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Casamance (Senegal): Il Turismo integrato...
Testo e foto di Marco Trovato
Non tutto il paradiso è stato venduto.
Almeno per ora, resiste nel cuore dell’Africa Occidentale
una regione di straordinaria bellezza paesaggistica non ancora
colonizzata dai grandi tour operator occidentali. E’ la
Casamance, estrema propaggine meridionale del Senegal: un
posto magico per una vacanza intelligente, all’insegna della
solidarietà e della condivisione con gli africani.
La
piroga si fa strada tra le radici degli alberi fluviali.
Pierre, la nostra guida, ci indica con il machete alcuni
uccelli che volano sulla laguna: “Sono gli animali più
intelligenti della foresta, sono furbi e saggi perché sanno
ascoltare e imparare dagli uomini. Per scoprire i nostri
segreti, costruiscono i loro nidi tra i rami dell’albero
sacro, sotto il quale si riuniscono gli anziani per prendere
le decisioni più importanti. Ed è per questo che la gente li
rispetta e li venera. Perché gli uccelli ci conoscono molto
bene. Conoscono i nostri difetti, i nostri peccati, le nostre
virtù. Noi, invece, di loro, sappiamo solo che sono belli e
liberi. E che non dobbiamo farli arrabbiare perché questo è
il loro regno”.
Ci troviamo in Casamance, estrema propaggine meridionale del
Senegal, una lunga striscia di terra (400 km di lunghezza per
70 di larghezza) stretta tra la foresta pluviale guineana, le
fredde acque dell’oceano e le cocenti savane dell’entroterra.
E’ un santuario naturale di straordinaria bellezza non
ancora colonizzato dai grandi tour operator. Villaggi
solitari, foreste di mangrovie, spiagge di finissima sabbia
bianca: il posto ideale per coniugare tranquilli soggiorni
balneari con emozionanti escursioni in un ambiente selvaggio e
appartato; un paradiso tropicale da consigliare a chi ama il
turismo fai-da-te e desidera avvicinarsi senza finzioni né
filtri alla magia dell’Africa Nera.
Vista
da un aereo che la sorvola, la Camargue d’Afrique (così la
battezzarono ai tempi della colonia i francesi) appare come un
labirinto di fiumi, stagni e acquitrini, attorno a cui
occhieggiano palme e tetti di paglia. Qui gli alberghi e i
villaggi turistici si contano sulle dita delle mani e spesso,
come nel caso del Club Mediterranée, si tengono timidamente
ai margini della regione. Non c’entrano gli ostacoli dell’ambiente,
che pure hanno da sempre reso faticosa la penetrazione
straniera ed isolato la popolazione. E neppure i disordini che
sporadicamente infiammano il confine con la Guinea Bissau. No,
in Casamance è stata un’oculata politica delle
amministrazioni locali a respingere con decisione l’aggressione
del turismo “mordi e fuggi”, quello - per intenderci -
delle offerte “tutto compreso” e delle sceneggiate
folcloristiche pubblicizzate su depliants patinati.
Ai turisti vengono offerti i “campements intégrés” (“campeggi
integrati”), complessi costruiti dagli abitanti dei villaggi
secondo i metodi e con i materiali tradizionali: legno grezzo
per la struttura, argilla per i muri e foglie di palma per il
tetto. L’aspetto esteriore delle dimore è grazioso, l’interno
è arredato con gusto in stile afro: qualche batik, 2-5 letti
in listelli di bambù, vasellami in terracotta e zucche
essiccate, esposte all’ingresso per tenere lontani gli
spiriti maligni della foresta.
Capanne
di essenziale semplicità per adeguarsi allo stile di vita di
qui. Nulla a che vedere con il lusso e lo sfarzo dei villaggi
turistici convenzionali, semmai una sistemazione simile a
quella dell’ostello o del bungalow. Niente piscine né aria
condizionata, niente acqua calda né televisione in camera, ma
piuttosto stanze monacali, comfort rudimentali e, a tavola,
piatti tipici della cucina senegalese. Il tutto offerto con
dedizione a prezzi assolutamente onesti.
C’è chi potrebbe pensare ad un’astuta mossa di qualche
manager della vacanza per conquistare i palati del turista in
cerca di avventura, ma in realtà i campements sono il
risultato di un tentativo autentico e serio di portare, con
beneficio reciproco per ospiti e nativi, il turismo in zone
mai toccate prima, senza per questo sfregiare l’ambiente con
colate di cemento o costruzioni ipertecnologiche. Per il
visitatore di passaggio, inoltre, rappresentano un ottimo modo
per entrare in sintonia con la gente del posto e toccare con
mano l’autenticità della cultura africana, non ancora
alterata dall’influenza occidentale e calpestata dalla
modernità.
