AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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I segreti delle Oasi

Quando pensiamo alle oasi del Sahara siamo spesso prigionieri di stereotipi e luoghi comuni. Ci immaginiamo i laghetti tra le dune, le palme da cartolina che spuntano spontaneamente dall'aridità del deserto. Nella nostra fantasia le oasi si riducono a pittoreschi regali della natura, elementi spontanei e casuali.
In realtà queste incredibili isole tra le sabbie sono il risultato di un progetto raffinato, di una geniale organizzazione dello spazio e delle risorse idriche. Un'opera straordinaria realizzata dall'uomo, rinnovando tradizioni e conoscenze antichissime. Da sempre grazie a questa preziosa cultura e al duro lavoro della gente del deserto, nel cuore del Sahara, come per incanto, fiorisce la vita.

 

Sahara algerino

Li chiamano "deglet nur", i "datteri della luce" e sono fra le qualità più buone di tutto il Sahara. Hanno la polpa molle, trasparente, dolce come il miele. Sembra siano caduti sulla Terra direttamente dal Giardino di Allah. Almeno così narra un'antica leggenda. Ma è una favola buona solo per turisti di passaggio, assetati di esotismo.
Non è per miracolo o per concessione divina se i "deglet nur" finiscono sulle bancarelle dei suk, i mercati locali.
Al contrario di quello che si potrebbe pensare, la palma da dattero è un albero esigente che richiede cure continue e meticolose. "La pianta vive più di 100 anni, ma ha bisogno di almeno 15 anni prima di produrre i frutti", spiega Salem, algerino, 50 anni trascorsi nella piccola oasi di Bel Bachir. "Le sue foglie devono essere tagliate periodicamente, altrimenti si trasforma in un cespuglio selvatico. Inoltre bisogna proteggerla da due terribili nemici: un fungo parassita che ne attacca il tronco e una farfalla che deposita i bruchi all'interno dei datteri". La palma deve essere bagnata abbondantemente e in primavera, durante la fioritura, va curata con minuziosità.
"In ogni palmeto c'è almeno una palma maschio sulla quale fiorisce il polline che feconda le palme femmine produttrici di datteri", racconta Salem. "Il vento trasporta i semi maschi del polline, ma per assicurarci che il raccolto sia buono e abbondante, dobbiamo sistemarli a mano, pianta per pianta". E' un lavoro pesante e interminabile che i fellah, i contadini, praticano da secoli assicurando la sopravvivenza e la fertilità dei palmeti sahariani.

 

Luoghi comuni

"Nel nostro immaginario le oasi del deserto non sono altro che pittoreschi regali della natura, elementi spontanei e casuali", afferma Pietro Laureano, 49 anni, architetto e urbanista, consulente dell'Unesco per le zone aride, la civiltà islamica e gli ecosistemi in pericolo . "In realtà esse sono il risultato di un progetto raffinato, di una geniale organizzazione dello spazio e delle risorse idriche. Un'opera straordinaria realizzata dall'uomo, rinnovando tradizioni e conoscenze preziose".
Laureano ha trascorso otto anni della sua vita tra le oasi più sperdute del Sahara, dove ha condotto importanti studi sulle tecniche utilizzate dalla gente del deserto per la creazione e la difesa di queste sorprendenti isole tra le sabbie.
"Nelle oasi nulla è dovuto al caso: l'acqua necessaria alla vita e alle coltivazioni, ad esempio, non scaturisce liberamente da sorgenti, ma è una risorsa prodotta con fatica e controllata con rigore”.

 

L'acqua catturata nella sabbia

L'oasi di Timimun, situata ai bordi del Grande Erg Occidentale, ad esempio, viene alimentata dalle "foggara", veri e propri tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri, scavati dall'uomo per catturare l'acqua imprigionata nel sottosuolo. "Sembra incredibile, ma in effetti sotto il Sahara esistono fiumi sotterranei ed enormi bacini idrici", spiega Laureano. "A Timimun, queste vasche interrate vengono alimentate dalla condensazione notturna dell'umidità e dalle piogge che cadono a nord, sopra i monti dell'Atlante". I corsi d'acqua che si formano non hanno sbocchi sul mare e finiscono per infiltrarsi nella falda sotto la sabbia che, come una enorme massa spugnosa, trattiene l'acqua sottraendola all'evaporazione: gli studiosi hanno calcolato che questi flussi sotterranei raggiungano l'oasi dopo un lento e lunghissimo viaggio che dura 5 mila anni.
"La cosa più stupefacente è che le foggara non sono semplici canali drenanti che trasportano l'acqua, ma la producono esse stesse per capillarità e per condensazione sulle loro pareti. Sono vere e proprie miniere di umidità in grado di generare l'acqua dalla sabbia del deserto". Lungo i percorsi delle foggara, i "maestri dell'acqua" si calano in pozzi appositi per portare via la sabbia e le pietre che ostruiscono il flusso: è un'operazione laboriosa, senza mai fine, ma è indispensabile per garantire giorno dopo giorno nuova linfa vitale per i palmeti e i villaggi.
Naturalmente le oasi non sono tutte uguali come non lo sono i sistemi idrici che le alimentano. A Ghardaya, nella valle del Mozab, per esempio, l'acqua scorre sotto il letto asciutto di un antico fiume.
Oltre un milione di palme da dattero vengono irrigate grazie ad una sofisticata struttura che gestisce il flusso sotterraneo, un capillare sistema di dighe, sbarramenti e pozzi che canalizzano, smistano e dosano l'acqua.
Ogni tre o cinque anni poi, quando il fiume si risveglia con piene improvvise, la gente dell'oasi apre i condotti di grandi vasche artificiali per accumulare le riserve e assicurarsi in questo modo fino all'ultima goccia di pioggia.
In altre oasi, come quelle che si trovano nella regione del Souf, dove la falda freatica è molto vicina alla superficie, i contadini hanno ideato un altro metodo ingegnoso per bagnare i palmeti: anziché irrigare la superficie con pozzi e canali, scavano per le palme dei veri e propri crateri, in modo tale che queste possano raggiungere direttamente con le radici l'acqua della falda: uno stratagemma che evita le dispersioni dovute all'evaporazione e offre alle piantagioni una valida protezione contro il vento e la sabbia.

