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Viaggio in Libia (1)
La nuova Libia di Gheddafi
Testo e foto di Marco
Trovato
Con questo reportage iniziamo un
viaggio alla scoperta della Libia, paese di grande fascino,
ricco di cultura e risorse, alle prese con la più delicata
fase della sua storia recente. Sarà un viaggio in più tappe,
che si rinnoverà nei prossimi numeri della rivista e che
svelerà aspetti oscuri e affascinanti di una nazione in
continuo movimento. Cominciamo, in questo primo servizio, a
raccontare la fine dell'embargo Onu, la nuova stagione degli
affari a Tripoli e i rapporti (storici e futuri) tra l'Italia
e la patria di Gheddafi.
La nuova Libia di Gheddafi ha il volto fiero
e sorridente dei ragazzi che attendono all'uscita
dell'aeroporto di Tripoli. Sono decine, tra facchini,
tassisti, aspiranti accompagnatori turistici. Accolgono gli
stranieri con parole di benvenuto, abbozzano saluti in
italiano, chiedono notizie su Del Piero, Shumacher, le
vallette dei nostri programmi TV. Sono felici di poter
scambiare due chiacchiere coi turisti.
Fino a non molto tempo fa questo piazzale era vuoto, non si
vedevano comitive di visitatori in arrivo dall'Europa,
l'aeroporto era paralizzato.
L'embargo aereo voluto dalla comunità internazionale per
convincere le autorità di Tripoli a consegnare i due agenti
libici sospettati per l'attentato di Lockerbie (vedi box a
pag. 35) è terminato un paio di anni fa.
In cerca di riscatto...
Le sanzioni hanno imposto sacrifici, creato
nuove povertà, arrestato lo sviluppo, ma non hanno messo in
ginocchio l'economia del Paese, né hanno sfiancato l'animo
della gente. I libici hanno voglia di voltare pagina e Tripoli
è lo specchio della vitalità e del dinamismo di un popolo in
cerca di riscatto.
Il quartiere degli affari, dove spiccano i cinque grattacieli
futuristici di Dhat al-Imad, è un enorme cantiere punteggiato
da gru e imprigionato da ragnatele di ponteggi in ferro. Alte
muraglie di cemento vanno a nascondere, giorno dopo giorno,
l'orizzonte del mare. Ovunque vengono costruiti nuovi alberghi
e complessi moderni che ospiteranno banche, compagnie aeree,
società petrolifere, uffici pubblici. Si lavora con frenesia,
fin dalle prime ore del mattino. Nelle hall degli hotel i
telefonini dei manager squillano in continuazione,
sovrapponendosi al ticchettio delle tastiere dei PC portatili.
Fuori, per la strada, impresari e notabili dallo sguardo
severo, in giacca e cravatta, e occhiali da sole incollati sul
naso, sfrecciano veloci su macchine sportive con alettoni
fuori serie. Si dirigono verso l'aeroporto internazionale,
volano sulle capitali europee per concludere affari
importanti. "Bisogna recuperare il tempo perduto",
spiega Farid, un amico di Bengasi che opera nell'import-export
con l'Italia e la Germania. "La fine dell'isolamento
internazionale ha aperto la strada verso nuovi mercati. Questo
è il nostro momento e non vogliamo farcelo scappare".
In Libia è iniziata una nuova stagione degli affari. Con
l'alleggerimento delle sanzioni Onu (eccezion fatta per Stati
Uniti e Gran Bretagna), si aprono per il Paese grandi
prospettive di sviluppo economico.
L'imprenditorialità privata, in passato vietata dalla legge,
non solo oggi è permessa, ma viene incoraggiata dal governo.
L'embargo ha spinto le autorità ad ammodernare l'economia.
"Un tempo, non troppo lontano, il carrozzone
dell'amministrazione e della burocrazia assorbiva l'intera
forza lavoro", commenta Farid. Erano anni d'oro per la
Libia: i proventi del petrolio assicuravano benessere e
sicurezza, i giovani venivano spediti a studiare nelle
migliori università europee, lo Stato distribuiva
gratuitamente le case, l'acqua e l'elettricità. Poi, a
partire dalla fine degli anni Ottanta, con la caduta dei
prezzi del greggio, la crisi economica ha cominciato a farsi
sentire, fino ad esplodere per via delle sanzioni decretate
dall'Onu nel 1992. "L'inflazione ha preso a galoppare e
il dinaro, la moneta libica, ha perso buona parte del suo
potere d'acquisto", confessa Farid. L'embargo - hanno
calcolato gli analisti - è costato alla Libia oltre 25
miliardi di dollari. Per affrontare la crisi, il Governo è
stato costretto a varare provvedimenti d'urgenza, destinati
soprattutto a incentivare e sostenere l'iniziativa
privata".
