AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Un futuro per le donne algerine

di Marco Trovato

Durante gli anni bui del terrorismo, centinaia di donne algerine sono state rapite, usate come bottino di guerra e stuprate dai fondamentalisti islamici.
Chi è sopravvissuta alle violenze non può più avere una vita normale.
Ora, un progetto di solidarietà internazionale tenta di restituire loro la fiducia nel futuro.

 

E’ forse l’eredità più odiosa lasciata da otto anni di massacri e violenze. Sicuramente per l’Algeria di oggi - un Paese che vuole uscire in fretta dall’incubo del terrorismo - rappresenta una ferita profonda, che richiederà parecchio tempo per cicatrizzarsi. Centinaia di donne rapite, prelevate con la forza dalle loro case, violentate ripetutamente dagli stessi fondamentalisti islamici che hanno massacrato le loro famiglie.
La stampa non ne parla, il problema sembra non esistere. Eppure secondo i dati ufficiali dal 1992 al 1997, oltre 1200 algerine hanno subìto stupri e rapimenti, mentre secondo i giornali indipendenti e le associazioni della società civile le donne vittime di queste violenze sarebbero più di 3 mila. E’ estremamente difficile poter verificare l’esattezza di questi dati per la riluttanza delle famiglie e delle stesse vittime a parlarne, ma di recente alcune coraggiose testimonianze hanno cominciato a fare luce su un fenomeno ripugnante che per troppo tempo è stato minimizzato o sottovalutato. Rotto il muro dell’omertà, le denunce delle violenze si sono moltiplicate e soprattutto nelle grandi città le donne hanno trovato la forza per raccontare gli orrori vissuti: madri di famiglia stuprate dinanzi ai figli obbligati ad assistere sotto la minaccia di morte; rapimenti di povere ragazze avvenuti pretendendo l’assenso del padre per risparmiare la vita degli altri familiari.
Storie agghiaccianti, da sommare ai tanti drammi di chi non è sopravvissuta per raccontare. Parecchie donne sono state sgozzate dopo un certo tempo di prigionia, per gravidanza avanzata o perché non erano più in grado di procurare piacere ai rapitori, oppure perché i terroristi dovevano abbandonare precipitosamente il rifugio.
Ma anche per coloro che sono riuscite a fuggire dalle mani degli aguzzini non è stato facile chiudere definitivamente con la terribile esperienza del rapimento e della prigionia.
“E’ profondo e doloroso il trauma che colpisce le donne rapite che sono state liberate dall’esercito o che sono riuscite a fuggire”, spiegano le responsabili dell’associazione femminile algerina Rachda (Rassemblement Contre la Hogra et pour les Droits des Algeriennes).
“La ritrovata libertà spesso non fa che dilatare l’incubo vissuto durante la prigionia: per quasi tutte il rientro a casa e in famiglia non è possibile per la paura di essere nuovamente rapite o di essere uccise o di rappresaglie sui loro cari; ma, cosa più grave per la loro situazione psicologica, l’impossibilità è dovuta anche al rifiuto di accoglienza da parte dei genitori o dei mariti che le considerano disonorate o impure”.
La maggioranza delle sopravvissute sono ospitate nelle caserme della polizia o dell’esercito, dove esse si rivolgono per ottenere protezione, in uno stato di solitudine e prostrazione terribili.
Sono stati proprio i comandanti delle caserme che si sono rivolti all’associazione Rachda per chiedere aiuto per queste donne la cui situazione è ignorata dallo Stato e per le quali non esistono strutture sociali in grado di accoglierle. Così, tre anni fa, è nata l’idea di costruire un centro che potesse ospitare le donne algerine vittime dei terroristi.
Sembrava un’idea destinata a rimanere sulla carta, tanti erano i problemi e le difficoltà da superare per la sua realizzazione, eppure grazie alla determinazione dell’associazione femminile e grazie anche alla solidarietà internazionale, il centro è cresciuto mattone su mattone e qualche mese dopo è stato inaugurato nella municipalità di Mohammadia, ad Algeri. Lo hanno chiamato centro Darna (“Centro di accoglienza per le donne vittime del terrorismo”): fornisce accoglienza, cure e autonomia economica (formazione, lavoro) a donne spesso giovanissime, analfabete e senza occupazione.
Dispone di un team qualificato di operatori sociali, medici e psicologi. Al suo interno può contare su laboratori per i corsi di formazione, su un asilo nido e su una scuola materna per i bambini delle donne.
“Il Centro Darna vuole essere per loro un punto di riferimento dove poter vivere, riprendere fiducia in se stesse e imparare un lavoro in modo da essere indipendenti e tornare nei loro villaggi”, spiegano le responsabili.
“Le donne ospitate si trovano spesso in gravi condizioni fisiche, psicologiche e sociali per le violenze subite dai terroristi, il loro soggiorno nel centro dura il tempo necessario a rimetterle in condizione di potersi reinserire nella società”.
L’obiettivo dell’associazione Rachda, comunque, è anche quello di ottenere che lo Stato algerino riconosca queste donne quali “vittime del terrorismo” e che inizi a prendersene carico. Troppo poco è stato fatto a livello governativo per il dramma di queste donne.
Se qualcosa si sta muovendo a livello governativo è solo grazie alla lotta e alle denunce coraggiose di molte di loro. Ma non solo: il centro Darna di Algeri è stato realizzato infatti con il sostegno del Comune di Forlì e da altri sette enti locali, dalla Regione Emilia Romagna e dal Cospe, un organismo di solidarietà internazionale.

(Chiunque sia interessato a sostenere le sue attività può effettuare una donazione sul conto corrente postale n. 27120575 intestato al Cospe (causale: “Mimosa d’Algeri”), oppure sul c/c n. 7876 di Banca Etica (ABI 05018 CAB 12100). Per informazioni potete rivolgervi al Cospe, telefono 055/473556.)