AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Rifugiati in Africa: delusioni e speranze

di Pierluigi Farnese

P. Farnese, servendosi dei resoconti dell'UNHCR-ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), presenta la grave e peggiorata situazione dei profughi africani. Unico rimedio: la cessazione dei conflitti che si ripetono in forma endemica.

P. Walter Gherri, parlando del difficile ruolo di "pastori" nei campi profughi, punta sul dovere di far sentire la presenza di Cristo con la propria testimonianza personale.

Segnali scoraggianti

Appena poche settimane fa ad Adjumani, in Uganda, la signora Sadako Ogata, Alto Commissario per i Rifugiati, capo dell'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite incaricata della protezione e dell'assistenza dei rifugiati, era costretta ancora una volta a prendere atto che gli incoraggianti segnali registrati durante l'anno precedente nel continente africano erano stati vanificati dall'emergere di nuove tensioni. O dal riacutizzarsi di certe altre, solo apparentemente sopite.
Come ogni 20 giugno da oltre venticinque anni, una platea di capi di stato si era riunita per celebrare l'Africa Refugee Day, il giorno del rifugiato africano, lo stesso giorno in cui nel 1974 entrava in vigore la Convenzione africana sui rifugiati, il fondamentale strumento giuridico, approvato nel 1969 ad Addis Abeba dall'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA), che tuttora regola aspetti specifici del problema dei rifugiati nel continente. Ma come ogni anno, purtroppo, anche quest'anno quella stessa platea si trovava quasi impotente di fronte a uno scenario di allucinante devastazione: con l'Aids che continua a flagellare intere generazioni e la siccità a prosciugare la terra e ad affamare la gente, le inondazioni a distruggere il lavoro di anni. E le guerre, che continuano a mietere sempre più vittime tra la popolazione civile, a stuprare, mutilare o reclutare tra le sue fila i più indifesi.
O, se va bene, li costringe a fuggire, a lasciare i propri averi, la propria casa, spesso il proprio paese.
E la situazione non sembra neanche dover migliorare, anzi.
È notizia di pochi giorni fa: Laurent-Désiré Kabila, presidente della Repub-blica Democratica del Congo, ha dichiarato nulli, anche dal punto di vista formale - in realtà non erano mai stati applicati - gli accordi di pace firmati poco più di un anno fa a Lusaka, che ponevano il cessate-il-fuoco tra la stessa RDC, Angola, Namibia, Ruanda, Uganda e Zimbabwe, impegnati in un sanguinoso ed infinito conflitto nel grande e ricco stato centrafricano.
Solo poche settimane prima si era conclusa con un altro cessate-il-fuoco l'ennesima ripresa degli scontri tra l'Etiopia e l'Eritrea, in guerra da due anni per una parte della regione del Tigré, che oltre a provocare numerose vittime, aveva costretto a rinviare l'imminente programma di rimpatrio dell'UNHCR grazie al quale più di 160mila eritrei rifugiati in Sudan da oltre trent'anni sarebbero potuti tornare finalmente nel proprio paese.
E invece, tra maggio e giugno di quest'anno, altri 700mila eritrei sono dovuti fuggire dalle proprie case, per trovare rifugio nelle pianure occidentali, lungo le zone di frontiera del proprio paese o in Sudan.

In aggiunta, rapimenti

Nel frattempo, quasi ogni mese in Sierra Leone i ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito (RUF) rapiscono operatori umanitari, missionari o soldati dell'UNAMSIL, la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite.
L'ultimo rapimento è avvenuto ai danni di tre missionari saveriani italiani; prima, in agosto, era stata la volta di undici soldati inglesi dell'UNAMSIL e ancora prima, a maggio, addirittura cinquecento caschi blu della stessa missione erano stati sequestrati a più riprese e rilasciati soltanto grazie alla mediazione del presidente liberiano Charles Taylor, a detta di molti l'uomo più influente dell'Africa occidentale. Ma questi sono solo i fatti più recenti e quelli di cui ancora, da qualche parte, si trova notizia.

