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Quale “giubileo”?
100 anni di cristianesimo in Rwanda, gioie e interrogativi
Il Rwanda è stato definito il “primo
paese cattolico dell’Africa”.
100 anni di cristianesimo hanno certo contribuito alla sua
crescita, ma gli avvenimenti del 1994 hanno rivelato come la
Chiesa non abbia saputo affrontare il problema etnico.
Un centenario si conclude, un altro comincia, il seme gettato
è cresciuto, ora si tratta di “dargli solidità”.
Il significato di un centenario
2
febbraio 1900: i primi missionari Padri Bianchi arrivano a
Nyanza presso la corte del Mwami (tradizionalmente Re) del
Rwanda. A cent’anni di distanza, quale senso può avere,
data la situazione attuale del Paese, celebrare il centenario
dell’evangelizzazione?
Un bilancio si impone per motivi di verità e giustizia. In
seguito al genocidio, la chiesa è oggetto di critiche. Al
vescovo Mons. Misago, in prigione, viene chiesto un resoconto
molto dettagliato, nel tentativo di attribuire gli “ignobili
massacri” avvenuti ai cristiani e, in origine, alla stessa
chiesa. Se è giusto riconoscere le implicazioni politiche
alla chiesa rwandese, è altrettanto doveroso prendere atto
del ruolo che essa ha avuto nella crescita del paese.
Tra le discussioni di ogni genere, una cosa è certa: le
statistiche affermano che, nonostante i sospetti e i giudizi
contrastanti, la chiesa rwandese è viva su “tutte le mille
colline del Paese” e presente in tutti i settori della vita
nazionale. Esistono dei dati capaci di togliere alle cifre
ogni senso di trionfalismo. Effettivamente il cristianesimo si
è divulgato presto in Rwanda.
Negli anni trenta si parlava addirittura dello Spirito Santo
che soffiava ad uragano! Ed è un fatto che i rwandesi
rispondevano. Dal modo con cui il cristianesimo si è diffuso
nel territorio, ci si può fare un’idea di come si è giunti
alla situazione attuale.
I numerosi posti di missione
Importante fin dall’inizio l’occupazione
del territorio. Le parrocchie che si chiamavano allora “missioni”
si situarono subito nei quattro punti cardinali; lo spazio
rwandese veniva così quadrettato, dopo aver occupato la
periferia e il centro.
Oggi
le parrocchie sono 133, (con più o meno 500 centrali e
succursali) e le diocesi sono nove. Si capisce meglio il
sistema di diffusione, sapendo che la parrocchia, nel Rwanda,
corrisponde in media a più di 200 chilometri quadrati, mentre
la diocesi copre in media intorno ai 3.000 kilometri quadrati.
Il Rwanda è stato così, spiegabilmente, presentato come il
paese più cattolico dell’Africa, e qualcuno arriva a dire
che la percentuale di cattolici è dell’80% della
popolazione. Si tratta di una esagerazione o d’una scarsa
conoscenza delle statistiche. Per essere esatti bisogna fare
la media fra le parrocchie con una forte percentuale di
cattolici e quelle che ne hanno meno. Ciò fa scendere la
media nazionale attorno al 51% .
E dappertutto si continua a battezzare, con la partecipazione
di gente non solo numerosa, ma anche di qualità. I missionari
al loro arrivo non volevano solo occupare lo spazio e
moltiplicare i battesimi. Volevano veramente fondare una
Chiesa locale fiorente. Lo si constata dalla preoccupazione
che hanno manifestato subito e che hanno messo in pratica,
formare cioè un personale qualificato e numeroso, “incardinato”
nelle diocesi del paese.
E’ il merito dei Padri Bianchi (e delle Suore Bianche) l’avere
sempre rifiutato di reclutare soggetti per le loro rispettive
società missionarie. Altri missionari, in altri paesi, hanno
accaparrato le prime vocazioni sacerdotali e religiose per le
proprie congregazioni e i propri istituti.
