AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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La religiosità vissuta

Quando si parla della spiritualità islamica, si pensa al sufismo, movimento religioso del mondo islamico che mira all'unione amorosa con Dio, alla via mistica. (Vedi AFRICA n. 2/1999 pag 49), dimenticando la spiritualità islamica di base, vissuta, o almeno proposta, a tutti i fedeli musulmani. E' su quest'ultima che si sofferma l'autore dell'articolo.

 

L'Islam, comprende la fede (imân ), i precetti religiosi (Islâm) e le opere buone (ihsân) ed è radicata nel Corano, Parola rivelata di Dio, nell'osservanza concreta e pratica dei "cinque pilastri dell'islam" e si ispira alla persona del Profeta Muhammad, modello ammirato, amato e da imitare.
"La pietà non consiste nel volgere la faccia verso l'oriente o verso l'occidente, bensì la vera pietà è quella di chi crede in Dio, e nell'Ultimo Giorno, e negli Angeli, e nel Libro, e nei Profeti, e dà dei suoi averi per amore di Dio, ai parenti, e agli orfani e ai poveri e ai viandanti e ai mendicanti e per riscattare i prigionieri, di chi compie la Preghiera e paga la Decima, chi mantiene le proprie promesse quando le ha fatte, di chi nei dolori e nelle avversità è paziente e nei dì di ristrettezza; questi sono i sinceri, questi i timorati di Dio" (Corano II, 177)
E ecco un Hadith, riportato nell'autorevole raccolta di al-Bukhari*:
"Omar, Dio si compiaccia di lui, riferisce: 'un giorno, mentre eravamo seduti accanto al Messaggero di Dio -su di lui sia la pace e la benedizione di Dio- ecco apparirci un uomo dagli abiti candidi e dai capelli di un nero intenso; su di lui non traspariva traccia di viaggio, ma nessuno di noi lo conosceva. Si sedette di fronte al Profeta (...) e gli disse: 'O Muhammad (...) dimmi che cos'è l'islâm?'. Il Messaggero di Allah disse: 'L'Islâm è che tu testimoni che non c'è altro Dio che Allah e che Muhammad è il Messaggero di Dio; che tu compia la preghiera rituale, versi la zakât, digiuni nel mese di Ramadhân e faccia il pellegrinaggio alla Casa (di Dio, ossia la Ka'ba) se ne hai la possibilità'. 'Tu dici il vero', disse l'uomo.
Ci sorprese che fosse lui ad interrogare il Profeta e che lo approvasse. Gli chiese allora. 'Dimmi che cos'è l'imân?'. Egli rispose: 'Credere nei suoi Angeli. E' che tu creda in Dio, nei suoi Libri, nei suoi Messaggeri, e nell'ultimo giorno, e che tu creda nel decreto divino, sia nel bene che nel male'. 'Tu dici il vero', replicò l'uomo, che riprese dicendo: 'Dimmi che cos'è l'ihsân'. Egli rispose: 'Che tu adori Dio come se lo vedessi; perché se tu non lo vedi, certamente egli ti vede'.
(...)Poi partì e Muhammad restò un certo tempo senza parlare, poi disse: 'Omar, sai chi è questo che poneva domande?'. Io ripresi: 'Dio e il suo inviato lo sanno meglio di me'. Disse. 'E' (l'Angelo) Gabriele, venuto per insegnarvi la vostra religione".
Questi due testi, che esprimono la fede e la pratica religiosa, sono molto noti nel mondo vario e molteplice dell'islam, e riassumono tre aspetti essenziali della spiritualità islamica vissuta.

 

1 - Una religiosità radicata nel Corano

Vivendo coi musulmani si scopre presto l'importanza che il Corano ha nella loro religiosità vissuta. I fedeli che possono lo leggono, lo recitano, lo ascoltano trasmesso alla radio, o registrato in cassette, in arabo, che anche per chi non lo conosce, è la lingua della rivelazione, la lingua divina.
Il Corano è memorizzato nelle innumerevoli scuole coraniche ed anche nelle scuole statali. Non ci si preoccupa della comprensione del testo imparato. Questa verrà pian piano, negli avvenimenti grandi e piccoli dell'esistenza umana, (nascita, circoncisione, matrimonio, morte) scanditi tutti dalla recita del Corano.
Non esiste una catechesi vera e propria, sulle verità della fede.
L'insegnamento religioso di base inizia col Corano e continua con esso. Ogni buon musulmano sa recitare a memoria i passi più importanti, ma c'è chi memorizza l'intero Libro: sono gli hafaza, ammirati e rispettati dall'intera comunità. La frequentazione del Corano conduce all'interiorizzazione della Parola di Dio, e spinge il fedele a passare dal messaggio scritto all'incontro col Dio che parla.

