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LUGLIO-AGOSTO 2008
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Musulmani d'Occidente: I convertiti, nuovi figli dell'islam

di Stefano Allievi

Quanti sono gli italiani convertiti all'islam?
Che cosa li spinge ad abbracciarlo?
Stefano Allievi, sociologo, e autore di una recente pubblicazione sull'argomento, basata su una ricerca personale in Italia e in Europa, ha tracciato per AFRICA un rapido e interessante quadro della situazione in generale.

In passato venivano chiamati rinnegati, apostati, eretici. Un libro famoso, riferendosi a coloro che tra il '500 e il '600 sono passati all'islam, li ha ribattezzati i"Cristiani di Allah"(di Bartolomé e Lucile Benassar-Rizzoli 1991- N.d.E.). Sono coloro che hanno cambiato religione: anche se allora di un europeo, e cristiano, che passava all'islam si diceva non che si era fatto musulmano, ma che si era turcatus, 'fatto turco'. Come se avesse cambiato nazionalità, più che religione: in ciò cogliendo qualcosa di vero e profondo, che concerne la specificità stessa dell'islam.
Ma oggi? Chi sono, da dove vengono, cosa fanno i cittadini europei che scelgono l'islam?
Paragoni non se ne possono fare. Per la semplice ragione che, in passato, convertirsi all'islam voleva dire andarsene. Chi diventava musulmano (per spirito di avventura, per sfuggire a un peggiore destino, magari per obbligo, e talvolta per una autentica ricerca spirituale), letteralmente, emigrava, se ne andava da un paese maggioritariamente cristiano per vivere in un paese islamico; quando non era l'islam che, a seguito di conquista (come in al-Andalus, in Sicilia o nei Balcani) finiva per dominare terre precedentemente cristiane.
Oggi la situazione è completamente diversa, come abbiamo cercato di documentare nella nostra ricerca (Stefano Allievi, I nuovi musulmani. I convertiti all'islam, Roma, Edizioni Lavoro, 1999). Chi sceglie l'islam passa da una situazione formalmente e 'sociologicamente' maggioritaria ad una di minoranza. Di rado si sposta: semplicemente, 'entra' in una nuova comunità religiosa ('entrare nell'islam' è del resto l'espressione araba per 'convertirsi' ad esso).
E soprattutto, a differenza di quanto comunemente si pensa, e di quanto accadeva in passato, non passa dal cristianesimo all'islam ma, salvo rari casi, da una situazione di incredulità ad una di fede, o comunque percorre un cammino di ricerca spirituale che spesso non ha un ancoraggio e un'origine precisa, se non lontanamente, più come patrimonio culturale che religioso, nel cristianesimo.

Perché ci si converte?

Non esistono spiegazioni semplici di fenomeni complessi: e la conversione è certamente uno di questi. Alle motivazioni religiose se ne aggiungono di psicologiche, di sociologiche, e altre ancora.
Quantitativamente il numero maggiore di conversioni all'islam (stimabili, per l'Italia, a una cifra certamente e decisamente inferiore alle 10.000 persone, anche se circolano talvolta cifre assai più cospicue) è indotto da una causa che poco ha a che fare con la sete di spiritualità: il matrimonio.
E questo perché, per l'islam, un uomo non musulmano non può sposare una musulmana (mentre è possibile il contrario). Una ragione che fa a pugni con la libertà di coscienza in senso occidentale, ma che tuttavia viene vissuta senza particolari problemi da persone che del resto, di solito, religiose non sono e quindi, per essere sintetici, più o meno 'se ne disinteressano'.
Ma queste conversioni di solito non hanno grandi conseguenze sulla vita personale dei singoli e delle coppie, e spesso nemmeno su eventuali discendenti. Sono 'burocratico-formali', per così dire, e tali restano: un problema giuridico, e di principio, per l'occidente, ma molto meno un problema religioso.
Gli altri percorsi di conversione, invece, pur numericamente inferiori, sono quelli che producono maggiori conseguenze: nella vita dei singoli, ma anche in quella delle comunità islamiche. Vediamo perché.

