AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Quale “giubileo”?
100 anni di cristianesimo in Rwanda, gioie e interrogativi

Il Rwanda è stato definito il “primo paese cattolico dell’Africa”.
100 anni di cristianesimo hanno certo contribuito alla sua crescita, ma gli avvenimenti del 1994 hanno rivelato come la Chiesa non abbia saputo affrontare il problema etnico.
Un centenario si conclude, un altro comincia, il seme gettato è cresciuto, ora si tratta di “dargli solidità”.

 

Il significato di un centenario

2 febbraio 1900: i primi missionari Padri Bianchi arrivano a Nyanza presso la corte del Mwami (tradizionalmente Re) del Rwanda. A cent’anni di distanza, quale senso può avere, data la situazione attuale del Paese, celebrare il centenario dell’evangelizzazione?
Un bilancio si impone per motivi di verità e giustizia. In seguito al genocidio, la chiesa è oggetto di critiche. Al vescovo Mons. Misago, in prigione, viene chiesto un resoconto molto dettagliato, nel tentativo di attribuire gli “ignobili massacri” avvenuti ai cristiani e, in origine, alla stessa chiesa. Se è giusto riconoscere le implicazioni politiche alla chiesa rwandese, è altrettanto doveroso prendere atto del ruolo che essa ha avuto nella crescita del paese.
Tra le discussioni di ogni genere, una cosa è certa: le statistiche affermano che, nonostante i sospetti e i giudizi contrastanti, la chiesa rwandese è viva su “tutte le mille colline del Paese” e presente in tutti i settori della vita nazionale. Esistono dei dati capaci di togliere alle cifre ogni senso di trionfalismo. Effettivamente il cristianesimo si è divulgato presto in Rwanda.
Negli anni trenta si parlava addirittura dello Spirito Santo che soffiava ad uragano! Ed è un fatto che i rwandesi rispondevano. Dal modo con cui il cristianesimo si è diffuso nel territorio, ci si può fare un’idea di come si è giunti alla situazione attuale.

 

I numerosi posti di missione

Importante fin dall’inizio l’occupazione del territorio. Le parrocchie che si chiamavano allora “missioni” si situarono subito nei quattro punti cardinali; lo spazio rwandese veniva così quadrettato, dopo aver occupato la periferia e il centro.
Oggi le parrocchie sono 133, (con più o meno 500 centrali e succursali) e le diocesi sono nove. Si capisce meglio il sistema di diffusione, sapendo che la parrocchia, nel Rwanda, corrisponde in media a più di 200 chilometri quadrati, mentre la diocesi copre in media intorno ai 3.000 kilometri quadrati.
Il Rwanda è stato così, spiegabilmente, presentato come il paese più cattolico dell’Africa, e qualcuno arriva a dire che la percentuale di cattolici è dell’80% della popolazione. Si tratta di una esagerazione o d’una scarsa conoscenza delle statistiche. Per essere esatti bisogna fare la media fra le parrocchie con una forte percentuale di cattolici e quelle che ne hanno meno. Ciò fa scendere la media nazionale attorno al 51% .
E dappertutto si continua a battezzare, con la partecipazione di gente non solo numerosa, ma anche di qualità. I missionari al loro arrivo non volevano solo occupare lo spazio e moltiplicare i battesimi. Volevano veramente fondare una Chiesa locale fiorente. Lo si constata dalla preoccupazione che hanno manifestato subito e che hanno messo in pratica, formare cioè un personale qualificato e numeroso, “incardinato” nelle diocesi del paese.
E’ il merito dei Padri Bianchi (e delle Suore Bianche) l’avere sempre rifiutato di reclutare soggetti per le loro rispettive società missionarie. Altri missionari, in altri paesi, hanno accaparrato le prime vocazioni sacerdotali e religiose per le proprie congregazioni e i propri istituti.
In Rwanda la prima Suora Bianca rwandese fece la sua professione solo nel 1961 e il primo Padre Bianco rwandese venne ordinato sacerdote nel 1983. Il Rwanda ha avuto così, subito, il suo clero autoctono, come pure congregazioni autoctone per i suoi religiosi e religiose. Ha avuto il suo clero locale in un tempo record, ciò che la maggior parte dei paesi di missione (se non proprio tutti) possono invidiargli.
I primi due sacerdoti locali sono stati ordinati il 7 ottobre 1917.

