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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Coppie miste cristianoislamiche.

Le coppie miste islamocristiane vivono un insieme di problemi che non sono solo religiosi. Rivelano spesso una conoscenza superficiale e aleatoria delle esigenze fondamentali delle reciproche religioni, misconoscendo le inevitabili conseguenze.

 

L’Istat stima che le coppie miste (cioè, binazionali) in Italia nel 1999 siano circa 150.000, di cui 12.000 le coppie islamocristiane, e di esse 1.200 (il 10%) i matrimoni cristianoislamici celebrati in chiesa con dispensa per disparità di culto. Il rimanente 90% sono unioni civili, o islamiche (con la conversione della moglie, generalmente), o convivenze di fatto.
Le unioni civili e le convivenze corrispondono spesso ad un minore impegno reciproco, perché si dubita già in partenza della riuscita del matrimonio, data la permanenza di troppi punti controversi. Le statistiche sono impietose: il 70-80% di queste unioni fallisce.
Francesca e Zvomir si presentano ai colloqui prematrimoniali. Lui è albanese, musulmano, lei italiana, cattolica, entrambi operai. Mi raccontano come si sono conosciuti e tra loro è nata la simpatia, l’amore ed un progetto. Chiedo: “Come farete con i figli? In quale religione li educherete? Signor Zvomir, cosa ne pensa del matrimonio monogamico? E della fedeltà?”.
In genere gli Albanesi conservano una pallida identità islamica, un residuo di ricordi pre-comunisti, al contrario degli Arabi musulmani.
Le coppie che si preparano al matrimonio cristianoislamico celebrato nella Chiesa cattolica, hanno certamente un senso minimo delle rispettive fedi, anche se raramente affrontano con tempestività i problemi religiosi e culturali connessi alla loro scelta.
La Chiesa, per concedere la “dispensa” di matrimonio a queste coppie, verifica la solidità del loro rapporto, alla luce delle esigenze di fede che la parte cattolica deve moralmente garantire e la parte musulmana rispettare.

 

Richieste della chiesa

La Chiesa chiede l’osservanza delle “garanzie o cauzioni”: la conservazione della fede della parte cattolica, che deve inoltre “fare tutto, per quanto è in suo potere, perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica”; ad entrambi gli sposi chiede di accogliere i “fini” del matrimonio - cioè la generazione e l’educazione della prole ed il bene dei coniugi - e le “proprietà essenziali” del matrimonio - cioè l’unità e l’indissolubilità del vincolo matrimoniale.
Il linguaggio giuridico custodisce una reale sollecitudine pastorale per la riuscita del “progetto” della coppia. Le difficoltà, per le coppie impreparate stanno dietro l’angolo, più che per i normali matrimoni. Poche di queste coppie conoscono e si sforzano di accogliere realmente, non formalmente, le loro differenze religiose e culturali, prima del matrimonio.
Ognuno porta con sé una tradizione, conscia o inconscia, sulla natura dei rapporti personali, sessuali, sociali, sui ruoli familiari e parentali. Molto spesso presumono di conoscere, talvolta ignorano il campo dei problemi e l’altro è immaginato come “identico-a-sé”. I colloqui prematrimoniali diventano una “scoperta” importante: si presumeva di sapere o si temeva di sapere...
Il confronto con una terza persona è uno specchio talora impietoso. Quale idea ed esperienza di donna ha in mente ad esempio Ahmed, marocchino? Il cristianesimo “vero”, non è identico all’islàm? (Così gli hanno insegnato nelle lezioni del suo “catechismo”...). Perché si deve leggere il Vangelo, se contiene lo stesso messaggio del Corano?
“Gesù è un nobile profeta anche nell’islàm!”, sentenzia Ahmed sicuro e orgoglioso. Quando spiego ad Ahmed che per noi cristiani è ben di più, è Figlio di Dio, e questo può creare problemi di rapporto con la moglie e i figli, mi guarda allibito e replica: “Allora ha ragione il Corano: voi cristiani avete falsificato le Scritture! Tu mi dici cose non giuste, che non ci sono nel Corano!”. Cerco di spiegargli che se desidera sposare Elisabetta deve accettare anche l’alterità della moglie, come problema da affrontare, nel reciproco rispetto. Ma non mi capisce. Queste affermazioni per lui sono peggio del crollo del Muro di Berlino. In un istante si trova catapultato nel “pluralismo”, che nella sua patria non ha mai conosciuto...

