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Il ricco e il povero nel Corano
di Jean Fontaine
Il Corano è stato rivelato nel giro di
vent'anni. Il suo testo mostra un'evoluzione nei temi. Per
questo motivo è nata tutta una scienza, quella
dell'abrogazione: gli ultimi versetti modificano i primi. Qui
l'evoluzione è presente per quanto riguarda il tema del ricco
e del povero.
Dal
610 al 615, il Corano, nei suoi primi versetti rivelati, si
avvicina alle prime lettere dell'apostolo Paolo: rispondere a
un bisogno di giustizia sociale e annunciare il giorno del
giudizio.
Il testo parla della felicità di chi pensa al povero in modo
disinteressato. Così "il mendicante non lo
respinge" (93, 10) o ancora "Chi dà all'uomo pio e
dichiara vera la bella ricompensa, a lui faciliteremo
l'accesso al gaudio supremo" (92,5-7).
Un po' oltre, nella stessa suratta (capitolo): "L'uomo
molto religioso che dà del suo per purificarsi, che non dà a
nessuno qualcosa chiedendo una ricompensa, ma agisce soltanto
per cercare il volto del suo augusto Signore, costui sarà
soddisfatto" (17, 21).
Simile atteggiamento è ben riassunto: "Qual' è la via
che porta in alto? Quella che libera lo schiavo o, in tempo di
carestia, nutre l'orfano di un prossimo parente, quella che
aiuta un povero nella necessità".
La ragione profonda di questo comportamento deriva dal fatto
che è Dio che elargisce i beni: "Non è forse stato
detto che è il tuo Signore che rende indipendente e
arricchisce?" (93,8).
Da qui le imprecazioni contro chi non pensa che ad accumulare
denaro: "Chi è che tratta come una menzogna il giudizio?
È chi non incoraggia a dar da mangiare al povero. Guai a
coloro che sono distratti dalle loro preghiere, che sono pieni
di ostentazione e rifiutano di aiutare." (107,1-7).
"Guai al calunniatore accanito che ha messo insieme una
fortuna e la conta più volte. Pensa che la sua fortuna lo ha
reso immortale. Che stia in guardia!" (104, 1-4).
Il distacco dalle ricchezze.
Negli anni 615-619, si sviluppa l'opposizione fra fedeli e
infedeli a proposito delle ricchezze. Da un lato, "Prima
in verità, una parte dei beni di coloro che temono Dio, era
del mendicante e dell'indigente" (15, 15-19), oppure
"I servi del Benefattore sono coloro che, quando
spendono, non si mostrano né prodighi né avari, poiché il
giusto sta nel mezzo" (25,67).
D'altra parte, "Gli infedeli dicono: dovremmo noi nutrire
colui che Dio nutrirebbe, se lo volesse?" (36,47). Il
credente sa riconoscere i benefici di Dio: "Noi abbiamo
messo sulla terra alimenti per voi e per coloro ai quali voi
non pensate" (15,20).
Elemosina: condividere i beni
Alla fine del periodo trascorso da Maometto
alla Mekka, cioè dal 619 al 622, la predicazione insiste
sull'elemosina: "Dio ordina di donare con liberalità al
prossimo" (16,90) e "Dà del suo diritto al
povero" (30,38). Essa condanna la boria nelle ricchezze:
"Non abbiamo mai inviato messaggeri in una città senza
che i ricchi non gridano: "Noi non crediamo al vostro
messaggio" e dicano "Noi abbiamo abbastanza beni e
figli. Non saremo mai sottoposti a tormenti"....(34,
34-37).
Come
già detto, è il giusto mezzo che viene consigliato:
"Dà del tuo al prossimo, al povero e al viaggiatore, ma
non essere prodigo: I prodighi sono fratelli dei demoni...Se
ti tieni a distanza da qualcuno perché privo di qualcosa; se
cerchi e speri un beneficio dal tuo Signore, digli una parola
d'incoraggiamento!
Non mettere la mano chiusa sul tuo collo per non dare nulla e
non aprirla nemmeno troppo, altrimenti ti troveresti odiato e
miserabile" (17, 26-29). "Ciò che prestate ad usura
perché aumenti sui beni altrui, non aumenta affatto davanti a
Dio. Ciò che aumenta, invece, è l'elemosina che fate, con
desiderio di vedere il volto di Dio.
Coloro che danno in elemosina, questi sono coloro che
riceveranno il doppio nell'altra vita" (30,39).
Elemosina, precetto divino.
Durante i dieci anni che Maometto vive a
Medina, dal 622 al 632, si mette ad organizzare lo Stato
musulmano. É allora che l'elemosina diventa una delle cinque
obbligazioni fondamentali dell'islam: "Dì ai miei
servitori che sono credenti di adempiere alla preghiera e di
spendere in segreto e in pubblico, di ciò che noi gli abbiamo
dato, prima che non giunga un giorno in cui non esisterà né
baratto né fraternità" (14,31) e "Fate
l'elemosina" (2,110)
Il Corano si definisce come un messaggio per i discepoli di
Maometto che seguono i precetti imposti ai nuovi credenti:
"Ecco i versetti della Scrittura saggia, grazia e guida
per coloro che fanno il bene e che pregano, fanno l'elemosina
e sono convinti della Vita ultima" (31, 2-4)
In un modo più conciso: "Fate la preghiera, date
l'elemosina ed obbedite all'Apostolo" (24, 56).
L'obbedienza a questo precetto è ricompensata in un'altra
vita:
"Adempite al precetto dell'elemosina! Date con larghezza
a Dio, ciò che avete fatto di bene anticipatamente per voi
stessi, lo ritroverete presso Dio stesso sotto forma di
felicità o una ricompensa più grande" (73,20).
"A quelli e quelle che fanno l'elemosina, Dio li
ricompenserà il doppio" (57,18).
Questo precetto ha diverse modalità: "I credenti ti
chiedono che cosa devono acquistare.
Rispondi: -Ciò che spendete a fare il bene deve essere per
vostro padre e vostra madre, per i parenti, gli orfani, i
poveri, i viaggiatori. Qualunque cosa facciate di bene, Dio lo
conosce" (2,188).
Elemosina valore morale:
"Non giungerete alla bontà religiosa
prima di aver dato qualcosa di ciò che vi sta a cuore, e
questo Dio lo conosce" (3,92), oppure: "L'uomo buono
è colui che dà del bene" (2,177).
Dall'insieme di tutti questi dati parziali finora presentati,
appare che il Corano si pone nella tradizione religiosa in cui
il povero ha naturalmente il suo posto.
Il Corano, come anche i racconti della vita del Profeta
Maometto, insistono sul fatto che Maometto stesso è stato
povero ed ha beneficiato della generosità di Dio. Così, la
sua esperienza personale deve servire di esempio ai futuri
credenti. Ma il suo messaggio vuole anche essere universale.
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