 

2 - Una spiritualità e i cinque "Pilastri"

I cinque "pilastri" sono i precetti fondamentali del culto islamico, (in arabo arkân). Sono, nell'ordine: la professione di fede (shahâda), la preghiera rituale (salât), l'elemosina legale (zakât), il digiuno del mese di Ramadhân (sawm) e il pellegrinaggio alla Mecca (hajj). E' nella pratica di questi precetti che il pio musulmano esprime la propria fede e la propria sottomissione a Dio.

La professione di fede. (Shahâda)

" Non c'è altra divinità fuori di Dio e Muhammad è l'inviato di Dio". Pronunciando la breve formula della "shahâda" il musulmano si definisce e si riconosce come fedele della comunità islamica. Per questo la shahâda, pronunciata davanti a testimoni, trasforma il convertito in musulmano.
La formula viene ripetuta cinque volte al giorno al momento della chiamata alla preghiera (Adhân), che incomincia con la Shahâda.
L'usanza popolare vuole che il padre di un neonato sussurri all'orecchio del suo bambino, l'appello alla preghiera, e quindi la shahâda, la prima parola che il bambino sente entrando nel mondo. Essa è anche l'ultima parola che si cerca di far pronunciare al morente

La preghiera rituale. (Salât)

La preghiera rituale è la vera e propria preghiera liturgica ufficiale della comunità e di ogni credente. Essa ha tempi ben stabiliti e scandisce i momenti principali della giornata, cinque in tutto, per rimetterli continuamente sotto lo sguardo di Dio e riaffermare la propria sottommissione (islâm) a Lui.
E' preceduta dalle abluzioni, pulizia corporale che simboleggia la purificazione del cuore, vera disposizione alla preghiera. Possibilmente i fedeli indossano un abito decente, e stendono un tappeto, una stuoia o una pelle di montone su cui compiono il rito. Ogni credente deve iniziare la preghiera rinnovando la retta intenzione di compierla per Dio.
Lo svolgimento del rito, della durata di circa dieci minuti, è semplice e comporta differenti posizioni corporali che culminano nella prostrazione con fronte, mani e ginocchia in contatto con la terra, per esprimere sottomissione, umiltà e fiducia in Dio.

Il momento culminante della Salât è la recita della "Fâtiha", la prima sura del Corano.
"Nel nome di Dio, Clemente, Misericordioso! Sia lode a Dio, il Signore del Creato, il Clemente, il Misericordioso, il Padrone del Dì del Giudizio. Te noi adoriamo, Te invochiamo in aiuto; guidaci per la retta via, la via di coloro sui quali hai effuso la tua grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell'errore" (Corano 1, 1 - 7).
In arabo "Clemente e Mise- ricordioso", hanno la stessa radice, "rahim", che vuol dire seno materno. Questa preghiera, molto usata, unisce la lode a Dio, Signore del mondo e del Giudizio Universale, al riconoscimento della sua tenerezza e misericordia e forgia il sentire religioso dei musulmani, per i quali Dio è sinonimo di clemenza e misericodia.

L'elemosina legale (Zakât).

Mentre la preghiera è legata ad un rito che non ammette deroghe, l'elemosina è soggetta a tante variazioni riguardanti il modo di valutarla, raccoglierla e distribuirla. Secondo la "Sharî'a", Legge islamica, essa consiste nel 10% dei guadagni ricavati durante l'anno.
Però, mentre in alcuni paesi è integrata nelle tasse statali, in altri viene raccolta dalla comunità e distribuita direttamente ai bisognosi...
Questo precetto in ogni caso fa prendere coscienza ai fedeli che l'aiuto ai poveri non è lasciato ai buoni sentimenti di ognuno, ma è un obbligo voluto da Dio.
Anche i musulmani che vivono in Italia, nonostante le ristrettezze delle loro condizioni, offrono il loro contributo alla comunità con la "zakât".