 

Responsabilità del clero

Si constata subito che il clero rwandese viene responsabilizzato: la Chiesa è la prima (a confronto con le potenze colonizzatrici) ad affidare agli africani delle importanti responsabilità. Il clero diocesano è incaricato per la prima volta di una parrocchia (Murunda) nel 1919. Tre preti rwandesi assumono la responsabilità di fondare una nuova parrocchia (Janja) nel 1935. Per la prima volta in Africa il 25 marzo 1956 un vescovo nero consacra un vescovo bianco. Per la prima volta in Africa, un seminario maggiore è affidato al clero locale il 18 aprile 1961.
Per quanto riguarda i religiosi, Mons. Hirth1 ha fondato due congregazioni una maschile (i Fratelli Giosefiti nel 1912) e una femminile (le Benebikira - Figlie della Vergine - nel 1913), au- toctone, i cui responsabili in seguito furono tutti rwandesi. Altre fondazioni autoctone seguirono. Negli ultimi anni alcune sorsero per rispondere alle aspirazioni di una gioventù che vuole consacrarsi a Dio senza aver fatto studi speciali (eccetto forse la scuola primaria) e per servire nelle campagne (pensiamo alle fondazioni di Mons. Blaise Forissier e Mons. Louis Gasore).
Negli ultimi anni molte congregazioni religiose internazionali, maschili e femminili, si sono stabilite nelle nostre diocesi al servizio di opere diocesane e di istituzioni dipendenti dallo stato. Esse vi hanno trovato un vivaio di vocazioni, tanto che hanno aperto tutta una serie di case di formazione (29 per religiose e 19 per religiosi). La collina di Butare è chiamata il piccolo Vaticano, per le numerose case di formazione che vi si sono stabilite.

 

Nel campo scolastico

Un settore nel quale si dice che la Chiesa è onnipresente è quello delle opere scolastiche e medico-sociali. Essa gestisce tutta una rete di scuole dal grado primario: scuole private, come i seminari, scuole sussidiate delle quali la Chiesa è la promotrice ma che ricevono i sussidi dallo Stato, scuole pubbliche che le sono affidate dallo Stato come il famoso Gruppo scolastico di Butare. L’università nazionale è stata fondata dai Domenicani che l’hanno gestita fino al 1974.
Lo Stato belga ha affidato alla Chiesa praticamente tutto l’insegnamento, perché non poteva occuparsene: la prima convenzione scolastica fra lo Stato e le Chiese risale al 1925. La Chiesa cattolica stessa da parte sua si dava da fare per moltiplicare le fondazioni di scuole. Le scuole di monitori diventavano una necessità per fornire, appunto, gli insegnanti. Le congregazioni dei Fratelli Giosefiti e delle Suore Benebikira, in parte, avevano come scopo di occuparsi dell’insegnamento.
Di fronte alla gioventù disoccupata delle colline la Chiesa si dimostra piena di inventiva e mette in opera delle istituzioni di formazione meno convenzionali delle scuole. C’erano i “foyers sociali” del tempo della colonizzazione; coll’avvento della Repubblica la Chiesa creò dei “CERAI” per un insegnamento “rurale” di quanti non possono continuare gli studi e devono “arrangiarsi” sulle colline.
La questione scolastica non è sempre stata un divertimento. Già durante la colonizzazione certuni reclamavano che le scuole venissero liberate dall’influenza delle parrocchie e dei vescovadi. Al tempo della Repubblica si parlava di intollerabile “bicefalismo”. Oggi ancora si incoraggia lo Stato ad emanciparsi dal dominio esercitato dalla Chiesa sull’insegnamento.
Se la Chiesa ci teneva ad essere presente nelle scuole era, senza dubbio, per accogliere la gioventù. Tutti coloro che frequentavano le scuole primarie tenute dalla Chiesa, seguivano automaticamente la catechesi, ed erano battezzati quando arrivavano al quinto anno del corso elementare, (erano liberi certamente, ma non conosco nessuno che abbia rifiutato). Durante i corsi superiori, tuttavia, non era raro incontrare degli studenti non cattolici. Tramite tutti coloro che uscivano dalle sue scuole, la Chiesa si assicurava una presenza negli ingranaggi della società.

