AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

Clicca qui per vedere le altre copertine e poi
cliccale per vederne il sommario



Contattaci:

   per informazioni

provincia@padribianchi.it

  animazione missionaria

animazione@padribianchi.it

   redazione:

africa@padribianchi.it

Tel: 0363 44 726


P.I.S.A.I. 


Mostre fotografiche
AFRICA

clicca qui per informazioni


Scambi-links

CASA EDITRICE POLARIS S.r.l.

Libri per viaggiare



LUGLIO-AGOSTO 2008


MAGGIO-GIUGNO 2008


MARZO-APRILE 2008


GENNAIO-FEBBRAIO 2008


NOVEMBRE-DICEMBRE 2007


SETTEMBRE-OTTOBRE 2007


LUGLIO - AGOSTO 2007


MAGGIO-GIUGNO 2007

 

Viaggio in Libia (1)
La nuova Libia di Gheddafi

Testo e foto di Marco Trovato

Con questo reportage iniziamo un viaggio alla scoperta della Libia, paese di grande fascino, ricco di cultura e risorse, alle prese con la più delicata fase della sua storia recente. Sarà un viaggio in più tappe, che si rinnoverà nei prossimi numeri della rivista e che svelerà aspetti oscuri e affascinanti di una nazione in continuo movimento. Cominciamo, in questo primo servizio, a raccontare la fine dell'embargo Onu, la nuova stagione degli affari a Tripoli e i rapporti (storici e futuri) tra l'Italia e la patria di Gheddafi.

 

La nuova Libia di Gheddafi ha il volto fiero e sorridente dei ragazzi che attendono all'uscita dell'aeroporto di Tripoli. Sono decine, tra facchini, tassisti, aspiranti accompagnatori turistici. Accolgono gli stranieri con parole di benvenuto, abbozzano saluti in italiano, chiedono notizie su Del Piero, Shumacher, le vallette dei nostri programmi TV. Sono felici di poter scambiare due chiacchiere coi turisti.
Fino a non molto tempo fa questo piazzale era vuoto, non si vedevano comitive di visitatori in arrivo dall'Europa, l'aeroporto era paralizzato.
L'embargo aereo voluto dalla comunità internazionale per convincere le autorità di Tripoli a consegnare i due agenti libici sospettati per l'attentato di Lockerbie (vedi box a pag. 35) è terminato un paio di anni fa.

 

In cerca di riscatto...

Le sanzioni hanno imposto sacrifici, creato nuove povertà, arrestato lo sviluppo, ma non hanno messo in ginocchio l'economia del Paese, né hanno sfiancato l'animo della gente. I libici hanno voglia di voltare pagina e Tripoli è lo specchio della vitalità e del dinamismo di un popolo in cerca di riscatto.
Il quartiere degli affari, dove spiccano i cinque grattacieli futuristici di Dhat al-Imad, è un enorme cantiere punteggiato da gru e imprigionato da ragnatele di ponteggi in ferro. Alte muraglie di cemento vanno a nascondere, giorno dopo giorno, l'orizzonte del mare. Ovunque vengono costruiti nuovi alberghi e complessi moderni che ospiteranno banche, compagnie aeree, società petrolifere, uffici pubblici. Si lavora con frenesia, fin dalle prime ore del mattino. Nelle hall degli hotel i telefonini dei manager squillano in continuazione, sovrapponendosi al ticchettio delle tastiere dei PC portatili.
Fuori, per la strada, impresari e notabili dallo sguardo severo, in giacca e cravatta, e occhiali da sole incollati sul naso, sfrecciano veloci su macchine sportive con alettoni fuori serie. Si dirigono verso l'aeroporto internazionale, volano sulle capitali europee per concludere affari importanti. "Bisogna recuperare il tempo perduto", spiega Farid, un amico di Bengasi che opera nell'import-export con l'Italia e la Germania. "La fine dell'isolamento internazionale ha aperto la strada verso nuovi mercati. Questo è il nostro momento e non vogliamo farcelo scappare".
In Libia è iniziata una nuova stagione degli affari. Con l'alleggerimento delle sanzioni Onu (eccezion fatta per Stati Uniti e Gran Bretagna), si aprono per il Paese grandi prospettive di sviluppo economico.
L'imprenditorialità privata, in passato vietata dalla legge, non solo oggi è permessa, ma viene incoraggiata dal governo. L'embargo ha spinto le autorità ad ammodernare l'economia. "Un tempo, non troppo lontano, il carrozzone dell'amministrazione e della burocrazia assorbiva l'intera forza lavoro", commenta Farid. Erano anni d'oro per la Libia: i proventi del petrolio assicuravano benessere e sicurezza, i giovani venivano spediti a studiare nelle migliori università europee, lo Stato distribuiva gratuitamente le case, l'acqua e l'elettricità. Poi, a partire dalla fine degli anni Ottanta, con la caduta dei prezzi del greggio, la crisi economica ha cominciato a farsi sentire, fino ad esplodere per via delle sanzioni decretate dall'Onu nel 1992. "L'inflazione ha preso a galoppare e il dinaro, la moneta libica, ha perso buona parte del suo potere d'acquisto", confessa Farid. L'embargo - hanno calcolato gli analisti - è costato alla Libia oltre 25 miliardi di dollari. Per affrontare la crisi, il Governo è stato costretto a varare provvedimenti d'urgenza, destinati soprattutto a incentivare e sostenere l'iniziativa privata".

