AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

Clicca qui per vedere le altre copertine e poi
cliccale per vederne il sommario



Contattaci:

   per informazioni

provincia@padribianchi.it

  animazione missionaria

animazione@padribianchi.it

   redazione:

africa@padribianchi.it

Tel: 0363 44 726


P.I.S.A.I. 


Mostre fotografiche
AFRICA

clicca qui per informazioni


Scambi-links

CASA EDITRICE POLARIS S.r.l.

Libri per viaggiare



LUGLIO-AGOSTO 2008


MAGGIO-GIUGNO 2008


MARZO-APRILE 2008


GENNAIO-FEBBRAIO 2008


NOVEMBRE-DICEMBRE 2007


SETTEMBRE-OTTOBRE 2007


LUGLIO - AGOSTO 2007


MAGGIO-GIUGNO 2007

 

La Globalizzazione e il futuro dell’Africa

Ogni due anni, le Commissioni "Giustizia Pace e Rispetto del creato (JPIC)" degli uffici nazionali e dei religiosi dei paesi dell'AMECEA si riuniscono per scambiare le proprie esperienze, condividere materiali e prendere visioni dei cambiamenti in corso nella regione.
P. Wolfgang Schonecke P.B. del Dipartimento pastorale dell'AMECEA ci manda questa relazione.

 

Chi ha mai sentito dire che un parlamentare locale Ugandese ha appena venduto un'intera isola del Lago Victoria per creare delle piantagioni di olio di palma e che tutti gli abitanti devono andarsene senza venire risarciti?
O chi, in Europa, è al corrente che prospezioni petrolifere non solo cinesi o malesi, ma anche svedesi e norvegesi, canadesi e francesi hanno provocato una campagna di pulizia etnica che ha lasciato più di mezzo milione di persone senza casa e in pericolo di patir la fame?
Sono solo alcuni fatti venuti alla luce durante la riunione dei coordinatori di Giustizia, Pace e Salvaguardia del creato dell’AMECEA.
Fatti come questi sono numerosi, ma non fanno notizia nei mass-media.

 

La perversione della democrazia

Una decina di anni fa, rinomati studiosi pensavano che con la caduta del comunismo era arrivata "la fine della storia". Avevano vinto il libero mercato e la democrazia. Presto sarebbe arrivato il Paradiso.
In Africa si parlava di una nuova generazione di leader: Museveni e Meles, Chiluba e più tardi Mluzi. Con loro la democrazia aveva la sua grande occasione.

Ma i leaders della nuova generazione si sono rivelati altrettanto affamati di potere e corrotti dei loro predecessori. Museveni ha creduto di aver bisogno di far apparire, come un prestigiatore, milioni di elettori fantasma per assicurarsi la vittoria nelle elezioni e teneva pronto il suo esercito, nel caso che il trucco non bastasse per vincere.
Sia il Presidente dello Zambia che quello del Malawi stanno tramando per far cambiare la costituzione dei loro paesi, perché non vedono proprio come qualcuno dei loro dieci milioni di cittadini potrebbe governare il paese.
Il vecchio concetto culturale dell'autorità del capo per tutta la vita è duro a morire e la diffusione della mentalità neo-liberalista basata sul profitto rende ancor più difficile per i politici rinunciare al potere. E così molti paesi dell'AMECEA sembrano ritornare alla dittatura vecchio stile.
Di fronte a questo rischio le autorità religiose, hanno coraggiosamente difeso la democrazia.
I Vescovi del Kenya, coi capi delle altre chiese e la comunità musulmana, si sono battuti lungamente e duramente per una costituzione orientata verso il popolo, che impedisca la concentrazione del potere nelle mani di uno solo. Non è certo che essi vi riescano contro un presidente che non è disposto a rinunciare né al potere assoluto né alla sua posizione, nonstante l’età e i 20 anni di governo.
I vescovi dello Zambia col sostegno anche delle chiese evangeliche e della società civile, hanno preso una ferma posizione contro un terzo mandato, incostituzionale, del Presidente Chiluba, che ha dovuto corrompere alcuni ecclesiastici di comunità minori per ottenere una dichiarazione in suo favore.
Anche i vescovi del Malawi sono critici nei confronti del loro presidente, che vuole mettere in discussione la costituzione pur di conservare il potere.
La Chiesa dovrà prendere posizione, lavorare insieme con la società civile e i politici di buona volontà e mobilitare le masse per evitare il ritorno al partito unico e alla dittatura.