 

Nel campo medico-sociale

Ancora un campo nel quale la Chiesa è ritenuta onnipresente e onnipotente.
Contrariamente alle scuole, il settore medico-sociale non aveva come prima intenzione il proselitismo, poiché la Chiesa metteva le sue infrastrutture e il suo personale al servizio della popolazione, soprattutto la più povera e quella che abitava le regioni più dimenticate. La Chiesa gestisce ospedali e centri sanitari dove si danno cure mediche (dispensari), dove si ospitalizzano i malati gravi, si seguono con cura le donne in gravidanza o in parto (maternità). Questi centri sanitari funzionano anche come centri nutrizionali per bambini mal nutriti e per formare le madri alle prime nozioni di dietetica di base.
Si segue anche certamente un programma di pianificazione familiare: la Chiesa proibisce ai suoi centri sanitari di favorire la contraccezione su grande scala, che è estremamente costosa ed esige una costante sorveglianza medica che un paese in via di sviluppo non può permettersi; essa chiede loro piuttosto di insegnare la paternità re- sponsabile: formazione e informazione, più che semplice distribuzione di gadgets che la popolazione non ha i mezzi di acquistare.
La Chiesa è impegnata nel settore sociale, con parecchie opere che questo esposto non sta a no -minare. Ci sono opere caritative a beneficio dei più poveri della società; gli anziani, i ciechi, gli handicappati... Ci sono centri di sviluppo. La diocesi di Butare, sotto la guida pastorale di Mons. Jean Baptiste Gahamanyi è quella che si è maggiormente impegnata per lo sviluppo; ma non c’è nessuna diocesi che non l’abbia fatto. Perché?
Perché la Chiesa universale insegnava che l’uomo non è soltanto anima da evangelizzare e santificare; è anche corpo e la pastorale deve preoccuparsi anche del benessere del corpo. “Mens sana in corpore sano”, si diceva spesso nei discorsi ufficiali. L’Enciclica “Populorum progressio” aggiungeva che lo sviluppo era il nuovo nome della pace. La Chiesa deve preoccuparsi dell’uomo integrale e di ogni forma di promozione umana. E’ per questa ragione che la parroc-chia è un “polo di sviluppo”.
Evidentemente c’è il grande rischio che la Chiesa, povera e al servizio, sia vista come ricca e potente (uno Stato nello Stato), mentre essa elemosina all’estero quello che utilizza per queste opere.

 

