|
|
Rifugiati in Africa: delusioni e speranze
di Pierluigi Farnese
P. Farnese, servendosi dei resoconti
dell'UNHCR-ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati), presenta la grave e peggiorata situazione dei
profughi africani. Unico rimedio: la cessazione dei conflitti
che si ripetono in forma endemica.
P. Walter Gherri, parlando del
difficile ruolo di "pastori" nei campi profughi,
punta sul dovere di far sentire la presenza di Cristo con la
propria testimonianza personale.
Segnali scoraggianti
Appena poche settimane fa ad Adjumani, in
Uganda, la signora Sadako Ogata, Alto Commissario per i
Rifugiati, capo dell'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite
incaricata della protezione e dell'assistenza dei rifugiati,
era costretta ancora una volta a prendere atto che gli
incoraggianti segnali registrati durante l'anno precedente nel
continente africano erano stati vanificati dall'emergere di
nuove tensioni. O dal riacutizzarsi di certe altre, solo
apparentemente sopite.
Come
ogni 20 giugno da oltre venticinque anni, una platea di capi
di stato si era riunita per celebrare l'Africa Refugee Day, il
giorno del rifugiato africano, lo stesso giorno in cui nel
1974 entrava in vigore la Convenzione africana sui rifugiati,
il fondamentale strumento giuridico, approvato nel 1969 ad
Addis Abeba dall'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA),
che tuttora regola aspetti specifici del problema dei
rifugiati nel continente. Ma come ogni anno, purtroppo, anche
quest'anno quella stessa platea si trovava quasi impotente di
fronte a uno scenario di allucinante devastazione: con l'Aids
che continua a flagellare intere generazioni e la siccità a
prosciugare la terra e ad affamare la gente, le inondazioni a
distruggere il lavoro di anni. E le guerre, che continuano a
mietere sempre più vittime tra la popolazione civile, a
stuprare, mutilare o reclutare tra le sue fila i più
indifesi.
O, se va bene, li costringe a fuggire, a lasciare i propri
averi, la propria casa, spesso il proprio paese.
E la situazione non sembra neanche dover migliorare, anzi.
È notizia di pochi giorni fa: Laurent-Désiré Kabila,
presidente della Repub-blica Democratica del Congo, ha
dichiarato nulli, anche dal punto di vista formale - in
realtà non erano mai stati applicati - gli accordi di pace
firmati poco più di un anno fa a Lusaka, che ponevano il
cessate-il-fuoco tra la stessa RDC, Angola, Namibia, Ruanda,
Uganda e Zimbabwe, impegnati in un sanguinoso ed infinito
conflitto nel grande e ricco stato centrafricano.
Solo poche settimane prima si era conclusa con un altro
cessate-il-fuoco l'ennesima ripresa degli scontri tra
l'Etiopia e l'Eritrea, in guerra da due anni per una parte
della regione del Tigré, che oltre a provocare numerose
vittime, aveva costretto a rinviare l'imminente programma di
rimpatrio dell'UNHCR grazie al quale più di 160mila eritrei
rifugiati in Sudan da oltre trent'anni sarebbero potuti
tornare finalmente nel proprio paese.
E invece, tra maggio e giugno di quest'anno, altri 700mila
eritrei sono dovuti fuggire dalle proprie case, per trovare
rifugio nelle pianure occidentali, lungo le zone di frontiera
del proprio paese o in Sudan.
In aggiunta, rapimenti
Nel frattempo, quasi ogni mese in Sierra
Leone i ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito (RUF)
rapiscono operatori umanitari, missionari o soldati dell'UNAMSIL,
la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite.
L'ultimo rapimento è avvenuto ai danni di tre missionari
saveriani italiani; prima, in agosto, era stata la volta di
undici soldati inglesi dell'UNAMSIL e ancora prima, a maggio,
addirittura cinquecento caschi blu della stessa missione erano
stati sequestrati a più riprese e rilasciati soltanto grazie
alla mediazione del presidente liberiano Charles Taylor, a
detta di molti l'uomo più influente dell'Africa occidentale.
