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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
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Pregare con i Musulmani ?

di Joseph Stamer

Una ricerca sul tema è stata fatta tramite un questionario del 1992. Dopo la discussione delle risposte giunte da tutto il mondo, da parte della Commissione per i Rapporti Religiosi con i Musulmani, P. Stamer dei Padri Bianchi, già professore al Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamologia di Roma (PISAI), dà qualche orientamento per rispondere alla domanda.

 

Lo sforzo per un dialogo islamo-cristiano, in pratica sfocia, un giorno o l'altro, nel desiderio di rivolgersi a Dio. La preghiera comune fra cristiani e musulmani è parte integrante di un incontro spirituale più ampio. Il fatto di pregare insieme, apre, prima di tutto, una riflessione a livello teologico sullo specifico della fede. La fede in un Dio Unico, è sufficiente per giustificare l'iniziativa di pregare insieme?
"I musulmani adorano, come i cristiani, il Dio unico, Creatore, Misericordioso che giudicherà gli uomini nell'ultimo giorno" (LG 16).
La lunga lista dei "Più Bei Nomi di Dio" sembra già provare l'evidenza della possibilità e della necessità della preghiera comune.
Cristianesimo ed Islam sono due modi diversi per avvicinarsi allo stesso Dio e questo si riflette sull' esigenza di preghiera. Da una parte e dall'altra, la preghiera liturgica o rituale esprime al tempo stesso la natura specifica della fede e l'appartenenza comunitaria.

 

La preghiera del musulmano
Un musulmano, vedendo la parola "preghiera", pensa spontaneamente alla salât, la preghiera rituale, superiore quindi ad ogni altra forma di preghiera, e essenzialmente atto di adorazione e di lode che si deve a Dio. "Dio è colui che merita la lode a causa della ricchezza dei suoi aiuti e della diversità dei benefici concessi ai servitori... Lode a Dio! significa che per Dio la lode è un diritto dovuto alla sua stessa Essenza". (Fakreddin Razi. Grande Commento coranico)
Nella tradizione musulmana, quindi, la preghiera fatta nella formalità rituale, nella sobrietà, nella semplicità ripetitiva, non aggiungendovi nulla, riconosce a Dio il diritto assoluto alla lode. E' Dio che loda se stesso attraverso i gesti del credente che si annulla al massimo.
Compiendo la preghiera rituale, il musulmano, si considera testimone, appartenente all'umma, la comunità di coloro che sono sottomessi. Anche se fatta nel più profondo di una camera oscura, essa conserva una dimensione comunitaria, se non altro perché deve essere fatta orientandosi verso la Mecca, centro dell'umma.
Oltre alla preghiera rituale, l'Islam ha la recita del Corano, la sua meditazione nel silenzio del cuore, perché la Parola di Dio sia presente nella vita, e la meditazione dei "Più Bei Nomi di Dio" fatta pure in privato.
Le diverse tappe del pellegrinaggio alla Mecca sono sottolineate con preghiere di lode e domande di perdono profondamente spirituali. Queste ricorrono anche nella vita quotidiana in cui nulla dovrebbe sfuggire allo sguardo benevolo e misericordioso del Creatore e Padrone di tutte le cose.
Il musulmano è reticente ad andare oltre le formule approvate e sicure, per una espressione più libera e più spontanea della preghiera. La pietà musulmana inoltre, per essere vera, deve esprimersi anche con la carità verso i poveri, la giustizia e la fedeltà ai propri impegni: "La pietà non consiste nel volgere il vostro volto verso l'oriente o l'occidente. L'uomo buono è colui che crede in Dio... ; colui che, per amore di Dio, dona del suo... ; coloro che tengono fede ai loro impegni... Questi sono coloro che temono Dio " (Corano 2,177).

 

La preghiera del cristiano.

