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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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Tra le OASI del SAHARA Algerino

Dieci giorni nel cuore del Sahara algerino, lungo le vie carovaniere dei nomadi, alla scoperta delle oasi più sperdute e pittoresche. Più che un viaggio è un incantesimo dei sensi, un'esperienza sospesa nel tempo capace di trasformare qualunque turista in un autentico esploratore.
Timimoun, Sahara algerino

 

Il ragazzo della reception, alla mia vista, per poco non cade dalla sedia. In un attimo richiude il giornale, abbassa il volume dello stereo e si riaggiusta la camicia fuori posto. Poi, con lo sguardo sconcertato, si avvicina porgendomi la mano. "Bienvenu monsieur, vi trovate nell'hotel più confortevole di tutto il Sahara, il posto ideale per chi cerca relax, ospitalità e cortesia": lo dice tutto d'un fiato, come a ripetere una frase rituale imparata a memoria.
Dopo aver controllato i miei documenti, mi fa firmare il registro dei clienti stranieri, un vecchio libro ingiallito e pieno di polvere. Il tizio che mi precede nella lista è un turista canadese passato da queste parti nel giugno del '97. Tre anni fa.
"Gli affari un tempo andavano bene, le stanze erano piene di europei... Poi sono cominciati i massacri dei terroristi e la gente si è spaventata", commenta imbarazzato il ragazzo. "Ora le cose vanno meglio... Il prossimo mese dovrebbe arrivare un gruppo di francesi. Vogliono salire sulle dune in groppa ai cammelli. Cercheremo di accoglierli nel migliore dei modi ma abbiamo bisogno di valuta straniera per far fronte alla manutenzione dei locali".
La cucina dell'albergo non funziona e le piante del giardino sono tutte bruciate dal sole. In camera c'è un caldo soffocante, sul soffitto la grande ventola rimane implacabilmente ferma, rotta da chissà quanto tempo. Il bagno comune è assaltato dagli scarafaggi, dal rubinetto esce solo un filo di acqua rossa.
Un foglio scritto a mano ricorda che la carta igienica può essere acquistata al negozio accanto. In alternativa c'è un pigna di riviste straniere di qualche anno fa. Decido di scaricare i bagagli e fare un giro per l'oasi.

Figurine al mercato

Fuori lo shimun, il vento del deserto, inonda di sabbia le strade. Le donne sono tutte a lavare i panni in una vasca pubblica e si riparano avvolgendosi in lunghi veli colorati. Poco più in là, i bambini escono dalla scuola coranica ripetendo a voce alta i versetti sacri imparati a memoria.
Nella piazza c'è ancora il mercato. Sulle bancarelle si può trovare qualunque cosa: tappeti, medicinali, amuleti portafortuna accanto a vecchie scarpe, pezzi di motore, macchine per cucire. Un commerciante mi prende di mira e cerca di rifilarmi gabbie per uccelli, pantofole, rose del deserto e orologi di dubbia provenienza.
Quando capisce che sono italiano, mi mostra il suo pezzo forte: una vecchia figurina Panini di Paolo Rossi, Pablito, risalente al Mondiale spagnolo dell'82.
Non vuole dirmi come l'ha avuta, mi ripete solo che si tratta di una rarità. Me la infila nella tasca della camicia insieme ad un pezzo di carta scarabocchiato: "n. 42, Nike bianche" c'è scritto accanto al suo indirizzo. Al ritorno in Italia dovrò provvedere a inviargli un paio di scarpe.

Orti prodigiosi

Tra le oasi sahariane le giornate scorrono lente, adagiate su ritmi millenari. Fin dalle prime ore del mattino la gente va a lavorare negli orti creati all'ombra delle palme, dove ogni metro di terra viene strappato con fatica al deserto. Un vecchio contadino, di nome Mamadu, mi svela le tecniche utilizzate per preservare le colture: i muri di recinzione fermano l'avanzata delle dune mentre le piante vengono selezionate e curate con antica sapienza. L'oasi viene alimentata dalle "foggara", veri e propri tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri, scavati dall'uomo per attingere dalla falda freatica l'acqua indispensabile alla vita.
Per farmi assaggiare i prodotti del suo orto, Mamadu mi invita a cena nella piccola casa dove vive con la numerosa famiglia. In mio onore preparano una zuppa piccante e speziata, un ricco piatto di cous cous, il pane cotto nella sabbia. Mangiamo da piatti comuni, seduti in cerchio sopra un mosaico di tappeti sdruciti: le donne da una parte della stanza, gli uomini dall'altra.
Ad un certo punto della serata tra i due gruppi scoppia un'animata discussione: c'è da decidere come spendere i soldi del raccolto dei datteri. Le donne della casa vogliono acquistare il frigorifero, gli uomini la televisione. Mamadu vorrebbe che solidarizzassi con gli uomini, ma io preferisco stare ad osservare. Alla fine vincono le donne.

