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Refugiado: per la giustizia
I Mozambicani hanno sofferto per lunghi
anni durante il "periodo che il governo chiama di
"destabilizzazione" per evitare di parlare di guerra
civile.
Il partito politico Frelimo, occupava le città, e la Renamo
il resto del paese: 18 anni di una lotta che ha provocato
molte sofferenze. Il missionario J. Amyot testimonia l'unione
di tutte le forze umanitarie riuscite ad ottenere, almeno in
parte, la soluzione dei problemi.
Mi
ritornano spesso alla memoria persone che hanno sofferto: una
madre, per esempio, i cui due figli, uno di 12 e l'altro di
14, sono stati rapiti e arruolati di forza come combattenti;
da quel giorno non ebbe più notizie di loro.
Una ragazza di 13 anni, anche lei rapita, è riuscita a
fuggire dopo 6 mesi, percorrendo più di 150 chilometri in
mezzo ai campi minati.
Una madre, obbligata a seguire la Renamo, fu picchiata
duramente perché si era opposta a un soldato di 13 anni che
minacciava di uccidere la figlia di 4 anni che non poteva più
camminare. Essa porta ancora oggi le conseguenze di quelle
percosse. Poteva nutrirsi soltanto del sangue e della pelle
degli animali abbattuti, la carne era solo per i soldati.
Riuscì a fuggire con i suoi figli di 2 e 4 anni.
E quanti altri? La lista sarebbe interminabile!
Durante questo periodo centinaia di migliaia di persone si
rifugiarono nei paesi vicini, specialmente in Sud Africa. La
loro situazione, tuttavia, è lontana dall'essere facile. Si
tratta spesso di una moltitudine di donne senza marito e di
bambini senza padre, (molti uomini sono stati uccisi durante
il periodo di destabilizzazione) che cercano di sopravvivere
nonostante la grande povertà.
Tutte queste persone, senza documenti d'identità, corrono
costantemente il rischio di essere arrestate, imprigionate e
deportate in Mozambico.
Rimpatrio volontario?
Nel 1994 con il programma "Rimpatrio
volontario", le Nazioni Unite decisero di aiutare tutti i
rifugiati mozambicani che lo desideravano, a ritornare nel
loro paese. Questo programma si svolse dal marzo 1994 al
dicembre 1995. Il governo del Sud Africa, in seguito, accettò
di regolarizzare la situazione dei rifugiati che avevano
deciso di restare. Riconobbe che si trovavano nel paese
legalmente; ma non avevano documenti d'identità.
Nel 1996 fu data loro, come ad altri provenienti da altri
paesi, l'occasione di ricevere i documenti. Molti però non
poterono ottenerli a causa delle difficili condizioni
richieste. Inoltre, molti di questi rifugiati non si fidavano,
pensavano che il governo volesse riportarli in Mozambico.
Nascita di "Refugiado"
Fu a questo punto che il mio vescovo,
commosso dalla miserabile situazione di questa gente, il cui
numero superava i 100.000, prese contatto con l'AWEPA
(Associazione di Parlamentari Europei per l'Africa),
comprendente alcune centinaia di membri di diversi Parlamenti
d'Europa.
Una Conferenza internazionale chiamata "Ospitalità
prolungata o ritorno a casa" si tenne nel giugno del 1997
a Nelpruit in Sud Africa. L'AWEPA accettò di finanziare un
progetto che permettesse, una volta per tutte, di
regolarizzare la situazione dei primi rifugiati rimasti senza
documenti d'identità.
Una serie di riunioni e di negoziati ebbe luogo, in seguito,
fra il ministro dell'interno del Sud Africa, il Console del
Mozambico, le Chiese rappresentate da un pastore luterano (del
comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese dell' Africa del
Sud, di cui fa parte anche la Chiesa cattolica) e il
sottoscritto, l'AWEPA e qualche organizzazione internazionale
o non governativa. Queste riunioni si tennero dal 1997 al
1999.
Si trattava di dare, a tutti i primi rifugiati mozambicani, o
la possibilità di ritornare in Mozambico, ciò che una
minoranza scelse di fare, o di restare in Sud Africa e
ottenere finalmente i documenti d'identità che permettessero
loro di vivere una vita normale, ciò che la grande
maggioranza desiderava.
A questo progetto fu dato il nome di "Refugiado".
Ruolo fondamentale delle Chiese.
Le Chiese cristiane ebbero un ruolo
importante nella preparazione e la realizzazione del progetto.
Esse poterono farlo poiché avevano la fiducia di tutti,
specialmente quella dei vecchi rifugiati. Il nostro desiderio
era di dare un volto umano a tutta l'operazione. D'accordo con
i governi e tutte le parti interessate, avevamo come scopo tre
obiettivi principali:
1. Informare i primi rifugiati mo- zambicani. Assicurarli e
far comprendere loro che le Chiese facevano parte del
progetto, che si trattava veramente di aiutarli e non di farli
tornare in Mozambico contro la loro volontà.
2. Accoglierli e aiutarli nella preparazione dei documenti
richiesti. Incoraggiarli a ritornare da noi quando la lentezza
dell'amministrazione li scoraggiava.
3. Verificare che nessuno li sfruttasse.
Nove mesi per agire.
Il nostro lavoro durò nove mesi. Per me e
per il pastore luterano, questo significò la responsabilità
diretta di 42 persone, di cui due assistenti e dieci squadre
che lavoravano con il governo.
