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La religiosità vissuta
Quando si parla della spiritualità
islamica, si pensa al sufismo, movimento religioso del mondo
islamico che mira all'unione amorosa con Dio, alla via
mistica. (Vedi AFRICA n. 2/1999 pag 49), dimenticando la
spiritualità islamica di base, vissuta, o almeno proposta, a
tutti i fedeli musulmani. E' su quest'ultima che si sofferma
l'autore dell'articolo.
L'Islam,
comprende la fede (imân ), i precetti religiosi (Islâm) e le
opere buone (ihsân) ed è radicata nel Corano, Parola
rivelata di Dio, nell'osservanza concreta e pratica dei
"cinque pilastri dell'islam" e si ispira alla
persona del Profeta Muhammad, modello ammirato, amato e da
imitare.
"La pietà non consiste nel volgere la faccia verso
l'oriente o verso l'occidente, bensì la vera pietà è quella
di chi crede in Dio, e nell'Ultimo Giorno, e negli Angeli, e
nel Libro, e nei Profeti, e dà dei suoi averi per amore di
Dio, ai parenti, e agli orfani e ai poveri e ai viandanti e ai
mendicanti e per riscattare i prigionieri, di chi compie la
Preghiera e paga la Decima, chi mantiene le proprie promesse
quando le ha fatte, di chi nei dolori e nelle avversità è
paziente e nei dì di ristrettezza; questi sono i sinceri,
questi i timorati di Dio" (Corano II, 177)
E ecco un Hadith, riportato nell'autorevole raccolta di
al-Bukhari*:
"Omar, Dio si compiaccia di lui, riferisce: 'un giorno,
mentre eravamo seduti accanto al Messaggero di Dio -su di lui
sia la pace e la benedizione di Dio- ecco apparirci un uomo
dagli abiti candidi e dai capelli di un nero intenso; su di
lui non traspariva traccia di viaggio, ma nessuno di noi lo
conosceva. Si sedette di fronte al Profeta (...) e gli disse:
'O Muhammad (...) dimmi che cos'è l'islâm?'. Il Messaggero
di Allah disse: 'L'Islâm è che tu testimoni che non c'è
altro Dio che Allah e che Muhammad è il Messaggero di Dio;
che tu compia la preghiera rituale, versi la zakât, digiuni
nel mese di Ramadhân e faccia il pellegrinaggio alla Casa (di
Dio, ossia la Ka'ba) se ne hai la possibilità'. 'Tu dici il
vero', disse l'uomo.
Ci sorprese che fosse lui ad interrogare il Profeta e che lo
approvasse. Gli chiese allora. 'Dimmi che cos'è l'imân?'.
Egli rispose: 'Credere nei suoi Angeli. E' che tu creda in
Dio, nei suoi Libri, nei suoi Messaggeri, e nell'ultimo
giorno, e che tu creda nel decreto divino, sia nel bene che
nel male'. 'Tu dici il vero', replicò l'uomo, che riprese
dicendo: 'Dimmi che cos'è l'ihsân'. Egli rispose: 'Che tu
adori Dio come se lo vedessi; perché se tu non lo vedi,
certamente egli ti vede'.
(...)Poi partì e Muhammad restò un certo tempo senza
parlare, poi disse: 'Omar, sai chi è questo che poneva
domande?'. Io ripresi: 'Dio e il suo inviato lo sanno meglio
di me'. Disse. 'E' (l'Angelo) Gabriele, venuto per insegnarvi
la vostra religione".
Questi due testi, che esprimono la fede e la pratica
religiosa, sono molto noti nel mondo vario e molteplice
dell'islam, e riassumono tre aspetti essenziali della
spiritualità islamica vissuta.
1 - Una religiosità radicata nel Corano
Vivendo coi musulmani si scopre presto
l'importanza che il Corano ha nella loro religiosità vissuta.
I fedeli che possono lo leggono, lo recitano, lo ascoltano
trasmesso alla radio, o registrato in cassette, in arabo, che
anche per chi non lo conosce, è la lingua della rivelazione,
la lingua divina.
Il Corano è memorizzato nelle innumerevoli scuole coraniche
ed anche nelle scuole statali. Non ci si preoccupa della
comprensione del testo imparato. Questa verrà pian piano,
negli avvenimenti grandi e piccoli dell'esistenza umana,
(nascita, circoncisione, matrimonio, morte) scanditi tutti
dalla recita del Corano.
Non esiste una catechesi vera e propria, sulle verità della
fede.