Ma questi sono solo i fatti più recenti e quelli di cui
ancora, da qualche parte, si trova notizia.
Nuovi conflitti
In realtà, quasi ogni angolo di questo
continente è coinvolto in conflitti di qualche genere -
civili o di frontiera, etnici o religiosi, economici o tribali
- che qualche tempo fa inducevano il New York Times a definire
la guerra nella RDC come la prima guerra mondiale africana.
Anche Amnesty International nell'ultimo Rapporto Annuale
parlava del carattere endemico che nel continente assumono il
conflitto armato come lo spostamento forzato di popolazione,
la tortura come l'impunità dei crimini.
In queste condizioni, il problema dei rifugiati in Africa,
alimentato dai numerosi e interminabili conflitti che
affligono il continente, assume proporzioni sempre più
preoccupanti. Ciò è confermato dalle dichiarazioni dello
stesso Alto Commis-sario Ogata, che lo scorso gennaio definiva
più critica di sei mesi prima la situazione in diverse aree
del continente, specialmente nell'Africa centrale.
Anche il Rapporto Annuale dell'UNHCR sulle attività dell'anno
precedente, riferendosi alla regione dei Grandi Laghi africani
usava espressioni quali "situazione deteriorata" e
"ottimismo svanito", mentre parlando dell'Africa
Occidentale definiva "ancora lunga e incerta la strada
verso la pace e la stabilità".
I numeri e le persone
Eppure, a prima vista, nella fredda gerarchia
dei numeri, con 6,2 milioni di persone che al 31 dicembre 1999
rientravano nella competenza dell'UNHCR, l'Africa viene
"solo" al terzo posto, dopo l'Asia e l'Europa, che
invece contano rispettivamente 7,3 e 7,2 milioni di persone
coperte da quel mandato. All'interno della cifra complessiva
relativa all'Africa, i rifugiati sono 3,2 milioni, gli
sfollati e altre categorie di competenza 1,7 milioni e coloro
che sono rimpatriati, ma hanno ancora bisogno di assistenza,
non raggiungono il milione.
Le
cifre dunque non riescono ad esprimere che parzialmente il
reale stato delle cose. Quello che più conta in Africa
infatti è il carattere endemico e ultradecennale delle sue
crisi, i picchi di straordinaria ferocia che esse talvolta
raggiungono e - come evidenzia anche l'inserto dedicato ai
rifugiati del Rapporto della Caritas del 2000 - lo stretto e
apparentemente indissolubile legame di tali conflitti, che
generano milioni di rifugiati e sfollati, con povertà,
indebitamento e sottosviluppo. Tutti elementi, questi, che
sembrano comunicare l'amara sensazione di essere di fronte a
una tendenza irreversibile.
Le stesse cifre inoltre non tengono conto che parzialmente
della delicata questione dei cosiddetti sfollati (Internally
Displaced Persons o IDPs), stimati in tutto il mondo
nell'ordine di 20 o 25 milioni di persone. Anch'essi in fuga
da guerre e persecuzioni, senza però aver attraversato una
frontiera internazionale, e quindi senza aver lasciato il
proprio paese, non rientrano per questa stessa ragione nel
mandato originario dell'UNHCR. In casi specifici, su incarico
del Segretario Generale o di un altro organismo competente
delle Nazioni Unite e previo consenso dello stato interessato,
l'Alto Commissariato interviene per fornire protezione e
assistenza agli sfollati.
La difficile assistenza
Ciò evidentemente non sembra essere
abbastanza a confronto della gravità e delle dimensioni del
problema, se l'Ambasciatore americano alle Nazioni Unite
Richard Holbrooke, all'inizio di quest'anno in varie occasioni
ribadiva con fermezza la necessità e l'urgenza di affrontare
la questione degli sfollati.
