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Coppie miste cristianoislamiche.
Le coppie miste islamocristiane vivono un insieme di problemi che non sono solo religiosi. Rivelano spesso una conoscenza superficiale e aleatoria delle esigenze fondamentali delle reciproche religioni, misconoscendo le inevitabili conseguenze.
L’Istat
stima che le coppie miste (cioè, binazionali) in Italia nel
1999 siano circa 150.000, di cui 12.000 le coppie
islamocristiane, e di esse 1.200 (il 10%) i matrimoni
cristianoislamici celebrati in chiesa con dispensa per
disparità di culto. Il rimanente 90% sono unioni civili, o
islamiche (con la conversione della moglie, generalmente), o
convivenze di fatto.
Le unioni civili e le convivenze corrispondono spesso ad un
minore impegno reciproco, perché si dubita già in partenza
della riuscita del matrimonio, data la permanenza di troppi
punti controversi. Le statistiche sono impietose: il 70-80% di
queste unioni fallisce.
Francesca e Zvomir si presentano ai colloqui prematrimoniali.
Lui è albanese, musulmano, lei italiana, cattolica, entrambi
operai. Mi raccontano come si sono conosciuti e tra loro è
nata la simpatia, l’amore ed un progetto. Chiedo: “Come
farete con i figli? In quale religione li educherete? Signor
Zvomir, cosa ne pensa del matrimonio monogamico? E della
fedeltà?”.
In genere gli Albanesi conservano una pallida identità
islamica, un residuo di ricordi pre-comunisti, al contrario
degli Arabi musulmani.
Le coppie che si preparano al matrimonio cristianoislamico
celebrato nella Chiesa cattolica, hanno certamente un senso
minimo delle rispettive fedi, anche se raramente affrontano
con tempestività i problemi religiosi e culturali connessi
alla loro scelta.
La Chiesa, per concedere la “dispensa” di matrimonio a
queste coppie, verifica la solidità del loro rapporto, alla
luce delle esigenze di fede che la parte cattolica deve
moralmente garantire e la parte musulmana rispettare.
Richieste della chiesa
La Chiesa chiede l’osservanza delle “garanzie
o cauzioni”: la conservazione della fede della parte
cattolica, che deve inoltre “fare tutto, per quanto è in
suo potere, perché tutti i figli siano battezzati ed educati
nella Chiesa cattolica”; ad entrambi gli sposi chiede di
accogliere i “fini” del matrimonio - cioè la generazione
e l’educazione della prole ed il bene dei coniugi - e le “proprietà
essenziali” del matrimonio - cioè l’unità e l’indissolubilità
del vincolo matrimoniale.
Il
linguaggio giuridico custodisce una reale sollecitudine
pastorale per la riuscita del “progetto” della coppia. Le
difficoltà, per le coppie impreparate stanno dietro l’angolo,
più che per i normali matrimoni. Poche di queste coppie
conoscono e si sforzano di accogliere realmente, non
formalmente, le loro differenze religiose e culturali, prima
del matrimonio.
Ognuno porta con sé una tradizione, conscia o inconscia,
sulla natura dei rapporti personali, sessuali, sociali, sui
ruoli familiari e parentali. Molto spesso presumono di
conoscere, talvolta ignorano il campo dei problemi e l’altro
è immaginato come “identico-a-sé”. I colloqui
prematrimoniali diventano una “scoperta” importante: si
presumeva di sapere o si temeva di sapere...
Il confronto con una terza persona è uno specchio talora
impietoso. Quale idea ed esperienza di donna ha in mente ad
esempio Ahmed, marocchino? Il cristianesimo “vero”, non è
identico all’islàm? (Così gli hanno insegnato nelle
lezioni del suo “catechismo”...). Perché si deve leggere
il Vangelo, se contiene lo stesso messaggio del Corano?
“Gesù è un nobile profeta anche nell’islàm!”,
sentenzia Ahmed sicuro e orgoglioso. Quando spiego ad Ahmed
che per noi cristiani è ben di più, è Figlio di Dio, e
questo può creare problemi di rapporto con la moglie e i
figli, mi guarda allibito e replica: “Allora ha ragione il
Corano: voi cristiani avete falsificato le Scritture! Tu mi
dici cose non giuste, che non ci sono nel Corano!”. Cerco di
spiegargli che se desidera sposare Elisabetta deve accettare
anche l’alterità della moglie, come problema da affrontare,
nel reciproco rispetto. Ma non mi capisce. Queste affermazioni
per lui sono peggio del crollo del Muro di Berlino. In un
istante si trova catapultato nel “pluralismo”, che nella
sua patria non ha mai conosciuto...
Gli imprevisti
Altre volte la riflessione di coppia è già
avanzata. In tal caso bisogna evidenziare soprattutto gli
imprevisti della vita. Questi riguardano tutte le unioni e le
scelte esistenziali in generale, ma nei matrimoni
cristianoislamici vi sono “imprevisti ... già ben
collaudati” e sperimentati. Ad esempio l’educazione dei
figli è una probabilissima fonte di tensioni.
Colui
che accoglie la coppia mista, mentre dialoga pensa: questa
donna offre sufficienti garanzie d’impegno per questa
difficile scelta?