 

Acqua per tutti

Quando l'acqua arriva nei palmeti, una grande pietra a forma di pettine ripartisce la quantità alla quale ciascun fellah ha diritto, secondo le dimensioni dell'orto.
L'acqua scorre per effetto della pendenza in un fitto dedalo di ramificazioni, ponticelli e piccoli ripartitori, fino a raggiungere le colture da irrigare. Il calcolo e la divisione del flusso è affidato ai vecchi saggi, che si tramandano da secoli i segreti di questa complessa tecnologia idraulica. "Un sistema estremamente rigido, organizzato dalla moschea, fa sì che la spartizione dell'acqua sia equa", spiega Tizegarine Slim, presidente dell'associazione di promozione delle arti tradizionali del Mozab. "In alcune oasi, per stabilire la durata del turno d'irrigazione, esistono delle vere e proprie sentinelle: fino a non molto tempo fa queste erano dei ciechi che si servivano di un orologio ad acqua, una specie di clessidra composta da un secchio bucato; il tempo di scorrimento stabiliva la durata di apertura delle chiuse e il rumore delle ultime gocce segnalava che il turno era finito".

 

Dune artificiali

Ma l'acqua non è l'unico problema per gli abitanti delle oasi. Il deserto è in continuo movimento, alcuni tipi di dune si spostano per effetto del vento e le tempeste di sabbia possono ricoprire in poco tempo le colture dei giardini. "La gente conosce bene le insidie di questi fenomeni naturali e ha imparato, anzi, a sfruttare i capricci dei venti e le formazioni dinamiche delle dune", racconta ancora Laureano. "Attorno ai villaggi e ai palmeti, i contadini usano costruire barriere artificiali con le foglie di palma, su cui il vento depone la sabbia trasportata, elevando alte e sinuose muraglie di protezione. Sono vere e proprie dune modellate dall'uomo per difendere la vita delle oasi".
A Bel Bachir, nel cuore del Sahara algerino, un fragile muro di terra separa il paradiso dall'inferno. Da una parte il colore intenso dei fiori, i canali pieni d'acqua, la frescura delle piante. Dall'altra gli spazi infiniti e senza vita, la luce accecante, la desolazione del deserto.
"Senza quel muro, le palme e gli ortaggi verrebbero bruciati senza pietà dallo shimun, il vento che soffia dalle dune", mi spiegano i fellah. "Qui ogni metro di terra viene strappato con fatica al deserto. E il deserto non perde occasione per riprendersi ciò che gli abbiamo sottratto".

 

Paradisi pieni di vita

La stessa architettura dei giardini contribuisce a preservare la fertilità della terra. Le chiome delle palme, a forma di ombrello, trattengono l'umidità del terreno, mantenendo un microclima favorevole alle colture. Ciò permette di far crescere una grande varietà di ortaggi, ma anche piante da frutta, come i mandorli, le prugne, i fichi, gli agrumi, i melograni, tutti alberi selezionati e curati con antica sapienza.
"Coltivare frutta e verdura nel deserto ha del miracoloso" - commenta Laureano - "Infatti, questi rigogliosi giardini vengono chiamati jenna, che in lingua araba vuol dire paradiso".
"Sono autentici paradisi terrestri", conferma René Le Clerc, 75 anni, missionario nell'oasi di El Golea e profondo studioso del deserto. "Grandiosi ecosistemi, pieni di vita, dove accanto all'uomo e alle piante, prosperano diverse specie di animali: uccelli, rospi, serpenti e addirittura pesci".
Uno dei piatti tipici nelle piccole oasi algerine è il couscous con datteri e pesce. All'interno dei canali d'irrigazione del palmeto vive una miriade di minuscoli pesciolini.
Hanno imparato ad adattarsi alla durezza del deserto, cibandosi di spore trasportate dal vento e di microscopiche alghe. "Sopravvivono persino in piccole pozze fangose e quando queste si prosciugano, si appallottolano nella terra e vi resistono per giorni, protetti da una crosta di fango che conserva un poco di umidità".
Anche la gente delle oasi ha adottato simili espedienti e nelle ore più arroventate della giornata si rifugia in fresche abitazioni, edifici semplici, costruiti con tronchi di palme e mattoni di terra cruda. I canali delle foggara, fatti passare sotto i pavimenti, portano il fresco nelle stanze. Le finestre sono rare e piccole, i locali avvolti nella penombra. In alto le terrazze sono protette da tele o incannicciate per far filtrare solo un poco di luce.
Persino le stradine e i vicoli del villaggio in realtà non sono altro che lunghi e bui corridoi costruiti per difendersi dal vento e dal sole. L'intricata trama di questi cunicoli si apre solo sulla piazza della moschea, il cuore pulsante dell'oasi. Qui i contadini si ritrovano per pregare cinque volte al giorno, richiamati dalle grida dei muezzin. Il vento trasporta le loro voci e le disperde come sabbia nell'aria.