 

Libia-Italia: un passato contraddittorio...

I programmi di liberalizzazione dell'economia e la riapertura delle frontiere hanno attirato nel Paese anche gli investitori stranieri. Da qualche mese, decine di operatori di aziende europee e di potenti organizzazioni finanziarie fanno la spola con Tripoli. Ci sono importanti commesse da aggiudicarsi e l'Italia, primo partner commerciale della Libia, è in pole-position nelle gare degli appalti. Il capofila dei progetti ad andare in porto sarà il gasdotto che collegherà Ghadames alla Sicilia. Seguiranno i lavori di ristrutturazione della rete stradale e il rinnovo dell'ospedale ortopedico di Bengasi, dove vengono curati e riabilitati i mutilati delle mine. "La storia, nel bene e nel male, ha avvicinato le due sponde del Mediterraneo", commenta Farid. "E' inevitabile che il futuro economico e politico della Libia sia indissolubilmente legato a quello dell'Italia".
Per la verità i rapporti tra i due Paesi in passato sono stati complessi e contraddittori. Stagioni di dialogo, amicizia e forte collaborazione si sono alternati a momenti di scontro, impasse diplomatiche, crisi profonde.
L'Italia ha più di un motivo per sentirsi in debito con la Libia, in particolare per le efferatezze compiute durante l'occupazione coloniale. Tutto cominciò nel 1911, quando il governo liberale di Giovanni Giolitti, contagiato da deliri nazionalisti, inviò in Libia 100 mila soldati. L'invasione fu impietosa, la repressione militare crudele: migliaia di partigiani arabi e turchi furono deportati, fucilati, impiccati. Ma la vittoria non arrivò in tempi rapidi: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la resistenza dei partigiani libici, organizzati attorno alla confraternita musulmana della Senussia, costrinsero gli italiani ad arretrare dalle posizioni dell'interno per attestarsi sulla costa. I propositi di conquista dovevano essere rimandati. Per non molto tempo, però: negli anni Venti i vertici militari e i circoli fascisti tornarono alla carica.
Secondo la retorica nazionalista, colonizzando la Libia, l'Italia non faceva che riappropriarsi della sua "quarta sponda", già appartenuta ai Romani. Per Mussolini era una questione d'orgoglio e di prestigio conquistare una "terra promessa", fertile e rigogliosa, da offrire ai contadini italiani.

 

