|
|
Pregare con i Musulmani ?
di Joseph Stamer
Una ricerca sul tema è stata fatta
tramite un questionario del 1992. Dopo la discussione delle
risposte giunte da tutto il mondo, da parte della Commissione
per i Rapporti Religiosi con i Musulmani, P. Stamer dei Padri
Bianchi, già professore al Pontificio Istituto di Studi Arabi
e di Islamologia di Roma (PISAI), dà qualche orientamento per
rispondere alla domanda.
Lo
sforzo per un dialogo islamo-cristiano, in pratica sfocia, un
giorno o l'altro, nel desiderio di rivolgersi a Dio. La
preghiera comune fra cristiani e musulmani è parte integrante
di un incontro spirituale più ampio. Il fatto di pregare
insieme, apre, prima di tutto, una riflessione a livello
teologico sullo specifico della fede. La fede in un Dio Unico,
è sufficiente per giustificare l'iniziativa di pregare
insieme?
"I musulmani adorano, come i cristiani, il Dio unico,
Creatore, Misericordioso che giudicherà gli uomini
nell'ultimo giorno" (LG 16).
La lunga lista dei "Più Bei Nomi di Dio" sembra
già provare l'evidenza della possibilità e della necessità
della preghiera comune.
Cristianesimo ed Islam sono due modi diversi per avvicinarsi
allo stesso Dio e questo si riflette sull' esigenza di
preghiera. Da una parte e dall'altra, la preghiera liturgica o
rituale esprime al tempo stesso la natura specifica della fede
e l'appartenenza comunitaria.
La preghiera del musulmano
Un musulmano, vedendo la parola "preghiera", pensa
spontaneamente alla salât, la preghiera rituale, superiore
quindi ad ogni altra forma di preghiera, e essenzialmente atto
di adorazione e di lode che si deve a Dio. "Dio è colui
che merita la lode a causa della ricchezza dei suoi aiuti e
della diversità dei benefici concessi ai servitori... Lode a
Dio! significa che per Dio la lode è un diritto dovuto alla
sua stessa Essenza". (Fakreddin Razi. Grande Commento
coranico)
Nella
tradizione musulmana, quindi, la preghiera fatta nella
formalità rituale, nella sobrietà, nella semplicità
ripetitiva, non aggiungendovi nulla, riconosce a Dio il
diritto assoluto alla lode. E' Dio che loda se stesso
attraverso i gesti del credente che si annulla al massimo.
Compiendo la preghiera rituale, il musulmano, si considera
testimone, appartenente all'umma, la comunità di coloro che
sono sottomessi. Anche se fatta nel più profondo di una
camera oscura, essa conserva una dimensione comunitaria, se
non altro perché deve essere fatta orientandosi verso la
Mecca, centro dell'umma.
Oltre alla preghiera rituale, l'Islam ha la recita del Corano,
la sua meditazione nel silenzio del cuore, perché la Parola
di Dio sia presente nella vita, e la meditazione dei
"Più Bei Nomi di Dio" fatta pure in privato.
Le diverse tappe del pellegrinaggio alla Mecca sono
sottolineate con preghiere di lode e domande di perdono
profondamente spirituali. Queste ricorrono anche nella vita
quotidiana in cui nulla dovrebbe sfuggire allo sguardo
benevolo e misericordioso del Creatore e Padrone di tutte le
cose.
Il musulmano è reticente ad andare oltre le formule approvate
e sicure, per una espressione più libera e più spontanea
della preghiera. La pietà musulmana inoltre, per essere vera,
deve esprimersi anche con la carità verso i poveri, la
giustizia e la fedeltà ai propri impegni: "La pietà non
consiste nel volgere il vostro volto verso l'oriente o
l'occidente. L'uomo buono è colui che crede in Dio... ; colui
che, per amore di Dio, dona del suo... ; coloro che tengono
fede ai loro impegni... Questi sono coloro che temono Dio
" (Corano 2,177).
La preghiera del cristiano.
Pregare per il cristiano è pregare come
Gesù, con Gesù e in Gesù. Secondo la fede cristiana, il
Trascendente, il Completamente Altro, si è reso profondamente
solidale con l'umanità nella persona di Gesù. Ogni preghiera
cristiana cerca di esprimere questa duplice dimensione e, in
questo, è fondamentalmente diversa dalla preghiera rituale
musulmana.
L'insegnamento
di Gesù sulla preghiera e, ancor più, la sua vita in
permanenza unita a Dio Padre, sono il modello per la preghiera
del cristiano. In fondo è lo Spirito di Gesù che prega in
ogni cristiano, sostituendosi alla sua incapacità di pregare
bene (cf. Romani 8,26).