Nel discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del
13 gennaio di quest'anno sulla situazione dei rifugiati in
Africa, l'Alto Commis-sario registrava la crescita della
popolazione di coloro che in Africa cercano rifugio in aree
più sicure del proprio paese, dove tuttavia "la
difficoltà [per le agenzie umanitarie] di accedere ad un gran
numero di persone si combina con la complessità di assistere
la popolazione civile all'interno del proprio paese, nel quale
spesso le autorità dello stato o le forze ribelli che lo
controllano, costituiscono le vere cause della loro
fuga".
Per queste ragioni al 31 dicembre 1999, solo 650mila sfollati
in Africa - 500mila dei quali in Sierra Leone - rientravano
tra le persone di competenza dell'UNHCR.
In realtà, secondo stime del Comitato per i rifugiati
americano, (USCR) che gli stessi autori definiscono
"spesso frammentarie e inattendibili" a causa della
difficoltà di accesso a tale categoria di popolazione, gli
sfollati nel continente africano sarebbero almeno 10 milioni.
Problemi di sicurezza
Ulteriori e non meno gravi problemi relativi
alla questione dei rifugiati in Africa sono quelli della
sicurezza dei rifugiati e degli operatori umanitari, che
spesso si trovano a operare in condizioni quantomeno
rischiose, la militarizzazione dei campi in alcune aree e la
protezione delle categorie più vulnerabili - le donne, spesso
esposte al rischio di violenza sessuale, e i bambini, vittime
di reclutamento forzato e violenze di ogni genere - che
insieme costituiscono l'ottanta per cento dell'intera
popolazione di rifugiati del mondo.
Le aree di maggior crisi
All'interno del continente africano è
possibile individuare alcune regioni in cui il problema dei
rifugiati è particolarmente grave. In primo luogo, la regione
dei Grandi Laghi, dove vari fattori - dall'aspirazione al
controllo delle risorse minerarie all'odio etnico - si
intrecciano, dando vita ad una situzione di estrema
complessità.
Nel 1994, in Ruanda il genocidio su base etnica causò la fuga
di 2 milioni e mezzo di persone, parte delle quali si riversò
nella Repubblica Democratica del Congo. L'infiltrazione, tra
questi, di elementi destabilizzanti sembra aver contribuito
allo sviluppo dell'attuale conflitto in quest'ultimo stato che
vede coinvolti anche fazioni armate di Angola, Namibia,
Ruanda, Uganda e Zimbabwe per il controllo di quell'immenso
territorio e delle sue risorse.
Al 31 dicembre 1999, nell'intera regione l'UNHCR si occupava
di circa 2 milioni di persone, tra rifugiati, sfollati e
persone tornate nelle proprie case ma ancora bisognose di
assistenza .
In Angola, il conflitto civile in corso dal 1975, anno della
raggiunta indipendenza, avrebbe costretto un quinto della
popolazione totale a lasciare le proprie case: quasi 350mila
sono i rifugiati angolani nei paesi limitrofi, mentre gli
sfollati all'interno del paese secondo l'USCR sarebbero tra
1,5 e 2 milioni. Date le enormi difficoltà dell'UNHCR di
operare all'interno del paese, l'attività si concentra sulla
protezione e l'assistenza ai rifugiati nei paesi di
accoglienza.
La lotta per il controllo delle risorse caratterizza anche il
conflitto da nove anni in atto in Sierra Leone, che nemmeno
gli oltre 12mila soldati dell'UNAMSIL riescono a controllare.
Le terribili atrocità inflitte dai ribelli alla popolazione
civile durante le periodiche offensive contro le forze
governative - massacri, mutilazioni, stupri, reclutamento
forzato di bambini - hanno fatto sì che at- tualmente quasi
mezzo milione di sierraleonesi sia fuggito dal proprio paese,
principalmente verso gli affollati campi della Guinea e della
Liberia, e altrettanti sarebbero gli sfollati all'interno del
paese.
Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, gli abitanti di
questo piccolo paese dell'Africa occidentale non arriverebbero
neanche a cinque milioni: come se in Italia 12 milioni di
persone fossero costrette a lasciare le proprie
abitazioni...Infine il Corno d'Africa.