Nuovi conflitti

In realtà, quasi ogni angolo di questo continente è coinvolto in conflitti di qualche genere - civili o di frontiera, etnici o religiosi, economici o tribali - che qualche tempo fa inducevano il New York Times a definire la guerra nella RDC come la prima guerra mondiale africana.
Anche Amnesty International nell'ultimo Rapporto Annuale parlava del carattere endemico che nel continente assumono il conflitto armato come lo spostamento forzato di popolazione, la tortura come l'impunità dei crimini.
In queste condizioni, il problema dei rifugiati in Africa, alimentato dai numerosi e interminabili conflitti che affligono il continente, assume proporzioni sempre più preoccupanti. Ciò è confermato dalle dichiarazioni dello stesso Alto Commis-sario Ogata, che lo scorso gennaio definiva più critica di sei mesi prima la situazione in diverse aree del continente, specialmente nell'Africa centrale.
Anche il Rapporto Annuale dell'UNHCR sulle attività dell'anno precedente, riferendosi alla regione dei Grandi Laghi africani usava espressioni quali "situazione deteriorata" e "ottimismo svanito", mentre parlando dell'Africa Occidentale definiva "ancora lunga e incerta la strada verso la pace e la stabilità".

I numeri e le persone

Eppure, a prima vista, nella fredda gerarchia dei numeri, con 6,2 milioni di persone che al 31 dicembre 1999 rientravano nella competenza dell'UNHCR, l'Africa viene "solo" al terzo posto, dopo l'Asia e l'Europa, che invece contano rispettivamente 7,3 e 7,2 milioni di persone coperte da quel mandato. All'interno della cifra complessiva relativa all'Africa, i rifugiati sono 3,2 milioni, gli sfollati e altre categorie di competenza 1,7 milioni e coloro che sono rimpatriati, ma hanno ancora bisogno di assistenza, non raggiungono il milione.
Le cifre dunque non riescono ad esprimere che parzialmente il reale stato delle cose. Quello che più conta in Africa infatti è il carattere endemico e ultradecennale delle sue crisi, i picchi di straordinaria ferocia che esse talvolta raggiungono e - come evidenzia anche l'inserto dedicato ai rifugiati del Rapporto della Caritas del 2000 - lo stretto e apparentemente indissolubile legame di tali conflitti, che generano milioni di rifugiati e sfollati, con povertà, indebitamento e sottosviluppo. Tutti elementi, questi, che sembrano comunicare l'amara sensazione di essere di fronte a una tendenza irreversibile.
Le stesse cifre inoltre non tengono conto che parzialmente della delicata questione dei cosiddetti sfollati (Internally Displaced Persons o IDPs), stimati in tutto il mondo nell'ordine di 20 o 25 milioni di persone. Anch'essi in fuga da guerre e persecuzioni, senza però aver attraversato una frontiera internazionale, e quindi senza aver lasciato il proprio paese, non rientrano per questa stessa ragione nel mandato originario dell'UNHCR. In casi specifici, su incarico del Segretario Generale o di un altro organismo competente delle Nazioni Unite e previo consenso dello stato interessato, l'Alto Commissariato interviene per fornire protezione e assistenza agli sfollati.

La difficile assistenza

Ciò evidentemente non sembra essere abbastanza a confronto della gravità e delle dimensioni del problema, se l'Ambasciatore americano alle Nazioni Unite Richard Holbrooke, all'inizio di quest'anno in varie occasioni ribadiva con fermezza la necessità e l'urgenza di affrontare la questione degli sfollati.
Nel discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 13 gennaio di quest'anno sulla situazione dei rifugiati in Africa, l'Alto Commis-sario registrava la crescita della popolazione di coloro che in Africa cercano rifugio in aree più sicure del proprio paese, dove tuttavia "la difficoltà [per le agenzie umanitarie] di accedere ad un gran numero di persone si combina con la complessità di assistere la popolazione civile all'interno del proprio paese, nel quale spesso le autorità dello stato o le forze ribelli che lo controllano, costituiscono le vere cause della loro fuga".
Per queste ragioni al 31 dicembre 1999, solo 650mila sfollati in Africa - 500mila dei quali in Sierra Leone - rientravano tra le persone di competenza dell'UNHCR.
In realtà, secondo stime del Comitato per i rifugiati americano, (USCR) che gli stessi autori definiscono "spesso frammentarie e inattendibili" a causa della difficoltà di accesso a tale categoria di popolazione, gli sfollati nel continente africano sarebbero almeno 10 milioni.

Problemi di sicurezza

Ulteriori e non meno gravi problemi relativi alla questione dei rifugiati in Africa sono quelli della sicurezza dei rifugiati e degli operatori umanitari, che spesso si trovano a operare in condizioni quantomeno rischiose, la militarizzazione dei campi in alcune aree e la protezione delle categorie più vulnerabili - le donne, spesso esposte al rischio di violenza sessuale, e i bambini, vittime di reclutamento forzato e violenze di ogni genere - che insieme costituiscono l'ottanta per cento dell'intera popolazione di rifugiati del mondo.