“Campeggi integrati”
Sorti a partire dalla fine degli anni ‘70,
i “campements integrés” (Campeggi integrati)
costituiscono un’inedita soluzione di compromesso tra i
benefici del turismo e le sue attitudini troppo spesso
distruttive (sia sul piano ecologico che su quello sociale e
culturale), un’esperienza originale che dovrebbe essere
presa da esempio da altri Paesi africani: essi si inseriscono
infatti nel contesto di uno sviluppo autogestito
eco-sostenibile e sono amministrati dalla comunità locale che
ne utilizza i guadagni per opere di interesse collettivo.
Solitamente
la base associativa che gestisce il campement è costituita da
una cooperativa; a volte può capitare che essa funga da
strumento per il mutuo-soccorso e che dunque serva a sostenere
nel momento del bisogno una famiglia in particolare
difficoltà. In alcuni villaggi in questo modo sono stati
finanziati la costruzione di scuole, magazzini e piccoli
ospedali. In altri sono stati avviati dei progetti di
salvaguardia e di promozione ambientale, oppure si è
provveduto ad acquistare collettivamente strumenti e materiali
utili per il lavoro agricolo e la pesca (e pensare che una
recente indagine ha rivelato che circa l’85 per cento dei
guadagni realizzati da un villaggio turistico in Africa torna
dritto dritto in America o in Europa). Inoltre, grazie ai
campements, sono stati creati in questi anni nuovi sbocchi
occupazionali che assicurano ai lavoratori africani dei salari
equi e dignitosi.
Il turista che decide di soggiornare in uno di questi
complessi, oltre a sostenere quest’idea di “ecovacanza
solidale”, ha la possibilità di immergersi completamente
nella vita dei Diola, un’etnia di animisti e feticisti, che
ha preservato gelosamente gli usi e i costumi della
tradizione, respingendo con fierezza ogni tentativo d’islamizzazione
(circa il 92 % dei senegalesi è musulmano).
Tranquilli, socievoli e cordiali, i Diola sono felici di
ospitare i turisti nei loro villaggi, purché questi
rispettino il loro habitat e il loro stile di vita.
Il ritmo delle giornate nei villaggi è cadenzato dalle donne
che, a colpi di pestelli, macinano la farina negli appositi
mortai di legno. Le ragazze più giovani lavorano nelle risaie
e nei campi dove si coltivano miglio, sorgo, mais e arachidi.
I ragazzi, invece, si occupano di “spillare” il vino di
palma: di colore biancastro e dal sapore decisamente acidulo,
questa popolarissima bevanda viene prodotta artigianalmente
intagliando i rami superiori della palma, e viene raccolta
arrampicandosi in cima alle piante. E’ leggermente alcolica
ed ha un ciclo breve di fermentazione: prelevato dall’albero
al mattino, il liquido che ne è linfa, diventa più forte
verso sera, per essere già un po’ passato il giorno
seguente.
Gli
uomini vanno a pesca. All’alba partono sulle loro piroghe,
portando con sé grappoli di gris-gris, i potenti
talismani-portafortuna realizzati dai vecchi del villaggio. Ma
non hanno di che preoccuparsi: le acque dell’Atlantico di
fronte alla Casamance sono tra le più pescose della Terra. L’”upwelling”,
cioè la risalita in superficie delle acque profonde e fredde
per azione degli alisei, provoca un arricchimento in fosfati e
nitrati dell’ambiente marino a crea le condizioni ottimali
per la proliferazione del plancton che, si sa, occupa un posto
fondamentale nella catena alimentare del mare. Tonni, sardine,
merluzzi, pesci spada, sogliole e crostacei di vario tipo
finiscono in grandi quantità nelle reti dei Diola (volendo,
è possibile chiedere a qualche pescatore di imbarcarvi sulla
sua piroga: sarà un’esperienza indimenticabile).
Il pesce viene venduto fresco al mercato, oppure viene pulito
dalle donne, affumicato, coperto di sale e messo a essiccare
sulla spiaggia (i senegalesi si trovano, con 35 kg pro capite
all’anno, al terzo posto nella classifica mondiale dei
consumatori di pesce). Nel tardo pomeriggio, la gente del
posto invita i turisti nelle proprie capanne per offrire la
noce di cola, un frutto giallo e rosso dalle proprietà
eccitanti e antiaffaticamento che, nella cultura senegalese,
possiede un alto valore rituale: spezzata e distribuita agli
ospiti, è segno di amicizia e rispetto.
Alla sera i suoni del “djembe” (uno strumento a
percussione realizzato con tronchi di legno duro e pelle di
antilope) animano le feste dei villaggi, mentre i racconti dei
“griot”, i cantastorie tradizionali, accompagnano i riti
propiziatori. Nelle notti di luna piena e durante il periodo
del raccolto, gli spiriti della foresta si materializzano con
danze suggestive e maschere ancestrali. Il tutto, lontano anni
luce dalle chiassose mete del turismo di massa.
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