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I segreti delle Oasi
Quando pensiamo alle oasi del Sahara
siamo spesso prigionieri di stereotipi e luoghi comuni. Ci
immaginiamo i laghetti tra le dune, le palme da cartolina che
spuntano spontaneamente dall'aridità del deserto. Nella
nostra fantasia le oasi si riducono a pittoreschi regali della
natura, elementi spontanei e casuali.
In realtà queste incredibili isole tra le sabbie sono il
risultato di un progetto raffinato, di una geniale
organizzazione dello spazio e delle risorse idriche. Un'opera
straordinaria realizzata dall'uomo, rinnovando tradizioni e
conoscenze antichissime. Da sempre grazie a questa preziosa
cultura e al duro lavoro della gente del deserto, nel cuore
del Sahara, come per incanto, fiorisce la vita.
Sahara algerino
Li chiamano "deglet nur", i
"datteri della luce" e sono fra le qualità più
buone di tutto il Sahara. Hanno la polpa molle, trasparente,
dolce come il miele. Sembra siano caduti sulla Terra
direttamente dal Giardino di Allah. Almeno così narra
un'antica leggenda. Ma è una favola buona solo per turisti di
passaggio, assetati di esotismo.
Non è per miracolo o per concessione divina se i "deglet
nur" finiscono sulle bancarelle dei suk, i mercati
locali.
Al contrario di quello che si potrebbe pensare, la palma da
dattero è un albero esigente che richiede cure continue e
meticolose. "La pianta vive più di 100 anni, ma ha
bisogno di almeno 15 anni prima di produrre i frutti",
spiega Salem, algerino, 50 anni trascorsi nella piccola oasi
di Bel Bachir. "Le sue foglie devono essere tagliate
periodicamente, altrimenti si trasforma in un cespuglio
selvatico. Inoltre bisogna proteggerla da due terribili
nemici: un fungo parassita che ne attacca il tronco e una
farfalla che deposita i bruchi all'interno dei datteri".
La palma deve essere bagnata abbondantemente e in primavera,
durante la fioritura, va curata con minuziosità.
"In ogni palmeto c'è almeno una palma maschio sulla
quale fiorisce il polline che feconda le palme femmine
produttrici di datteri", racconta Salem. "Il vento
trasporta i semi maschi del polline, ma per assicurarci che il
raccolto sia buono e abbondante, dobbiamo sistemarli a mano,
pianta per pianta". E' un lavoro pesante e interminabile
che i fellah, i contadini, praticano da secoli assicurando la
sopravvivenza e la fertilità dei palmeti sahariani.
Luoghi comuni
"Nel nostro immaginario le oasi del
deserto non sono altro che pittoreschi regali della natura,
elementi spontanei e casuali", afferma Pietro Laureano,
49 anni, architetto e urbanista, consulente dell'Unesco per
le zone aride, la civiltà islamica e gli ecosistemi in
pericolo . "In realtà esse sono il risultato di un
progetto raffinato, di una geniale organizzazione dello spazio
e delle risorse idriche. Un'opera straordinaria realizzata
dall'uomo, rinnovando tradizioni e conoscenze preziose".
Laureano ha trascorso otto anni della sua vita tra le oasi
più sperdute del Sahara, dove ha condotto importanti studi
sulle tecniche utilizzate dalla gente del deserto per la
creazione e la difesa di queste sorprendenti isole tra le
sabbie.
"Nelle oasi nulla è dovuto al caso: l'acqua necessaria
alla vita e alle coltivazioni, ad esempio, non scaturisce
liberamente da sorgenti, ma è una risorsa prodotta con fatica
e controllata con rigore”.
