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Guardare in faccia gli Immigrati
La Caritas di Roma presenta il Dossier Statistico 2000
di Aldo Ginnasi
Nella sala del teatro Don Orione a Roma il
pubblico è numeroso. Funzionari governativi, responsabili di
associazioni laiche e cattoliche, giornalisti, ma anche un
folto gruppo di immigrati e tanti allievi delle scuole, fatto
piuttosto sorprendente per un incontro del genere.
L'intervento di Mons. di Tora mette il dito sulla piaga per
quanto riguarda il dibattito, già aperto da tempo, ma ora
più che mai vivace, sul flusso migratorio in Italia.
Circolano infatti le voci e le affermazioni più strane, le
cifre più imprecise, senza un minimo di verifica seria.
L'ignoranza genera paure ingiustificate, aggressività,
rifiuto.
A questa situazione di confusione la Caritas di Roma, ha
risposto con un libro-dossier di quasi 400 pagine, che
costituisce una "somma", per quanto possibile
scientifica, del fenomeno migratorio in Italia. E' il
risultato di laboriose indagini, condotte alla base dai suoi
operatori e in collaborazione stretta con uffici governativi e
numerosi altri organismi. E non si limita a presentare i dati,
ma li studia con rigore e li interpreta. Ne escono riflessioni
che interpellano tutti, responsabili e semplici cittadini.
Numeri nudi e crudi
Il Dossier parte dai dati ufficiali del
Ministero dell'Interno per quanto riguarda il numero degli
immigrati in Italia e dei rispettivi paesi di provenienza,
apportandovi però modifiche notevoli, basate sulle proprie
ricerche. Non è la prima volta che la Caritas introduce
variazioni di questo genere (di cui l'ISTAT ha confermato a
suo tempo l'esattezza).
E' invece la prima volta che essa rinuncia a valutare il
numero dei clandestini, cioè degli immigrati in posizione
irregolare e a sommarlo a quello dei regolari. Il motivo è
che non ci sono indagini recenti in questo settore. Si sa solo
che la grande sanatoria del 1999 ne ha notevolmente ridotto il
numero. Le cifre fornite negli inquadrati riportati riguardano
quindi gli immigrati con permesso di soggiorno.
Il primo dato importante che emerge è che l'Italia, con i
suoi 57.612.615 abitanti, alla fine del 1999, accoglie un
totale di 1.489.873 immigrati (per il Ministero degli Interni
1.251.994). Essi rappresentano il 2,5% della popolazione
totale.
Situazione nuova per rapporto al recente passato e che fa
dell'Italia un paese di immigrazione. Accanto alle principale
nazioni europee, l'immigrazione resta però contenuta. In
Germania i soggiornanti stranieri rappresentavano alla fine
del 1998, l'8,9% della popolazione, in Francia il 6,7, nel
Regno Unito il 3,5, nel Belgio l'8,4.
I flussi continuano. Il Governo Italiano l'anno scorso ha
deciso un'entrata annuale di 63.000 stranieri. Tale quota si
rivela già da adesso al di sotto delle domande del mercato
interno, dove si rende sempre più necessaria la presenza di
immigrati in settori importanti, nei quali gli italiani non
lavorano più o semplicemente non sono più disponibili, data
la crescita demografica negativa.
Nel nostro paese siamo al di sotto del tasso di fertilità che
assicura il livello di sostituzione e che è di 2,1 figli per
ogni donna. Ci troviamo infatti a 1,19, mentre la popolazione
anziana non più attiva cresce, anche per un rapido quanto
vistoso aumento della longevità. Si tocca allora con mano
quanto sia fuori della realtà il dibattito "immigrazione
si, immigrazione no". Siamo già una nazione di
immigrazione e non possiamo farne a meno nel prossimo futuro.
L'ombra del Cardinal Biffi
Il Dossier ha anche un capitolo
sull'appartenenza religiosa dei soggiornanti in Italia,
argomento di rilevanza, per il quale il Governo non fornisce
dati ufficiali, dato che non chiede agli immigrati
l'affiliazione religiosa. L'inquadrato è chiaro e di facile
lettura.
I cristiani (cattolici, protestanti, ortodossi) rappresentano
sempre la maggioranza relativa degli immigrati, 49,5%, ma
negli ultimi 5 anni hanno subito una flessione notevole,
perdendo oltre 5 punti percentuali. Per quanto riguarda i non
cristiani i gruppi più vistosi sono i musulmani, 36,5%,
seguiti a lunga distanza dalle religioni orientali (buddisti e
induisti) con il 6,5.
Il gruppo islamico merita un'attenzione particolare. Da 5 anni
ad oggi è passato dal 30,4 a 36,5% del totale degli
immigrati, aumentando di 6 punti. E la crescita continua,
visto che tra i 63.000 permessi di entrata concessi dal
Governo ogni anno, una quota fissa è riservata, per motivi
particolari di vicinato, al Marocco e alla Tunisia,
interamente musulmani e all'Albania, dove l'Islam rappresenta
sempre il 70%.
Dopo le affermazioni provocatorie del Card. Biffi di Bologna,
questi dati assumono una notevole rilevanza.
