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Gheddafi, l’Islam e l’Africa Nera
Testo e foto di Marco
Trovato
Proseguiamo con il nostro viaggio alla
scoperta della Libia. Dopo il reportage pubblicato sull'ultimo
numero della rivista, incentrato sulla storia e sull'economia
del grande Paese maghrebino, presentiamo ora un servizio
dedicato al difficile rapporto tra modernità e tradizione
islamica in Libia, ma anche all'opposizione al regime di
Gheddafi, e all'ultimo sogno del Colonnello: la creazione
degli Stati Uniti d'Africa.
Tradizione e modernità
Tripoli
è una città intrigante, ricca di fascino, sospesa fra
l'atmosfera irreale dei vecchi edifici coloniali, la magia
seducente della medina e le visioni avveniristiche delle torri
che spuntano dal Business Center.
Ma è vagando per il Quartiere Vecchio, rannicchiato tra le
mura romane del II secolo, che si incontra l'anima profonda di
questa città. Bisogna passeggiare senza meta nel labirinto
dei vicoli affollati, ascoltare il vociare dei commercianti
nei suk, catturare gli sguardi delle donne dietro ai veli,
osservare i fabbri al lavoro nelle loro officine, respirare a
pieni polmoni l'aria salmastra che arriva dal mare e che qui
si carica di odori forti e profumi di spezie.
Nella Piazza Verde, la piazza della Rivoluzione, instancabili
fotografi preparano curiose scenografie con motociclette in
cartone e pupazzi giganti, e attendono i clienti sotto lo
sguardo imperscrutabile di Gheddafi, onnipresente nei murales
propagandistici.
Sui marciapiedi, ai tavoli dei locali, la gente chiacchiera,
sorseggia bicchieri di tè alla menta, legge il giornale, si
gusta panini imbottiti di kebab. Gli uomini fumano tabacco dal
sapore dolciastro con enormi narghilé. Le donne, in cerca di
quiete, si dirigono verso l'hammam di Dorghut, il bagno turco,
dove per un paio di dinari ci si rigenera in una grande sala
piastrellata, tra nuvole di vapore. Le strade sono crocevia
confusi di razze che si incontrano e si mischiano, come in un
mosaico impazzito.
Dalle botteghe fuoriescono cantilene di musica araba, nei bar
frequentati dai giovani si ascoltano gli ultimi hits di
Britney Spears e delle Spice Girls; al ristorante, quando
capiscono che siete italiani, vanno a ripescare Toto Cotugno.
Anche se i libici sono molto legati ai valori della
tradizione, il loro stile di vita nelle città è sempre più
influenzato da costumi e modelli culturali importati
dall'Occidente.
L'aspetto più evidente di questa trasformazione profonda
della società è l'assembramento sui tetti delle case delle
antenne paraboliche con le quali si ricevono i programmi delle
TV europee. Anche qui i bambini hanno imparato a memoria i
nomi dei Pokémon. Anche qui gli uomini si ritrovano per
vedere il posticipo del campionato italiano di calcio.
Alla sera i giovani fanno la fila davanti al cinema per vedere
Nikita di Luc Bresson oppure Knights, un film d'azione con
un'eroina sexy in bella evidenza nelle locandine
pubblicitarie. I ragazzi vestono jeans e abiti sportivi. Le
ragazze camice colorate, gonne lunghe o fuseaux. Ai piedi
hanno quasi sempre scarpe lucide con tacchi alti. Solo i
capelli vengono coperti con foulard leggeri.
Poche donne indossano il lungo velo prescritto dalla moschea,
più numerose sono le anziane che spariscono completamente
sotto le furushiya, lenzuola bianche che lasciano intravedere
solo un occhio.
Un Islam moderato
L'Islam in Libia mostra in apparenza un'anima
mite, aperta, assolutamente tollerante. I toni rigidi della
sharia, la legge coranica, sono stati stemperati dalla
dottrina professata da Gheddafi nel suo Libro Verde, il
manuale che in 140 pagine illustra la Terza Teoria Universale,
alternativa al capitalismo e al comunismo, da cui discendono i
principi fondamentali della Jamahiriya libica.