L'acqua catturata nella sabbia
L'oasi di Timimun, situata ai bordi del
Grande Erg Occidentale, ad esempio, viene alimentata dalle
"foggara", veri e propri tunnel sotterranei lunghi
decine di chilometri, scavati dall'uomo per catturare l'acqua
imprigionata nel sottosuolo. "Sembra incredibile, ma in
effetti sotto il Sahara esistono fiumi sotterranei ed enormi
bacini idrici", spiega Laureano. "A Timimun, queste
vasche interrate vengono alimentate dalla condensazione
notturna dell'umidità e dalle piogge che cadono a nord, sopra
i monti dell'Atlante". I corsi d'acqua che si formano non
hanno sbocchi sul mare e finiscono per infiltrarsi nella falda
sotto la sabbia che, come una enorme massa spugnosa, trattiene
l'acqua sottraendola all'evaporazione: gli studiosi hanno
calcolato che questi flussi sotterranei raggiungano l'oasi
dopo un lento e lunghissimo viaggio che dura 5 mila anni.
"La cosa più stupefacente è che le foggara non sono
semplici canali drenanti che trasportano l'acqua, ma la
producono esse stesse per capillarità e per condensazione
sulle loro pareti. Sono vere e proprie miniere di umidità in
grado di generare l'acqua dalla sabbia del deserto".
Lungo i percorsi delle foggara, i "maestri
dell'acqua" si calano in pozzi appositi per portare via
la sabbia e le pietre che ostruiscono il flusso: è
un'operazione laboriosa, senza mai fine, ma è indispensabile
per garantire giorno dopo giorno nuova linfa vitale per i
palmeti e i villaggi.
Naturalmente le oasi non sono tutte uguali come non lo sono i
sistemi idrici che le alimentano. A Ghardaya, nella valle del
Mozab, per esempio, l'acqua scorre sotto il letto asciutto di
un antico fiume.
Oltre un milione di palme da dattero vengono irrigate grazie
ad una sofisticata struttura che gestisce il flusso
sotterraneo, un capillare sistema di dighe, sbarramenti e
pozzi che canalizzano, smistano e dosano l'acqua.
Ogni tre o cinque anni poi, quando il fiume si risveglia con
piene improvvise, la gente dell'oasi apre i condotti di grandi
vasche artificiali per accumulare le riserve e assicurarsi in
questo modo fino all'ultima goccia di pioggia.
In altre oasi, come quelle che si trovano nella regione del
Souf, dove la falda freatica è molto vicina alla superficie,
i contadini hanno ideato un altro metodo ingegnoso per bagnare
i palmeti: anziché irrigare la superficie con pozzi e canali,
scavano per le palme dei veri e propri crateri, in modo tale
che queste possano raggiungere direttamente con le radici
l'acqua della falda: uno stratagemma che evita le dispersioni
dovute all'evaporazione e offre alle piantagioni una valida
protezione contro il vento e la sabbia.
Acqua per tutti
Quando l'acqua arriva nei palmeti, una grande
pietra a forma di pettine ripartisce la quantità alla quale
ciascun fellah ha diritto, secondo le dimensioni dell'orto.
L'acqua scorre per effetto della pendenza in un fitto dedalo
di ramificazioni, ponticelli e piccoli ripartitori, fino a
raggiungere le colture da irrigare. Il calcolo e la divisione
del flusso è affidato ai vecchi saggi, che si tramandano da
secoli i segreti di questa complessa tecnologia idraulica.
"Un sistema estremamente rigido, organizzato dalla
moschea, fa sì che la spartizione dell'acqua sia equa",
spiega Tizegarine Slim, presidente dell'associazione di
promozione delle arti tradizionali del Mozab. "In alcune
oasi, per stabilire la durata del turno d'irrigazione,
esistono delle vere e proprie sentinelle: fino a non molto
tempo fa queste erano dei ciechi che si servivano di un
orologio ad acqua, una specie di clessidra composta da un
secchio bucato; il tempo di scorrimento stabiliva la durata di
apertura delle chiuse e il rumore delle ultime gocce segnalava
che il turno era finito".
