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I Cristiani Ortodossi
di Maddalena Masutti
Dei cristiani ortodossi si sente
parlare in determinate circostanze: negli incontri tra
personalità autorevoli, in occasione di rapporti ecumenici o
di spiacevoli episodi di guerra, quando la confessione
religiosa com’è successo nei Balcani, ha il suo peso in
politica.
Non è però che degli ortodossi si sappia molto. Essi stessi
sentono attualmente il bisogno di farsi conoscere meglio.
Un po' di storia
San
Paolo nel prologo della prima lettera ai Corinzi si rivolge
"alla chiesa di Dio che è a Corinto" specificando:
"a coloro che sono stati santificati in Gesù Cristo,
chiamati per essere santi" (1Cor.1,2).
L'aggettivo greco "ortodossa", unito al termine
chiesa, indica il retto insegnamento di fede in continuità
ininterrotta con la tradizione apostolica. Da questo punto di
vista tutta la chiesa antica era ortodossa. Il termine
'ortodossia’ infatti veniva usato con naturalezza anche
nella parte occidentale della chiesa. Caratterizzava la fede
della chiesa universale.
In un senso analogo alcune chiese, non appartenenti
strettamente parlando all’ortodossia, si chiamavano
ortodosse per affermare la rettitudine della loro fede.
Comunque l'espressione “chiesa ortodossa” dopo il concilio
di Calcedonia (451), mette in evidenza la chiesa (universale)
che rimane nella retta fede, a differenza delle chiese copta,
etiope, armena e siriaca che "avevano abbracciato errori
Cristologici".
Dopo questa separazione la chiesa ortodossa si trovò ridotta
al mondo greco-latino. Nel XI secolo per un insieme di motivi,
tra cui l'introduzione del ‘Filioque’, la diversità di
concepire i rapporti fra le chiese locali, fra i vescovi e
specialmente l’autorità del vescovo di Roma sugli altri e
su tutta la chiesa, anche il complesso ecclesiale greco-romano
si divise in due. Si impose la frontiera linguistica e
politica che divideva l'impero: alla chiesa orientale rimase
la denominazione chiesa ortodossa, quella occidentale prese il
nome di chiesa cattolica.
Dopo
lo scisma del 1054, all'interno della chiesa ortodossa prese
un primato di onore il patriarcato di Costantinopoli che
cristianizzò i popoli slavi attraverso l'opera dei santi
Cirillo e Metodio. Lo stesso patriarcato riorganizzò
popolazioni come quella dei valacchi, gli avi dei romeni di
oggi, sul cui territorio si sono scoperte vestigia cristiane
dei primissimi secoli (II-III). I bulgari, i serbi, i boe- mi,
i romeni, i russi ed altri popoli della zona ricevettero
l'organizzazione ecclesiale, con liturgia, diritto canonico e
rito bizantino, sebbene tale organizzazione non fosse una
questione di principio.
Con il passar del tempo, sulla base della coscienza nazionale
dei diversi popoli, coltivata anche dall'uso della propria
lingua nel culto, si formarono accanto agli antichi
patriarcati (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e
Gerusalemme) diverse chiese indipendenti o autocefale dal
punto di vista canonico. Tale situazione non costituisce
tuttora alcun problema, perchè nella concezione ortodossa non
è l'unità amministrativa, ma l'unità di fede l'elemento che
garantisce l'unità della chiesa.
Per saperne di più
Nel desiderio di farsi conoscere, gli
ortodossi italiani hanno rilanciato con una certa vivacità,
in occasione del 2000, la rivista “Italia Ortodossa”, nata
nel 1976. E’ curata dalla “Libera associazione
cristiano-ortodossa ‘San Marco d’Efeso’ (1391-1444)”.
Le chiese greco-ortodosse, non a- vendo subito il regime
comunista sul proprio territorio come altre popolazioni
ortodosse, non hanno avuto intralci nella loro tradizione
culturale e religiosa.