Paradossalmente,
il Rais, demonizzato per anni dalla Cia, dipinto con
ossessione come un acerrimo nemico dell'Occidente, ha
contribuito finora a contenere la deriva fondamentalista che
devasta l'Algeria, dilaga in Egitto e che si sta infiltrando
anche in Tunisia e Marocco.
Contro gli islamisti, Gheddafi ha condotto una lotta cruenta e
senza quartiere. Ha represso con durezza manifestazioni e
focolai di rivolta. Ha rastrellato, imprigionato e fatto
sparire centinaia di attivisti islamici. Nel '96 ha sferrato
un attacco su larga scala contro gruppi armati di
fondamentalisti, annidati nelle campagne della Cirenaica. Nel
'98, al-Qaid, in arabo "la Guida", è stato ferito
in un attentato vicino alla città di Bengasi, considerata
oramai il cuore dell'opposizione al regime. In precedenza era
già scappato ad un'altra imboscata. Se si è salvato, è solo
grazie al coraggio e alla lealtà delle sue valorose guardie
del corpo, le Guardiane della Rivoluzione.
Amnesty International, nel suo ultimo rapporto sui diritti
umani in Libia, ha denunciato l'uso indiscriminato della
tortura contro i dissidenti e la presenza nelle carceri di
centinaia di detenuti politici, accusati di simpatizzare per
il Partito islamico di liberazione e altri gruppi islamici
dichiarati illegali.
Nonostante la repressione, il movimento islamista si sta però
rafforzando in varie parti del Paese. Vecchie e nuove sigle
appartenenti a gruppi islamici clandestini stanno arruolando
molti giovani nelle università. Secondo l'autorevole Journal
of Middel East Policy, si starebbe delineando addirittura una
forte alleanza fra esercito e islamisti, in chiave
anti-Gheddafi. Quel che è certo è che il clero musulmano e
gli strati più conservatori della popolazione hanno mal
digerito la politica riformista del Rais, specie in materia di
emancipazione della donna e di apertura ai valori della
modernità.
L'Islam, comunque, resta religione di Stato, oltre che
pilastro sociale e giuridico della società. Il suo colore, il
verde, viene usato per dipingere i portoni e le persiane di
ogni edificio. Non fa eccezione l'antica moschea di al-Naqah,
incastrata nel cuore del quartiere vecchio di Tripoli.
"E' la famosa Moschea della Cammella", mi dice
Ibraim Abdullah, l'anziano custode. "E' stata costruita
da Omar, il suocero del Profeta Maometto. Proveniva
dall'Egitto e la sua cammella decise di fermarsi proprio in
questo punto senza voler più ripartire. Per Omar era un segno
evidente della volontà di Allah e così ordinò la
costruzione di questo luogo di culto". Da oltre
trent'anni, Ibraim custodisce le quattro enormi chiavi che
aprono i portoni della moschea e della vicina scuola coranica.
Li apre e li chiude in continuazione, per via delle lezioni e
delle cinque preghiere quotidiane. E' un mestiere impegnativo,
ma anche prestigioso, quello del custode della moschea. Un
mestiere tramandato da generazioni nella famiglia di Ibraim.
"Un tempo, quando il custode era mio nonno, il muezzin
saliva sopra il minareto e gridava a squarciagola per
richiamare i fedeli alla preghiera", racconta. "Poi,
negli anni in cui il custode era mio padre, il muezzin poteva
contare su microfoni, amplificatori e altoparlanti". Oggi
il muezzin non c'è più e l’”adahan", l'invito alla
preghiera, è stato registrato su una musicassetta.
Turismo contenuto
E' bello perdersi nell'intricato groviglio di
strade e porticati della Medina. Nessuno infastidisce gli
europei di passaggio, i bambini non chiedono l'elemosina o un
“cadeau”. Non ci sono grappoli di venditori che cercano di
rifilare paccottiglia ai turisti. Al mercato non esiste
l'estenuante rito della contrattazione sul prezzo della merce,
come avviene invece nei suk di Marrakech, Tunisi o Sharm
el-Sheikh. I commercianti sono cordiali, garbati, non
attendono sulla soglia dei negozi gli stranieri da spolpare.