Nei suoi scritti, come nelle interviste televisive, il
Porporato ha sostenuto che i musulmani rappresentano un gruppo
culturalmente estraneo alla mentalità e alle tradizioni
religiose degli italiani, un potenziale pericolo per
l'identità nazionale italiana che ha le radici nel
cattolicesimo.
Ed ha chiesto ai governanti di dare precedenza agli immigrati
di appartenenza cattolica che si integrano più facilmente.
L'intervento ha suscitato una vastissima eco, non solo in
Italia, ma anche fuori, fino all'Egitto e all'Arabia Saudita.
In Italia il dibattito si è sovrapposto ad alcuni temi della
campagna elettorale, ormai in atto, per cui ha assunto toni
più passionali.
Non si può negare che le affermazioni dell'arcivescovo di
Bologna abbiano avuto un impatto salutare.
Hanno obbligato tutti a riflettere sulla presenza dei
musulmani in Italia ed a prendere coscienza che essi non sono
un problema che riguarda solo la Chiesa, visione questa
riduttiva e superficiale, ma che riguarda innanzitutto lo
Stato italiano. Questo non può sottrarsi alle sue
responsabilità e deve esaminare e vagliare le richieste dei
musulmani, come riportate nelle bozze di intesa fra l'Italia e
le Comunità musulmane (scuola, alimentazione, giorno di
riposo, festività islamiche, moschee, matrimonio...),
accettandole nella misura in cui le Comunità si impegnano a
rispettare la Costituzione, il bene comune nonché una sana e
chiara reciprocità sui Diritti Umani.
Ma si sono pure levate numerose voci, da parte cattolica e
laica che, pur riconoscendo la difficile integrabilità dei
musulmani e l'opportunità di far posto a tutti i popoli (con
i sudamericani, per esempio, abbiamo un debito di riconoscenza
da saldare), hanno anche affermato ad alta voce che
privilegiare un gruppo in nome della sola religione (i
cattolici in questo caso), è un atteggiamento discriminatorio
e può creare - come lo crea di fatto - reazioni pericolose.
Nella presentazione del Dossier, il nome di Card. Biffi non è
stato fatto, ma gli intervenienti ne hanno tenuto conto.
Così, se è stata riaffermata l'apertura agli immigrati,
senza discriminazioni, con l'impegno di rispettarne
l'identità, Mons. Di Tora ha auspicato che "i musulmani,
al pari degli altri immigrati, rimangano legati al loro
passato senza rimanerne vittime e si abituino al concetto di
una società laica, rispettosa di tutte le scelte".
L'insistenza unilaterale sul dovere di accoglienza senza
domandare a chi è accolto un un'altrettanta doverosa
assunzione di responsabilità è ingiusta e, al limite,
irrispettosa per gli immigrati stessi, se si considerano
veramente come persone libere.
I giovani e l'intercultura
Il Dossier non vuole però limitarsi ad
affermazioni di principio, per quanto generose, ma proporre
qualcosa che aiuti a tradurle in pratica. E' soprattutto nel
campo giovanile che le proposte debbono trovare posto. La sala
ospitava un gruppo consistente di giovani italiani e figli di
immigrati. Un segno dei tempi e una fotografia di quanto si
vive ormai in tante scuole. Sugli stessi banchi, accanto ai
nazionali, studiano 140.000 bambini e giovani, figli di
soggiornanti, fra i quali non mancano quelli della seconda
generazione, nati cioè sul nostro suolo. Come avviene già in
altri paesi europei, essi sono destinati a crescere per
effetto dei ricongiungimenti famigliari e per le nuove
nascite.
E' questo pubblico che sarà il protagonista di una società
nuova capace di riconoscere l'identità di ogni etnia
all'interno di una giusta integrazione. Questo avverrà solo
se sarà anch'esso coinvolto nel processo di costruzione, come
attore.
Il "Progetto Intercultura", presentato con
convinzione dal Dottor Franco Pittau, coordinatore del
Dossier, mira proprio a questo scopo: favorire con la
conoscenza reciproca che si crea a scuola, la crescita dei
nuovi venuti fino a permettere loro di accedere non solo al
lavoro, ma ai diritti e ai doveri del cittadino che partecipa
alla vita del paese.
Un'icona del domani è stata offerta, nel corso dell'incontro,
dalla testimonianza di una donna di origine eritrea, la
Signora A. Maricos, ora cittadina italiana. E' nel nostro
paese da una trentina d'anni e vive a Milano dove dirige
un'impresa che lavora nell'accoglienza e nel campo della
mediazione sociale. Ha passato mille difficoltà. "Sono
accettata ora, anche se è ancora un'accettazione
funzionale", ha affermato.
Una parola di conclusione. Il Dossier (di cui il presente
articolo tocca solo alcuni aspetti) non ha preteso di esaurire
tutti i problemi, né di indicarne la soluzione. Ha gettato
uno sguardo lucido e rispettoso sull'immigrazione stimolando e
incoraggiando gli italiani a guardarla in faccia e a
discuterne, partendo da dati affidabili per arrivare -
finalmente, si spera! - ad un disegno globale nazionale di
grande respiro umano e cristiano che tenga conto del bene di
quanti han lasciato il loro paese per costruirsi un futuro
migliore, come di quelli che li accolgono.
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