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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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Il ricco e il povero nel Corano

di Jean Fontaine

Il Corano è stato rivelato nel giro di vent'anni. Il suo testo mostra un'evoluzione nei temi. Per questo motivo è nata tutta una scienza, quella dell'abrogazione: gli ultimi versetti modificano i primi. Qui l'evoluzione è presente per quanto riguarda il tema del ricco e del povero.

 

Dal 610 al 615, il Corano, nei suoi primi versetti rivelati, si avvicina alle prime lettere dell'apostolo Paolo: rispondere a un bisogno di giustizia sociale e annunciare il giorno del giudizio.
Il testo parla della felicità di chi pensa al povero in modo disinteressato. Così "il mendicante non lo respinge" (93, 10) o ancora "Chi dà all'uomo pio e dichiara vera la bella ricompensa, a lui faciliteremo l'accesso al gaudio supremo" (92,5-7).
Un po' oltre, nella stessa suratta (capitolo): "L'uomo molto religioso che dà del suo per purificarsi, che non dà a nessuno qualcosa chiedendo una ricompensa, ma agisce soltanto per cercare il volto del suo augusto Signore, costui sarà soddisfatto" (17, 21).
Simile atteggiamento è ben riassunto: "Qual' è la via che porta in alto? Quella che libera lo schiavo o, in tempo di carestia, nutre l'orfano di un prossimo parente, quella che aiuta un povero nella necessità".
La ragione profonda di questo comportamento deriva dal fatto che è Dio che elargisce i beni: "Non è forse stato detto che è il tuo Signore che rende indipendente e arricchisce?" (93,8).
Da qui le imprecazioni contro chi non pensa che ad accumulare denaro: "Chi è che tratta come una menzogna il giudizio? È chi non incoraggia a dar da mangiare al povero. Guai a coloro che sono distratti dalle loro preghiere, che sono pieni di ostentazione e rifiutano di aiutare." (107,1-7). "Guai al calunniatore accanito che ha messo insieme una fortuna e la conta più volte. Pensa che la sua fortuna lo ha reso immortale. Che stia in guardia!" (104, 1-4).

Il distacco dalle ricchezze.
Negli anni 615-619, si sviluppa l'opposizione fra fedeli e infedeli a proposito delle ricchezze. Da un lato, "Prima in verità, una parte dei beni di coloro che temono Dio, era del mendicante e dell'indigente" (15, 15-19), oppure "I servi del Benefattore sono coloro che, quando spendono, non si mostrano né prodighi né avari, poiché il giusto sta nel mezzo" (25,67).
D'altra parte, "Gli infedeli dicono: dovremmo noi nutrire colui che Dio nutrirebbe, se lo volesse?" (36,47). Il credente sa riconoscere i benefici di Dio: "Noi abbiamo messo sulla terra alimenti per voi e per coloro ai quali voi non pensate" (15,20).

 

Elemosina: condividere i beni

Alla fine del periodo trascorso da Maometto alla Mekka, cioè dal 619 al 622, la predicazione insiste sull'elemosina: "Dio ordina di donare con liberalità al prossimo" (16,90) e "Dà del suo diritto al povero" (30,38). Essa condanna la boria nelle ricchezze: "Non abbiamo mai inviato messaggeri in una città senza che i ricchi non gridano: "Noi non crediamo al vostro messaggio" e dicano "Noi abbiamo abbastanza beni e figli. Non saremo mai sottoposti a tormenti"....(34, 34-37).
Come già detto, è il giusto mezzo che viene consigliato: "Dà del tuo al prossimo, al povero e al viaggiatore, ma non essere prodigo: I prodighi sono fratelli dei demoni...Se ti tieni a distanza da qualcuno perché privo di qualcosa; se cerchi e speri un beneficio dal tuo Signore, digli una parola d'incoraggiamento!
Non mettere la mano chiusa sul tuo collo per non dare nulla e non aprirla nemmeno troppo, altrimenti ti troveresti odiato e miserabile" (17, 26-29). "Ciò che prestate ad usura perché aumenti sui beni altrui, non aumenta affatto davanti a Dio. Ciò che aumenta, invece, è l'elemosina che fate, con desiderio di vedere il volto di Dio.
Coloro che danno in elemosina, questi sono coloro che riceveranno il doppio nell'altra vita" (30,39).

 

Elemosina, precetto divino.

Durante i dieci anni che Maometto vive a Medina, dal 622 al 632, si mette ad organizzare lo Stato musulmano. É allora che l'elemosina diventa una delle cinque obbligazioni fondamentali dell'islam: "Dì ai miei servitori che sono credenti di adempiere alla preghiera e di spendere in segreto e in pubblico, di ciò che noi gli abbiamo dato, prima che non giunga un giorno in cui non esisterà né baratto né fraternità" (14,31) e "Fate l'elemosina" (2,110)
Il Corano si definisce come un messaggio per i discepoli di Maometto che seguono i precetti imposti ai nuovi credenti: "Ecco i versetti della Scrittura saggia, grazia e guida per coloro che fanno il bene e che pregano, fanno l'elemosina e sono convinti della Vita ultima" (31, 2-4)
In un modo più conciso: "Fate la preghiera, date l'elemosina ed obbedite all'Apostolo" (24, 56).
L'obbedienza a questo precetto è ricompensata in un'altra vita:
"Adempite al precetto dell'elemosina! Date con larghezza a Dio, ciò che avete fatto di bene anticipatamente per voi stessi, lo ritroverete presso Dio stesso sotto forma di felicità o una ricompensa più grande" (73,20).
"A quelli e quelle che fanno l'elemosina, Dio li ricompenserà il doppio" (57,18).
Questo precetto ha diverse modalità: "I credenti ti chiedono che cosa devono acquistare.
Rispondi: -Ciò che spendete a fare il bene deve essere per vostro padre e vostra madre, per i parenti, gli orfani, i poveri, i viaggiatori. Qualunque cosa facciate di bene, Dio lo conosce" (2,188).

 

Elemosina valore morale:

"Non giungerete alla bontà religiosa prima di aver dato qualcosa di ciò che vi sta a cuore, e questo Dio lo conosce" (3,92), oppure: "L'uomo buono è colui che dà del bene" (2,177).
Dall'insieme di tutti questi dati parziali finora presentati, appare che il Corano si pone nella tradizione religiosa in cui il povero ha naturalmente il suo posto.
Il Corano, come anche i racconti della vita del Profeta Maometto, insistono sul fatto che Maometto stesso è stato povero ed ha beneficiato della generosità di Dio. Così, la sua esperienza personale deve servire di esempio ai futuri credenti. Ma il suo messaggio vuole anche essere universale.