In Rwanda la prima Suora Bianca rwandese fece la sua
professione solo nel 1961 e il primo Padre Bianco rwandese
venne ordinato sacerdote nel 1983. Il Rwanda ha avuto così,
subito, il suo clero autoctono, come pure congregazioni
autoctone per i suoi religiosi e religiose. Ha avuto il suo
clero locale in un tempo record, ciò che la maggior parte dei
paesi di missione (se non proprio tutti) possono invidiargli.
I primi due sacerdoti locali sono stati ordinati il 7 ottobre
1917.
Responsabilità del clero
Si constata subito che il clero rwandese
viene responsabilizzato: la Chiesa è la prima (a confronto
con le potenze colonizzatrici) ad affidare agli africani delle
importanti responsabilità. Il clero diocesano è incaricato
per la prima volta di una parrocchia (Murunda) nel 1919. Tre
preti rwandesi assumono la responsabilità di fondare una
nuova parrocchia (Janja) nel 1935. Per la prima volta in
Africa il 25 marzo 1956 un vescovo nero consacra un vescovo
bianco. Per la prima volta in Africa, un seminario maggiore è
affidato al clero locale il 18 aprile 1961.
Per
quanto riguarda i religiosi, Mons. Hirth1 ha fondato due
congregazioni una maschile (i Fratelli Giosefiti nel 1912) e
una femminile (le Benebikira - Figlie della Vergine - nel
1913), au- toctone, i cui responsabili in seguito furono tutti
rwandesi. Altre fondazioni autoctone seguirono. Negli ultimi
anni alcune sorsero per rispondere alle aspirazioni di una
gioventù che vuole consacrarsi a Dio senza aver fatto studi
speciali (eccetto forse la scuola primaria) e per servire
nelle campagne (pensiamo alle fondazioni di Mons. Blaise
Forissier e Mons. Louis Gasore).
Negli ultimi anni molte congregazioni religiose
internazionali, maschili e femminili, si sono stabilite nelle
nostre diocesi al servizio di opere diocesane e di istituzioni
dipendenti dallo stato. Esse vi hanno trovato un vivaio di
vocazioni, tanto che hanno aperto tutta una serie di case di
formazione (29 per religiose e 19 per religiosi). La collina
di Butare è chiamata il piccolo Vaticano, per le numerose
case di formazione che vi si sono stabilite.
Nel campo scolastico
Un settore nel quale si dice che la Chiesa è
onnipresente è quello delle opere scolastiche e
medico-sociali. Essa gestisce tutta una rete di scuole dal
grado primario: scuole private, come i seminari, scuole
sussidiate delle quali la Chiesa è la promotrice ma che
ricevono i sussidi dallo Stato, scuole pubbliche che le sono
affidate dallo Stato come il famoso Gruppo scolastico di
Butare. L’università nazionale è stata fondata dai
Domenicani che l’hanno gestita fino al 1974.
Lo
Stato belga ha affidato alla Chiesa praticamente tutto l’insegnamento,
perché non poteva occuparsene: la prima convenzione
scolastica fra lo Stato e le Chiese risale al 1925. La Chiesa
cattolica stessa da parte sua si dava da fare per moltiplicare
le fondazioni di scuole. Le scuole di monitori diventavano una
necessità per fornire, appunto, gli insegnanti. Le
congregazioni dei Fratelli Giosefiti e delle Suore Benebikira,
in parte, avevano come scopo di occuparsi dell’insegnamento.
Di fronte alla gioventù disoccupata delle colline la Chiesa
si dimostra piena di inventiva e mette in opera delle
istituzioni di formazione meno convenzionali delle scuole. C’erano
i “foyers sociali” del tempo della colonizzazione; coll’avvento
della Repubblica la Chiesa creò dei “CERAI” per un
insegnamento “rurale” di quanti non possono continuare gli
studi e devono “arrangiarsi” sulle colline.
La questione scolastica non è sempre stata un divertimento.