I percorsi di conversione

Quali le vie d'accesso all'islam, oggi? Possiamo distinguere tra quelle 'relazionali' e quelle che in mancanza di meglio possiamo chiamare 'razionali'.
Le prime sono quelle offerte dalla conoscenza di un musulmano o dell'islam: durante un viaggio di lavoro o per turismo in un paese islamico, ma anche, sempre più spesso, attraverso la conoscenza di un immigrato, fino alle coppie miste, in cui alla conoscenza dell'altro può seguire la conversione alla sua religione, anche quando essa non è un obbligo (come nel caso delle donne che sposano un musulmano).
Le seconde possiamo considerarle più tipicamente islamiche, se partiamo dall'autodefinizione dell'islam come 'religione del Libro'; in un senso forte e quasi letterale, diverso da quello utilizzabile per ebraismo e cristianesimo. Ci riferiamo alle conversioni intellettuali, 'fredde' per così dire, dovute alla lettura anche casuale del Corano (per i motivi e nelle situazioni più diverse: perché ricevuto in regalo, come è accaduto ad uno dei convertiti europei più celebri, il cantante pop Cat Stevens, diventato Yusuf Islam, o perché trovato nella biblioteca del carcere), dei libri di mistica islamica (il sufismo, che tanto attrae il lettore occidentale, ed è di fatto, a differenza dei paesi d'origine, l'aspetto dell'islam più conosciuto in Europa), o dei libri che, nel mondo del tradizionalismo anche cristiano, fanno capo ad autori come René Guénon, Fritjof Schuon, Titus Burckhardt, tutti diventati musulmani.
Il sufismo è tuttavia anche una modalità specifica di ingresso nell'islam, o meglio in un suo aspetto peculiare, attraverso il ruolo delle confraternite (in arabo tariqa, con il significato appunto di 'via'), che potremmo definire delle 'compagnie iniziatiche', spesso slegate, almeno in Europa, da qualsiasi rapporto con l'islam 'comune', degli immigrati.
Per molti convertiti infine il retroterra è politico, di estrema destra come di estrema sinistra, e porta a un ingresso nell'islam molto mediato da questi precedenti: l'islam, religione della prassi, che programmaticamente non distingue tra 'città degli uomini' e 'città di Dio', ma anzi volutamente le sovrappone, sembra del resto costituire una via d'uscita ideale per 'spiritualizzare' un impegno prima solo sociale e politico. Non per caso molti di questi convertiti li ritroviamo nella leadership e tra i quadri intermedi dell'associazionismo islamico, nelle moschee, nella promozione di iniziative politiche (tra cui la richiesta di un'Intesa con lo Stato italiano), a stretto contatto con l'islam degli immigrati.

Quale ruolo per i convertiti?

Per questi motivi il ruolo dei convertiti sembra essere, almeno in questa fase di primo insediamento dell'islam europeo, particolarmente importante. E non per caso la loro presenza in ruoli di spicco è molto più che proporzionale al loro numero: nell'islam 'istituzionale' come nell'elaborazione culturale (soprattutto in lingue occidentali e dunque rivolta in primo luogo all'opinione pubblica non musulmana).
Un ruolo che va dalla traduzione linguistica alla mediazione culturale, dall'interpretariato 'cognitivo' al know-how (in altre parole: dal ruolo interpretativo al 'come fare', al sapere pratico specifico, N.d.E) associativo, dalla gestione dei rapporti politici e interreligiosi a quelli con la stampa.
Più in generale, i convertiti costituiscono (e sono percepiti come) un elemento cruciale in almeno tre ambiti: come elemento di legittimazione rispetto al contesto: un ruolo giocato in particolare dagli intellettuali convertiti, presenti anche nel mondo accademico ad esempio tra gli orientalisti, perché fanno, con la loro attività, l'immagine dell'islam e anche i suoi contenuti, nella misura in cui contribuiscono a creare la prima e a elaborare i secondi; come elemento di confermazione ad uso dei nuclei più deboli in termini identitari della comunità immigrata; e infine come elemento di garanzia: ricordiamo che un convertito è un cittadino, e un militante o leader islamico cittadino è anche un militante o leader islamico che non può essere espulso, consegnato, magari in una logica di scambio di favori o per semplici e non provati sospetti, a questo o quel paese islamico d'origine.
Va anche rilevato il perdurare dell'importanza dei convertiti, soprattutto nell'interfaccia istituzionale e nei 'giochi di potere' legati alla rappresentanza nazionale o regionale dell'islam, anche in non pochi paesi dove pure la presenza non è recentissima e le comunità islamiche immigrate certamente di non modesta entità.
I convertiti infine, nella loro situazione di 'bi-posizionamento', oltre a occupare un ruolo nel rapporto tra islam e spazio pubblico, sembrano poter giocare un ruolo importante nella transizione tra l'islam dei padri e l'islam dei figli, in collegamento con le seconde generazioni, di cui anticipano in un certo senso una tendenza: quella verso l'islam non più come tradizione ereditata, portata con sé dal paese d'origine, ma come scelta consapevole, già confrontata alla società di accoglienza e per così dire 'messa in gioco' al suo interno.
I convertiti sono, insomma, nella posizione ideale per giocare un ruolo nel passaggio dall'islam in Europa a un islam d'Europa: nella creazione, insomma, di un islam europeo. Loro, che sono per l'appunto nient'altro che europei di religione musulmana, non qualificabili né come immigrati né come portatori di una cultura altra, straniera.
Globalmente, dunque, giocano un ruolo di un certo 'peso', che promette di avere effetti importanti sulla stessa autodefinizione dell'islam europeo. E, diremmo, dell'Europa in quanto tale. D'ora in poi costretta a concepirsi anche come musulmana.