Le aree di maggior crisi

All'interno del continente africano è possibile individuare alcune regioni in cui il problema dei rifugiati è particolarmente grave. In primo luogo, la regione dei Grandi Laghi, dove vari fattori - dall'aspirazione al controllo delle risorse minerarie all'odio etnico - si intrecciano, dando vita ad una situzione di estrema complessità.
Nel 1994, in Ruanda il genocidio su base etnica causò la fuga di 2 milioni e mezzo di persone, parte delle quali si riversò nella Repubblica Democratica del Congo. L'infiltrazione, tra questi, di elementi destabilizzanti sembra aver contribuito allo sviluppo dell'attuale conflitto in quest'ultimo stato che vede coinvolti anche fazioni armate di Angola, Namibia, Ruanda, Uganda e Zimbabwe per il controllo di quell'immenso territorio e delle sue risorse.
Al 31 dicembre 1999, nell'intera regione l'UNHCR si occupava di circa 2 milioni di persone, tra rifugiati, sfollati e persone tornate nelle proprie case ma ancora bisognose di assistenza .
In Angola, il conflitto civile in corso dal 1975, anno della raggiunta indipendenza, avrebbe costretto un quinto della popolazione totale a lasciare le proprie case: quasi 350mila sono i rifugiati angolani nei paesi limitrofi, mentre gli sfollati all'interno del paese secondo l'USCR sarebbero tra 1,5 e 2 milioni. Date le enormi difficoltà dell'UNHCR di operare all'interno del paese, l'attività si concentra sulla protezione e l'assistenza ai rifugiati nei paesi di accoglienza.
La lotta per il controllo delle risorse caratterizza anche il conflitto da nove anni in atto in Sierra Leone, che nemmeno gli oltre 12mila soldati dell'UNAMSIL riescono a controllare. Le terribili atrocità inflitte dai ribelli alla popolazione civile durante le periodiche offensive contro le forze governative - massacri, mutilazioni, stupri, reclutamento forzato di bambini - hanno fatto sì che at- tualmente quasi mezzo milione di sierraleonesi sia fuggito dal proprio paese, principalmente verso gli affollati campi della Guinea e della Liberia, e altrettanti sarebbero gli sfollati all'interno del paese.
Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, gli abitanti di questo piccolo paese dell'Africa occidentale non arriverebbero neanche a cinque milioni: come se in Italia 12 milioni di persone fossero costrette a lasciare le proprie abitazioni...Infine il Corno d'Africa.
L'UNHCR assiste in questa regione oltre 1,2 milioni di persone, vittime di tre diverse e contemporanee situazioni di conflitto: l'infinita guerra civile tra il centralismo del governo sudanese e le rivendicazioni autonomiste delle regioni del sud, lo stato di semi-anarchia nel quale versa la Somalia e la guerra territoriale tra Etiopia ed Eritrea, che alterna momenti di dialogo a momenti di tensione, come quello conclusosi pochi mesi fa.
In questa regione dell'Africa orientale, inoltre, le conseguenze delle guerre sono ulteriormente aggravate da catastrofi naturali e carestie che si susseguono con triste regolarità.

Cosa si può fare

È stato di certo questo desolato panorama ad aver portato la signora Ogata nel citato discorso al Consiglio di Sicurezza dello scorso gennaio a chiedere con forza non rapida ma, se possibile, "più rapida" soluzioni alle crisi di rifugiati che affliggono il continente africano.
Alcuni strumenti in effetti sono già a disposizione degli stati di questo continente. Oltre alla Convenzione di Ginevra e al suo Protocollo aggiuntivo del 1967, gli stati africani si sono dotati di un importante strumento giuridico, la "Convenzione africana sui rifugiati" firmata dagli stati dell'Organizzazione per l'Unità Africana - nel 1969. Tale Convenzione, ancora oggi considerata innovativa, regola aspetti specifici e caratteristiche peculiari proprie del problema dei rifugiati in Africa, quali i movimenti di un enorme numero di persone in un unico esodo.
La nozione individuale di rifugiato enunciata dalla Convenzione di Ginevra sulla base di una interpretazione restrittiva, viene infatti estesa anche a coloro che fuggono a causa di "aggressioni esterne, occupazioni, dominazioni straniere o eventi che causino una grave turbativa dell'ordine pubblico" che si verifichino in qualsiasi parte del paese d'origine o del paese di cui hanno la cittadinanza. Ciò significa che lo status di rifugiato può essere concesso non solo a singoli e sulla base di persecuzione specifica, ma anche a gruppi di persone in fuga da conflitti.
La Convenzione dell'OUA è stata inoltre il primo strumento giuridico a includere espressamente il concetto di "rimpatrio volontario", principio oggi universalmente accettato e considerato dall'UNHCR, in presenza di sufficienti condizioni di sicurezza, la preferibile tra le soluzioni durevoli a una crisi di rifugiati.