Già durante la colonizzazione certuni reclamavano che le
scuole venissero liberate dall’influenza delle parrocchie e
dei vescovadi. Al tempo della Repubblica si parlava di
intollerabile “bicefalismo”. Oggi ancora si incoraggia lo
Stato ad emanciparsi dal dominio esercitato dalla Chiesa sull’insegnamento.
Se la Chiesa ci teneva ad essere presente nelle scuole era,
senza dubbio, per accogliere la gioventù. Tutti coloro che
frequentavano le scuole primarie tenute dalla Chiesa,
seguivano automaticamente la catechesi, ed erano battezzati
quando arrivavano al quinto anno del corso elementare, (erano
liberi certamente, ma non conosco nessuno che abbia
rifiutato). Durante i corsi superiori, tuttavia, non era raro
incontrare degli studenti non cattolici. Tramite tutti coloro
che uscivano dalle sue scuole, la Chiesa si assicurava una
presenza negli ingranaggi della società.
Nel campo medico-sociale
Ancora un campo nel quale la Chiesa è
ritenuta onnipresente e onnipotente.
Contrariamente alle scuole, il settore medico-sociale non
aveva come prima intenzione il proselitismo, poiché la Chiesa
metteva le sue infrastrutture e il suo personale al servizio
della popolazione, soprattutto la più povera e quella che
abitava le regioni più dimenticate. La Chiesa gestisce
ospedali e centri sanitari dove si danno cure mediche
(dispensari), dove si ospitalizzano i malati gravi, si seguono
con cura le donne in gravidanza o in parto (maternità).
Questi centri sanitari funzionano anche come centri
nutrizionali per bambini mal nutriti e per formare le madri
alle prime nozioni di dietetica di base.
Si
segue anche certamente un programma di pianificazione
familiare: la Chiesa proibisce ai suoi centri sanitari di
favorire la contraccezione su grande scala, che è
estremamente costosa ed esige una costante sorveglianza medica
che un paese in via di sviluppo non può permettersi; essa
chiede loro piuttosto di insegnare la paternità re-
sponsabile: formazione e informazione, più che semplice
distribuzione di gadgets che la popolazione non ha i mezzi di
acquistare.
La Chiesa è impegnata nel settore sociale, con parecchie
opere che questo esposto non sta a no -minare. Ci sono opere
caritative a beneficio dei più poveri della società; gli
anziani, i ciechi, gli handicappati... Ci sono centri di
sviluppo. La diocesi di Butare, sotto la guida pastorale di
Mons. Jean Baptiste Gahamanyi è quella che si è maggiormente
impegnata per lo sviluppo; ma non c’è nessuna diocesi che
non l’abbia fatto. Perché?
Perché la Chiesa universale insegnava che l’uomo non è
soltanto anima da evangelizzare e santificare; è anche corpo
e la pastorale deve preoccuparsi anche del benessere del
corpo. “Mens sana in corpore sano”, si diceva spesso nei
discorsi ufficiali. L’Enciclica “Populorum progressio”
aggiungeva che lo sviluppo era il nuovo nome della pace. La
Chiesa deve preoccuparsi dell’uomo integrale e di ogni forma
di promozione umana. E’ per questa ragione che la
parroc-chia è un “polo di sviluppo”.
Evidentemente c’è il grande rischio che la Chiesa, povera e
al servizio, sia vista come ricca e potente (uno Stato nello
Stato), mentre essa elemosina all’estero quello che utilizza
per queste opere.
Il problema etnico
Nessuna relazione sul Rwanda può ignorare il
problema etnico. Tanto più se la relazione parla dell’azione
e dell’influenza della Chiesa, accusata di avere, se non
inventato, almeno aggravato il problema etnico. Voglio dire
anzitutto che la Chiesa deplora le tesi di Mons. Classe, il
quale, per attirarsi la benevola attenzione della corte reale
e dei capi tradizionali, affermava la superiorità dell’elemento
Tutsi. Voglio anche dire che fortunatamente, su questo punto
preciso, Classe non aveva il consenso di tutta la Chiesa del
Rwanda2.