Libia-Italia: un passato contraddittorio...
I programmi di liberalizzazione dell'economia
e la riapertura delle frontiere hanno attirato nel Paese anche
gli investitori stranieri. Da qualche mese, decine di
operatori di aziende europee e di potenti organizzazioni
finanziarie fanno la spola con Tripoli. Ci sono importanti
commesse da aggiudicarsi e l'Italia, primo partner commerciale
della Libia, è in pole-position nelle gare degli appalti. Il
capofila dei progetti ad andare in porto sarà il gasdotto che
collegherà Ghadames alla Sicilia. Seguiranno i lavori di
ristrutturazione della rete stradale e il rinnovo
dell'ospedale ortopedico di Bengasi, dove vengono curati e
riabilitati i mutilati delle mine. "La storia, nel bene e
nel male, ha avvicinato le due sponde del Mediterraneo",
commenta Farid. "E' inevitabile che il futuro economico e
politico della Libia sia indissolubilmente legato a quello
dell'Italia".
Per la verità i rapporti tra i due Paesi in passato sono
stati complessi e contraddittori. Stagioni di dialogo,
amicizia e forte collaborazione si sono alternati a momenti di
scontro, impasse diplomatiche, crisi profonde.
L'Italia ha più di un motivo per sentirsi in debito con la
Libia, in particolare per le efferatezze compiute durante
l'occupazione coloniale. Tutto cominciò nel 1911, quando il
governo liberale di Giovanni Giolitti, contagiato da deliri
nazionalisti, inviò in Libia 100 mila soldati. L'invasione fu
impietosa, la repressione militare crudele: migliaia di
partigiani arabi e turchi furono deportati, fucilati,
impiccati. Ma la vittoria non arrivò in tempi rapidi: lo
scoppio della Prima Guerra Mondiale e la resistenza dei
partigiani libici, organizzati attorno alla confraternita
musulmana della Senussia, costrinsero gli italiani ad
arretrare dalle posizioni dell'interno per attestarsi sulla
costa. I propositi di conquista dovevano essere rimandati. Per
non molto tempo, però: negli anni Venti i vertici militari e
i circoli fascisti tornarono alla carica.
Secondo la retorica nazionalista, colonizzando la Libia,
l'Italia non faceva che riappropriarsi della sua "quarta
sponda", già appartenuta ai Romani. Per Mussolini era
una questione d'orgoglio e di prestigio conquistare una
"terra promessa", fertile e rigogliosa, da offrire
ai contadini italiani.
Dalla Libia "Felix" di Mussolini
a Gheddafi
La Libia Felix, così come veniva dipinta
dalla propaganda del regime, avrebbe distribuito ricchezza e
prosperità a due milioni di coloni volenterosi. Bisognava
però sottomettere gli arabi. L'occupazione, guidata dal
generale Rodolfo Graziani, fu spietata e sanguinosa: in
Cirenaica un terzo della popolazione venne annientata, fu un
autentico genocidio.
Racconta lo storico Angelo Del Boca: "Per stroncare la
resistenza libica furono impiegati i mezzi più micidiali
dell'epoca, come l'aviazione d'assalto, e si ricorse anche ad
armi proibite, come bombe chimiche all'iprite, e a
deportazioni di massa in lager letali". Del Boca,
studioso rigoroso e tenace, ha avuto il merito di far luce
sull'opaca e tempestosa pagina della nostra avventura
coloniale, demolendone la visione mitica e romantica
("Tripoli, bel suol d'amore", si cantava in Italia
all'inizio del secolo), e rilevando brutalità tenute nascoste
per anni negli archivi militari.