La soluzione dei conflitti

Il rimpatrio su base volontaria, tradizionalmente ritenuto l'ultima fase del processo di ritorno dei rifugiati, ha oggi visto evolversi il suo ruolo. Di frequente il ritorno su larga scala dei rifugiati, avviene alle proprie case e questi stessi rifugiati sono artefici del ripristino di condizioni di pace e sicurezza.
Nonostante la portata innovativa e l'attualità dell'interpretazione estensiva della nozione di rifugiato e del concetto di rimpatrio volontario, gli strumenti giuridici a disposizione degli stati africani non sembrano ancora sufficienti ad affrontare le crisi di rifugiati nel continente.
La vera questione, evidenziava in effetti la signora Ogata quando lo scorso gennaio si rivolgeva al Consiglio di Sicurezza, risiede piuttosto nella soluzione dei conflitti e nella necessità di prevenirli. Ma la guerra non può essere fermata se, come accade in Africa, non esistono "efficaci meccanismi di soluzione dei conflitti", se "le forze ribelli che combattono un governo, vengono poi sostenute dal governo di un altro paese" e se "il controllo delle risorse - petrolio, diamanti, legno - per gli stessi governi costituisce un obiettivo prioritario rispetto al benessere della popolazione".
E ancora di più, se gli spostamenti forzati di grandi masse di popolazione rappresentano un vero e proprio obiettivo militare, finalizzato a stravolgere la composizione etnica di determinati territori e a creare instabilità. In tali condizioni, dichiarava ancora l'Alto Commissario, "l'attività delle agenzie umanitarie non può che essere limitata", o comunque confinata alla mera assistenza, principalmente a livello locale, e solo quando richiesto.
Quello che serve dunque, concludeva l'Alto Commissario, è un contesto giuridico e istituzionale solido, che permetta di ripristinare la legalità, e che i governi forniscano sistematicamente alle missioni di peacekeeping il necessario sostegno. In definitiva, quello di cui hanno bisogno i rifugiati è di qualcuno che ispiri i governi e li sostenga nel loro cammino verso l'acquisizione di istituzioni che permettano di rispettare i diritti umani e di tutelare i più deboli. Senza dimenticare che forse dieci, o quindici, o venti milioni di persone, in Africa, stanno ancora aspettando di poter tornare a casa.

 

"pastori" in un campo di profughi.

Walter Gherri
Le fredde statistiche, utili per specificare la gravità del problema, devono inevitabilmente portare all'impegno umanitario. Dietro alle cifre ci sono delle persone che hanno bisogno di essere aiutate a vivere la terribile prova della fuga e dell'esilio. Anche l'impegno umanitario però, può essere concepito in modi diversi. Gli organismi cosiddetti "umanitari" lavorano secondo filosofie e politiche diverse, talvolta contradditorie. Molti di essi sono delle ONG le quali riflettono, spesso, le ideologie politiche e sociali dei governi che le finanziano.
Essendo il 50% dei profughi tra cui lavoro dei cattolici, la nostra presenza in mezzo a loro vuole essere attenta all'elemento religioso che non viene preso in considerazione da organismi puramente umanitari.
Il mio ministero pastorale tra i profughi iniziò nel 1992 durante la guerra del Ruanda, culminata nel genocidio del 94. In quelle circostanze la gente incominciò a fuggire la guerra e la insicurezza da essa generata, prima all'interno del paese e poi fuori, in Tanzania, in cerca di luoghi più tranquilli e sicuri.
Io ho seguito quelli che se ne andavano per aiutarli nella prova che dovevano affrontare e la mia esperienza dura tuttora.
Nel frattempo il quadro generale è cambiato molto: ai 350.000 profughi Ruandesi si sono aggiunti, in numero sempre crescente, altri Burundesi in fuga dal loro paese, in preda anch'esso alle lotte tribali ed etniche.
Nel 1996 i Ruandesi furono cacciati con la forza (una mossa contraria a tutte le leggi internazionali che stabiliscono che i profughi, pur incoraggiati a rientrare al più presto nel loro paese d'origine, non devono essere rimpatriati con la forza e contro la libera volontà).
Assieme ad un altro confratello e a tre suore diocesane, ora mi trovo ad operare in due campi profughi nel nord-ovest della Tanzania che contano 100-120.000 persone, Burundesi in maggioranza, ma con un consistente gruppo di Ruandesi, ritornati in esilio dopo il loro forzato rientro in patria.