Per
la conoscenza che ci proponiamo, si presta particolarmente un
articolo: “La Rivelazione di Dio“ di Maximos Lavriotis,
monaco del monte Athos, (n. 1949) famoso per la cultura, gli
scritti e gli interessi ecumenici. Il sottotitolo del suo
testo è significativo: “La differenza cruciale tra la
teologia orientale e quella occidentale”.
La Redazione della rivista si premura di avvisare i lettori
che il pensiero del monaco Maximos si discosta dalla teologia
che viene attualmente irradiata dall’Istituto Ortodosso di
Teo- logia di Parigi, con sostenitori tra i nomi più
importanti del mondo ortodosso. I redattori affermano di
ricollegarsi a San Gregorio Palama (1269-1359, teologo
bizantino, monaco al Monte Athos), per dire che “all’apice
dell’Ortodossia stanno coloro che sono vissuti nella
contemplazione... purificati nell’anima e nel corpo. Quindi
il vero teologo della chiesa non è l’accademico, ma colui
che ha la visione del Cristo risorto”.
Ribadiscono pure che la successione apostolica tramandata da
una generazione all’altra “è la spiritualità di Cristo,
unica garanzia del deposito della fede: solo con una vita
retta e una spiritualità vera è possibile conservare i dogmi
ortodossi” . Di conseguenza “l’unico e principale lavoro
del clero è l’accoglimento, la conservazione e la
trasmissione della spiritualità in Cristo”.
Maximos Lavriotis è su questa linea.
La specificità della Rivelazione
Egli afferma che ebraismo e cristianesimo,
definite religioni rivelate, sono d’accordo nell’ammettere
che “l’aspetto più significativo della Rivelazione
biblica è il fatto che Dio manifesta se stesso... Tutti i
teologi moderni però pensano principalmente alla
comunicazione del messaggio biblico e non pongono attenzione
alla realtà dell’evento nel suo insieme, al significato
cioè che può avere per ciascuno di noi, personalmente, il
fatto che Dio ha rivelato se stesso alle sue creature”. L’autore
vuole sottolineare l’importanza di questa differenza.
“E’
sempre Dio che prende l’iniziativa e si rivela in maniera da
far entrare l’uomo nella sua realtà increata: il Regno di
Dio. Nella rivelazione tramite Cristo, il Regno di Dio rimane
sempre inaccessibile, ma include anche l’Umanità di Cristo”.
La “Parola di Dio” nell’A.T. implica sempre una
manifestazione del divino, anche se il termine ‘parola’
viene spesso confuso con ‘discorso’o ‘espressione’.
Nel Verbo fatto carne, l’umanità viene assunta per grazia
nell’increato Regno di Dio. E’ un mistero ineffabile,
incomprensibile e incomunicabile.
“L’evento si può narrare, tuttavia la narrazione non può
rendere partecipi. Quando nella Bibbia leggiamo che Dio si
rivolse ad Abramo noi non raggiungiamo la situazione di
Abramo, ne rimaniamo estranei. Nella chiesa primitiva, la
divina rivelazione riguardante il Cristo risorto, espressione
palese dell’increato Regno di Dio tra gli uomini, era
considerata la realtà definitiva e come tale veniva
conservata silenziosamente in atteggiamento di adorazione.
Parlare di questo era ritenuto empio ed improprio, almeno all’inizio
quando gli Apostoli erano ancora vivi”.
Ebrei e cristiani non usavano, secondo l’autore, occuparsi
pienamente della comprensione e dell’interpretazione del
messaggio. Non rientrava nelle loro specifiche intenzioni
salvare una determinata opinione sulla Rivelazione.
Dato questo loro atteggiamento, un po’ alla volta
incominciò ad emergere in esclusiva il messaggio come tale. L’attenzione
sul “contenuto reale del Cristianesimo, quell’essenza del
Vangelo non traducibile in concetti, affine alla visione di
Dio che porta direttamente alla reale unione con lui”, si
affievolisce così o scade del tutto.