Nei due documentati volumi "Gli italiani in Libia, dal
fascismo a Gheddafi" (vedi box a pag. 37), Del Boca
spiega come le autorità coloniali confiscarono centinaia di
case e quasi 70 mila ettari della miglior terra per affamare i
ribelli, e ammassarono migliaia di civili in veri e propri
campi di concentramento. "Quando nel gennaio del 1932, il
governatore generale della Libia, maresciallo Pietro Badoglio,
annunciò trionfante che la ribellione era stata
definitivamente stroncata" - scrive Del Boca -
"almeno 100 mila libici, fra combattenti e civili,
avevano perso la vita nella tenace ma vana difesa del loro
Paese. A questi morti vanno aggiunti quelli causati dalle
mine, sepolte a milioni nella sabbia del deserto dagli
eserciti italiani, tedeschi e inglesi nel corso della Seconda
guerra mondiale".
La Libia non ha dimenticato questa tragica pagina della sua
storia. Gheddafi, quando salì al potere nel '69, chiese a
Roma, invano, il risarcimento per i danni dell'occupazione e
una condanna formale del passato colonialista. Inoltre espulse
l'intera comunità italiana, oltre 20 mila persone,
incamerandone i beni. "Fu un fatto doloroso, ma
inevitabile", spiega ancora Del Boca. "Gheddafi
aveva già chiuso le basi militari americane e inglesi,
restituendo la sovranità al Paese. Doveva rompere
definitivamente con i retaggi del colonialismo".
In anni più recenti, i rapporti tra Tripoli e Roma sono stati
altalenanti, controversi, spesso avvolti dal mistero: appena
salito al potere, Gheddafi ha ospitato nei suoi campi
paramilitari le guerriglie di mezzo mondo e ha fornito
sostegno a pericolosi terroristi; nel 1976 la Libia è entrata
nel consiglio di amministrazione della Fiat; nell'80 un Mig
libico è stato coinvolto (suo malgrado ?) nello scenario che
ha portato all'esplosione del DC9 nel cielo di Ustica; nell'86
dopo il bombardamento americano su Tripoli, la Libia ha
lanciato due missili Scud verso Lampedusa (il nostro governo
aveva concesso la base di Sigonella all'aviazione USA per il
raid); nell'88 la potente azienda petrolifera Tamoil,
controllata da capitali libici, è sbarcata in Italia; nel '99
i giornali hanno rivelato un pronto intervento dei migliori
cardiologi italiani per un'emergenza del Colonnello Gheddafi.
Italia-Libia: quale futuro?
Oggi le relazioni tra i due Paesi sono buone:
un terzo delle importazioni petrolifere italiane arrivano
dalla Libia, Roma è più che mai interessata a riequilibrare
le relazioni bilaterali (la fornitura del greggio libico si
traduce in un disavanzo della bilancia commerciale di 5 mila
miliardi), decine di piccoli e grandi imprenditori operano
già nel Paese maghrebino.
I rapporti diplomatici sono stati riallacciati nel luglio del
'98, quando da parte italiana è arrivata - con colpevole
ritardo - una condanna esplicita agli orrori del colonialismo.
Massimo D'Alema è stato il primo Presidente del Consiglio
europeo a volare a Tripoli (dicembre '99) dopo la fine
dell'embargo, siglando lo sdoganamento politico della Libia e
il suo pieno inserimento nello scacchiere diplomatico
internazionale. Nella sua visita ufficiale, D'Alema ha reso
omaggio ai martiri della resistenza libica, un gesto che è
stato molto apprezzato dalla gente e che ha avuto grande eco
sulla stampa.
Il capo dei partigiani libici, Omar al-Mukthar, fatto
impiccare dai fascisti il 16 settembre del 1931, oggi presta
il proprio nome alla via principale di Tripoli. Al-Mukhtar
viene considerato dalla gente un eroe nazionale, una sorta di
padre spirituale della patria. In suo onore sono stati
costruiti monumenti, piazze, mausolei. Qualche anno fa
Gheddafi ordinò la realizzazione di un film storico
incentrato sulla sua valorosa lotta anti-coloniale.
Furono investiti parecchi soldi nella pellicola, il regista
Mustafà Akkad chiamò sul set delle riprese Anthony Quinn e
Oliver Reed. Non ne uscì un capolavoro ma - a sentire chi lo
ha visto - un film avvincente e soprattutto fedele alla
storia. "Il leone del deserto", questo il titolo del
lungometraggio, è stato distribuito in mezzo mondo e
trasmesso centinaia di volte dalla TV libica. In Italia è
stato ufficialmente vietato perché "lesivo dell'onore
dell'esercito".
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