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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Guardare in faccia gli Immigrati
La Caritas di Roma presenta il Dossier Statistico 2000

di Aldo Ginnasi

Nella sala del teatro Don Orione a Roma il pubblico è numeroso. Funzionari governativi, responsabili di associazioni laiche e cattoliche, giornalisti, ma anche un folto gruppo di immigrati e tanti allievi delle scuole, fatto piuttosto sorprendente per un incontro del genere.
L'intervento di Mons. di Tora mette il dito sulla piaga per quanto riguarda il dibattito, già aperto da tempo, ma ora più che mai vivace, sul flusso migratorio in Italia. Circolano infatti le voci e le affermazioni più strane, le cifre più imprecise, senza un minimo di verifica seria. L'ignoranza genera paure ingiustificate, aggressività, rifiuto.
A questa situazione di confusione la Caritas di Roma, ha risposto con un libro-dossier di quasi 400 pagine, che costituisce una "somma", per quanto possibile scientifica, del fenomeno migratorio in Italia. E' il risultato di laboriose indagini, condotte alla base dai suoi operatori e in collaborazione stretta con uffici governativi e numerosi altri organismi. E non si limita a presentare i dati, ma li studia con rigore e li interpreta. Ne escono riflessioni che interpellano tutti, responsabili e semplici cittadini.

 

Numeri nudi e crudi

Il Dossier parte dai dati ufficiali del Ministero dell'Interno per quanto riguarda il numero degli immigrati in Italia e dei rispettivi paesi di provenienza, apportandovi però modifiche notevoli, basate sulle proprie ricerche. Non è la prima volta che la Caritas introduce variazioni di questo genere (di cui l'ISTAT ha confermato a suo tempo l'esattezza).
E' invece la prima volta che essa rinuncia a valutare il numero dei clandestini, cioè degli immigrati in posizione irregolare e a sommarlo a quello dei regolari. Il motivo è che non ci sono indagini recenti in questo settore. Si sa solo che la grande sanatoria del 1999 ne ha notevolmente ridotto il numero. Le cifre fornite negli inquadrati riportati riguardano quindi gli immigrati con permesso di soggiorno.
Il primo dato importante che emerge è che l'Italia, con i suoi 57.612.615 abitanti, alla fine del 1999, accoglie un totale di 1.489.873 immigrati (per il Ministero degli Interni 1.251.994). Essi rappresentano il 2,5% della popolazione totale.
Situazione nuova per rapporto al recente passato e che fa dell'Italia un paese di immigrazione. Accanto alle principale nazioni europee, l'immigrazione resta però contenuta. In Germania i soggiornanti stranieri rappresentavano alla fine del 1998, l'8,9% della popolazione, in Francia il 6,7, nel Regno Unito il 3,5, nel Belgio l'8,4.
I flussi continuano. Il Governo Italiano l'anno scorso ha deciso un'entrata annuale di 63.000 stranieri. Tale quota si rivela già da adesso al di sotto delle domande del mercato interno, dove si rende sempre più necessaria la presenza di immigrati in settori importanti, nei quali gli italiani non lavorano più o semplicemente non sono più disponibili, data la crescita demografica negativa.
Nel nostro paese siamo al di sotto del tasso di fertilità che assicura il livello di sostituzione e che è di 2,1 figli per ogni donna. Ci troviamo infatti a 1,19, mentre la popolazione anziana non più attiva cresce, anche per un rapido quanto vistoso aumento della longevità. Si tocca allora con mano quanto sia fuori della realtà il dibattito "immigrazione si, immigrazione no". Siamo già una nazione di immigrazione e non possiamo farne a meno nel prossimo futuro.

 