L'insegnamento religioso di base inizia col Corano e continua
con esso. Ogni buon musulmano sa recitare a memoria i passi
più importanti, ma c'è chi memorizza l'intero Libro: sono
gli hafaza, ammirati e rispettati dall'intera comunità. La
frequentazione del Corano conduce all'interiorizzazione della
Parola di Dio, e spinge il fedele a passare dal messaggio
scritto all'incontro col Dio che parla.
2 - Una spiritualità e i cinque
"Pilastri"
I cinque "pilastri" sono i precetti
fondamentali del culto islamico, (in arabo arkân). Sono,
nell'ordine: la professione di fede (shahâda), la preghiera
rituale (salât), l'elemosina legale (zakât), il digiuno del
mese di Ramadhân (sawm) e il pellegrinaggio alla Mecca (hajj).
E' nella pratica di questi precetti che il pio musulmano
esprime la propria fede e la propria sottomissione a Dio.
La professione di fede. (Shahâda)
" Non c'è altra divinità
fuori di Dio e Muhammad è l'inviato di Dio".
Pronunciando la breve formula della "shahâda" il
musulmano si definisce e si riconosce come fedele della
comunità islamica. Per questo la shahâda, pronunciata
davanti a testimoni, trasforma il convertito in musulmano.
La formula viene ripetuta cinque volte al giorno al momento
della chiamata alla preghiera (Adhân), che incomincia con la
Shahâda.
L'usanza popolare vuole che il padre di un neonato sussurri
all'orecchio del suo bambino, l'appello alla preghiera, e
quindi la shahâda, la prima parola che il bambino sente
entrando nel mondo. Essa è anche l'ultima parola che si cerca
di far pronunciare al morente
La preghiera rituale. (Salât)
La preghiera rituale è la vera e propria
preghiera liturgica ufficiale della comunità e di ogni
credente. Essa ha tempi ben stabiliti e scandisce i momenti
principali della giornata, cinque in tutto, per rimetterli
continuamente sotto lo sguardo di Dio e riaffermare la propria
sottommissione (islâm) a Lui.
E' preceduta dalle abluzioni, pulizia corporale che
simboleggia la purificazione del cuore, vera disposizione alla
preghiera. Possibilmente i fedeli indossano un abito decente,
e stendono un tappeto, una stuoia o una pelle di montone su
cui compiono il rito. Ogni credente deve iniziare la preghiera
rinnovando la retta intenzione di compierla per Dio.
Lo svolgimento del rito, della durata di circa dieci minuti,
è semplice e comporta differenti posizioni corporali che
culminano nella prostrazione con fronte, mani e ginocchia in
contatto con la terra, per esprimere sottomissione, umiltà e
fiducia in Dio.
Il momento culminante della Salât è la
recita della "Fâtiha", la prima sura del Corano.
"Nel nome di Dio, Clemente, Misericordioso! Sia lode a
Dio, il Signore del Creato, il Clemente, il Misericordioso, il
Padrone del Dì del Giudizio. Te noi adoriamo, Te invochiamo
in aiuto; guidaci per la retta via, la via di coloro sui quali
hai effuso la tua grazia, la via di coloro coi quali non sei
adirato, la via di quelli che non vagolano nell'errore"
(Corano 1, 1 - 7).
In arabo "Clemente e Mise- ricordioso", hanno la
stessa radice, "rahim", che vuol dire seno materno.
Questa preghiera, molto usata, unisce la lode a Dio, Signore
del mondo e del Giudizio Universale, al riconoscimento della
sua tenerezza e misericordia e forgia il sentire religioso dei
musulmani, per i quali Dio è sinonimo di clemenza e
misericodia.
L'elemosina legale (Zakât).
Mentre la preghiera è legata ad
un rito che non ammette deroghe, l'elemosina è soggetta a
tante variazioni riguardanti il modo di valutarla,
raccoglierla e distribuirla. Secondo la "Sharî'a",
Legge islamica, essa consiste nel 10% dei guadagni ricavati
durante l'anno.
Però, mentre in alcuni paesi è integrata nelle tasse
statali, in altri viene raccolta dalla comunità e distribuita
direttamente ai bisognosi...
Questo precetto in ogni caso fa prendere coscienza ai fedeli
che l'aiuto ai poveri non è lasciato ai buoni sentimenti di
ognuno, ma è un obbligo voluto da Dio.
Anche i musulmani che vivono in Italia, nonostante le
ristrettezze delle loro condizioni, offrono il loro contributo
alla comunità con la "zakât".
