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Musulmani d'Occidente: I convertiti, nuovi
figli dell'islam
di Stefano Allievi
Quanti sono gli italiani convertiti
all'islam?
Che cosa li spinge ad abbracciarlo?
Stefano Allievi, sociologo, e autore di una recente
pubblicazione sull'argomento, basata su una ricerca personale
in Italia e in Europa, ha tracciato per AFRICA un rapido e
interessante quadro della situazione in generale.
In
passato venivano chiamati rinnegati, apostati, eretici. Un
libro famoso, riferendosi a coloro che tra il '500 e il '600
sono passati all'islam, li ha ribattezzati i"Cristiani di
Allah"(di Bartolomé e Lucile Benassar-Rizzoli 1991-
N.d.E.). Sono coloro che hanno cambiato religione: anche se
allora di un europeo, e cristiano, che passava all'islam si
diceva non che si era fatto musulmano, ma che si era turcatus,
'fatto turco'. Come se avesse cambiato nazionalità, più che
religione: in ciò cogliendo qualcosa di vero e profondo, che
concerne la specificità stessa dell'islam.
Ma oggi? Chi sono, da dove vengono, cosa fanno i cittadini
europei che scelgono l'islam?
Paragoni non se ne possono fare. Per la semplice ragione che,
in passato, convertirsi all'islam voleva dire andarsene. Chi
diventava musulmano (per spirito di avventura, per sfuggire a
un peggiore destino, magari per obbligo, e talvolta per una
autentica ricerca spirituale), letteralmente, emigrava, se ne
andava da un paese maggioritariamente cristiano per vivere in
un paese islamico; quando non era l'islam che, a seguito di
conquista (come in al-Andalus, in Sicilia o nei Balcani)
finiva per dominare terre precedentemente cristiane.
Oggi la situazione è completamente diversa, come abbiamo
cercato di documentare nella nostra ricerca (Stefano Allievi,
I nuovi musulmani. I convertiti all'islam, Roma, Edizioni
Lavoro, 1999). Chi sceglie l'islam passa da una situazione
formalmente e 'sociologicamente' maggioritaria ad una di
minoranza. Di rado si sposta: semplicemente, 'entra' in una
nuova comunità religiosa ('entrare nell'islam' è del resto
l'espressione araba per 'convertirsi' ad esso).
E soprattutto, a differenza di quanto comunemente si pensa, e
di quanto accadeva in passato, non passa dal cristianesimo
all'islam ma, salvo rari casi, da una situazione di
incredulità ad una di fede, o comunque percorre un cammino di
ricerca spirituale che spesso non ha un ancoraggio e
un'origine precisa, se non lontanamente, più come patrimonio
culturale che religioso, nel cristianesimo.
Perché ci si converte?
Non esistono spiegazioni semplici di fenomeni
complessi: e la conversione è certamente uno di questi. Alle
motivazioni religiose se ne aggiungono di psicologiche, di
sociologiche, e altre ancora.
Quantitativamente
il numero maggiore di conversioni all'islam (stimabili, per
l'Italia, a una cifra certamente e decisamente inferiore alle
10.000 persone, anche se circolano talvolta cifre assai più
cospicue) è indotto da una causa che poco ha a che fare con
la sete di spiritualità: il matrimonio.
E questo perché, per l'islam, un uomo non musulmano non può
sposare una musulmana (mentre è possibile il contrario). Una
ragione che fa a pugni con la libertà di coscienza in senso
occidentale, ma che tuttavia viene vissuta senza particolari
problemi da persone che del resto, di solito, religiose non
sono e quindi, per essere sintetici, più o meno 'se ne
disinteressano'.
Ma queste conversioni di solito non hanno grandi conseguenze
sulla vita personale dei singoli e delle coppie, e spesso
nemmeno su eventuali discendenti. Sono 'burocratico-formali',
per così dire, e tali restano: un problema giuridico, e di
principio, per l'occidente, ma molto meno un problema
religioso.
Gli altri percorsi di conversione, invece, pur numericamente
inferiori, sono quelli che producono maggiori conseguenze:
nella vita dei singoli, ma anche in quella delle comunità
islamiche. Vediamo perché.
I percorsi di conversione
Quali le vie d'accesso all'islam, oggi?
Possiamo distinguere tra quelle 'relazionali' e quelle che in
mancanza di meglio possiamo chiamare 'razionali'.
Le prime sono quelle offerte dalla conoscenza di un musulmano
o dell'islam: durante un viaggio di lavoro o per turismo in un
paese islamico, ma anche, sempre più spesso, attraverso la
conoscenza di un immigrato, fino alle coppie miste, in cui
alla conoscenza dell'altro può seguire la conversione alla
sua religione, anche quando essa non è un obbligo (come nel
caso delle donne che sposano un musulmano).
