AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Casamance (Senegal): Il Turismo integrato...

Testo e foto di Marco Trovato

Non tutto il paradiso è stato venduto. Almeno per ora, resiste nel cuore dell’Africa Occidentale una regione di straordinaria bellezza paesaggistica non ancora colonizzata dai grandi tour operator occidentali. E’ la Casamance, estrema propaggine meridionale del Senegal: un posto magico per una vacanza intelligente, all’insegna della solidarietà e della condivisione con gli africani.

 

La piroga si fa strada tra le radici degli alberi fluviali. Pierre, la nostra guida, ci indica con il machete alcuni uccelli che volano sulla laguna: “Sono gli animali più intelligenti della foresta, sono furbi e saggi perché sanno ascoltare e imparare dagli uomini. Per scoprire i nostri segreti, costruiscono i loro nidi tra i rami dell’albero sacro, sotto il quale si riuniscono gli anziani per prendere le decisioni più importanti. Ed è per questo che la gente li rispetta e li venera. Perché gli uccelli ci conoscono molto bene. Conoscono i nostri difetti, i nostri peccati, le nostre virtù. Noi, invece, di loro, sappiamo solo che sono belli e liberi. E che non dobbiamo farli arrabbiare perché questo è il loro regno”.
Ci troviamo in Casamance, estrema propaggine meridionale del Senegal, una lunga striscia di terra (400 km di lunghezza per 70 di larghezza) stretta tra la foresta pluviale guineana, le fredde acque dell’oceano e le cocenti savane dell’entroterra. E’ un santuario naturale di straordinaria bellezza non ancora colonizzato dai grandi tour operator. Villaggi solitari, foreste di mangrovie, spiagge di finissima sabbia bianca: il posto ideale per coniugare tranquilli soggiorni balneari con emozionanti escursioni in un ambiente selvaggio e appartato; un paradiso tropicale da consigliare a chi ama il turismo fai-da-te e desidera avvicinarsi senza finzioni né filtri alla magia dell’Africa Nera.
Vista da un aereo che la sorvola, la Camargue d’Afrique (così la battezzarono ai tempi della colonia i francesi) appare come un labirinto di fiumi, stagni e acquitrini, attorno a cui occhieggiano palme e tetti di paglia. Qui gli alberghi e i villaggi turistici si contano sulle dita delle mani e spesso, come nel caso del Club Mediterranée, si tengono timidamente ai margini della regione. Non c’entrano gli ostacoli dell’ambiente, che pure hanno da sempre reso faticosa la penetrazione straniera ed isolato la popolazione. E neppure i disordini che sporadicamente infiammano il confine con la Guinea Bissau. No, in Casamance è stata un’oculata politica delle amministrazioni locali a respingere con decisione l’aggressione del turismo “mordi e fuggi”, quello - per intenderci - delle offerte “tutto compreso” e delle sceneggiate folcloristiche pubblicizzate su depliants patinati.
Ai turisti vengono offerti i “campements intégrés” (“campeggi integrati”), complessi costruiti dagli abitanti dei villaggi secondo i metodi e con i materiali tradizionali: legno grezzo per la struttura, argilla per i muri e foglie di palma per il tetto. L’aspetto esteriore delle dimore è grazioso, l’interno è arredato con gusto in stile afro: qualche batik, 2-5 letti in listelli di bambù, vasellami in terracotta e zucche essiccate, esposte all’ingresso per tenere lontani gli spiriti maligni della foresta.
Capanne di essenziale semplicità per adeguarsi allo stile di vita di qui. Nulla a che vedere con il lusso e lo sfarzo dei villaggi turistici convenzionali, semmai una sistemazione simile a quella dell’ostello o del bungalow. Niente piscine né aria condizionata, niente acqua calda né televisione in camera, ma piuttosto stanze monacali, comfort rudimentali e, a tavola, piatti tipici della cucina senegalese. Il tutto offerto con dedizione a prezzi assolutamente onesti.
C’è chi potrebbe pensare ad un’astuta mossa di qualche manager della vacanza per conquistare i palati del turista in cerca di avventura, ma in realtà i campements sono il risultato di un tentativo autentico e serio di portare, con beneficio reciproco per ospiti e nativi, il turismo in zone mai toccate prima, senza per questo sfregiare l’ambiente con colate di cemento o costruzioni ipertecnologiche. Per il visitatore di passaggio, inoltre, rappresentano un ottimo modo per entrare in sintonia con la gente del posto e toccare con mano l’autenticità della cultura africana, non ancora alterata dall’influenza occidentale e calpestata dalla modernità.