Quello che non comprendo è che si dia torto a Classe... dando
torto ancor più a coloro che hanno rigettato molto nettamente
le sue posizioni. Non è giusto giudicare la Chiesa e tutta la
sua azione condotta durante i cento anni della sua presenza in
Rwanda unicamente a partire da infelici prese di posizione di
alcune personalità della Chiesa.
Il problema etnico resta una grande sfida per la Chiesa che
deve operare per estirparlo, anzitutto al proprio interno e
poi in tutta la società rwandese. Essa deve collaborare con
la società civile, con gli intellettuali, i dirigenti, con
qualsiasi persona voglia riconciliare il popolo rwandese con
se stesso. Anche se una certa propaganda continua a fare di
tutto per demonizzare la Chiesa, il popolo non ha mai perduto
la fiducia in essa: non si può fare senza la Chiesa sul
terreno della riconciliazione.
Essa non è un corpo estraneo nella società rwandese, non
consiste più solo in un pugno di missionari stranieri. Sono
gli autentici rwandesi a formare la Chiesa del Rwanda. La
proporzione di cattolici nella popolazione è tale che sarebbe
un errore grossolano e fatale cercare di allontanarli da
questo compito di riconciliazione e ricostruzione nazionale.
Ogni cristiano rwandese, specialmente se sacerdote, religioso
religiosa ha dei legami di sangue con le persone della sua
etnia, ma il legame che ha col Cristo e con coloro che sono
del Cristo, viene prima della parentela. Nel Cristo, noi siamo
tutti fratelli.
L’autofinanziamento
I missionari ci hanno creato la cattiva
abitudine di aspettare tutto dall’Occidente. Non ci hanno
insegnato a farci carico finanziariamente di noi stessi,
malgrado l’istituzione dell’ “offerta per il culto”
effettuata già nel 1928. Scuole, ospedali, nuove chiese, o
borse di studio abbisognano di un aiuto, ma non è affatto
normale aspettare la manna dall’Europa per il mantenimento
delle parrocchie e degli operai apostolici.
In realtà, l’autofinanziamento è una questione di
pastorale. La mia esperienza come vicario generale della
diocesi di Butare mi ha confermato in questa convinzione
(avevo incominciato un lavoro di sensibilizzazione, dicendo
che non è più permesso di “guteta ubumena ifu”: vivere
da incoscienti spendaccioni). Ad ogni istituzione di un
consiglio parrocchiale, i cristiani accettavano da parte loro
di contribuire, con i loro pochi mezzi, a pagare certe
attività parrocchiali.
Oltre che limitare le spese del parroco, il miglior frutto
della trasparenza dei preti e della responsabilizzazione dei
laici, era un impegno importante da parte di questi ultimi
nelle attività parrocchiali; un farsi carico di se stessi, a
livello di Chiesa locale.
Il laicato
La Chiesa del Rwanda ha incominciato la sua
attività appoggiandosi fin dall’inizio ai laici. Bisogna
riconoscere i meriti dei catechisti e dei “bakuru b’inama”,
i responsabili delle comunità di collina.
Il Concilio Vaticano II ha reso ai laici i loro diritti, ha
riconosciuto che possono, in forza del loro battesimo, essere
responsabili nella loro Chiesa. C’è anche il fatto che i
preti si fanno sempre più rari e più vecchi: questo fenomeno
non risparmia il Rwanda, anche se i seminari sono pieni fino a
scoppiare.
Ma non è perchè si viene messi con le spalle al muro per la
mancanza di sacerdoti che si sono riconosciuti ai laici i loro
diritti e i loro doveri. E’ importante formare i laici a
svolgere il loro compito nella Chiesa di Dio.
I Vescovi avevano una commissione speciale per questo ( CEAL),
ma essa non ha fatto molto. Pur tuttavia c’è una grande
domanda di formazione dei laici: da parte di ex-seminaristi,
catechisti, di bakuru b’inama, di membri dell’Azione
Cattolica... e anche di altri. E soprattutto da parte del
rinnovamento carismatico. La Chiesa del Rwanda potrebbe
mettere a profitto l’ICA (Istituto di formazione per
catechisti), ma si constata che sono soprattutto le diocesi
del Burundi e del Kivu ad inviare più regolarmente degli
studenti. Poi ci sono più religiose che laici.