L'UNHCR assiste in questa regione oltre 1,2 milioni di
persone, vittime di tre diverse e contemporanee situazioni di
conflitto: l'infinita guerra civile tra il centralismo del
governo sudanese e le rivendicazioni autonomiste delle regioni
del sud, lo stato di semi-anarchia nel quale versa la Somalia
e la guerra territoriale tra Etiopia ed Eritrea, che alterna
momenti di dialogo a momenti di tensione, come quello
conclusosi pochi mesi fa.
In questa regione dell'Africa orientale, inoltre, le
conseguenze delle guerre sono ulteriormente aggravate da
catastrofi naturali e carestie che si susseguono con triste
regolarità.
Cosa si può fare
È stato di certo questo desolato panorama ad
aver portato la signora Ogata nel citato discorso al Consiglio
di Sicurezza dello scorso gennaio a chiedere con forza non
rapida ma, se possibile, "più rapida" soluzioni
alle crisi di rifugiati che affliggono il continente africano.
Alcuni strumenti in effetti sono già a disposizione degli
stati di questo continente. Oltre alla Convenzione
di Ginevra e al suo Protocollo aggiuntivo del 1967, gli stati
africani si sono dotati di un importante strumento giuridico,
la "Convenzione africana sui rifugiati" firmata
dagli stati dell'Organizzazione per l'Unità Africana - nel
1969. Tale Convenzione, ancora oggi considerata innovativa,
regola aspetti specifici e caratteristiche peculiari proprie
del problema dei rifugiati in Africa, quali i movimenti di un
enorme numero di persone in un unico esodo.
La nozione individuale di rifugiato enunciata dalla
Convenzione di Ginevra sulla base di una interpretazione
restrittiva, viene infatti estesa anche a coloro che fuggono a
causa di "aggressioni esterne, occupazioni, dominazioni
straniere o eventi che causino una grave turbativa dell'ordine
pubblico" che si verifichino in qualsiasi parte del paese
d'origine o del paese di cui hanno la cittadinanza. Ciò
significa che lo status di rifugiato può essere concesso non
solo a singoli e sulla base di persecuzione specifica, ma
anche a gruppi di persone in fuga da conflitti.
La Convenzione dell'OUA è stata inoltre il primo strumento
giuridico a includere espressamente il concetto di
"rimpatrio volontario", principio oggi
universalmente accettato e considerato dall'UNHCR, in presenza
di sufficienti condizioni di sicurezza, la preferibile tra le
soluzioni durevoli a una crisi di rifugiati.
La soluzione dei conflitti
Il rimpatrio su base volontaria,
tradizionalmente ritenuto l'ultima fase del processo di
ritorno dei rifugiati, ha oggi visto evolversi il suo ruolo.
Di frequente il ritorno su larga scala dei rifugiati, avviene
alle proprie case e questi stessi rifugiati sono artefici del
ripristino di condizioni di pace e sicurezza.
Nonostante la portata innovativa e l'attualità
dell'interpretazione estensiva della nozione di rifugiato e
del concetto di rimpatrio volontario, gli strumenti giuridici
a disposizione degli stati africani non sembrano ancora
sufficienti ad affrontare le crisi di rifugiati nel
continente.
La vera questione, evidenziava in effetti la signora Ogata
quando lo scorso gennaio si rivolgeva al Consiglio di
Sicurezza, risiede piuttosto nella soluzione dei conflitti e
nella necessità di prevenirli. Ma la guerra non può essere
fermata se, come accade in Africa, non esistono "efficaci
meccanismi di soluzione dei conflitti", se "le forze
ribelli che combattono un governo, vengono poi sostenute dal
governo di un altro paese" e se "il controllo delle
risorse - petrolio, diamanti, legno - per gli stessi governi
costituisce un obiettivo prioritario rispetto al benessere
della popolazione".
