AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Una finestra sul mondo...

di Alessandra Speciale

L'anno 2000 ha coinciso con il X anniversario del Festival del Cinema Africano.
Una ricorrenza che invita a riflettere sull'attività di questo decennio e sulle prospettive di un Festival sempre più in sintonia con le nuove tendenze delle cinematografie emergenti.

In quest'ottica il 10° Festival del Cinema Africano ha presentato uno sconfinamento. Dalla sua prima edizione, infatti, si proponeva come una finestra aperta su una delle cinematografie meno conosciute dal nostro pubblico: quella africana.
Dall'Africa, si è poi espanso ad una dimensione più panafricana con la presenza di film provenienti dai paesi della diaspora "black" (USA, Caraibi, Brasile), alla ricerca delle espressioni della cultura "afro" nel mondo.
A partire da quest'anno, oltre al mondo della cinematografia africana e della diaspora, il programma ha cominciato ad abbracciare anche altre cinematografie con l'obiettivo di allargare il concetto di cinema "black" ad una dimensione di cinema meticcio dove i confini culturali e razziali si fanno sempre più labili. Ed è così nata una nuova sezione, "Finestre sul mondo", aperta ad altre cinematografie provenienti da aree geografiche scarsamente presenti sui nostri schermi, dal bacino del Mediterraneo fino all'Asia e al Sud America. Un allargamento dei confini che conferma l'obiettivo principale di promuovere le culture cinematografiche meno conosciute e creare delle opportunità di incontro e di scambio con il pubblico e i professionisti del cinema italiano.
Per quest'anno un piccolo numero di film dal Cile, Iran, Cina, Turchia, Brasile con il desiderio di aprirsi sempre più al resto del mondo.

 