L’inculturazione
Ci fu un tempo in cui la Chiesa credeva di
dover sradicare la religione tradizionale (rompere gli “intango
di Lyangombe”, cancellare ogni segno delle cosiddette “vane
osservanze”, superstizioni). Quel tempo è passato: la
religione tradizionale offre al cristianesimo le sue “pietre
di attesa”. La Parola di Dio ha bisogno di incarnarsi nella
cultura rwandese, in maniera che il rwandese cristiano pensi,
preghi ed agisca da rwandese e da cristiano. Noi siamo una
Chiesa cattolica romana, ma essa è anzitutto la Chiesa del
Cristo, stabilita in Rwanda.
E’ tempo che la teologia, la catechesi e la liturgia siano
specificamente rwandesi, nella fedeltà alla Chiesa
universale, beninteso. Si tratta di lasciarsi prendere dallo
Spirito del Signore, che ispirerà come esprimere la fede in
Gesù Cristo secondo il genio della nostra cultura. Perché
non tenere i corsi di teologia in kinyarwanda nel seminario
maggiore, nelle case di formazione religiosa e nelle scuole di
catechisti, dato che abbiamo l’inestimabile vantaggio di
parlare la medesima lingua in tutto il paese?
Il popolo di Dio nel Rwanda ha già fatto dei passi notevoli
su questo cammino dell’inculturazione, specialmente tra i
gruppi provenienti dal rinnovamento carismatico di Kibeho
(luogo presunto di apparizioni): si canta e si danza durante
la liturgia, ma questo rimane un po’ “cosmetico”. La
gerarchia ha impresso un movimento vero nel senso dell’inculturazione,
da quando è stata pubblicata l’edizione integrale della
Bibbia in kinyarwanda. Ma questo non basta.
I diritti umani: Una Chiesa profetica
Si è rimproverato alla Chiesa del Rwanda il
suo silenzio. In parte è vero. C’è tuttavia una massa
impressionante di messaggi che sono mal conosciuti, specie da
coloro che criticano la Chiesa perché non la frequentano,
perchè non l’ascoltano e perché spesso c’è il rumore
delle armi che si fa sentire.
La Chiesa deve cambiare il suo modo di parlare. Deve imparare
i gesti profetici e non parlare soltanto ex cathedra o nelle
lettere pastorali. Bi-sogna che i fedeli sentano, senza
dubitare, che tutti i pastori hanno lo stesso linguaggio, la
medesima audacia
Un terreno sul quale la Chiesa deve difendere il suo posto è
il terreno dei diritti umani. E’ là che si fanno le nuove
crociate. Non basta nominare una commissione “Giustizia e
pace”. Non bisogna che un Andrea Sibomana3 sia solo, come un
cecchino isolato, che sparisce senza che qualcuno prenda il
suo posto. Anche un vescovo ha il diritto di non essere solo a
parlare.
La Chiesa del Rwanda deve essere profetica al servizio della
giustizia e della pace, deve avere il coraggio di essere la
voce dei senza voce, deve avere il coraggio dell’opzione
preferenziale per i poveri. Deve essere attenta agli appelli
del presente che provengono dal profondo Rwanda.
Sarà sempre accusata di fare della politica; anche quando
tace, sarà accusata di fare la politica del silenzio. Tanto
vale fare risolutamente la politica dei diritti fondamentali
della persona umana, la politica della giustizia, della pace,
dell’unità. Essa deve imparare ad impegnarsi con i laici
che qui sono sul loro terreno proprio.
Un grande strumento a sua disposizione in attesa di offrirle i
suoi servizi sono i mass-media. Da parte della Chiesa sono
molto male sfruttati, mentre essa ha alcune pubblicazioni,
come “Dialogue” e “Kinyamateka”. Noi clero e laici
impegnati, dobbiamo sforzarci a riflettere ed osa re prendere
la parola.