 

Il saco del Sud Sudan

Il Sudan, il più vasto paese dell'Africa, esercita un ruolo cruciale per il futuro dell'Africa Orientale.
Da trent'anni la gente del Sud resiste all'islamizzazione e alla arabizzazione imposte con la forza dal governo fondamentalista di Khartoum. Grazie alla scoperta di enormi riserve di petrolio nel Sud-Sudan la guerra civile si è trasformata in una guerra del petrolio.
Finanziato da redditi giornalieri di 1,5 - 2 milioni di dollari il governo di Khartoum si è rafforzato militarmente con l’acquisto e la produzione di armi, elicotteri da combattimento compresi. Inoltre, sul fronte diplomatico, è riuscito a riconciliarsi con l'Etiopia e l'Eritrea e ricondurre a sé larga parte dell'opposizione del nord.
I governi occidentali chiudono gli occhi sulle violazioni dei diritti umani, pur di permettere alle loro compagnie petrolifere di ottenere concessioni per lo sfruttamento dei pozzi di petrolio.
Una maniera per assicurarsi il controllo del Sud è di ridurre la sua popolazione. La guerra civile ha già fatto due milioni di vittime. Più di mezzo milione di abitanti sono stati cacciati dalle loro residenze per lasciar posto alle compagnie petrolifere. Le zone ricche di petrolio sono drasticamente "ripulite" da aerei da combattimento e da bombardieri Antonov che a volte decollano dalle piste delle compagnie petrolifere e dai miliziani governativi, e la gente non ha altra scelta che fuggire o accettare le condizioni imposte...
Molti villaggi sui monti Nuba sono abitati solo da poche donne. Gli uomini sono stai uccisi, i bambini deportati nei campi per essere islamizzati...
La politica dello spopolamento è evidente anche in Khartoum, dove due milioni di persone, provenienti dal Sud, sono trattate come stranieri nella propria patria. Alcuni sono andati in Egitto, dove si dice ci siano cinque milioni di sudanesi. Il governo, generalmente riluttante a concedere visti di uscita agli abitanti del Sud, ora li incoraggia a lasciare il paese.
In questo contesto la proposta di dare asilo negli Stati Uniti a 3800 "ragazzi perduti" appare ambigua. Sostiene la politica di spopolamento delle regioni meridionali da parte del governo di Khartoum.

 

