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Una finestra sul mondo...
di Alessandra Speciale
L'anno 2000 ha coinciso con il X
anniversario del Festival del Cinema Africano.
Una ricorrenza che invita a riflettere sull'attività di
questo decennio e sulle prospettive di un Festival sempre più
in sintonia con le nuove tendenze delle cinematografie
emergenti.
In
quest'ottica il 10° Festival del Cinema Africano ha
presentato uno sconfinamento. Dalla sua prima edizione,
infatti, si proponeva come una finestra aperta su una delle
cinematografie meno conosciute dal nostro pubblico: quella
africana.
Dall'Africa, si è poi espanso ad una dimensione più
panafricana con la presenza di film provenienti dai paesi
della diaspora "black" (USA, Caraibi, Brasile), alla
ricerca delle espressioni della cultura "afro" nel
mondo.
A partire da quest'anno, oltre al mondo della cinematografia
africana e della diaspora, il programma ha cominciato ad
abbracciare anche altre cinematografie con l'obiettivo di
allargare il concetto di cinema "black" ad una
dimensione di cinema meticcio dove i confini culturali e
razziali si fanno sempre più labili. Ed è così nata una
nuova sezione, "Finestre sul mondo", aperta ad altre
cinematografie provenienti da aree geografiche scarsamente
presenti sui nostri schermi, dal bacino del Mediterraneo fino
all'Asia e al Sud America. Un allargamento dei confini che
conferma l'obiettivo principale di promuovere le culture
cinematografiche meno conosciute e creare delle opportunità
di incontro e di scambio con il pubblico e i professionisti
del cinema italiano.
Per quest'anno un piccolo numero di film dal Cile, Iran, Cina,
Turchia, Brasile con il desiderio di aprirsi sempre più al
resto del mondo.
Premiazioni: Concorso lungometraggi
Il
Concorso (lungometraggi, cortometraggi e video) è stato
invece, come sempre, riservato ai soli registi africani. Con i
suoi numerosi premi, la competizione costituisce il fiore
all'occhiello della manifestazione e ne conferma il carattere
di unico vero festival competitivo della città di Milano.
Vince quest'anno il premio al miglior lungometraggio un
"habitué" del nostro festival, il regista maliano
Cheick Oumar Sissoko con il film "La Genèse" (Sissoko
ha già vinto il primo premio al Festival di Milano con il
film "Guimba" nel '98). Rilettura africana dei
capitoli 23 e 37 del libro Genesi, il film risale alle lotte
interetniche dei tempi biblici mostrandoci come l'umanità
delle origini ci riconduca crudelmente agli errori del
presente. Statico, ieratico, un vero kolossal all'africana, La
Genèse racconta della storia di Giacobbe (Yacouba), Esaù e
Amor affidandosi alla parola narrante del griot e attingendo
ai riferimenti culturali della tradizione maliana. Splendidi
costumi, paesaggi "biblici", grandi star africane
(il cantante Keita, l'attore di Peter Brook, Sotigui Kouyaté),
un'opera di grande impegno che purtroppo non ha riscosso un
gradimento unanime da parte di critica e pubblico dei festival
internazionali.
All'Egitto è andato il 2° Premio con il film Il Paradiso
degli angeli caduti di Ossama Fawzi (già vincitore al nostro
festival nel '97 con "I re dell'asfalto") che ci
trasporta con toni magico-realistici nei bassifondi de Il
Cairo dove un gruppo di amici trascina in una nottata di
follia il cadavere di un barbone morto di overdose. Ritroviamo
nel film i toni grotteschi e surreali del racconto di Jorge
Amado a cui è ispirato, "L'uomo che morì due
volte". Il cadavere sogghignante, protagonista in qualche
modo del film (da notare che si tratta di un famoso attore
egiziano che è anche produttore del film) introduce la
presenza della morte che il regista affronta con originalità
e humour nero. Con un salto geografico e stilistico, il 3°
Premio è andato al film "Home sweet home", co-regia
di Michael Reaburn (Zimbabwe) e Heidi Draper (Usa), una
profonda riflessione sul senso di appartenenza alla famiglia
di due registi apolidi. Chi non ha mai litigato con il proprio
coniuge in occasione di una festività familiare? E' proprio
da un litigio, in occasione della festa del ringraziamento, da
una situazione di crisi, che prende vita questo film molto
originale, girato con una piccola videocamera digitale e poi
gonfiato in 35mm; una specie di filmino familiare che assume
man mano dimensioni sempre più profonde e inquietanti. Heidi
e Michael studiano un linguaggio sperimentale fatto di luoghi,
di assenze, di oggetti, di voci, di elementi della natura per
ricostruire e dare una rappresentazione alla loro memoria. Il
titolo del film è ironico, perché quel che scopriamo nei
loro ricordi d'infanzia non ha proprio nulla di dolce.