Dalla Libia "Felix" di Mussolini a Gheddafi

La Libia Felix, così come veniva dipinta dalla propaganda del regime, avrebbe distribuito ricchezza e prosperità a due milioni di coloni volenterosi. Bisognava però sottomettere gli arabi. L'occupazione, guidata dal generale Rodolfo Graziani, fu spietata e sanguinosa: in Cirenaica un terzo della popolazione venne annientata, fu un autentico genocidio.
Racconta lo storico Angelo Del Boca: "Per stroncare la resistenza libica furono impiegati i mezzi più micidiali dell'epoca, come l'aviazione d'assalto, e si ricorse anche ad armi proibite, come bombe chimiche all'iprite, e a deportazioni di massa in lager letali". Del Boca, studioso rigoroso e tenace, ha avuto il merito di far luce sull'opaca e tempestosa pagina della nostra avventura coloniale, demolendone la visione mitica e romantica ("Tripoli, bel suol d'amore", si cantava in Italia all'inizio del secolo), e rilevando brutalità tenute nascoste per anni negli archivi militari.
Nei due documentati volumi "Gli italiani in Libia, dal fascismo a Gheddafi" (vedi box a pag. 37), Del Boca spiega come le autorità coloniali confiscarono centinaia di case e quasi 70 mila ettari della miglior terra per affamare i ribelli, e ammassarono migliaia di civili in veri e propri campi di concentramento. "Quando nel gennaio del 1932, il governatore generale della Libia, maresciallo Pietro Badoglio, annunciò trionfante che la ribellione era stata definitivamente stroncata" - scrive Del Boca - "almeno 100 mila libici, fra combattenti e civili, avevano perso la vita nella tenace ma vana difesa del loro Paese. A questi morti vanno aggiunti quelli causati dalle mine, sepolte a milioni nella sabbia del deserto dagli eserciti italiani, tedeschi e inglesi nel corso della Seconda guerra mondiale".
La Libia non ha dimenticato questa tragica pagina della sua storia. Gheddafi, quando salì al potere nel '69, chiese a Roma, invano, il risarcimento per i danni dell'occupazione e una condanna formale del passato colonialista. Inoltre espulse l'intera comunità italiana, oltre 20 mila persone, incamerandone i beni. "Fu un fatto doloroso, ma inevitabile", spiega ancora Del Boca. "Gheddafi aveva già chiuso le basi militari americane e inglesi, restituendo la sovranità al Paese. Doveva rompere definitivamente con i retaggi del colonialismo".
In anni più recenti, i rapporti tra Tripoli e Roma sono stati altalenanti, controversi, spesso avvolti dal mistero: appena salito al potere, Gheddafi ha ospitato nei suoi campi paramilitari le guerriglie di mezzo mondo e ha fornito sostegno a pericolosi terroristi; nel 1976 la Libia è entrata nel consiglio di amministrazione della Fiat; nell'80 un Mig libico è stato coinvolto (suo malgrado ?) nello scenario che ha portato all'esplosione del DC9 nel cielo di Ustica; nell'86 dopo il bombardamento americano su Tripoli, la Libia ha lanciato due missili Scud verso Lampedusa (il nostro governo aveva concesso la base di Sigonella all'aviazione USA per il raid); nell'88 la potente azienda petrolifera Tamoil, controllata da capitali libici, è sbarcata in Italia; nel '99 i giornali hanno rivelato un pronto intervento dei migliori cardiologi italiani per un'emergenza del Colonnello Gheddafi.

 

Italia-Libia: quale futuro?

Oggi le relazioni tra i due Paesi sono buone: un terzo delle importazioni petrolifere italiane arrivano dalla Libia, Roma è più che mai interessata a riequilibrare le relazioni bilaterali (la fornitura del greggio libico si traduce in un disavanzo della bilancia commerciale di 5 mila miliardi), decine di piccoli e grandi imprenditori operano già nel Paese maghrebino.
I rapporti diplomatici sono stati riallacciati nel luglio del '98, quando da parte italiana è arrivata - con colpevole ritardo - una condanna esplicita agli orrori del colonialismo. Massimo D'Alema è stato il primo Presidente del Consiglio europeo a volare a Tripoli (dicembre '99) dopo la fine dell'embargo, siglando lo sdoganamento politico della Libia e il suo pieno inserimento nello scacchiere diplomatico internazionale. Nella sua visita ufficiale, D'Alema ha reso omaggio ai martiri della resistenza libica, un gesto che è stato molto apprezzato dalla gente e che ha avuto grande eco sulla stampa.
Il capo dei partigiani libici, Omar al-Mukthar, fatto impiccare dai fascisti il 16 settembre del 1931, oggi presta il proprio nome alla via principale di Tripoli. Al-Mukhtar viene considerato dalla gente un eroe nazionale, una sorta di padre spirituale della patria. In suo onore sono stati costruiti monumenti, piazze, mausolei. Qualche anno fa Gheddafi ordinò la realizzazione di un film storico incentrato sulla sua valorosa lotta anti-coloniale.
Furono investiti parecchi soldi nella pellicola, il regista Mustafà Akkad chiamò sul set delle riprese Anthony Quinn e Oliver Reed. Non ne uscì un capolavoro ma - a sentire chi lo ha visto - un film avvincente e soprattutto fedele alla storia. "Il leone del deserto", questo il titolo del lungometraggio, è stato distribuito in mezzo mondo e trasmesso centinaia di volte dalla TV libica. In Italia è stato ufficialmente vietato perché "lesivo dell'onore dell'esercito".