 

“Campeggi integrati”

Sorti a partire dalla fine degli anni ‘70, i “campements integrés” (Campeggi integrati) costituiscono un’inedita soluzione di compromesso tra i benefici del turismo e le sue attitudini troppo spesso distruttive (sia sul piano ecologico che su quello sociale e culturale), un’esperienza originale che dovrebbe essere presa da esempio da altri Paesi africani: essi si inseriscono infatti nel contesto di uno sviluppo autogestito eco-sostenibile e sono amministrati dalla comunità locale che ne utilizza i guadagni per opere di interesse collettivo.
Solitamente la base associativa che gestisce il campement è costituita da una cooperativa; a volte può capitare che essa funga da strumento per il mutuo-soccorso e che dunque serva a sostenere nel momento del bisogno una famiglia in particolare difficoltà. In alcuni villaggi in questo modo sono stati finanziati la costruzione di scuole, magazzini e piccoli ospedali. In altri sono stati avviati dei progetti di salvaguardia e di promozione ambientale, oppure si è provveduto ad acquistare collettivamente strumenti e materiali utili per il lavoro agricolo e la pesca (e pensare che una recente indagine ha rivelato che circa l’85 per cento dei guadagni realizzati da un villaggio turistico in Africa torna dritto dritto in America o in Europa). Inoltre, grazie ai campements, sono stati creati in questi anni nuovi sbocchi occupazionali che assicurano ai lavoratori africani dei salari equi e dignitosi.
Il turista che decide di soggiornare in uno di questi complessi, oltre a sostenere quest’idea di “ecovacanza solidale”, ha la possibilità di immergersi completamente nella vita dei Diola, un’etnia di animisti e feticisti, che ha preservato gelosamente gli usi e i costumi della tradizione, respingendo con fierezza ogni tentativo d’islamizzazione (circa il 92 % dei senegalesi è musulmano).
Tranquilli, socievoli e cordiali, i Diola sono felici di ospitare i turisti nei loro villaggi, purché questi rispettino il loro habitat e il loro stile di vita.
Il ritmo delle giornate nei villaggi è cadenzato dalle donne che, a colpi di pestelli, macinano la farina negli appositi mortai di legno. Le ragazze più giovani lavorano nelle risaie e nei campi dove si coltivano miglio, sorgo, mais e arachidi.
I ragazzi, invece, si occupano di “spillare” il vino di palma: di colore biancastro e dal sapore decisamente acidulo, questa popolarissima bevanda viene prodotta artigianalmente intagliando i rami superiori della palma, e viene raccolta arrampicandosi in cima alle piante. E’ leggermente alcolica ed ha un ciclo breve di fermentazione: prelevato dall’albero al mattino, il liquido che ne è linfa, diventa più forte verso sera, per essere già un po’ passato il giorno seguente.
Gli uomini vanno a pesca. All’alba partono sulle loro piroghe, portando con sé grappoli di gris-gris, i potenti talismani-portafortuna realizzati dai vecchi del villaggio. Ma non hanno di che preoccuparsi: le acque dell’Atlantico di fronte alla Casamance sono tra le più pescose della Terra. L’”upwelling”, cioè la risalita in superficie delle acque profonde e fredde per azione degli alisei, provoca un arricchimento in fosfati e nitrati dell’ambiente marino a crea le condizioni ottimali per la proliferazione del plancton che, si sa, occupa un posto fondamentale nella catena alimentare del mare. Tonni, sardine, merluzzi, pesci spada, sogliole e crostacei di vario tipo finiscono in grandi quantità nelle reti dei Diola (volendo, è possibile chiedere a qualche pescatore di imbarcarvi sulla sua piroga: sarà un’esperienza indimenticabile).
Il pesce viene venduto fresco al mercato, oppure viene pulito dalle donne, affumicato, coperto di sale e messo a essiccare sulla spiaggia (i senegalesi si trovano, con 35 kg pro capite all’anno, al terzo posto nella classifica mondiale dei consumatori di pesce). Nel tardo pomeriggio, la gente del posto invita i turisti nelle proprie capanne per offrire la noce di cola, un frutto giallo e rosso dalle proprietà eccitanti e antiaffaticamento che, nella cultura senegalese, possiede un alto valore rituale: spezzata e distribuita agli ospiti, è segno di amicizia e rispetto.
Alla sera i suoni del “djembe” (uno strumento a percussione realizzato con tronchi di legno duro e pelle di antilope) animano le feste dei villaggi, mentre i racconti dei “griot”, i cantastorie tradizionali, accompagnano i riti propiziatori. Nelle notti di luna piena e durante il periodo del raccolto, gli spiriti della foresta si materializzano con danze suggestive e maschere ancestrali. Il tutto, lontano anni luce dalle chiassose mete del turismo di massa.