"Il
turismo qui non ha ancora stravolto l'autenticità della
cultura, né la genuinità dei rapporti tra le persone",
spiega Elena Dacome, 30 anni, accompagnatrice turistica.
"I libici sono discreti e ospitali, amano relazionarsi
con gli stranieri, ma sono anche custodi gelosi dei propri
costumi e delle proprie tradizioni".
Con il calo del valore del dinaro libico, i viaggiatori
stranieri carichi di valuta pregiata sono diventati preziosi.
La Libia vuole aprire le sue porte al turismo, ne ha bisogno.
Il Governo continua a investire denaro per aprire nuovi
alberghi e migliorare la qualità della ricettività nelle
strutture esistenti. Il settore turistico è nelle mani della
figlia di Gheddafi, la ventitreenne Aicha. Toccherà a lei,
che i più informati descrivono bella e colta, rilanciare lo
straordinario patrimonio storico-culturale-paesaggistico del
Paese.
"Oggi i turisti occidentali in Libia sono circa 50 mila
l'anno e portano nelle casse dello Stato oltre 6 milioni di
dollari", dice Said Hussein, un giornalista libico,
corrispondente per alcune radio africane, che incontro
all'albergo Bal al-Bahr. "E' una quota destinata a
crescere, ma non troppo: il Governo non vuole che il Paese sia
invaso dai grandi tour-operator che hanno colonizzato il
Marocco, la Tunisia e l'Egitto. Punta su un turismo
selezionato, responsabile, sostenibile... Per questo il flusso
dei visitatori viene programmato e controllato". Fino a
poco tempo fa, i contatti privati fra cittadini libici e
stranieri venivano scoraggiati dalle autorità. Oggi le cose
sono cambiate.
Tuttavia, nonostante l'apertura delle frontiere, i viaggiatori
"fai-da-te" devono procurarsi una lettera d'invito
per entrare in Libia, hanno l'obbligo di fornire al consolato
un programma dettagliato dell'itinerario che intendono
percorrere e in ogni caso non possono avventurarsi senza una
guida ufficiale in vaste regioni del Paese.
L’immigrazione dall’Africa nera
Persino gli accompagnatori turistici europei
hanno qualche difficoltà ad ottenere i visti d'entrata per
lavorare. Non hanno problemi invece gli africani di altre
nazionalità che intendono entrare in Libia.
Per
molti di loro, in fuga dalla miseria o dalla guerra, il Paese
di Gheddafi rappresenta un punto d'approdo sicuro e facile da
raggiungere: percorrono le piste sahariane aggrappati a teloni
di vecchi camion stipati all'inverosimile, oppure passano la
frontiera con piccole carovane di dromedari. Tutti, alla fine
del viaggio, finiscono a Tripoli per cercare un lavoro che
permetta loro di sbarcare il lunario.
Ai lati delle grandi strade della periferia, dove le auto
sfrecciano veloci e zigzagano pericolosamente da una corsia
all'altra, gruppi di tre o quattro persone, ogni venti metri
circa, attendono pazienti, accovacciati sull'erba o nella
polvere. Sono immigrati provenienti da Mali, Niger, Ciad,
Sudan, Nigeria. Fin dalle prime ore del mattino si
distribuiscono nei punti più trafficati della città. Davanti
a loro, ai margini della carreggiata, sistemano gli attrezzi
del mestiere con i quali si fanno riconoscere dai libici in
cerca di manodopera a buon mercato: pennelli per gli
imbianchini, martelli per fabbri e muratori, chiavi inglesi
per i meccanici, secchi e stracci per i garzoni che lavano le
auto.