Il
Premio alla miglior opera prima è stato assegnato al primo
lungometraggio del Ciad, "Bye Bye Africa" del
regista ciadiano Mahamat Saleh-Haroun. Un altro film girato in
video e poi gonfiato in pellicola per il grande schermo: il
primo lungometraggio girato in Ciad. Un segno delle
difficoltà economiche che sta attraversando il cinema
africano, ma anche un segno dei tempi. Ci troviamo dinanzi ad
una vera rivoluzione del cinema, l'era del numerico. Con
budget risicati, piccole videocamere discrete e maneggevoli,
si possono girare film che, se ne vale la pena, vengono poi
tirati in pellicola con ottimi risultati di definizione e
possono godere di una distribuzione cinematografica tout
court. La libertà che si guadagna è inimmaginabile. Libertà
di sperimentare e di parlare in soggettiva correndo anche il
rischio che gli altri non vogliano stare a sentirti. E' un po'
la storia di questo film che, tra realtà e immaginazione, si
pone come una riflessione del regista sulle responsabilità di
un cineasta, come uomo e come artista, là dove il cinema non
sembra poi così "necessario".
E per tornare alla rivoluzione del video, anche un artista
affermato come Yousri Nasrallah, che viene da un paese
dall'antica tradizione cinematografica come l'Egitto, ricorre
al video per girare la sua ultima opera, "El Medina"
(La città), il film più votato dal pubblico di Milano.
Apparentemente si tratta di una storia di emigrazione. Alì,
giovane attore del Cairo, fugge dalla sua città in cerca di
successo a Parigi. Ma, come ci spiega Nasrallah stesso, il suo
film vuol essere piuttosto una riflessione sulla città, su
qualsiasi metropoli del mondo che ti respinge con la sua
ostilità. E' una riflessione sull'arte e sulle difficoltà di
ogni artista di trovare spazio d'espressione.
Concorso Cortometraggi
Nella competizione cortometraggi, una
sorpresa, il primo premio va ad un giovanissimo esordiente del
Congo ex-Zaire, Munga Tunda Djo che con il film "Auguy"
denuncia l'ipocrisia e la falsa moralità di un collegio belga
che respinge un ragazzino africano perché non paga con
regolarità le tasse scolastiche.
Tra i corti più divertenti del festival, "Premier Noël"
di Kamel Sherif ottiene il secondo premio della giuria.
Deliziosa commedia sull'attesa di Babbo Natale in una famiglia
di immigrati dei sobborghi parigini, il film esprime una
grande freschezza e simpatia soprattutto grazie alla splendida
interpretazione del piccolo protagonista. Ritroviamo invece il
ritmo della vita quotidiana in un paese berbero del Marocco in
"Quand le soleil fait tomber les moineaux" di Hassan
Legzouli, vincitore del terzo premio.
Il regista torna al villaggio della sua infanzia, là dove
vivono ormai solo vecchi e bambini e coglie l'essenza di un
mondo e di una cultura in via d'estinzione.
La giuria di giornalisti italiani, che da ormai tre anni viene
formata per consegnare i premi ai due miglior video in
concorso, ha voluto sottolineare l'uso originale e coraggioso
del video e la vitalità creativa degli artisti africani che
vivono in una drammatica ma anche dinamica fase
socio-politica.
Vincono "Algérie, la vie quand-même" di Djamila
Sahraoui, spregiudicato squarcio sulla "non-vita" di
un gruppo di amici della Kabilia e il video dell'esordiente
dello Zimbabwe, Moufadzi Nkomo, che, con "Arcadia",
fa incursione personale, come un diario intimo, nella storia
del suo paese.
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