AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Refugiado: per la giustizia

I Mozambicani hanno sofferto per lunghi anni durante il "periodo che il governo chiama di "destabilizzazione" per evitare di parlare di guerra civile.
Il partito politico Frelimo, occupava le città, e la Renamo il resto del paese: 18 anni di una lotta che ha provocato molte sofferenze. Il missionario J. Amyot testimonia l'unione di tutte le forze umanitarie riuscite ad ottenere, almeno in parte, la soluzione dei problemi.

 

Mi ritornano spesso alla memoria persone che hanno sofferto: una madre, per esempio, i cui due figli, uno di 12 e l'altro di 14, sono stati rapiti e arruolati di forza come combattenti; da quel giorno non ebbe più notizie di loro.
Una ragazza di 13 anni, anche lei rapita, è riuscita a fuggire dopo 6 mesi, percorrendo più di 150 chilometri in mezzo ai campi minati.
Una madre, obbligata a seguire la Renamo, fu picchiata duramente perché si era opposta a un soldato di 13 anni che minacciava di uccidere la figlia di 4 anni che non poteva più camminare. Essa porta ancora oggi le conseguenze di quelle percosse. Poteva nutrirsi soltanto del sangue e della pelle degli animali abbattuti, la carne era solo per i soldati. Riuscì a fuggire con i suoi figli di 2 e 4 anni.
E quanti altri? La lista sarebbe interminabile!
Durante questo periodo centinaia di migliaia di persone si rifugiarono nei paesi vicini, specialmente in Sud Africa. La loro situazione, tuttavia, è lontana dall'essere facile. Si tratta spesso di una moltitudine di donne senza marito e di bambini senza padre, (molti uomini sono stati uccisi durante il periodo di destabilizzazione) che cercano di sopravvivere nonostante la grande povertà.
Tutte queste persone, senza documenti d'identità, corrono costantemente il rischio di essere arrestate, imprigionate e deportate in Mozambico.

 

Rimpatrio volontario?

Nel 1994 con il programma "Rimpatrio volontario", le Nazioni Unite decisero di aiutare tutti i rifugiati mozambicani che lo desideravano, a ritornare nel loro paese. Questo programma si svolse dal marzo 1994 al dicembre 1995. Il governo del Sud Africa, in seguito, accettò di regolarizzare la situazione dei rifugiati che avevano deciso di restare. Riconobbe che si trovavano nel paese legalmente; ma non avevano documenti d'identità.
Nel 1996 fu data loro, come ad altri provenienti da altri paesi, l'occasione di ricevere i documenti. Molti però non poterono ottenerli a causa delle difficili condizioni richieste. Inoltre, molti di questi rifugiati non si fidavano, pensavano che il governo volesse riportarli in Mozambico.

 

Nascita di "Refugiado"

Fu a questo punto che il mio vescovo, commosso dalla miserabile situazione di questa gente, il cui numero superava i 100.000, prese contatto con l'AWEPA (Associazione di Parlamentari Europei per l'Africa), comprendente alcune centinaia di membri di diversi Parlamenti d'Europa.
Una Conferenza internazionale chiamata "Ospitalità prolungata o ritorno a casa" si tenne nel giugno del 1997 a Nelpruit in Sud Africa. L'AWEPA accettò di finanziare un progetto che permettesse, una volta per tutte, di regolarizzare la situazione dei primi rifugiati rimasti senza documenti d'identità.
Una serie di riunioni e di negoziati ebbe luogo, in seguito, fra il ministro dell'interno del Sud Africa, il Console del Mozambico, le Chiese rappresentate da un pastore luterano (del comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese dell' Africa del Sud, di cui fa parte anche la Chiesa cattolica) e il sottoscritto, l'AWEPA e qualche organizzazione internazionale o non governativa. Queste riunioni si tennero dal 1997 al 1999.
Si trattava di dare, a tutti i primi rifugiati mozambicani, o la possibilità di ritornare in Mozambico, ciò che una minoranza scelse di fare, o di restare in Sud Africa e ottenere finalmente i documenti d'identità che permettessero loro di vivere una vita normale, ciò che la grande maggioranza desiderava.
A questo progetto fu dato il nome di "Refugiado".

 

Ruolo fondamentale delle Chiese.

Le Chiese cristiane ebbero un ruolo importante nella preparazione e la realizzazione del progetto. Esse poterono farlo poiché avevano la fiducia di tutti, specialmente quella dei vecchi rifugiati. Il nostro desiderio era di dare un volto umano a tutta l'operazione. D'accordo con i governi e tutte le parti interessate, avevamo come scopo tre obiettivi principali:
1. Informare i primi rifugiati mo- zambicani. Assicurarli e far comprendere loro che le Chiese facevano parte del progetto, che si trattava veramente di aiutarli e non di farli tornare in Mozambico contro la loro volontà.
2. Accoglierli e aiutarli nella preparazione dei documenti richiesti. Incoraggiarli a ritornare da noi quando la lentezza dell'amministrazione li scoraggiava.
3. Verificare che nessuno li sfruttasse.

 

Nove mesi per agire.