Il digiuno del Ramadhân.

Il Ramadhân, momento importantissimo per ogni singolo credente, si può considerare anche una sorta di ritiro comunitario per tutta l'Umma (Comunità islamica). Gli elementi fondamentali che questa pratica offre alla spiritualità islamica sono il memoriale, la celebrazione comunitaria, il pentimento e l'esperienza della povertà.
Il memoriale: in questo mese, secondo la fede musulmana, il Corano è stato rivelato la prima volta. Il ventisettesimo giorno del mese di digiuno chiamato "la notte del destino", molti prolungano la veglia di preghiera nelle moschee, per commemorare la discesa del Libro sacro sulla terra.
Celebrazione comunitaria: il digiuno comporta una certa variazione nella vita normale: il lavoro diminuisce di durata, le scuole spesso hanno le vacanze, gli operai ricevono la tredicesima.
All'imbrunire un'atmosfera di attesa si impadronisce degli animi e raggiunge il culmine al momento del rottura del digiuno, l'iftâr, un atto di una certa solennità e gioia, che si celebra in famiglia o presso i vicini.
Il perdono fa parte del digiuno. La penitenza corporale del digiuno è per chiedere perdono a Dio dei propri peccati, con l'impegno di chiedere perdono al prossimo e di perdonare a propria volta; a questo scopo si fanno visite agli amici e ai parenti.
L'astinenza dal cibo e dalle bevande durante le ore di luce è intesa a far provare anche il senso della fame e della sete, più intenso nei mesi più caldi. Fra i musulmani dell'emigrazione, si è osservato che l'astinenza dal cibo esprime anche la volontà di reagire al consumismo dei paesi ricchi, che allontana i credenti dalla fede.

Il pellegrinaggio alla Mecca.

E' il sogno di tutti i musulmani pii, ma per diversi motivi (spese, impegni famigliari, salute) molti non possono compierlo. Da qualche anno le autorità saudite hanno introdotto il numero chiuso: un pellegrino ogni 1000 cittadini per i paesi islamici.
Il pellegrinaggio concerne tutta la comunità. I pellegrini sono accompagnati alla partenza con i voti più ardenti degli amici e vicini, ed accolti con gioia al ritorno. In Africa occidentale, associazioni di professionisti, impiegati, maestri, ma anche lavoratori e coltivatori, pagano per anni una piccola quota per permettere ad uno di loro, tirato a sorte, di compiere, un giorno, il pellegrinaggio a nome di tutti.
Il pellegrinaggio è un ritorno alle radici della fede, in Arabia, dove c'è la Ka'ba, la casa di Dio, simbolo dell'unità della Um- ma, centro ideale, la "qîbla" (la giusta direzione), verso cui si orienta ogni mu- sulmano quando pre- ga dovunque si trovi.
All'arrivo sul territorio sacro, in provincia della Mecca, il pellegrino entra in uno stato di sacralità, depone i vestiti ordinari, sostituiti con due bianche lenzuola senza cucitura; non taglia le unghie e i capelli, si astiene dai rapporti coniugali e, a imitazione di Muhammad, compie sette giri attorno alla Ka'ba.
I riti del pellegrinaggio si svolgono ad una trentina di chilometri dalla Mecca sulle pendici del monte Arafat, sulla cima del quale i pellegrini salgono in preghiera. "Eccomi a te, eccomi a te mio Signore che sei senza associato.(Cor, VI, 163). Eccomi a te, a te la lode, la grazia, il regno: eccomi a te".
Sulla strada del ritorno alla Mecca, a Mina, c'è la triplice lapidazione simbolica di Satana.
L'ultimo atto solenne del pellegrino è l'offerta di un montone, in unione con i musulmani del mondo intero che in quel momento celebrano la festa di al-Adha, la festa del sacrificio.