Il problema etnico

Nessuna relazione sul Rwanda può ignorare il problema etnico. Tanto più se la relazione parla dell’azione e dell’influenza della Chiesa, accusata di avere, se non inventato, almeno aggravato il problema etnico. Voglio dire anzitutto che la Chiesa deplora le tesi di Mons. Classe, il quale, per attirarsi la benevola attenzione della corte reale e dei capi tradizionali, affermava la superiorità dell’elemento Tutsi. Voglio anche dire che fortunatamente, su questo punto preciso, Classe non aveva il consenso di tutta la Chiesa del Rwanda2.
Quello che non comprendo è che si dia torto a Classe... dando torto ancor più a coloro che hanno rigettato molto nettamente le sue posizioni. Non è giusto giudicare la Chiesa e tutta la sua azione condotta durante i cento anni della sua presenza in Rwanda unicamente a partire da infelici prese di posizione di alcune personalità della Chiesa.
Il problema etnico resta una grande sfida per la Chiesa che deve operare per estirparlo, anzitutto al proprio interno e poi in tutta la società rwandese. Essa deve collaborare con la società civile, con gli intellettuali, i dirigenti, con qualsiasi persona voglia riconciliare il popolo rwandese con se stesso. Anche se una certa propaganda continua a fare di tutto per demonizzare la Chiesa, il popolo non ha mai perduto la fiducia in essa: non si può fare senza la Chiesa sul terreno della riconciliazione.
Essa non è un corpo estraneo nella società rwandese, non consiste più solo in un pugno di missionari stranieri. Sono gli autentici rwandesi a formare la Chiesa del Rwanda. La proporzione di cattolici nella popolazione è tale che sarebbe un errore grossolano e fatale cercare di allontanarli da questo compito di riconciliazione e ricostruzione nazionale.
Ogni cristiano rwandese, specialmente se sacerdote, religioso religiosa ha dei legami di sangue con le persone della sua etnia, ma il legame che ha col Cristo e con coloro che sono del Cristo, viene prima della parentela. Nel Cristo, noi siamo tutti fratelli.

 

L’autofinanziamento

I missionari ci hanno creato la cattiva abitudine di aspettare tutto dall’Occidente. Non ci hanno insegnato a farci carico finanziariamente di noi stessi, malgrado l’istituzione dell’ “offerta per il culto” effettuata già nel 1928. Scuole, ospedali, nuove chiese, o borse di studio abbisognano di un aiuto, ma non è affatto normale aspettare la manna dall’Europa per il mantenimento delle parrocchie e degli operai apostolici.
In realtà, l’autofinanziamento è una questione di pastorale. La mia esperienza come vicario generale della diocesi di Butare mi ha confermato in questa convinzione (avevo incominciato un lavoro di sensibilizzazione, dicendo che non è più permesso di “guteta ubumena ifu”: vivere da incoscienti spendaccioni). Ad ogni istituzione di un consiglio parrocchiale, i cristiani accettavano da parte loro di contribuire, con i loro pochi mezzi, a pagare certe attività parrocchiali.
Oltre che limitare le spese del parroco, il miglior frutto della trasparenza dei preti e della responsabilizzazione dei laici, era un impegno importante da parte di questi ultimi nelle attività parrocchiali; un farsi carico di se stessi, a livello di Chiesa locale.

 

Il laicato

La Chiesa del Rwanda ha incominciato la sua attività appoggiandosi fin dall’inizio ai laici. Bisogna riconoscere i meriti dei catechisti e dei “bakuru b’inama”, i responsabili delle comunità di collina.
Il Concilio Vaticano II ha reso ai laici i loro diritti, ha riconosciuto che possono, in forza del loro battesimo, essere responsabili nella loro Chiesa. C’è anche il fatto che i preti si fanno sempre più rari e più vecchi: questo fenomeno non risparmia il Rwanda, anche se i seminari sono pieni fino a scoppiare.
Ma non è perchè si viene messi con le spalle al muro per la mancanza di sacerdoti che si sono riconosciuti ai laici i loro diritti e i loro doveri. E’ importante formare i laici a svolgere il loro compito nella Chiesa di Dio.
I Vescovi avevano una commissione speciale per questo ( CEAL), ma essa non ha fatto molto. Pur tuttavia c’è una grande domanda di formazione dei laici: da parte di ex-seminaristi, catechisti, di bakuru b’inama, di membri dell’Azione Cattolica... e anche di altri. E soprattutto da parte del rinnovamento carismatico. La Chiesa del Rwanda potrebbe mettere a profitto l’ICA (Istituto di formazione per catechisti), ma si constata che sono soprattutto le diocesi del Burundi e del Kivu ad inviare più regolarmente degli studenti. Poi ci sono più religiose che laici.