E ancora di più, se gli spostamenti forzati di grandi masse
di popolazione rappresentano un vero e proprio obiettivo
militare, finalizzato a stravolgere la composizione etnica di
determinati territori e a creare instabilità. In tali
condizioni, dichiarava ancora l'Alto Commissario,
"l'attività delle agenzie umanitarie non può che essere
limitata", o comunque confinata alla mera assistenza,
principalmente a livello locale, e solo quando richiesto.
Quello che serve dunque, concludeva l'Alto Commissario, è un
contesto giuridico e istituzionale solido, che permetta di
ripristinare la legalità, e che i governi forniscano
sistematicamente alle missioni di peacekeeping il necessario
sostegno. In definitiva, quello di cui hanno bisogno i
rifugiati è di qualcuno che ispiri i governi e li sostenga
nel loro cammino verso l'acquisizione di istituzioni che
permettano di rispettare i diritti umani e di tutelare i più
deboli. Senza dimenticare che forse dieci, o quindici, o venti
milioni di persone, in Africa, stanno ancora aspettando di
poter tornare a casa.
"pastori" in un campo di
profughi.
Walter Gherri
Le fredde statistiche, utili per specificare la gravità del
problema, devono inevitabilmente portare all'impegno
umanitario. Dietro alle cifre ci sono delle persone che hanno
bisogno di essere aiutate a vivere la terribile prova della
fuga e dell'esilio. Anche l'impegno umanitario però, può
essere concepito in modi diversi. Gli organismi cosiddetti
"umanitari" lavorano secondo filosofie e politiche
diverse, talvolta contradditorie. Molti di essi sono delle ONG
le quali riflettono, spesso, le ideologie politiche e sociali
dei governi che le finanziano.
Essendo il 50% dei profughi tra cui lavoro dei cattolici, la
nostra presenza in mezzo a loro vuole essere attenta
all'elemento religioso che non viene preso in considerazione
da organismi puramente umanitari.
Il mio ministero pastorale tra i profughi iniziò nel 1992
durante la guerra del Ruanda, culminata nel genocidio del 94.
In quelle circostanze la gente incominciò a fuggire la guerra
e la insicurezza da essa generata, prima all'interno del paese
e poi fuori, in Tanzania, in cerca di luoghi più tranquilli e
sicuri.
Io ho seguito quelli che se ne andavano per aiutarli nella
prova che dovevano affrontare e la mia esperienza dura
tuttora.
Nel frattempo il quadro generale è cambiato molto: ai 350.000
profughi Ruandesi si sono aggiunti, in numero sempre
crescente, altri Burundesi in fuga dal loro paese, in preda
anch'esso alle lotte tribali ed etniche.
Nel 1996 i Ruandesi furono cacciati con la forza (una mossa
contraria a tutte le leggi internazionali che stabiliscono che
i profughi, pur incoraggiati a rientrare al più presto nel
loro paese d'origine, non devono essere rimpatriati con la
forza e contro la libera volontà).
Assieme ad un altro confratello e a tre suore diocesane, ora
mi trovo ad operare in due campi profughi nel nord-ovest della
Tanzania che contano 100-120.000 persone, Burundesi in
maggioranza, ma con un consistente gruppo di Ruandesi,
ritornati in esilio dopo il loro forzato rientro in patria.
Che cosa fare?
Non potendo fare tutto, abbiamo decisamente
scelto di essere una "squadra" di pastori, mirando,
dato il numero consistente di cristiani tra i profughi, alla
costruzione di una Chiesa in esilio. I campi sono per noi una
grande parrocchia; il luogo concreto in cui Cristo ci invita
ad essere testimoni.
Lavorare tra i profughi non è un apostolato
"interessante", è piuttosto una sfida. L'operatore
pastorale è costantemente, quotidianamente a confronto con
ogni sorta di sofferenze: fisiche, psicologiche, morali,
spirituali... e questo, col passare del tempo, può provocare
scoraggiamento, senso di impotenza e frustrazione davanti a
situazioni che sono più grandi di noi e alle quali non
possiamo portare un gran sollievo. La diversità delle lingue
rende il dialogo spesso difficile se non impossibile, e il
dover lavorare giorno dopo giorno dove tutto è provvisorio e
anche trovare un posto in cui sederci con calma e parlare o
riflettere assieme è quasi impossibile, alla lunga diventa
gravoso.