Oggi nel Paese, secondo stime governative, vivono circa 2
milioni di stranieri, un'enormità considerato che i libici
sono meno di 5 milioni. Certo l'ospitalità e l'accoglienza
sono sempre stati due tasselli fondamentali della società
libica. “Colonizzata nel corso della storia da greci,
fenici, romani, arabi, turchi e italiani, la Libia è una
terra permeata da un forte meticciamento culturale”, recita
un opuscolo turistico. Ma il mosaico sociale libico è
delicato, basta poco perché si rompa. Lo scorso settembre,
proprio in concomitanza dell'anniversario della Rivoluzione di
Gheddafi, sono scoppiate in vari quartieri di Tripoli
manifestazioni e violenze contro gli immigrati dell'Africa
subsahariana, accusati dalla gente di importare nel Paese
malcostume e criminalità. Per tre giorni la capitale è stata
sconvolta da una feroce ondata xenofoba. I giornali stranieri
hanno parlato di veri e propri pogrom organizzati dai libici
contro gli immigrati dell'Africa nera.
"E' colpa dei negri se oggi a Tripoli tanti giovani si
drogano e tante donne si prostituiscono", mi dice Mohamed,
23 anni, un diploma in informatica e un posto sicuro
nell'azienda di papà. "Gli immigrati si approfittano
della nostra generosità...
Vengono qui, ci chiedono aiuto e poi si mettono a rubare,
spacciano, smerciano l'alcool e mandano le donne sui
marciapiedi... Gheddafi li invita nel nostro Paese, li chiama
"fratelli"... Al diavolo ! Che se li porti tutti a
casa sua, questi non sono miei fratelli !".
Il sogno di un leader
In effetti, da un po' di tempo a questa
parte, il Rais guarda con attenzione e rinnovato interesse
all'Africa nera. Tramontato il suo sogno di una grande nazione
panaraba, congelato il progetto della Comunità dei Paesi
Sahelo-Sahariani, Gheddafi rilancia con vigore la sua ultima
ambizione: la creazione degli Stati Uniti d'Africa, una
confederazione di stati indipendenti, uniti da una comune
politica estera e soprattutto economica, della quale
naturalmente aspira a essere il leader indiscusso. Ne parla da
almeno tre anni, ma è nel febbraio scorso che il progetto ha
mosso i suoi primi passi.
A Sirte, sulla costa libica, Gheddafi ha chiamato a raccolta
decine di capi di Stato per un summit che ha definito "di
portata storica". Per giorni la stampa libica non ha
parlato d'altro. La noiosissima televisione di Stato, in
particolare, ha trasmesso con estenuante meticolosità ogni
intervento e dichiarazione rilasciata durante il vertice.
Tutti i capi di stato hanno usato toni ottimistici e si sono
detti determinati a portare avanti il progetto. Si è trattato
solo di discorsi retorici o di autentica realpolitik?
Sicuramente non possono passare inosservate le adesioni
"pesanti" al disegno di Gheddafi giunte da Sud
Africa, Egitto, Nigeria, Algeria. Il Rais, durante il summit,
si è comportato da vero padrone di casa, distribuendo
abbracci e saluti a tutti. Quando è toccato il turno del suo
discorso, nel grande auditorio è calato il silenzio. Gheddafi
è stato l'unico a parlare a braccio, guardando gli
interlocutori negli occhi. Ha soppesato le parole, ha
impostato il tono della voce, in meno di quindici minuti ha
conquistato la platea. Concluso il suo intervento, mentre era
sommerso da un pioggia di applausi, ha alzato le braccia e ha
esultato come fanno i bambini dopo un goal.
Il vertice di Sirte si è chiuso con una solenne dichiarazione
d'intenti. In serata per le strade di Tripoli si sono
riversati caroselli di macchine che festeggiavano il successo
del Colonnello. Davanti all'hotel Mehari qualcuno aveva appeso
un lungo striscione con una scritta verde, in inglese:
"Oggi l'Africa si è unita per conquistare il
futuro!".
Ritornando in Italia, sui nostri giornali, non ho trovato una
traccia di notizia, una riga di commento dedicati al summit di
Gheddafi.
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