Quest’uomo, musulmano, che la religione obbliga a rendere i
figli musulmani - perché li considera proprietà del padre -
saprà dialogare con la moglie delle scelte educative dei
figli? Accetterà le esigenze sottoscritte prima del
matrimonio oppure sono solo un pro forma, per accontentare la
moglie quel giorno? Il suo ambiente sociale, la sua famiglia d’origine,
non eserciteranno su di lui una pressione tale da costringerlo
a rinnegare le sue promesse?
Chiedo ai due: “Dove intendete vivere?” Infatti, se la
coppia si stabilirà in Italia, o in Europa, le loro
possibilità di riuscita aumentano, se invece ritorneranno
nella patria islamica, la situazione si fa difficile.
Certamente i figli saranno musulmani, anche se eventualmente
battezzati. La donna a sua volta, nel 95% dei casi, avrà uno
spiacevole impatto con usi e costumi familiari e sociali e la
sua percentuale di possibile infelicità aumenta
esponenzialmente.
Diritto di famiglia
Qualche tempo fa la TV ci ha ampiamente
proposto la storia dell’italiana che vive in Kuwait,
rifugiata con la figlia nell’ambasciata italiana, perché il
marito-padre vuole educare la figlia maggiore in Egitto,
secondo la Legge islamica, mentre la madre chiede il rispetto
della scelta di vita e di studi della figlia stessa. Eppure,
la moglie si è convertita all’islàm, per amore del marito,
ed ha vissuto in un paese straniero per lunghi anni! Ma dopo
la violenza subita, come donna e come madre, sogna l’Italia
e la realizzazione della figlia.
Non è una questione solo religiosa: sono entrambi musulmani.
Ma l’uno continua a vivere con il codice mentale della
sharîa (Legge islamica), l’altra è rimasta ancorata alla
tradizione culturale della donna occidentale e, benchè
convertita, praticamente rifiuta la sharîa nelle questioni
familiari. Un classico: libertà contro legge!
La questione del diritto di famiglia è uno dei crocevia dell’integrazione.
La poligamia e il ripudio unilaterale sono leciti in tutti i
Paesi islamici, eccetto in Tunisia. I figli sono del marito e
saranno educati obbligatoriamente nell’islàm.
Solo in Tunisia sono consentiti l’adozione e il divorzio
paritario e bilaterale. La donna musulmana non può sposare un
uomo di religione diversa (cristiani ed ebrei compresi), se
questi non si converte all’islàm. Per altri versi, i
costumi qua e là cambiano: si richiede il consenso della
donna al matrimonio, è stata elevata l’età minima dei
nubendi, la donna può lavorare in certi contesti, c’è più
corresponsabilità nella vita familiare, anche se il
capofamiglia legale è il marito, ecc.
Matrimoni difficili, non impossibili.
Alcune coppie “riescono” e sono una buona
testimonianza del dialogo di esperienze religiose spinte al
limite della reciproca accoglienza. Inoltre, in Italia e in
genere in Europa, il dogma islamico patisce trasgressioni
importanti. Ad esempio, aumentano le coppie formate dal marito
cristiano e dalla moglie musulmana, un vero schiaffo alla
sharîa!
Poiché
è tradizione che la donna educhi i figli nella religione del
marito, ecco che la madre musulmana conduce alla Messa e al
catechismo il figlioletto battezzato. L’ho constatato e ne
ho parlato con Huda, madre marocchina sposata con un cristiano
italiano. Eppure... tutti i Codici familiari moderni dei paesi
islamici, considerano questi matrimoni, religiosi e/o civili
che siano, illeciti e nulli. Vere e proprie “donne-coraggio”,
o perlomeno con il coraggio della trasgressione.
Samìra proviene da un Paese di rigida osservanza islamica.
Quando si è presentata ai colloqui prematrimoniali le ho
detto: “Pensa bene a quello che stai per fare, perché il
tuo Paese non ti concederà il nulla osta per il tuo
matrimonio. Al tuo rientro in patria, probabilmente ti
ritireranno il passaporto e subirai altre costrizioni, e se
non torni forse non potrai rivedere più i tuoi genitori, i
parenti...”.
Mi ha risposto: “Se il mio Paese pensa così allora il mio
Paese non mi merita”!
Sapore di libertà impensate, scoperta di rapporti “personali”
uomo-donna diversi... Il mondo cambia anche così.
Il comunicato finale del Consiglio permanente della C.E.I.,
del 1 febbraio 2000, riguardo ai matrimoni misti
cristianoislamici afferma: “Sui matrimoni fra cattolici e
musulmani prevale l’orientamento che si debba comunque
seguire una prassi rigorosa, valutando caso per caso se
sussistono le condizioni per concedere la dispensa per la
celebrazione del matrimonio”.
“Valutare il singolo caso” non è una chiusura, è una
consapevolezza matura ed una saggia apertura, la mise-au-jour
di una prassi già consolidata, cui sta a cuore il bene delle
persone.
Stupiscono l’atteggiamento di sufficienza ed i superficiali
commenti di parte della stampa e delle televisioni. Nell’era
dei diritti fai-da-te, fa comodo pensare che la Chiesa sia
retrograda e antimoderna, perché osa consigliare ancora
qualcosa!
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