Le seconde possiamo considerarle più tipicamente islamiche,
se partiamo dall'autodefinizione dell'islam come 'religione
del Libro'; in un senso forte e quasi letterale, diverso da
quello utilizzabile per ebraismo e cristianesimo. Ci riferiamo
alle conversioni intellettuali, 'fredde' per così dire,
dovute alla lettura anche casuale del Corano (per i motivi e
nelle situazioni più diverse: perché ricevuto in regalo,
come è accaduto ad uno dei convertiti europei più celebri,
il cantante pop Cat Stevens, diventato Yusuf Islam, o perché
trovato nella biblioteca del carcere), dei libri di mistica
islamica (il sufismo, che tanto attrae il lettore occidentale,
ed è di fatto, a differenza dei paesi d'origine, l'aspetto
dell'islam più conosciuto in Europa), o dei libri che, nel
mondo del tradizionalismo anche cristiano, fanno capo ad
autori come René Guénon, Fritjof Schuon, Titus Burckhardt,
tutti diventati musulmani.
Il sufismo è tuttavia anche una modalità specifica di
ingresso nell'islam, o meglio in un suo aspetto peculiare,
attraverso il ruolo delle confraternite (in arabo tariqa, con
il significato appunto di 'via'), che potremmo definire delle
'compagnie iniziatiche', spesso slegate, almeno in Europa, da
qualsiasi rapporto con l'islam 'comune', degli immigrati.
Per molti convertiti infine il retroterra è politico, di
estrema destra come di estrema sinistra, e porta a un ingresso
nell'islam molto mediato da questi precedenti: l'islam,
religione della prassi, che programmaticamente non distingue
tra 'città degli uomini' e 'città di Dio', ma anzi
volutamente le sovrappone, sembra del resto costituire una via
d'uscita ideale per 'spiritualizzare' un impegno prima solo
sociale e politico. Non per caso molti di questi convertiti li
ritroviamo nella leadership e tra i quadri intermedi
dell'associazionismo islamico, nelle moschee, nella promozione
di iniziative politiche (tra cui la richiesta di un'Intesa con
lo Stato italiano), a stretto contatto con l'islam degli
immigrati.
Quale ruolo per i convertiti?
Per questi motivi il ruolo dei convertiti
sembra essere, almeno in questa fase di primo insediamento
dell'islam europeo, particolarmente importante. E non per caso
la loro presenza in ruoli di spicco è molto più che
proporzionale al loro numero: nell'islam 'istituzionale' come
nell'elaborazione culturale (soprattutto in lingue occidentali
e dunque rivolta in primo luogo all'opinione pubblica non
musulmana).
Un ruolo che va dalla traduzione linguistica alla mediazione
culturale, dall'interpretariato 'cognitivo' al know-how (in
altre parole: dal ruolo interpretativo al 'come fare', al
sapere pratico specifico, N.d.E) associativo, dalla gestione
dei rapporti politici e interreligiosi a quelli con la stampa.
Più in generale, i convertiti costituiscono (e sono percepiti
come) un elemento cruciale in almeno tre ambiti: come elemento
di legittimazione rispetto al contesto: un ruolo giocato in
particolare dagli intellettuali convertiti, presenti anche nel
mondo accademico ad esempio tra gli orientalisti, perché
fanno, con la loro attività, l'immagine dell'islam e anche i
suoi contenuti, nella misura in cui contribuiscono a creare la
prima e a elaborare i secondi; come elemento di confermazione
ad uso dei nuclei più deboli in termini identitari della
comunità immigrata; e infine come elemento di garanzia:
ricordiamo che un convertito è un cittadino, e un militante o
leader islamico cittadino è anche un militante o leader
islamico che non può essere espulso, consegnato, magari in
una logica di scambio di favori o per semplici e non provati
sospetti, a questo o quel paese islamico d'origine.
Va anche rilevato il perdurare dell'importanza dei convertiti,
soprattutto nell'interfaccia istituzionale e nei 'giochi di
potere' legati alla rappresentanza nazionale o regionale
dell'islam, anche in non pochi paesi dove pure la presenza non
è recentissima e le comunità islamiche immigrate certamente
di non modesta entità.
I convertiti infine, nella loro situazione di 'bi-posizionamento',
oltre a occupare un ruolo nel rapporto tra islam e spazio
pubblico, sembrano poter giocare un ruolo importante nella
transizione tra l'islam dei padri e l'islam dei figli, in
collegamento con le seconde generazioni, di cui anticipano in
un certo senso una tendenza: quella verso l'islam non più
come tradizione ereditata, portata con sé dal paese
d'origine, ma come scelta consapevole, già confrontata alla
società di accoglienza e per così dire 'messa in gioco' al
suo interno.
I convertiti sono, insomma, nella posizione ideale per giocare
un ruolo nel passaggio dall'islam in Europa a un islam
d'Europa: nella creazione, insomma, di un islam europeo. Loro,
che sono per l'appunto nient'altro che europei di religione
musulmana, non qualificabili né come immigrati né come
portatori di una cultura altra, straniera.
Globalmente, dunque, giocano un ruolo di un certo 'peso', che
promette di avere effetti importanti sulla stessa
autodefinizione dell'islam europeo. E, diremmo, dell'Europa in
quanto tale. D'ora in poi costretta a concepirsi anche come
musulmana.
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