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Un futuro per le donne algerine
di Marco Trovato
Durante gli anni bui del terrorismo,
centinaia di donne algerine sono state rapite, usate come
bottino di guerra e stuprate dai fondamentalisti islamici.
Chi è sopravvissuta alle violenze non può più avere una
vita normale.
Ora, un progetto di solidarietà internazionale tenta di
restituire loro la fiducia nel futuro.
E’
forse l’eredità più odiosa lasciata da otto anni di
massacri e violenze. Sicuramente per l’Algeria di oggi - un
Paese che vuole uscire in fretta dall’incubo del terrorismo
- rappresenta una ferita profonda, che richiederà parecchio
tempo per cicatrizzarsi. Centinaia di donne rapite, prelevate
con la forza dalle loro case, violentate ripetutamente dagli
stessi fondamentalisti islamici che hanno massacrato le loro
famiglie.
La stampa non ne parla, il problema sembra non esistere.
Eppure secondo i dati ufficiali dal 1992 al 1997, oltre 1200
algerine hanno subìto stupri e rapimenti, mentre secondo i
giornali indipendenti e le associazioni della società civile
le donne vittime di queste violenze sarebbero più di 3 mila.
E’ estremamente difficile poter verificare l’esattezza di
questi dati per la riluttanza delle famiglie e delle stesse
vittime a parlarne, ma di recente alcune coraggiose
testimonianze hanno cominciato a fare luce su un fenomeno
ripugnante che per troppo tempo è stato minimizzato o
sottovalutato. Rotto il muro dell’omertà, le denunce delle
violenze si sono moltiplicate e soprattutto nelle grandi
città le donne hanno trovato la forza per raccontare gli
orrori vissuti: madri di famiglia stuprate dinanzi ai figli
obbligati ad assistere sotto la minaccia di morte; rapimenti
di povere ragazze avvenuti pretendendo l’assenso del padre
per risparmiare la vita degli altri familiari.
Storie
agghiaccianti, da sommare ai tanti drammi di chi non è
sopravvissuta per raccontare. Parecchie donne sono state
sgozzate dopo un certo tempo di prigionia, per gravidanza
avanzata o perché non erano più in grado di procurare
piacere ai rapitori, oppure perché i terroristi dovevano
abbandonare precipitosamente il rifugio.
Ma anche per coloro che sono riuscite a fuggire dalle mani
degli aguzzini non è stato facile chiudere definitivamente
con la terribile esperienza del rapimento e della prigionia.
“E’ profondo e doloroso il trauma che colpisce le donne
rapite che sono state liberate dall’esercito o che sono
riuscite a fuggire”, spiegano le responsabili dell’associazione
femminile algerina Rachda (Rassemblement Contre la Hogra et
pour les Droits des Algeriennes).
“La ritrovata libertà spesso non fa che dilatare l’incubo
vissuto durante la prigionia: per quasi tutte il rientro a
casa e in famiglia non è possibile per la paura di essere
nuovamente rapite o di essere uccise o di rappresaglie sui
loro cari; ma, cosa più grave per la loro situazione
psicologica, l’impossibilità è dovuta anche al rifiuto di
accoglienza da parte dei genitori o dei mariti che le
considerano disonorate o impure”.
La maggioranza delle sopravvissute sono ospitate nelle caserme
della polizia o dell’esercito, dove esse si rivolgono per
ottenere protezione, in uno stato di solitudine e prostrazione
terribili.
Sono stati proprio i comandanti delle caserme che si sono
rivolti all’associazione Rachda per chiedere aiuto per
queste donne la cui situazione è ignorata dallo Stato e per
le quali non esistono strutture sociali in grado di
accoglierle. Così, tre anni fa, è nata l’idea di costruire
un centro che potesse ospitare le donne algerine vittime dei
terroristi.
Sembrava un’idea destinata a rimanere sulla carta, tanti
erano i problemi e le difficoltà da superare per la sua
realizzazione, eppure grazie alla determinazione dell’associazione
femminile e grazie anche alla solidarietà internazionale, il
centro è cresciuto mattone su mattone e qualche mese dopo è
stato inaugurato nella municipalità di Mohammadia, ad Algeri.
Lo hanno chiamato centro Darna (“Centro di accoglienza per
le donne vittime del terrorismo”): fornisce accoglienza,
cure e autonomia economica (formazione, lavoro) a donne spesso
giovanissime, analfabete e senza occupazione.
Dispone di un team qualificato di operatori sociali, medici e
psicologi. Al suo interno può contare su laboratori per i
corsi di formazione, su un asilo nido e su una scuola materna
per i bambini delle donne.
“Il Centro Darna vuole essere per loro un punto di
riferimento dove poter vivere, riprendere fiducia in se stesse
e imparare un lavoro in modo da essere indipendenti e tornare
nei loro villaggi”, spiegano le responsabili.
“Le donne ospitate si trovano spesso in gravi condizioni
fisiche, psicologiche e sociali per le violenze subite dai
terroristi, il loro soggiorno nel centro dura il tempo
necessario a rimetterle in condizione di potersi reinserire
nella società”.
L’obiettivo dell’associazione Rachda, comunque, è anche
quello di ottenere che lo Stato algerino riconosca queste
donne quali “vittime del terrorismo” e che inizi a
prendersene carico. Troppo poco è stato fatto a livello
governativo per il dramma di queste donne.
Se qualcosa si sta muovendo a livello governativo è solo
grazie alla lotta e alle denunce coraggiose di molte di loro.
Ma non solo: il centro Darna di Algeri è stato realizzato
infatti con il sostegno del Comune di Forlì e da altri sette
enti locali, dalla Regione Emilia Romagna e dal Cospe, un
organismo di solidarietà internazionale.
(Chiunque sia interessato a sostenere le sue
attività può effettuare una donazione sul conto corrente
postale n. 27120575 intestato al Cospe (causale: “Mimosa d’Algeri”),
oppure sul c/c n. 7876 di Banca Etica (ABI 05018 CAB 12100).
Per informazioni potete rivolgervi al Cospe, telefono
055/473556.)
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