Il digiuno del Ramadhân.
Il Ramadhân, momento importantissimo per
ogni singolo credente, si può considerare anche una sorta di
ritiro comunitario per tutta l'Umma (Comunità islamica). Gli
elementi fondamentali che questa pratica offre alla
spiritualità islamica sono il memoriale, la celebrazione
comunitaria, il pentimento e l'esperienza della povertà.
Il memoriale: in questo mese, secondo la fede musulmana, il
Corano è stato rivelato la prima volta. Il ventisettesimo
giorno del mese di digiuno chiamato "la notte del
destino", molti prolungano la veglia di preghiera nelle
moschee, per commemorare la discesa del Libro sacro sulla
terra.
Celebrazione comunitaria: il digiuno comporta una certa
variazione nella vita normale: il lavoro diminuisce di durata,
le scuole spesso hanno le vacanze, gli operai ricevono la
tredicesima.
All'imbrunire un'atmosfera di attesa si impadronisce degli
animi e raggiunge il culmine al momento del rottura del
digiuno, l'iftâr, un atto di una certa solennità e gioia,
che si celebra in famiglia o presso i vicini.
Il perdono fa parte del digiuno. La penitenza corporale del
digiuno è per chiedere perdono a Dio dei propri peccati, con
l'impegno di chiedere perdono al prossimo e di perdonare a
propria volta; a questo scopo si fanno visite agli amici e ai
parenti.
L'astinenza dal cibo e dalle bevande durante le ore di luce è
intesa a far provare anche il senso della fame e della sete,
più intenso nei mesi più caldi. Fra i musulmani
dell'emigrazione, si è osservato che l'astinenza dal cibo
esprime anche la volontà di reagire al consumismo dei paesi
ricchi, che allontana i credenti dalla fede.
Il pellegrinaggio alla Mecca.
E' il sogno di tutti i musulmani pii, ma per
diversi motivi (spese, impegni famigliari, salute) molti non
possono compierlo. Da qualche anno le autorità saudite hanno
introdotto il numero chiuso: un pellegrino ogni 1000 cittadini
per i paesi islamici.
Il pellegrinaggio concerne tutta la comunità. I pellegrini
sono accompagnati alla partenza con i voti più ardenti degli
amici e vicini, ed accolti con gioia al ritorno. In Africa
occidentale, associazioni di professionisti, impiegati,
maestri, ma anche lavoratori e coltivatori, pagano per anni
una piccola quota per permettere ad uno di loro, tirato a
sorte, di compiere, un giorno, il pellegrinaggio a nome di
tutti.
Il pellegrinaggio è un ritorno alle radici della fede, in
Arabia, dove c'è la Ka'ba, la casa di Dio, simbolo
dell'unità della Um- ma, centro ideale, la "qîbla"
(la giusta direzione), verso cui si orienta ogni mu- sulmano
quando pre- ga dovunque si trovi.
All'arrivo sul territorio sacro, in provincia della Mecca, il
pellegrino entra in uno stato di sacralità, depone i vestiti
ordinari, sostituiti con due bianche lenzuola senza cucitura;
non taglia le unghie e i capelli, si astiene dai rapporti
coniugali e, a imitazione di Muhammad, compie sette giri
attorno alla Ka'ba.
I riti del pellegrinaggio si svolgono ad una trentina di
chilometri dalla Mecca sulle pendici del monte Arafat, sulla
cima del quale i pellegrini salgono in preghiera. "Eccomi
a te, eccomi a te mio Signore che sei senza associato.(Cor,
VI, 163). Eccomi a te, a te la lode, la grazia, il regno:
eccomi a te".
Sulla strada del ritorno alla Mecca, a Mina, c'è la triplice
lapidazione simbolica di Satana.
L'ultimo atto solenne del pellegrino è l'offerta di un
montone, in unione con i musulmani del mondo intero che in
quel momento celebrano la festa di al-Adha, la festa del
sacrificio.
3. Una spiritualità protesa
all'imitazione di Muhammad
Prima del ritorno dalla Mecca, i pellegrini
che possono, visitano la moschea di Medina, per pregare
davanti alla tomba di Muhammad. La preghiera esprime tutta la
venerazione che provano per lui: "Testimonio che tu sei
il Messaggero di Dio. Tu hai trasmesso il messaggio. Tu hai
adempiuta la missione. Tu hai consigliato la comunità,
illuminato la tenebra, effuso la gloria sull'oscurità, hai
lanciato parole di saggezza".