 

3. Una spiritualità protesa all'imitazione di Muhammad

Prima del ritorno dalla Mecca, i pellegrini che possono, visitano la moschea di Medina, per pregare davanti alla tomba di Muhammad. La preghiera esprime tutta la venerazione che provano per lui: "Testimonio che tu sei il Messaggero di Dio. Tu hai trasmesso il messaggio. Tu hai adempiuta la missione. Tu hai consigliato la comunità, illuminato la tenebra, effuso la gloria sull'oscurità, hai lanciato parole di saggezza".
Muhammad per i musulmani non è solo il Messaggero di Dio, è anche il primo che ne ha ascoltato la Parola e l'ha messa in pratica, il modello dei credenti. Verso di lui e la sua famiglia il musulmano prova l'affetto che prova per i propri cari. Ogni anno la comunità celebra la festa della nascita del Profeta.
Ciò che Muhammad ha detto e fatto è riportato negli hadîth, brevi componimenti trasmessi oralmente da testimoni oculari o auricolari e più tardi messi per iscritto. Sono circa 100.000. ma solo duemila sono considerati "sani", ossia autentici, raccolti nelle celebri collezioni di al-Bukhari e di Muslim. I fedeli ne conoscono in media circa una quarantina, che li guidano ed orientano spiritualmente nel cammino quotidiano.
Gli hadîth formano la tradizione del Profeta o "Sunna". Già nei primi secoli dell'Egira, la "Sunna" e il "Corano" hanno costituito i fondamenti per l'elaborazione della Legge islamica, o Sahrî'a, poi ampliata e sviluppata.
Dono di Dio, la Sahrî'a copre tutti gli aspetti della vita personale, familiare, sociale, economica, politica e un musulmano si sente sicuro quando la sua situazione e la sua vita si trovano nell'ambito di questa legge.

4 - Riflessioni conclusive

In un passato recente studiosi dell'Islam avevano la tendenza di identificare e, quindi, limitare la spiritualità dell'Islam con il fenomeno del sufismo, (Vedi AFRICA 2/1999, pag 49) giungendo a contrapporre l'islam spirituale ed interiorizzato dei Sufi all'islam legale e formalistico della Sharî'a.
Quanto abbiamo cercato di esporre dimostra che quest'ultimo, l'islam ufficiale della Sharî'a, contiene aspetti interiori e spirituali che non possono non colpire chi li avvicina senza pregiudizi.
Nel nostro tempo si tende a interpretare l'islam in chiave puramente politica e si sottolinea senza sosta il "revival" islamico, l'integralismo (dei Fratelli Musulmani, khomeinista, saudita) o i movimenti sovversivi (come in Afghanistan, Sudan, Algeria, Egitto).
Non si possono certamente ignorare questi aspetti, ma si tratta di una visione unilaterale dell'islam.
Esso è anzitutto una religione e un incontro con Dio in spirito di fede. Se si vuole dialogare coi Musulmani non si deve dimenticare questa fondamentale dimensione religiosa.
Molti oggi si domandano perchè l'islam cresce, malgrado una situazione storica sfavorevole.
Il fattore demografico è certo importante: il tasso di natalità dei quaranta principali paesi islamici del mondo è di poco inferiore al 3%; situazione unica nel mondo!
Ma una ragione del successo dell'islam è la sua capacità di creare un senso profondo di appartenenza all'"Umma" (Comunità islamica) e di relazione diretta con Dio.
Inoltre l'islam possiede "simboli" che parlano al cuore dell'uomo anche oggi: la prostrazione, il pellegrinaggio, il digiuno, l'ospitalità, il saluto...
Lo studio della spiritualità islamica può sfatare la visione dell'islam come la religione del formalismo e del legalismo.
Certo, esistono aspetti negativi nella pratica religiosa musulmana: il legalismo che pretende sostituire la scelta della persona con una risposta già confezionata dalla casistica legale, il desiderio eccessivo di visibilità, il pericolo di ipocrisia, una ineccepibile pratica religiosa che convive con la corruzione negli affari, l'osservanza della tradizione riguardo certi aspetti della vita sociale (vedi statuto della donna), trascurandone altri forse più importanti...
Ma questi abusi veri non mettono in causa la profonda spiritualità, che chiama continuamente il musulmano ad interiorizzare la legge nel contesto del suo rapporto personale con Dio.
Una delle vie di pace per il nostro mondo passa attraverso la convivenza pacifica con la componente islamica, che conta oltre un miliardo di fedeli.
Questa intesa sarà possibile solo grazie ad una conoscenza oggettiva e rispettosa dell'Islam, una conoscenza che non ignora né sottovaluta la profonda spiritualità del semplice fedele.

 

*"Detti e fatti del Profeta dell'Islam" Ed: UTET, pag 92).