Queste squadre erano dislocate su centinaia di chilometri alla
frontiera col Mozambico. Erano costituite da tre
rappresentanti delle Chiese, da una persona specializzata
nella conoscenza della legge del paese e da un rappresentante
del ministero dell'interno.
La maggioranza di queste squadre erano mobili e noi le avevamo
mandate in decine di villaggi e fattorie. Il Pastore luterano
e io avevamo scelto e formato i rappresentanti delle Chiese e
gli specialisti della legge riguardante il progetto.
Per me fu anche una consistente responsabilità finanziaria:
utilizzo di due macchine, rimborso delle spese di trasporto
dei rappresentanti delle Chiese, gli stipendi da dare ad
ognuno di loro ogni mese, le assicurazioni da pagare, spese di
amministrazione ecc...
Il denaro veniva dall'AWEPA e ci giungeva ogni mese
dall'Europa.
Per noi un lavoro prioritario.
Per la mia comunità e per me, fu necessario
accettare che questo lavoro di giustizia e compassione fosse
prioritario e , per conseguenza, consacrare meno tempo a tante
mie responsabilità parrocchiali, diocesane ed altre.
Un grande numero di questi rifugiati del Mozambico si trovava
sul territorio della nostra parrocchia. Quasi 11.000 si
iscrissero al progetto "Refugiado". Erano sparsi in
41 villaggi e fattorie. Fu senza dubbio una delle ragioni per
cui fui richiesto per questo progetto.
Sfide
Le Chiese si sono trovate di fronte ad alcune
importanti sfide:
- perseverare quando i preparativi rallentavano e il progetto
sembrava più o meno abbandonato; prendere delle
responsabilità non previste al punto di partenza, come
l'informazione da dare rapidamente e su grande scala;
lavorare, nella maggioranza dei casi, in zone dove le
comunicazioni erano difficili, poiché il telefono non vi era
ancora installato;
- adattare senza sosta la nuova posizione delle squadre alle
necessità e, dunque, essere pronti a cambiare i piani
previsti; incontrare le autorità militari e di polizia quando
era necessario; cercare di neutralizzare tutti coloro che
cercavano di ottenere denaro da gente in maggioranza molto
povera;
- difendere la causa di coloro che il governo non considerava
come destinatari del progetto, mentre noi eravamo del parere
contrario; rifiutare, nelle nostre relazioni con il governo,
di accettare la menzogna di coloro che cercavano di ottenere
documenti d'identità pur non entrando nella categoria di
persone previste dal progetto.
I successi.
Per esempio, 70.000 persone hanno ottenuto i
loro documenti d'identità o sono sul punto di ottenerli;
centinaia di persone sono ritornate volontariamente in
Mozambico.
Un successo fu anche il fatto che il governo e noi, di comune
accordo per proteggere la dimensione familiare dei rifugiati
di vecchia data , aiutassimo contemporaneamente padre, madre e
bambini tutte le volte che era possibile.
Un successo importante fu la dimensione ecumenica del
progetto, poiché le Chiese hanno veramente lavorato la mano
nella mano e continueranno a farlo; la testimonianza di
compassione che le Chiese hanno dato verso i più poveri, il
desiderio di giustizia per tutti, di rispetto per le leggi del
paese e per gli impegni presi.
Anche la collaborazione e il desiderio di intesa fra tutti gli
organismi coinvolti nel progetto fu un successo: i governi sud
africano e mozambicano, le Chiese, AWEPA e le varie
organizzazioni impegnate nel progetto, specialmente l' RRP
(Programma di ricerca sui rifugiati).
Gli inconvenienti.
Ce ne furono un certo numero, per esempio:
-le innumerevoli richieste di prove che la maggior parte dei
rifugiati dei primi tempi hanno dovuto soddisfare nonostante
il grande desiderio che avevamo di semplificare la pratica e
le sofferenze provocate.
- Le difficoltà dei trasporti, mancanza di denaro per
viaggiare, per poi sentirsi dire che i documenti non erano
ancora pronti e bisognava produrre altre prove.
- I più di 28.000 che aspettano ancora i documenti e che noi
stiamo cercando di aiutare perché non hanno ancora potuto
provare che sono originari del Mozambico.
- Coloro che non hanno potuto beneficiare del progetto, quando
avrebbero potuto farlo, per mancanza d'informazione, a causa
delle distanze da percorrere, della loro lentezza a reagire e
tante altre ragioni.
- Il fatto che certuni abbiano cercato di sfruttare i poveri
nella loro miseria.
Il seguito.
Importante: il progetto"Refugiado"
continuerà, ma assumerà una nuova forma che si baserà sullo
sviluppo.
L'organizzazione sarà direttamente affidata al Consiglio
delle Chiese dell'Africa del Sud. L'AWEPA, a sua volta,
continuerà ad aiutare finanziariamente questo progetto.
Io credo che si debba tutti accettare come specifico impegno
personale quanto hanno affermato i vescovi del Sinodo del
1971:"la lotta per la giustizia e la partecipazione alla
trasformazione del mondo sono una dimensione costitutiva della
predicazione del Vangelo".
Il Cristiano degno di questo nome è uno che ha la passione
dell'amore, come Gesù. Poiché l'amore esige almeno la
giustizia, il Cristiano deve avere anche la passione per la
giustizia.
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