 

L’inculturazione

Ci fu un tempo in cui la Chiesa credeva di dover sradicare la religione tradizionale (rompere gli “intango di Lyangombe”, cancellare ogni segno delle cosiddette “vane osservanze”, superstizioni). Quel tempo è passato: la religione tradizionale offre al cristianesimo le sue “pietre di attesa”. La Parola di Dio ha bisogno di incarnarsi nella cultura rwandese, in maniera che il rwandese cristiano pensi, preghi ed agisca da rwandese e da cristiano. Noi siamo una Chiesa cattolica romana, ma essa è anzitutto la Chiesa del Cristo, stabilita in Rwanda.
E’ tempo che la teologia, la catechesi e la liturgia siano specificamente rwandesi, nella fedeltà alla Chiesa universale, beninteso. Si tratta di lasciarsi prendere dallo Spirito del Signore, che ispirerà come esprimere la fede in Gesù Cristo secondo il genio della nostra cultura. Perché non tenere i corsi di teologia in kinyarwanda nel seminario maggiore, nelle case di formazione religiosa e nelle scuole di catechisti, dato che abbiamo l’inestimabile vantaggio di parlare la medesima lingua in tutto il paese?
Il popolo di Dio nel Rwanda ha già fatto dei passi notevoli su questo cammino dell’inculturazione, specialmente tra i gruppi provenienti dal rinnovamento carismatico di Kibeho (luogo presunto di apparizioni): si canta e si danza durante la liturgia, ma questo rimane un po’ “cosmetico”. La gerarchia ha impresso un movimento vero nel senso dell’inculturazione, da quando è stata pubblicata l’edizione integrale della Bibbia in kinyarwanda. Ma questo non basta.

 

I diritti umani: Una Chiesa profetica

Si è rimproverato alla Chiesa del Rwanda il suo silenzio. In parte è vero. C’è tuttavia una massa impressionante di messaggi che sono mal conosciuti, specie da coloro che criticano la Chiesa perché non la frequentano, perchè non l’ascoltano e perché spesso c’è il rumore delle armi che si fa sentire.
La Chiesa deve cambiare il suo modo di parlare. Deve imparare i gesti profetici e non parlare soltanto ex cathedra o nelle lettere pastorali. Bi-sogna che i fedeli sentano, senza dubitare, che tutti i pastori hanno lo stesso linguaggio, la medesima audacia
Un terreno sul quale la Chiesa deve difendere il suo posto è il terreno dei diritti umani. E’ là che si fanno le nuove crociate. Non basta nominare una commissione “Giustizia e pace”. Non bisogna che un Andrea Sibomana3 sia solo, come un cecchino isolato, che sparisce senza che qualcuno prenda il suo posto. Anche un vescovo ha il diritto di non essere solo a parlare.
La Chiesa del Rwanda deve essere profetica al servizio della giustizia e della pace, deve avere il coraggio di essere la voce dei senza voce, deve avere il coraggio dell’opzione preferenziale per i poveri. Deve essere attenta agli appelli del presente che provengono dal profondo Rwanda.
Sarà sempre accusata di fare della politica; anche quando tace, sarà accusata di fare la politica del silenzio. Tanto vale fare risolutamente la politica dei diritti fondamentali della persona umana, la politica della giustizia, della pace, dell’unità. Essa deve imparare ad impegnarsi con i laici che qui sono sul loro terreno proprio.
Un grande strumento a sua disposizione in attesa di offrirle i suoi servizi sono i mass-media. Da parte della Chiesa sono molto male sfruttati, mentre essa ha alcune pubblicazioni, come “Dialogue” e “Kinyamateka”. Noi clero e laici impegnati, dobbiamo sforzarci a riflettere ed osa re prendere la parola.