L'ombra del Cardinal Biffi

Il Dossier ha anche un capitolo sull'appartenenza religiosa dei soggiornanti in Italia, argomento di rilevanza, per il quale il Governo non fornisce dati ufficiali, dato che non chiede agli immigrati l'affiliazione religiosa. L'inquadrato è chiaro e di facile lettura.
I cristiani (cattolici, protestanti, ortodossi) rappresentano sempre la maggioranza relativa degli immigrati, 49,5%, ma negli ultimi 5 anni hanno subito una flessione notevole, perdendo oltre 5 punti percentuali. Per quanto riguarda i non cristiani i gruppi più vistosi sono i musulmani, 36,5%, seguiti a lunga distanza dalle religioni orientali (buddisti e induisti) con il 6,5.
Il gruppo islamico merita un'attenzione particolare. Da 5 anni ad oggi è passato dal 30,4 a 36,5% del totale degli immigrati, aumentando di 6 punti. E la crescita continua, visto che tra i 63.000 permessi di entrata concessi dal Governo ogni anno, una quota fissa è riservata, per motivi particolari di vicinato, al Marocco e alla Tunisia, interamente musulmani e all'Albania, dove l'Islam rappresenta sempre il 70%.
Dopo le affermazioni provocatorie del Card. Biffi di Bologna, questi dati assumono una notevole rilevanza.
Nei suoi scritti, come nelle interviste televisive, il Porporato ha sostenuto che i musulmani rappresentano un gruppo culturalmente estraneo alla mentalità e alle tradizioni religiose degli italiani, un potenziale pericolo per l'identità nazionale italiana che ha le radici nel cattolicesimo.
Ed ha chiesto ai governanti di dare precedenza agli immigrati di appartenenza cattolica che si integrano più facilmente. L'intervento ha suscitato una vastissima eco, non solo in Italia, ma anche fuori, fino all'Egitto e all'Arabia Saudita. In Italia il dibattito si è sovrapposto ad alcuni temi della campagna elettorale, ormai in atto, per cui ha assunto toni più passionali.
Non si può negare che le affermazioni dell'arcivescovo di Bologna abbiano avuto un impatto salutare.
Hanno obbligato tutti a riflettere sulla presenza dei musulmani in Italia ed a prendere coscienza che essi non sono un problema che riguarda solo la Chiesa, visione questa riduttiva e superficiale, ma che riguarda innanzitutto lo Stato italiano. Questo non può sottrarsi alle sue responsabilità e deve esaminare e vagliare le richieste dei musulmani, come riportate nelle bozze di intesa fra l'Italia e le Comunità musulmane (scuola, alimentazione, giorno di riposo, festività islamiche, moschee, matrimonio...), accettandole nella misura in cui le Comunità si impegnano a rispettare la Costituzione, il bene comune nonché una sana e chiara reciprocità sui Diritti Umani.
Ma si sono pure levate numerose voci, da parte cattolica e laica che, pur riconoscendo la difficile integrabilità dei musulmani e l'opportunità di far posto a tutti i popoli (con i sudamericani, per esempio, abbiamo un debito di riconoscenza da saldare), hanno anche affermato ad alta voce che privilegiare un gruppo in nome della sola religione (i cattolici in questo caso), è un atteggiamento discriminatorio e può creare - come lo crea di fatto - reazioni pericolose.
Nella presentazione del Dossier, il nome di Card. Biffi non è stato fatto, ma gli intervenienti ne hanno tenuto conto. Così, se è stata riaffermata l'apertura agli immigrati, senza discriminazioni, con l'impegno di rispettarne l'identità, Mons. Di Tora ha auspicato che "i musulmani, al pari degli altri immigrati, rimangano legati al loro passato senza rimanerne vittime e si abituino al concetto di una società laica, rispettosa di tutte le scelte".
L'insistenza unilaterale sul dovere di accoglienza senza domandare a chi è accolto un un'altrettanta doverosa assunzione di responsabilità è ingiusta e, al limite, irrispettosa per gli immigrati stessi, se si considerano veramente come persone libere.

 

I giovani e l'intercultura

Il Dossier non vuole però limitarsi ad affermazioni di principio, per quanto generose, ma proporre qualcosa che aiuti a tradurle in pratica. E' soprattutto nel campo giovanile che le proposte debbono trovare posto. La sala ospitava un gruppo consistente di giovani italiani e figli di immigrati. Un segno dei tempi e una fotografia di quanto si vive ormai in tante scuole. Sugli stessi banchi, accanto ai nazionali, studiano 140.000 bambini e giovani, figli di soggiornanti, fra i quali non mancano quelli della seconda generazione, nati cioè sul nostro suolo. Come avviene già in altri paesi europei, essi sono destinati a crescere per effetto dei ricongiungimenti famigliari e per le nuove nascite.
E' questo pubblico che sarà il protagonista di una società nuova capace di riconoscere l'identità di ogni etnia all'interno di una giusta integrazione. Questo avverrà solo se sarà anch'esso coinvolto nel processo di costruzione, come attore.
Il "Progetto Intercultura", presentato con convinzione dal Dottor Franco Pittau, coordinatore del Dossier, mira proprio a questo scopo: favorire con la conoscenza reciproca che si crea a scuola, la crescita dei nuovi venuti fino a permettere loro di accedere non solo al lavoro, ma ai diritti e ai doveri del cittadino che partecipa alla vita del paese.
Un'icona del domani è stata offerta, nel corso dell'incontro, dalla testimonianza di una donna di origine eritrea, la Signora A. Maricos, ora cittadina italiana. E' nel nostro paese da una trentina d'anni e vive a Milano dove dirige un'impresa che lavora nell'accoglienza e nel campo della mediazione sociale. Ha passato mille difficoltà. "Sono accettata ora, anche se è ancora un'accettazione funzionale", ha affermato.
Una parola di conclusione. Il Dossier (di cui il presente articolo tocca solo alcuni aspetti) non ha preteso di esaurire tutti i problemi, né di indicarne la soluzione. Ha gettato uno sguardo lucido e rispettoso sull'immigrazione stimolando e incoraggiando gli italiani a guardarla in faccia e a discuterne, partendo da dati affidabili per arrivare - finalmente, si spera! - ad un disegno globale nazionale di grande respiro umano e cristiano che tenga conto del bene di quanti han lasciato il loro paese per costruirsi un futuro migliore, come di quelli che li accolgono.