Premiazioni: Concorso lungometraggi

Il Concorso (lungometraggi, cortometraggi e video) è stato invece, come sempre, riservato ai soli registi africani. Con i suoi numerosi premi, la competizione costituisce il fiore all'occhiello della manifestazione e ne conferma il carattere di unico vero festival competitivo della città di Milano.
Vince quest'anno il premio al miglior lungometraggio un "habitué" del nostro festival, il regista maliano Cheick Oumar Sissoko con il film "La Genèse" (Sissoko ha già vinto il primo premio al Festival di Milano con il film "Guimba" nel '98). Rilettura africana dei capitoli 23 e 37 del libro Genesi, il film risale alle lotte interetniche dei tempi biblici mostrandoci come l'umanità delle origini ci riconduca crudelmente agli errori del presente. Statico, ieratico, un vero kolossal all'africana, La Genèse racconta della storia di Giacobbe (Yacouba), Esaù e Amor affidandosi alla parola narrante del griot e attingendo ai riferimenti culturali della tradizione maliana. Splendidi costumi, paesaggi "biblici", grandi star africane (il cantante Keita, l'attore di Peter Brook, Sotigui Kouyaté), un'opera di grande impegno che purtroppo non ha riscosso un gradimento unanime da parte di critica e pubblico dei festival internazionali.
All'Egitto è andato il 2° Premio con il film Il Paradiso degli angeli caduti di Ossama Fawzi (già vincitore al nostro festival nel '97 con "I re dell'asfalto") che ci trasporta con toni magico-realistici nei bassifondi de Il Cairo dove un gruppo di amici trascina in una nottata di follia il cadavere di un barbone morto di overdose. Ritroviamo nel film i toni grotteschi e surreali del racconto di Jorge Amado a cui è ispirato, "L'uomo che morì due volte". Il cadavere sogghignante, protagonista in qualche modo del film (da notare che si tratta di un famoso attore egiziano che è anche produttore del film) introduce la presenza della morte che il regista affronta con originalità e humour nero. Con un salto geografico e stilistico, il 3° Premio è andato al film "Home sweet home", co-regia di Michael Reaburn (Zimbabwe) e Heidi Draper (Usa), una profonda riflessione sul senso di appartenenza alla famiglia di due registi apolidi. Chi non ha mai litigato con il proprio coniuge in occasione di una festività familiare? E' proprio da un litigio, in occasione della festa del ringraziamento, da una situazione di crisi, che prende vita questo film molto originale, girato con una piccola videocamera digitale e poi gonfiato in 35mm; una specie di filmino familiare che assume man mano dimensioni sempre più profonde e inquietanti. Heidi e Michael studiano un linguaggio sperimentale fatto di luoghi, di assenze, di oggetti, di voci, di elementi della natura per ricostruire e dare una rappresentazione alla loro memoria. Il titolo del film è ironico, perché quel che scopriamo nei loro ricordi d'infanzia non ha proprio nulla di dolce.
Il Premio alla miglior opera prima è stato assegnato al primo lungometraggio del Ciad, "Bye Bye Africa" del regista ciadiano Mahamat Saleh-Haroun. Un altro film girato in video e poi gonfiato in pellicola per il grande schermo: il primo lungometraggio girato in Ciad. Un segno delle difficoltà economiche che sta attraversando il cinema africano, ma anche un segno dei tempi. Ci troviamo dinanzi ad una vera rivoluzione del cinema, l'era del numerico. Con budget risicati, piccole videocamere discrete e maneggevoli, si possono girare film che, se ne vale la pena, vengono poi tirati in pellicola con ottimi risultati di definizione e possono godere di una distribuzione cinematografica tout court. La libertà che si guadagna è inimmaginabile. Libertà di sperimentare e di parlare in soggettiva correndo anche il rischio che gli altri non vogliano stare a sentirti. E' un po' la storia di questo film che, tra realtà e immaginazione, si pone come una riflessione del regista sulle responsabilità di un cineasta, come uomo e come artista, là dove il cinema non sembra poi così "necessario".
E per tornare alla rivoluzione del video, anche un artista affermato come Yousri Nasrallah, che viene da un paese dall'antica tradizione cinematografica come l'Egitto, ricorre al video per girare la sua ultima opera, "El Medina" (La città), il film più votato dal pubblico di Milano. Apparentemente si tratta di una storia di emigrazione. Alì, giovane attore del Cairo, fugge dalla sua città in cerca di successo a Parigi. Ma, come ci spiega Nasrallah stesso, il suo film vuol essere piuttosto una riflessione sulla città, su qualsiasi metropoli del mondo che ti respinge con la sua ostilità. E' una riflessione sull'arte e sulle difficoltà di ogni artista di trovare spazio d'espressione.

 

Concorso Cortometraggi

Nella competizione cortometraggi, una sorpresa, il primo premio va ad un giovanissimo esordiente del Congo ex-Zaire, Munga Tunda Djo che con il film "Auguy" denuncia l'ipocrisia e la falsa moralità di un collegio belga che respinge un ragazzino africano perché non paga con regolarità le tasse scolastiche.
Tra i corti più divertenti del festival, "Premier Noël" di Kamel Sherif ottiene il secondo premio della giuria. Deliziosa commedia sull'attesa di Babbo Natale in una famiglia di immigrati dei sobborghi parigini, il film esprime una grande freschezza e simpatia soprattutto grazie alla splendida interpretazione del piccolo protagonista. Ritroviamo invece il ritmo della vita quotidiana in un paese berbero del Marocco in "Quand le soleil fait tomber les moineaux" di Hassan Legzouli, vincitore del terzo premio.
Il regista torna al villaggio della sua infanzia, là dove vivono ormai solo vecchi e bambini e coglie l'essenza di un mondo e di una cultura in via d'estinzione.
La giuria di giornalisti italiani, che da ormai tre anni viene formata per consegnare i premi ai due miglior video in concorso, ha voluto sottolineare l'uso originale e coraggioso del video e la vitalità creativa degli artisti africani che vivono in una drammatica ma anche dinamica fase socio-politica.
Vincono "Algérie, la vie quand-même" di Djamila Sahraoui, spregiudicato squarcio sulla "non-vita" di un gruppo di amici della Kabilia e il video dell'esordiente dello Zimbabwe, Moufadzi Nkomo, che, con "Arcadia", fa incursione personale, come un diario intimo, nella storia del suo paese.