 

Una Chiesa missionaria

Un altro rimprovero che si muove alla nostra Chiesa del Rwanda è di non essere missionaria. Lo si è detto quando Sékou Touré ha cacciato i missionari dalla Guinea Conakry, e lo si è ripetuto quando Bagaza ha fatto la stessa cosa nel Burundi: il Rwanda avrebbe potuto mandare qualche sacerdote africano per aiutare una Chiesa sorella.
Anche all’interno del Rwanda stesso, non è normale che una diocesi come Gikongoro non sia aiutata in personale dalle diocesi vicine, che non hanno forse un personale sovrabbondante, ma che sono meglio provviste. E’ abbastanza strano, del resto, che sia Gikongoro a mancare severamente di preti, mentre è proprio una delle sue parrocchie, Kibeho, a registrare almeno un’ordinazione sacerdotale ogni anno, nel periodo 1970-1990.
Con gli avvenimenti del 1994, il Rwanda ha sciamato verso i quattro angoli dell’universo, ma non era una cosa programmata, voluta. Prima di questa diaspora, i soli rwandesi missionari erano dei religiosi membri di istituti e congregazioni internazionali. Chi presta a Dio, raccoglierà il centuplo: la Chiesa del Rwanda deve imparare a seminare gratuitamente al di fuori dei suoi confini. Una Chiesa o è missionaria o non è Chiesa.

 

Evangelizzare in profondità

Il genocidio ha provato che il cristianesimo in Rwanda è ancora di carattere sociologico, ancora superficiale; l’evangelizzazione profonda è ancora da farsi; ma questo non vuol dire che la Chiesa ha fallito nel predicare l’amore e la fraternità, la tolleranza e la convivialità,. quanto, piuttosto, resta ancora da fare un lungo cammino.
La Chiesa ha occupato il terreno, ha piantato le sue strutture e le sue istituzioni, ma da ora in avanti dovrà lavorare a consolidare il messaggio proclamato ed accolto. Si tratta di evangelizzare le coscienze, di stabilire una cultura dell’amore.
Il cammino è lungo, tant’è vero che anche in Europa, dove il Vangelo è predicato da duemila anni, il Papa Giovanni Paolo II lancia la seconda evangelizzazione.
Evidentemente noi incontriamo l’esigenza di una pianificazione, e di una pastorale d’insieme ben riflettute, ben elaborate, ciò che non è stata la forza della nostra Chiesa fino ad ora.
E’ specialmente in questo che noi rivolgiamo il nostro sguardo verso l’episcopato.

“Il piccolo grano di senape...”
E’ con queste parole che la costituzione apostolica del 10 novembre 1959 del Papa Giovani XXIII erigeva la gerarchia nel Congo belga e nel Rwanda-Burundi.
Il chicco di senape è già diventato alto e ha dato dei frutti, ma deve essere ancora reso solido; bisogna ancora ripulire, vangare attorno, aggiungere fertilizzanti. Per la grazia di Dio, la messe è promettente.

(Aprile 2000. Tratto da ANB-BIA N°390).

 

Note

1 Mons. Jean Hirth dei P. B. fu il primo vicario apostolico del Rwanda (1894-1912), inglobato nel vicariato apostolico del Nyanza meridionale.
2 Mons. Léon Classe, III° vic. apostolico del Rwanda... Preoccupato perchè il cristianesimo non era bene accolto dall’elemento aristocratico della popolazione, prese delle posizioni molto decise in favore della supremazia dell’etnia tutsi, ciò che ha fatto dire ad alcuni che è la chiesa che ha aggravato, se non creato, il problema etnico nel Rwanda
3 Andrea Sibomana, sacerdote, direttore del settimanale cattolico “Kinyamateka”, difensore dei diritti umani, deceduto nel 1999, perchè gli fu negato il passaporto per poter andare a farsi curare all’estero.