Il cristiano si unisce alla preghiera di Gesù nella Chiesa,
tramite la celebrazione eucaristica, la preghiera cristiana
per eccellenza. "Fate questo in memoria di me!" (Lc.
22,19). Nella messa c'è, l'ascolto comunitario della Parola
di Dio, e la partecipazione sacramentale al gesto sacrificale
di Cristo: egli ha dato la sua vita per fedeltà e amore a
Dio, suo Padre, e agli uomini, suoi fratelli. La messa è cibo
di comunione, sorgente misteriosa di ogni vita cristiana.
La tradizione, specialmente monastica, ha istituito un ritmo
quotidiano di preghiera per la santificazione della giornata,
la preghiera delle ore, diventata pratica ufficiale nella
Chiesa. Tanti cristiani vi si associano, rivivendo le tappe
del mistero della salvezza: l'irruzione prodigiosa di Dio
nella storia degli uomini.
Questa "permamente" preghiera di adorazione, di
lode, di rendimento di grazie, ma anche di intercessione e di
domanda di perdono, si esprime in forme fissate in riti
secolari, lasciando ugualmente spazio a formulazioni nuove e
circostanziali. Da qui nasce l'importanza della
"parola" nella preghiera cristiana, sempre nutrita
dal contatto, con la Parola di Dio, la Bibbia.
Per i cattolici e gli ortodossi, la preghiera cristiana si fa
spesso intercessione che si appoggia sulla comunione dei Santi
e sulla Vergine Maria.
L'originalità della preghiera cristiana sta nel fatto di
essere una preghiera incarnata, che si esprime in parole,
segni, simboli, gesti vari.
Ma essa raggiunge gli stessi aspetti fondamentali della
preghiera musulmana: adorazione, lode, coscienza profonda che
essa "non aggiunge nulla a ciò che Tu, Dio, sei, ma essa
ci avvicina a Te"
(Liturgia Latina).
Il "formalismo rituale", considerato dal musulmano
un valore, un'esigenza della sua fede, rimane, per i
cristiani, un puro non valore oppure è un invito a lasciare
più spazio al mistero di Dio? Siamo pronti ad accogliere la
preghiera dell'altro con il più grande rispetto e ad assumere
coscientemente la "sofferenza della diversità?"
Il credente in preghiera, cristiano o musulmano, è sempre
testimone di Dio.
La preghiera rituale nell'Islam, come la celebrazione
eucaristica nel Cristianesimo, fanno sì che la partecipazione
attiva reciproca sia praticamente impossibile.
Tuttavia ci sono altre opportunità.
E' possibile che cristiani e musulmani si incontrino e si
incoraggino reciprocamente nella "ricerca del Volto di
Dio?"
Nelle fonti musulmane.
Basandosi su testi del Corano, per i musulmani il cristiano è
certamente un credente, detentore di una Scrittura divina, ma
nelle sue mani, questa Scrittura è stata corrotta.
La sua fede monoteista è sempre sospettata di non riconoscere
l'unicità di Dio in senso assoluto. Com'è possibile, allora,
condividere con il cristiano "lo spazio sacro di
Dio" senza cadere nell'impurità (inquinarsi idealmente),
senza rendere impuro questo spazio?
Tuttavia, nel Corano, nei relativi Commenti e nella Tradizione
si trovano l'una o l'altra considerazione più positiva.
E'
risaputo che i primi musulmani non avevano scrupolo a fare la
loro preghiera rituale nei luoghi di culto cristiani. Per loro
questi erano "spazi sacri" nonostante le statue, le
icone e tante altre cose. Un versetto coranico afferma
"che eremitaggi, sinagoghe, e altri oratori sono, come le
moschee, luoghi dove il nome di Dio è spesso invocato"
(Corano 22, 40b).
D'altra parte, la tradizione musulmana racconta della
preghiera dei cristiani di Najrân nella moschea del Profeta
dell'Islam a Medina.
Oltre questa "frequentazione reciproca", certe fonti
dimostrano che il musulmano può avere un rapporto molto
stretto con i non musulmani, nella e tramite la preghiera. Una
serie di brani coranici parlano di Abramo, il musulmano per
eccellenza, che intercede presso Dio per gli
"idolatri". La sua intercessione per il popolo di
Loth (Corano 11,74) prende i toni di un'aspra discussione con
Dio.
Ciò che viene detto di Abramo, il Corano lo dice, in maniera
più indiretta, di Maometto stesso, l'ultimo degli inviati.
Questo dimostra come il musulmano, nella sua preghiera, può e
deve avere il non musulmano presente al suo spirito.
Da parte cristiana.
Da parte cristiana, l'obiezione fondamentale
alla preghiera comune con i musulmani sta sempre nello
stabilire il legame tra fede e culto: non possiamo pregare
insieme ufficialmente e liturgicamente.