Dune artificiali
Ma l'acqua non è l'unico problema per gli
abitanti delle oasi. Il deserto è in continuo movimento,
alcuni tipi di dune si spostano per effetto del vento e le
tempeste di sabbia possono ricoprire in poco tempo le colture
dei giardini. "La gente conosce bene le insidie di questi
fenomeni naturali e ha imparato, anzi, a sfruttare i capricci
dei venti e le formazioni dinamiche delle dune", racconta
ancora Laureano. "Attorno ai villaggi e ai palmeti, i
contadini usano costruire barriere artificiali con le foglie
di palma, su cui il vento depone la sabbia trasportata,
elevando alte e sinuose muraglie di protezione. Sono vere e
proprie dune modellate dall'uomo per difendere la vita delle
oasi".
A Bel Bachir, nel cuore del Sahara algerino, un fragile muro
di terra separa il paradiso dall'inferno. Da una parte il
colore intenso dei fiori, i canali pieni d'acqua, la frescura
delle piante. Dall'altra gli spazi infiniti e senza vita, la
luce accecante, la desolazione del deserto.
"Senza quel muro, le palme e gli ortaggi verrebbero
bruciati senza pietà dallo shimun, il vento che soffia dalle
dune", mi spiegano i fellah. "Qui ogni metro di
terra viene strappato con fatica al deserto. E il deserto non
perde occasione per riprendersi ciò che gli abbiamo
sottratto".
Paradisi pieni di vita
La stessa architettura dei giardini
contribuisce a preservare la fertilità della terra. Le chiome
delle palme, a forma di ombrello, trattengono l'umidità del
terreno, mantenendo un microclima favorevole alle colture.
Ciò permette di far crescere una grande varietà di ortaggi,
ma anche piante da frutta, come i mandorli, le prugne, i
fichi, gli agrumi, i melograni, tutti alberi selezionati e
curati con antica sapienza.
"Coltivare frutta e verdura nel deserto ha del
miracoloso" - commenta Laureano - "Infatti, questi
rigogliosi giardini vengono chiamati jenna, che in lingua
araba vuol dire paradiso".
"Sono autentici paradisi terrestri", conferma René
Le Clerc, 75 anni, missionario nell'oasi di El Golea e
profondo studioso del deserto. "Grandiosi ecosistemi,
pieni di vita, dove accanto all'uomo e alle piante, prosperano
diverse specie di animali: uccelli, rospi, serpenti e
addirittura pesci".
Uno dei piatti tipici nelle piccole oasi algerine è il
couscous con datteri e pesce. All'interno dei canali
d'irrigazione del palmeto vive una miriade di minuscoli
pesciolini.
Hanno imparato ad adattarsi alla durezza del deserto,
cibandosi di spore trasportate dal vento e di microscopiche
alghe. "Sopravvivono persino in piccole pozze fangose e
quando queste si prosciugano, si appallottolano nella terra e
vi resistono per giorni, protetti da una crosta di fango che
conserva un poco di umidità".
Anche la gente delle oasi ha adottato simili espedienti e
nelle ore più arroventate della giornata si rifugia in
fresche abitazioni, edifici semplici, costruiti con tronchi di
palme e mattoni di terra cruda. I canali delle foggara, fatti
passare sotto i pavimenti, portano il fresco nelle stanze. Le
finestre sono rare e piccole, i locali avvolti nella penombra.
In alto le terrazze sono protette da tele o incannicciate per
far filtrare solo un poco di luce.
Persino le stradine e i vicoli del villaggio in realtà non
sono altro che lunghi e bui corridoi costruiti per difendersi
dal vento e dal sole. L'intricata trama di questi cunicoli si
apre solo sulla piazza della moschea, il cuore pulsante
dell'oasi. Qui i contadini si ritrovano per pregare cinque
volte al giorno, richiamati dalle grida dei muezzin. Il vento
trasporta le loro voci e le disperde come sabbia nell'aria.
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