 

Gli imprevisti

Altre volte la riflessione di coppia è già avanzata. In tal caso bisogna evidenziare soprattutto gli imprevisti della vita. Questi riguardano tutte le unioni e le scelte esistenziali in generale, ma nei matrimoni cristianoislamici vi sono “imprevisti ... già ben collaudati” e sperimentati. Ad esempio l’educazione dei figli è una probabilissima fonte di tensioni.
Colui che accoglie la coppia mista, mentre dialoga pensa: questa donna offre sufficienti garanzie d’impegno per questa difficile scelta?
Quest’uomo, musulmano, che la religione obbliga a rendere i figli musulmani - perché li considera proprietà del padre - saprà dialogare con la moglie delle scelte educative dei figli? Accetterà le esigenze sottoscritte prima del matrimonio oppure sono solo un pro forma, per accontentare la moglie quel giorno? Il suo ambiente sociale, la sua famiglia d’origine, non eserciteranno su di lui una pressione tale da costringerlo a rinnegare le sue promesse?
Chiedo ai due: “Dove intendete vivere?” Infatti, se la coppia si stabilirà in Italia, o in Europa, le loro possibilità di riuscita aumentano, se invece ritorneranno nella patria islamica, la situazione si fa difficile. Certamente i figli saranno musulmani, anche se eventualmente battezzati. La donna a sua volta, nel 95% dei casi, avrà uno spiacevole impatto con usi e costumi familiari e sociali e la sua percentuale di possibile infelicità aumenta esponenzialmente.

 

Diritto di famiglia

Qualche tempo fa la TV ci ha ampiamente proposto la storia dell’italiana che vive in Kuwait, rifugiata con la figlia nell’ambasciata italiana, perché il marito-padre vuole educare la figlia maggiore in Egitto, secondo la Legge islamica, mentre la madre chiede il rispetto della scelta di vita e di studi della figlia stessa. Eppure, la moglie si è convertita all’islàm, per amore del marito, ed ha vissuto in un paese straniero per lunghi anni! Ma dopo la violenza subita, come donna e come madre, sogna l’Italia e la realizzazione della figlia.
Non è una questione solo religiosa: sono entrambi musulmani. Ma l’uno continua a vivere con il codice mentale della sharîa (Legge islamica), l’altra è rimasta ancorata alla tradizione culturale della donna occidentale e, benchè convertita, praticamente rifiuta la sharîa nelle questioni familiari. Un classico: libertà contro legge!
La questione del diritto di famiglia è uno dei crocevia dell’integrazione. La poligamia e il ripudio unilaterale sono leciti in tutti i Paesi islamici, eccetto in Tunisia. I figli sono del marito e saranno educati obbligatoriamente nell’islàm.
Solo in Tunisia sono consentiti l’adozione e il divorzio paritario e bilaterale. La donna musulmana non può sposare un uomo di religione diversa (cristiani ed ebrei compresi), se questi non si converte all’islàm. Per altri versi, i costumi qua e là cambiano: si richiede il consenso della donna al matrimonio, è stata elevata l’età minima dei nubendi, la donna può lavorare in certi contesti, c’è più corresponsabilità nella vita familiare, anche se il capofamiglia legale è il marito, ecc.

 

Matrimoni difficili, non impossibili.

Alcune coppie “riescono” e sono una buona testimonianza del dialogo di esperienze religiose spinte al limite della reciproca accoglienza. Inoltre, in Italia e in genere in Europa, il dogma islamico patisce trasgressioni importanti. Ad esempio, aumentano le coppie formate dal marito cristiano e dalla moglie musulmana, un vero schiaffo alla sharîa!
Poiché è tradizione che la donna educhi i figli nella religione del marito, ecco che la madre musulmana conduce alla Messa e al catechismo il figlioletto battezzato. L’ho constatato e ne ho parlato con Huda, madre marocchina sposata con un cristiano italiano. Eppure... tutti i Codici familiari moderni dei paesi islamici, considerano questi matrimoni, religiosi e/o civili che siano, illeciti e nulli. Vere e proprie “donne-coraggio”, o perlomeno con il coraggio della trasgressione.
Samìra proviene da un Paese di rigida osservanza islamica. Quando si è presentata ai colloqui prematrimoniali le ho detto: “Pensa bene a quello che stai per fare, perché il tuo Paese non ti concederà il nulla osta per il tuo matrimonio. Al tuo rientro in patria, probabilmente ti ritireranno il passaporto e subirai altre costrizioni, e se non torni forse non potrai rivedere più i tuoi genitori, i parenti...”.
Mi ha risposto: “Se il mio Paese pensa così allora il mio Paese non mi merita”!
Sapore di libertà impensate, scoperta di rapporti “personali” uomo-donna diversi... Il mondo cambia anche così.
Il comunicato finale del Consiglio permanente della C.E.I., del 1 febbraio 2000, riguardo ai matrimoni misti cristianoislamici afferma: “Sui matrimoni fra cattolici e musulmani prevale l’orientamento che si debba comunque seguire una prassi rigorosa, valutando caso per caso se sussistono le condizioni per concedere la dispensa per la celebrazione del matrimonio”.
“Valutare il singolo caso” non è una chiusura, è una consapevolezza matura ed una saggia apertura, la mise-au-jour di una prassi già consolidata, cui sta a cuore il bene delle persone.
Stupiscono l’atteggiamento di sufficienza ed i superficiali commenti di parte della stampa e delle televisioni. Nell’era dei diritti fai-da-te, fa comodo pensare che la Chiesa sia retrograda e antimoderna, perché osa consigliare ancora qualcosa!