Muhammad per i musulmani non è solo il Messaggero di Dio, è
anche il primo che ne ha ascoltato la Parola e l'ha messa in
pratica, il modello dei credenti. Verso di lui e la sua
famiglia il musulmano prova l'affetto che prova per i propri
cari. Ogni anno la comunità celebra la festa della nascita
del Profeta.
Ciò che Muhammad ha detto e fatto è riportato negli hadîth,
brevi componimenti trasmessi oralmente da testimoni oculari o
auricolari e più tardi messi per iscritto. Sono circa
100.000. ma solo duemila sono considerati "sani",
ossia autentici, raccolti nelle celebri collezioni di
al-Bukhari e di Muslim. I fedeli ne conoscono in media circa
una quarantina, che li guidano ed orientano spiritualmente nel
cammino quotidiano.
Gli hadîth formano la tradizione del Profeta o "Sunna".
Già nei primi secoli dell'Egira, la "Sunna" e il
"Corano" hanno costituito i fondamenti per
l'elaborazione della Legge islamica, o Sahrî'a, poi ampliata
e sviluppata.
Dono di Dio, la Sahrî'a copre tutti gli aspetti della vita
personale, familiare, sociale, economica, politica e un
musulmano si sente sicuro quando la sua situazione e la sua
vita si trovano nell'ambito di questa legge.
4 - Riflessioni conclusive
In un passato recente studiosi dell'Islam
avevano la tendenza di identificare e, quindi, limitare la
spiritualità dell'Islam con il fenomeno del sufismo, (Vedi
AFRICA 2/1999, pag 49) giungendo a contrapporre l'islam
spirituale ed interiorizzato dei Sufi all'islam legale e
formalistico della Sharî'a.
Quanto abbiamo cercato di esporre dimostra che quest'ultimo,
l'islam ufficiale della Sharî'a, contiene aspetti interiori e
spirituali che non possono non colpire chi li avvicina senza
pregiudizi.
Nel nostro tempo si tende a interpretare l'islam in chiave
puramente politica e si sottolinea senza sosta il
"revival" islamico, l'integralismo (dei Fratelli
Musulmani, khomeinista, saudita) o i movimenti sovversivi
(come in Afghanistan, Sudan, Algeria, Egitto).
Non si possono certamente ignorare questi aspetti, ma si
tratta di una visione unilaterale dell'islam.
Esso è anzitutto una religione e un incontro con Dio in
spirito di fede. Se si vuole dialogare coi Musulmani non si
deve dimenticare questa fondamentale dimensione religiosa.
Molti oggi si domandano perchè l'islam cresce, malgrado una
situazione storica sfavorevole.
Il fattore demografico è certo importante: il tasso di
natalità dei quaranta principali paesi islamici del mondo è
di poco inferiore al 3%; situazione unica nel mondo!
Ma una ragione del successo dell'islam è la sua capacità di
creare un senso profondo di appartenenza all'"Umma"
(Comunità islamica) e di relazione diretta con Dio.
Inoltre l'islam possiede "simboli" che parlano al
cuore dell'uomo anche oggi: la prostrazione, il
pellegrinaggio, il digiuno, l'ospitalità, il saluto...
Lo studio della spiritualità islamica può sfatare la visione
dell'islam come la religione del formalismo e del legalismo.
Certo, esistono aspetti negativi nella pratica religiosa
musulmana: il legalismo che pretende sostituire la scelta
della persona con una risposta già confezionata dalla
casistica legale, il desiderio eccessivo di visibilità, il
pericolo di ipocrisia, una ineccepibile pratica religiosa che
convive con la corruzione negli affari, l'osservanza della
tradizione riguardo certi aspetti della vita sociale (vedi
statuto della donna), trascurandone altri forse più
importanti...
Ma questi abusi veri non mettono in causa la profonda
spiritualità, che chiama continuamente il musulmano ad
interiorizzare la legge nel contesto del suo rapporto
personale con Dio.
Una delle vie di pace per il nostro mondo passa attraverso la
convivenza pacifica con la componente islamica, che conta
oltre un miliardo di fedeli.
Questa intesa sarà possibile solo grazie ad una conoscenza
oggettiva e rispettosa dell'Islam, una conoscenza che non
ignora né sottovaluta la profonda spiritualità del semplice
fedele.
*"Detti e fatti del Profeta
dell'Islam" Ed: UTET, pag 92).
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