Maximos richiama l’esperienza di Giacobbe. Dopo aver lottato
tutta la notte: “Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita
è stata preservata”, o come dice la traduzione dei
Settanta: “La mia anima è stata salvata”. La salvezza è
“realizzata al massimo attraverso un rapporto diretto, un
contatto frontale e reale con la realtà deificante, con Dio”.
Con rammarico
L’ “automanifestazione di Dio”, più
che il consueto messaggio trascritto in un libro da
interpretare, consiste per Maximos Lavriotis, nella vitale “identificazione
con Dio”. Non è il semplice avvicinarsi a lui o avere una
qualche relazione.
“Il cristiano ortodosso riteneva non solo che in Cristo la
Parola di Dio è divenuta carne ‘visibile’, ma che la sua
gloria increata può, per grazia, divenire realmente ‘visibile’
al fedele”. Ricorda le esperienze di San Paolo. Ma soggiunge
con rammarico, “gli ortodossi moderni si sono distanziati
dall’esperienza di Rivelazione. L’uomo riceve la
Rivelazione solamente se si identifica con la grazia di Dio e
viene riempito della divina luce”.
Anche l’autorità nella chiesa primitiva è basata sulla
Rivelazione divina. “Non avrebbero mai potuto pesare sulla
successione apostolica questioni di luogo, dignità,
ordinazione, particolari privilegi attribuiti ad una
determinata sede o persona.
La successione apostolica e l’appartenenza al Corpo di
Cristo sono una stessa identica realtà, assegnata ugualmente
a uomini e donne, malgrado ogni discriminazione, e garantita
attraverso la manifestazione del Cristo risorto... ”.
Il monaco Maximos Lavriotis accompagna le sue riflessioni con
un exursus attraverso la storia della chiesa e chiude con un’esposizione
dei punti ritenuti più salienti del catechismo cattolico
(1994). Il tutto a dimostrazione dello svilimento e della
riduzione subiti dall’immensa ricchezza di grazia insita nel
rapporto di rivelazione di Dio all’uomo. . Seguendo la sua
esposizione, sembra di sentir alitare qualcosa della bellezza
della spiritualità che emerge dalla migliore letteratura
della Russia ortodossa. In ognuna delle ormai tante chiese
cristiane ci sono ancora vive, in mezzo a chiusure e
ristrettezze, delle perle rimaste in comune.
Che cosa pensare...
E’ velleitario credere di poter, in breve,
dire qualcosa di una cultura religiosa di cui le reciproche
chiese hanno condiviso per secoli verità di importanza
basilare. Solo qualche accenno.
“L’evangelizzazione ortodossa ha un altro stile” è l’articolo
di Padre David Moser su “Italia Ortossa”. Il termine di
confronto, sullo sfondo, è sempre la chiesa cattolica.
“La prima e più importante cosa da ricordare è che noi non
portiamo nessuno in Chiesa: questo non è il nostro compito...
E’ Dio che conduce le persone alla porta della chiesa e che
le convince ad entrare. Noi dobbiamo tenere la porta bene
aperta e visibile. Pertanto l’evangelizzazione ortodossa
deve essere centrata sulla chiesa: bellezza dell’edificio,
delle officiature, frequenza e disponibilità delle funzioni.
Si serve l’evangelizzazione ortodossa per mezzo di belle
icone, cupole dorate, croci che si innalzano al cielo, profumo
d’incenso e canto degli offici. La si realizza per mezzo
della nostra visibilità come cristiani ortodossi al “massimo”
senza riserve o compromessi ...”
Sforzarci di cogliere negli altri la possibilità di un
arricchimento per la propria attività missionaria è un buon
esercizio. Semplici sfumature possono riaprire orizzonti
diversi. Nel mondo di oggi i cristiani sono chiamati a puntare
sull’essenzialità del Vangelo come una forza unitaria
possibilmente.
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