Che cosa fare?

Non potendo fare tutto, abbiamo decisamente scelto di essere una "squadra" di pastori, mirando, dato il numero consistente di cristiani tra i profughi, alla costruzione di una Chiesa in esilio. I campi sono per noi una grande parrocchia; il luogo concreto in cui Cristo ci invita ad essere testimoni.
Lavorare tra i profughi non è un apostolato "interessante", è piuttosto una sfida. L'operatore pastorale è costantemente, quotidianamente a confronto con ogni sorta di sofferenze: fisiche, psicologiche, morali, spirituali... e questo, col passare del tempo, può provocare scoraggiamento, senso di impotenza e frustrazione davanti a situazioni che sono più grandi di noi e alle quali non possiamo portare un gran sollievo. La diversità delle lingue rende il dialogo spesso difficile se non impossibile, e il dover lavorare giorno dopo giorno dove tutto è provvisorio e anche trovare un posto in cui sederci con calma e parlare o riflettere assieme è quasi impossibile, alla lunga diventa gravoso.
Da notare poi che gli organismi umanitari non cercano la nostra presenza o collaborazione... Direi che siamo "tollerati"in quanto l'esercizio della religione fa parte dei diritti umani, e noi siamo considerati come coloro che possono provvedere all'esercizio di questo diritto.

Che cosa dire?

Si sa che non è facile dare consigli a chi si trova in una situazione di grave sofferenza. Soprattutto con formule stereotipate: porta pazienza, abbi fede, il Signore è con voi e non vi abbandona. Il primo movimento di fronte al dolore, anche da parte di chi crede, è quello di chiedersi perchè Dio lo permette.
Il nostro lavoro pastorale cerca di essere un "ministero di consolazione", ma questo non va da sé, non è scontato. Può diventare addirittura imbarazzante quando si tenta di lavorare alla riconciliazione degli spiriti.
Chi è stato costretto a scappare dalla sua casa e dalla sua terra per salvare la pelle, non è facilmente disponibile a sentirsi dire che dovrebbe essere pronto a riconciliarsi con chi gli ha procurato tutto il disagio. Il discorso non è facile neanche per chi lo deve proporre.
Se come pastori, la nostra prima preoccupazione è quella di prenderci cura della comunità cristiana, il contesto "non-normale" in cui ci si trova ad operare, rende il nostro compito molto difficile. Persone che provengono da luoghi diversi, anche se dallo stesso paese d'origine, non si conoscono e non hanno ancora una reciproca fiducia. Le stesse diversità delle pratiche pastorali rende la "costruzione" della comunità abbastanza difficile.
Un peso non indifferente è dato dagli squilibri ecologici dovuti alla sovrappopolazione, al disboscamento per trovare legna, alla richiesta di quantità d'acqua spesso scarsa di per sè.
Ci sono problemi concreti di sicurezza e di ordine pubblico: tra i profughi sono fuggiti anche dei malviventi... E, problema grave per quanto ci riguarda: molti si sentono abbandonati da Dio e dagli uomini. Molti lasciano la pratica religiosa con la scusa che Dio li tratta ingiustamente. Ci sono però anche quelli che nella prova riscoprono Dio e trovano in lui la forza per sperare. Sono loro a confermarci che "Il Verbo si è fatto carne e ha piantato la sua tenda in mezzo a noi" ( Gv 1-14). Lo esperimentiamo di continuo: Dio condivide le loro difficoltà quotidiane per la sopravvivenza. Ode ogni grido e ogni lamento che esce dalla loro bocca o si forma nel profondo dei loro cuori, povero tra i poveri, trattato ingiustamente con coloro che subiscono l'ingiustizia... Tutto ciò ci chiede di essergli testimoni, di continuare a vivere il nostro Battesimo con la forza che egli stesso ci dà. Vogliamo testimoniare che è possibile essere Chiesa viva di Cristo anche in questo particolare contesto che sembra, apparentemente, contraddire quanto crediamo e celebriamo.
Importante è non lasciarci prendere nella trappola dell'efficentismo: qui ciò che conta è il modo di essere presenti e di far sentire la presenza di Cristo. Il problema dei profughi è per la Chiesa e per noi missionari una priorità pastorale che deve però coinvolgere ogni cristiano. Si tratta di una sfida che invita tutti al Vangelo vissuto nella pratica: " ...ero straniero e mi avete accolto..." (Mt 25)
E' auspicabile che i Vescovi dalle cui diocesi i profughi provengono o nelle quali si rifugiano, siano invitati a collaborare tra di loro per cercare mezzi pastorali e persone che li aiutino ad affrontare questa sfida.