Il costo della globalizzazione

La Commissione ha anche discusso sugli effetti della globalizzazione in Africa, che molti esaltano come la via allo sviluppo.
Integrare l'Africa nell'economia globale sembrava, almeno a prima vista, promettente. Con le strategie di liberalizzazione imposte all'Africa dal FMI (Fondo monetario internazionale) e la Banca Mondiale, i beni sono diventati largamente disponibili, i trasporti sono migliorati, e le monete sono diventate più stabili.
Ma è proprio questa la via per vincere la povertà? Gli incontri che, lungo la storia, ebbero luogo fra l'Africa e il mondo hanno fruttato schiavitù, occupazione coloniale e neo-colonialismo; hanno di- strutto le strutture sociali, politiche ed economiche del- l'Africa. La globalizzazione non sarà un altro nome per lo stesso gioco?
Siamo solo agli inizi e l’Africa ha già pagato un caro prezzo.
La speranza di vita è diminuita in maniera drammatica, non solo a causa dell'AIDS, ma perchè i poveri non possono più pagarsi l'ospedale.
La mortalità infantile è in aumento. Le cure mediche e l'istruzione stanno diventando non un diritto di tutti, ma un privilegio dei ricchi. La linea di divisione economica si allarga non solo fra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, ma dappertutto fra poveri e ricchi e larghi settori della popolazione che sono esclusi dai benefici economici. Per sopravvivere essi inventano la loro economia informale e spesso criminale.
E' semplicemente scandaloso che i beni delle 200 persone più ricche siano pari ai beni del 41% della popolazione più povera del mondo. L'1% dei beni delle 200 persone più ricche basterebbe ad assicurare l'istruzione universale.
L'Africa sta diventando sempre più marginalizzata in termini di commercio mondiale. Il 20% più povero della popolazione ha solo l'1% del commercio mondiale. La globalizzazione ha portato un aumento nel commercio di armi, sesso e droghe.
Ma, a lungo andare, le conseguenze più gravi riguardano l'ambiente. Il riscaldamento globale non scioglie soltanto le nevi del Kilimanjaro, ma favorisce anche la diffusione di insetti e altri veicoli di malattie. Potrebbe anche accelerare il fenomeno del “Niño” con i suoi devastanti periodici ritorni di siccità e di piogge.
Inoltre l'invasione della cultura globale dei mezzi di comunicazione cambia rapidamente lo stile di vita dei popoli. Il "fast food" distrugge il significato del pasto come momento di stare insieme. La musica e le danze pop prendono il posto dei canti e delle danze tradizionali importanti strumenti di cultura e di vita comunitaria.
Le chiese neo-pentecostali con il loro vangelo di prosperità danno una benedizione pseudo-religiosa all'ideologia neo-liberale L'ingordigia diventa una virtù, la competizione lo scopo della vita, il profitto un segno di salvezza. Ma ci sono anche contro-movimenti, come la setta di Lungiki in Kenya, che combatte tutte le influenze occidentali ed afferma di avere un milione di adepti.
Forse invece che lamentarsi delle conseguenze negative della globalizzazione è più importante pensare a modelli di globalizzazione positiva. Che genere di globalizzazione vogliamo noi vedere? P. Henriot ha specificato tre orientamenti:
* Una globalizzazione della solidarietà, che promuove il rispetto reciproco, crea una coscienza del bene comune e promuove lo sviluppo per tutti. Una globalizzazione che rispetti i diritti umani, combatta la disparità fra ricchi e poveri, e non produca marginalizzazione e privazioni.
* Una globalizzazione che abbia come punto di riferimenti i poveri, dia priorità alla gente più che al profitto, al lavoro più che al capitale, alla cooperazione più che alla competizione e ponga attenzione ai beni comuni: l'ambiente, la pace, la salute...
* Una globalizzazione che valorizzi la base, fondata sul principio di sussidiarità, che favorisca uno sviluppo sostenibile, le relazioni umane più che il mercato e sia radicata nella comunità.

 

Riduzione della povertà

La campagna del Giubileo 2000 per la riduzione del debito ha contribuito a dare un po’ di sollievo ad alcuni paesi.
La Banca Mondiale e il FMI insistono giustamente perché il denaro liberato dal sollievo del debito serva per programma sociale di riduzione della povertà che opprime la maggioranza degli africani.
I programmi SAP (Programmi di Aggiustamento Strutturale) imposti all’Africa forti dell’esperienza dei programmi per la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, non hanno avuto il successo sperato. Le condizioni erano diverse e applicare lo stesso programma a tutti i paesi non poteva funzionare.
Oggi i responsabili dei SAP sembrano più sensibili alle conseguenze sociali dei loro programmi e più aperti ad ascoltare la società civile.
I documenti sulla strategia della riduzione della povertà, che si discutono in molti stati, rappresentano un'occasione per le chiese di prendere una parte attiva nel delineare politiche importanti per i loro paesi. Il P. Vic Missiaen, dei Padri Bianchi, ha messo in evidenza le opportunità e i pericoli dell'iniziativa.
In Tanzania la PRSP (Programmi di strategia per la riduzione della povertà) sarà legata ad un processo di decentramento. 400 milioni di dollari saranno disponibili annualmente per vent'anni e dati come sovvenzioni globali a distretti, che dovranno render conto dell'uso di questo denaro.
Questo potrebbe diventare un potente strumento di democratizzazione, se la gente al livello locale sarà veramente coinvolta nel decidere le sue priorità e nel controllare l'uso del denaro.
Ma per coinvolgere la gente in qualsiasi procedimento ci vuole tempo e c'è sempre in atto una pressione politica per affrettare la consultazione.
Si rischia così che ci sia ancora una volta il pericolo di una politica dall'alto al basso, non pienamente capita e fatta propria dalla gente, e quindi non così efficiente.