Una Chiesa missionaria
Un altro rimprovero che si muove alla nostra
Chiesa del Rwanda è di non essere missionaria. Lo si è detto
quando Sékou Touré ha cacciato i missionari dalla Guinea
Conakry, e lo si è ripetuto quando Bagaza ha fatto la stessa
cosa nel Burundi: il Rwanda avrebbe potuto mandare qualche
sacerdote africano per aiutare una Chiesa sorella.
Anche all’interno del Rwanda stesso, non è normale che una
diocesi come Gikongoro non sia aiutata in personale dalle
diocesi vicine, che non hanno forse un personale
sovrabbondante, ma che sono meglio provviste. E’ abbastanza
strano, del resto, che sia Gikongoro a mancare severamente di
preti, mentre è proprio una delle sue parrocchie, Kibeho, a
registrare almeno un’ordinazione sacerdotale ogni anno, nel
periodo 1970-1990.
Con gli avvenimenti del 1994, il Rwanda ha sciamato verso i
quattro angoli dell’universo, ma non era una cosa
programmata, voluta. Prima di questa diaspora, i soli rwandesi
missionari erano dei religiosi membri di istituti e
congregazioni internazionali. Chi presta a Dio, raccoglierà
il centuplo: la Chiesa del Rwanda deve imparare a seminare
gratuitamente al di fuori dei suoi confini. Una Chiesa o è
missionaria o non è Chiesa.
Evangelizzare in profondità
Il genocidio ha provato che il cristianesimo
in Rwanda è ancora di carattere sociologico, ancora
superficiale; l’evangelizzazione profonda è ancora da
farsi; ma questo non vuol dire che la Chiesa ha fallito nel
predicare l’amore e la fraternità, la tolleranza e la
convivialità,. quanto, piuttosto, resta ancora da fare un
lungo cammino.
La Chiesa ha occupato il terreno, ha piantato le sue strutture
e le sue istituzioni, ma da ora in avanti dovrà lavorare a
consolidare il messaggio proclamato ed accolto. Si tratta di
evangelizzare le coscienze, di stabilire una cultura dell’amore.
Il cammino è lungo, tant’è vero che anche in Europa, dove
il Vangelo è predicato da duemila anni, il Papa Giovanni
Paolo II lancia la seconda evangelizzazione.
Evidentemente noi incontriamo l’esigenza di una
pianificazione, e di una pastorale d’insieme ben riflettute,
ben elaborate, ciò che non è stata la forza della nostra
Chiesa fino ad ora.
E’ specialmente in questo che noi rivolgiamo il nostro
sguardo verso l’episcopato.
“Il piccolo grano di senape...”
E’ con queste parole che la costituzione apostolica del 10
novembre 1959 del Papa Giovani XXIII erigeva la gerarchia nel
Congo belga e nel Rwanda-Burundi.
Il chicco di senape è già diventato alto e ha dato dei
frutti, ma deve essere ancora reso solido; bisogna ancora
ripulire, vangare attorno, aggiungere fertilizzanti. Per la
grazia di Dio, la messe è promettente.
(Aprile 2000. Tratto da ANB-BIA N°390).
Note
1 Mons. Jean Hirth dei P. B. fu il primo
vicario apostolico del Rwanda (1894-1912), inglobato nel
vicariato apostolico del Nyanza meridionale.
2 Mons. Léon Classe, III° vic. apostolico del Rwanda...
Preoccupato perchè il cristianesimo non era bene accolto dall’elemento
aristocratico della popolazione, prese delle posizioni molto
decise in favore della supremazia dell’etnia tutsi, ciò che
ha fatto dire ad alcuni che è la chiesa che ha aggravato, se
non creato, il problema etnico nel Rwanda
3 Andrea Sibomana, sacerdote, direttore del settimanale
cattolico “Kinyamateka”, difensore dei diritti umani,
deceduto nel 1999, perchè gli fu negato il passaporto per
poter andare a farsi curare all’estero.
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