Turisti e viaggiatori

Al di là del palmeto comincia lo ksar, la parte vecchia dell'oasi, un mosaico di edifici squadrati, identici tra loro, rossi come il sole al tramonto. In un vecchio atelier faccio conoscenza di Maruf, un artigiano che lavora l'argilla con utensili primitivi: "E' un'arte antica che rischia di scomparire", mi spiega. "Oggi i giovani pensano a tutt'altro... Colpa dei turisti e del loro modo di fare: vengono nel Sahara in cerca di avventura e di emozioni forti, sfrecciano veloci con i loro fuoristrada, scattano montagne di rullini fotografici, riempiono boccette di sabbia per farne dei souvenir... Ma non si interessano della nostra cultura e tornano a casa senza aver capito i veri segreti del deserto".
Da Timimoun parte un itinerario turistico incantevole: 70 km di percorso circolare, attorno al bacino di un lago disseccato, con tappe nei villaggi che sorgono ai margini delle dune (si toccano le località di Masine, El Gabsa, Badriane, Tlalet, Ighzer, Ferraoun, Tinfjilet, Aghelman, Ouled said).
Le parole del vecchio Maruf e la paura per gli insabbiamenti mi spingono a noleggiare un dromedario, rinunciando ai comfort del fuoristrada.

ISLAM e pace

La mia guida si fa chiamare Aziz, perché il suo nome arabo è difficile da pronunciare.
Non è del posto, Aziz, ma si sa muovere bene nel deserto. "Sono originario della Cabilia, regione settentrionale del Paese", racconta. "Ho fatto sacrifici enormi per studiare e laurearmi in ingegneria elettronica... Tutto inutile: per trovare lavoro nel mio campo sarei dovuto espatriare".
Così Aziz si è trasferito al sud, nel cuore del Sahara algerino. Un amico gli aveva detto che lì si potevano fare un sacco di soldi organizzando le escursioni per i turisti. Ma poi è scoppiata la guerra e le cose sono andate diversamente.
"Ciò che più mi fa rabbia è che i terroristi dicono di uccidere in nome di Allah", si sfoga. "Così in Occidente l'Islam viene dipinto come una religione ostile, chiusa, squassata dal fondamentalismo. Ma il Corano insegna la tolleranza e la fratellanza. E la maggior parte degli algerini vuole solo la pace".
Aziz è un musulmano mite, tollerante, ma assolutamente rigoroso. Anche nel deserto non rinuncia alla preghiere prescritte dalla sua religione: osserva il sole per individuare la direzione della Mecca, srotola un piccolo tappeto, sgrana il rosario e comincia le abluzioni. E' un rituale che rinnova cinque volte al giorno e che conclude ripetendomi sempre la stessa cosa: "Se ti avventuri nel deserto non puoi permetterti di dimenticarti di Dio".

Ospitalità sahariana

Quando arriviamo nelle oasi la gente ci accoglie con calore offrendoci un riparo e qualcosa da mangiare: zuppe piccanti e speziate, ricchi piatti di cous cous, il pane cotto nella sabbia. Alla fine del pranzo c'è spesso la noce di cola, un piccolo frutto dal sapore amarognolo che possiede proprietà rivitalizzanti e soprattutto un alto valore rituale: spezzata e distribuita ai visitatori è segno di amicizia e rispetto.
Nel deserto l'ospitalità è sacra, come sacro è l'appuntamento con il tè. Lo preparano alla maniera araba: verde, ristretto il più possibile e con una pregevole schiuma, frutto di molti travasi.
Alla sera c'è tanta voglia di fare festa: si spolverano gli scialli e i turbanti, si rifiniscono con l'henné innumerevoli tatuaggi, ci si profuma con l'incenso e l'ambra. La gente balla attorno al fuoco mentre le melodie ricamate dai liuti e dai tamburi si intrecciano con i trilli ipnotici delle donne. Poco più in là, i bambini stanno in cerchio ad ascoltare i racconti dei cantastorie tradizionali. Il tutto sotto un cielo stellato da Mille e una notte.