Da notare poi che gli organismi umanitari non cercano la
nostra presenza o collaborazione... Direi che siamo
"tollerati"in quanto l'esercizio della religione fa
parte dei diritti umani, e noi siamo considerati come coloro
che possono provvedere all'esercizio di questo diritto.
Che cosa dire?
Si sa che non è facile dare consigli a chi
si trova in una situazione di grave sofferenza. Soprattutto
con formule stereotipate: porta pazienza, abbi fede, il
Signore è con voi e non vi abbandona. Il primo movimento di
fronte al dolore, anche da parte di chi crede, è quello di
chiedersi perchè Dio lo permette.
Il nostro lavoro pastorale cerca di essere un "ministero
di consolazione", ma questo non va da sé, non è
scontato. Può diventare addirittura imbarazzante quando si
tenta di lavorare alla riconciliazione degli spiriti.
Chi è stato costretto a scappare dalla sua casa e dalla sua
terra per salvare la pelle, non è facilmente disponibile a
sentirsi dire che dovrebbe essere pronto a riconciliarsi con
chi gli ha procurato tutto il disagio. Il discorso non è
facile neanche per chi lo deve proporre.
Se come pastori, la nostra prima preoccupazione è quella di
prenderci cura della comunità cristiana, il contesto
"non-normale" in cui ci si trova ad operare, rende
il nostro compito molto difficile. Persone che provengono da
luoghi diversi, anche se dallo stesso paese d'origine, non si
conoscono e non hanno ancora una reciproca fiducia. Le stesse
diversità delle pratiche pastorali rende la
"costruzione" della comunità abbastanza difficile.
Un peso non indifferente è dato dagli squilibri ecologici
dovuti alla sovrappopolazione, al disboscamento per trovare
legna, alla richiesta di quantità d'acqua spesso scarsa di
per sè.
Ci sono problemi concreti di sicurezza e di ordine pubblico:
tra i profughi sono fuggiti anche dei malviventi... E,
problema grave per quanto ci riguarda: molti si sentono
abbandonati da Dio e dagli uomini. Molti lasciano la pratica
religiosa con la scusa che Dio li tratta ingiustamente. Ci
sono però anche quelli che nella prova riscoprono Dio e
trovano in lui la forza per sperare. Sono loro a confermarci
che "Il Verbo si è fatto carne e ha piantato la sua
tenda in mezzo a noi" ( Gv 1-14). Lo esperimentiamo di
continuo: Dio condivide le loro difficoltà quotidiane per la
sopravvivenza. Ode ogni grido e ogni lamento che esce dalla
loro bocca o si forma nel profondo dei loro cuori, povero tra
i poveri, trattato ingiustamente con coloro che subiscono
l'ingiustizia... Tutto ciò ci chiede di essergli testimoni,
di continuare a vivere il nostro Battesimo con la forza che
egli stesso ci dà. Vogliamo testimoniare che è possibile
essere Chiesa viva di Cristo anche in questo particolare
contesto che sembra, apparentemente, contraddire quanto
crediamo e celebriamo.
Importante è non lasciarci prendere nella trappola dell'efficentismo:
qui ciò che conta è il modo di essere presenti e di far
sentire la presenza di Cristo. Il problema dei profughi è per
la Chiesa e per noi missionari una priorità pastorale che
deve però coinvolgere ogni cristiano. Si tratta di una sfida
che invita tutti al Vangelo vissuto nella pratica: "
...ero straniero e mi avete accolto..." (Mt 25)
E' auspicabile che i Vescovi dalle cui diocesi i profughi
provengono o nelle quali si rifugiano, siano invitati a
collaborare tra di loro per cercare mezzi pastorali e persone
che li aiutino ad affrontare questa sfida.
|