Il nostro lavoro durò nove mesi. Per me e per il pastore luterano, questo significò la responsabilità diretta di 42 persone, di cui due assistenti e dieci squadre che lavoravano con il governo.
Queste squadre erano dislocate su centinaia di chilometri alla frontiera col Mozambico. Erano costituite da tre rappresentanti delle Chiese, da una persona specializzata nella conoscenza della legge del paese e da un rappresentante del ministero dell'interno.
La maggioranza di queste squadre erano mobili e noi le avevamo mandate in decine di villaggi e fattorie. Il Pastore luterano e io avevamo scelto e formato i rappresentanti delle Chiese e gli specialisti della legge riguardante il progetto.
Per me fu anche una consistente responsabilità finanziaria: utilizzo di due macchine, rimborso delle spese di trasporto dei rappresentanti delle Chiese, gli stipendi da dare ad ognuno di loro ogni mese, le assicurazioni da pagare, spese di amministrazione ecc...
Il denaro veniva dall'AWEPA e ci giungeva ogni mese dall'Europa.

 

Per noi un lavoro prioritario.

Per la mia comunità e per me, fu necessario accettare che questo lavoro di giustizia e compassione fosse prioritario e , per conseguenza, consacrare meno tempo a tante mie responsabilità parrocchiali, diocesane ed altre.
Un grande numero di questi rifugiati del Mozambico si trovava sul territorio della nostra parrocchia. Quasi 11.000 si iscrissero al progetto "Refugiado". Erano sparsi in 41 villaggi e fattorie. Fu senza dubbio una delle ragioni per cui fui richiesto per questo progetto.

 

Sfide

Le Chiese si sono trovate di fronte ad alcune importanti sfide:
- perseverare quando i preparativi rallentavano e il progetto sembrava più o meno abbandonato; prendere delle responsabilità non previste al punto di partenza, come l'informazione da dare rapidamente e su grande scala; lavorare, nella maggioranza dei casi, in zone dove le comunicazioni erano difficili, poiché il telefono non vi era ancora installato;
- adattare senza sosta la nuova posizione delle squadre alle necessità e, dunque, essere pronti a cambiare i piani previsti; incontrare le autorità militari e di polizia quando era necessario; cercare di neutralizzare tutti coloro che cercavano di ottenere denaro da gente in maggioranza molto povera;
- difendere la causa di coloro che il governo non considerava come destinatari del progetto, mentre noi eravamo del parere contrario; rifiutare, nelle nostre relazioni con il governo, di accettare la menzogna di coloro che cercavano di ottenere documenti d'identità pur non entrando nella categoria di persone previste dal progetto.

 

I successi.

Per esempio, 70.000 persone hanno ottenuto i loro documenti d'identità o sono sul punto di ottenerli; centinaia di persone sono ritornate volontariamente in Mozambico.
Un successo fu anche il fatto che il governo e noi, di comune accordo per proteggere la dimensione familiare dei rifugiati di vecchia data , aiutassimo contemporaneamente padre, madre e bambini tutte le volte che era possibile.
Un successo importante fu la dimensione ecumenica del progetto, poiché le Chiese hanno veramente lavorato la mano nella mano e continueranno a farlo; la testimonianza di compassione che le Chiese hanno dato verso i più poveri, il desiderio di giustizia per tutti, di rispetto per le leggi del paese e per gli impegni presi.
Anche la collaborazione e il desiderio di intesa fra tutti gli organismi coinvolti nel progetto fu un successo: i governi sud africano e mozambicano, le Chiese, AWEPA e le varie organizzazioni impegnate nel progetto, specialmente l' RRP (Programma di ricerca sui rifugiati).

 

Gli inconvenienti.

Ce ne furono un certo numero, per esempio:
-le innumerevoli richieste di prove che la maggior parte dei rifugiati dei primi tempi hanno dovuto soddisfare nonostante il grande desiderio che avevamo di semplificare la pratica e le sofferenze provocate.
- Le difficoltà dei trasporti, mancanza di denaro per viaggiare, per poi sentirsi dire che i documenti non erano ancora pronti e bisognava produrre altre prove.
- I più di 28.000 che aspettano ancora i documenti e che noi stiamo cercando di aiutare perché non hanno ancora potuto provare che sono originari del Mozambico.
- Coloro che non hanno potuto beneficiare del progetto, quando avrebbero potuto farlo, per mancanza d'informazione, a causa delle distanze da percorrere, della loro lentezza a reagire e tante altre ragioni.
- Il fatto che certuni abbiano cercato di sfruttare i poveri nella loro miseria.

 

Il seguito.

Importante: il progetto"Refugiado" continuerà, ma assumerà una nuova forma che si baserà sullo sviluppo.
L'organizzazione sarà direttamente affidata al Consiglio delle Chiese dell'Africa del Sud. L'AWEPA, a sua volta, continuerà ad aiutare finanziariamente questo progetto.
Io credo che si debba tutti accettare come specifico impegno personale quanto hanno affermato i vescovi del Sinodo del 1971:"la lotta per la giustizia e la partecipazione alla trasformazione del mondo sono una dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo".
Il Cristiano degno di questo nome è uno che ha la passione dell'amore, come Gesù. Poiché l'amore esige almeno la giustizia, il Cristiano deve avere anche la passione per la giustizia.