Ma per certi cristiani educati ad avere un atteggiamento
difensivo nei confronti dei musulmani, l'impossibilità va
oltre la preghiera liturgica. D'altra parte, come potrebbe
essere una "preghiera nella verità", se il clima
generale è di antagonismo e di esasperata affermazione delle
differenze? La preghiera, senza una catechesi appropriata, è
per molti l'elemento centrale in cui la loro identità
cristiana si radica e si costruisce. Volerla condividere con
dei non cristiani non può che dar luogo a confusione e
disagi.
D'altra parte ogni preghiera autentica, non deriva né dal
cristiano né dal musulmano, ma dallo Spirito di Dio (Giovanni
Paolo II : "La Missione del Redentore", n° 29).
Partendo da questa convinzione cristiani e musulmani possono
sormontare reticenze legittime e mettere in comune la loro
esperienza di Dio vivente nella preghiera.
E' fuori dubbio che la ricerca di una preghiera comune, fra
cristiani e musulmani non va imposta, ma può emergere
naturalmente, quando i credenti sono pronti a camminare
insieme, pienamente coscienti delle loro ricchezze e delle
loro debolezze; pronti ad incontrarsi per adorare e rendere
grazie, per supplicare insieme in situazioni di necessità
estrema, per scrutare insieme il mistero della Giustizia che
è Misericordia.
Indicazioni pratiche
Un discernimento, a parecchi livelli, è
indispensabile e quello sui principi teologici è più
importante che la scelta stessa di forme concrete di preghiera
comune; inoltre ogni contesto va considerato nella sua
particolarità senza trasferire automaticamente ciò che è
stato fatto altrove.
La prudenza pastorale è d'obbligo, ma non dovrebbe
mortificare lo spirito di apertura che, finalmente, è segno
della presenza dello Spirito, questo Spirito che soffia dove
vuole (Gv. 3,8).
Bisogna sottolineare ancora che ogni incontro islamo-cristiano
a qualsiasi livello, dovrebbe comportare un momento in cui i
partecipanti si rivolgono insieme verso Colui che li ha fatti
incontrare. Dalle risposte al questionario è emerso che dai
musulmani non parte mai l'iniziativa, semplicemente, per una
preghiera comune. Sono però presenti in casi di calamità.
I mezzi di comunicazione ci danno ogni giorno l'eco e le
immagini di situazioni di guerre, catastrofi e sofferenze
umane in cui cristiani e musulmani sono coinvolti assieme.
Come si può non incontrarsi per mettere le preoccupazioni
comuni, e i diversi apprezzamenti nelle mani di Colui che è
la Pace?
Sicuramente la preghiera comune per la pace è diventata, in
questi ultimi anni, un elemento permanente nel
"calendario" degli incontri islamo-cristiani,
prendendo spesso anche un contesto più largo. Senza dire che
la vita quotidiana è un campo quasi illimitato di momenti per
incontrarsi insieme nello "spazio di Dio".
Per alcuni, il silenzio è la forma migliore di preghiera
comune fra cristiani e musulmani, possibile anche in
situazioni conflittuali dove ogni parola corre il rischio di
essere percepita male. Normalmente, una preghiera comune
dovrebbe viversi, esprimersi con parole che possono essere
sentite, capite, ripetute e condivise da tutti.
Letture, preghiere tratte dalle due tradizioni spirituali,
meditazione dei "Più Bei Nomi di Dio", preghiere
liturgiche... sono alcune possibilità.
Il musulmano è reticente alla preghiera spontanea in
pubblico, e preferisce dare alla sua invocazione una
formulazione indiretta. Gli è difficile dare del
"tu" a Dio. E' bene tenere conto di tutto ciò nella
preparazione di una preghiera comune.
L'utilizzo del canto e della musica, sembra essere un terreno
più delicato dove si rivelano le differenze di sensibilità
fra cristiani e musulmani, ma anche fra musulmani delle
diverse regioni del mondo. Non bisogna, comunque, che la
preghiera comune sostituisca ogni altra forma di preghiera. Al
contrario, perché resti vera, bisogna che ognuno ritorni
costantemente verso la sua comunità, verso "il suo
spazio sacro" per mettervi radici profonde.
Paolo VI nella enciclica "Ecclesiam Suam" aveva dato
i criteri del dialogo in generale. Potrebbero applicarsi alla
pratica di una preghiera comune fra cristiani e musulmani: ci
vuole la chiarezza e la dolcezza, ci vuole la fiducia e la
prudenza.
**Questo articolo, apparso nella
rivista "Pro Dialogo", N° 96 1997/3, p.357-370 è
riprodotto con l'autorizzazione della stessa rivista edita dal
Consiglio Pontificio per il Dialogo interreligioso.
|