ideologia
neo-liberale L'ingordigia diventa una virtù, la competizione
lo scopo della vita, il profitto un segno di salvezza. Ma ci
sono anche contro-movimenti, come la setta di Lungiki in
Kenya, che combatte tutte le influenze occidentali ed afferma
di avere un milione di adepti.
Forse invece che lamentarsi delle conseguenze negative della
globalizzazione è più importante pensare a modelli di
globalizzazione positiva. Che genere di globalizzazione
vogliamo noi vedere? P. Henriot ha specificato tre
orientamenti:
* Una globalizzazione della solidarietà, che promuove il
rispetto reciproco, crea una coscienza del bene comune e
promuove lo sviluppo per tutti. Una globalizzazione che
rispetti i diritti umani, combatta la disparità fra ricchi e
poveri, e non produca marginalizzazione e privazioni.
* Una globalizzazione che abbia come punto di riferimenti i
poveri, dia priorità alla gente più che al profitto, al
lavoro più che al capitale, alla cooperazione più che alla
competizione e ponga attenzione ai beni comuni: l'ambiente, la
pace, la salute...
* Una globalizzazione che valorizzi la base, fondata sul
principio di sussidiarità, che favorisca uno sviluppo
sostenibile, le relazioni umane più che il mercato e sia
radicata nella comunità.
Riduzione della povertà
La campagna del Giubileo 2000 per la
riduzione del debito ha contribuito a dare un po’ di
sollievo ad alcuni paesi.
La Banca Mondiale e il FMI insistono giustamente perché il
denaro liberato dal sollievo del debito serva per programma
sociale di riduzione della povertà che opprime la maggioranza
degli africani.
I programmi SAP (Programmi di Aggiustamento Strutturale)
imposti all’Africa forti dell’esperienza dei programmi per
la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra
mondiale, non hanno avuto il successo sperato. Le condizioni
erano diverse e applicare lo stesso programma a tutti i paesi
non poteva funzionare.
Oggi i responsabili dei SAP sembrano più sensibili alle
conseguenze sociali dei loro programmi e più aperti ad
ascoltare la società civile.
I documenti sulla strategia della riduzione della povertà,
che si discutono in molti stati, rappresentano un'occasione
per le chiese di prendere una parte attiva nel delineare
politiche importanti per i loro paesi. Il P. Vic Missiaen, dei
Padri Bianchi, ha messo in evidenza le opportunità e i
pericoli dell'iniziativa.
In Tanzania la PRSP (Programmi di strategia per la riduzione
della povertà) sarà legata ad un processo di decentramento.
400 milioni di dollari saranno disponibili annualmente per
vent'anni e dati come sovvenzioni globali a distretti, che
dovranno render conto dell'uso di questo denaro.
Questo potrebbe diventare un potente strumento di
democratizzazione, se la gente al livello locale sarà
veramente coinvolta nel decidere le sue priorità e nel
controllare l'uso del denaro.
Ma per coinvolgere la gente in qualsiasi procedimento ci vuole
tempo e c'è sempre in atto una pressione politica per
affrettare la consultazione.
Si rischia così che ci sia ancora una volta il pericolo di
una politica dall'alto al basso, non pienamente capita e fatta
propria dalla gente, e quindi non così efficiente.
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