Pregare per il cristiano è pregare come Gesù, con Gesù e in Gesù. Secondo la fede cristiana, il Trascendente, il Completamente Altro, si è reso profondamente solidale con l'umanità nella persona di Gesù. Ogni preghiera cristiana cerca di esprimere questa duplice dimensione e, in questo, è fondamentalmente diversa dalla preghiera rituale musulmana.
L'insegnamento di Gesù sulla preghiera e, ancor più, la sua vita in permanenza unita a Dio Padre, sono il modello per la preghiera del cristiano. In fondo è lo Spirito di Gesù che prega in ogni cristiano, sostituendosi alla sua incapacità di pregare bene (cf. Romani 8,26).
Il cristiano si unisce alla preghiera di Gesù nella Chiesa, tramite la celebrazione eucaristica, la preghiera cristiana per eccellenza. "Fate questo in memoria di me!" (Lc. 22,19). Nella messa c'è, l'ascolto comunitario della Parola di Dio, e la partecipazione sacramentale al gesto sacrificale di Cristo: egli ha dato la sua vita per fedeltà e amore a Dio, suo Padre, e agli uomini, suoi fratelli. La messa è cibo di comunione, sorgente misteriosa di ogni vita cristiana.
La tradizione, specialmente monastica, ha istituito un ritmo quotidiano di preghiera per la santificazione della giornata, la preghiera delle ore, diventata pratica ufficiale nella Chiesa. Tanti cristiani vi si associano, rivivendo le tappe del mistero della salvezza: l'irruzione prodigiosa di Dio nella storia degli uomini.
Questa "permamente" preghiera di adorazione, di lode, di rendimento di grazie, ma anche di intercessione e di domanda di perdono, si esprime in forme fissate in riti secolari, lasciando ugualmente spazio a formulazioni nuove e circostanziali. Da qui nasce l'importanza della "parola" nella preghiera cristiana, sempre nutrita dal contatto, con la Parola di Dio, la Bibbia.
Per i cattolici e gli ortodossi, la preghiera cristiana si fa spesso intercessione che si appoggia sulla comunione dei Santi e sulla Vergine Maria.
L'originalità della preghiera cristiana sta nel fatto di essere una preghiera incarnata, che si esprime in parole, segni, simboli, gesti vari.
Ma essa raggiunge gli stessi aspetti fondamentali della preghiera musulmana: adorazione, lode, coscienza profonda che essa "non aggiunge nulla a ciò che Tu, Dio, sei, ma essa ci avvicina a Te"
(Liturgia Latina).
Il "formalismo rituale", considerato dal musulmano un valore, un'esigenza della sua fede, rimane, per i cristiani, un puro non valore oppure è un invito a lasciare più spazio al mistero di Dio? Siamo pronti ad accogliere la preghiera dell'altro con il più grande rispetto e ad assumere coscientemente la "sofferenza della diversità?"
Il credente in preghiera, cristiano o musulmano, è sempre testimone di Dio.
La preghiera rituale nell'Islam, come la celebrazione eucaristica nel Cristianesimo, fanno sì che la partecipazione attiva reciproca sia praticamente impossibile.
Tuttavia ci sono altre opportunità.
E' possibile che cristiani e musulmani si incontrino e si incoraggino reciprocamente nella "ricerca del Volto di Dio?"

 

Nelle fonti musulmane.
Basandosi su testi del Corano, per i musulmani il cristiano è certamente un credente, detentore di una Scrittura divina, ma nelle sue mani, questa Scrittura è stata corrotta.
La sua fede monoteista è sempre sospettata di non riconoscere l'unicità di Dio in senso assoluto. Com'è possibile, allora, condividere con il cristiano "lo spazio sacro di Dio" senza cadere nell'impurità (inquinarsi idealmente), senza rendere impuro questo spazio?
Tuttavia, nel Corano, nei relativi Commenti e nella Tradizione si trovano l'una o l'altra considerazione più positiva.
E' risaputo che i primi musulmani non avevano scrupolo a fare la loro preghiera rituale nei luoghi di culto cristiani. Per loro questi erano "spazi sacri" nonostante le statue, le icone e tante altre cose. Un versetto coranico afferma "che eremitaggi, sinagoghe, e altri oratori sono, come le moschee, luoghi dove il nome di Dio è spesso invocato" (Corano 22, 40b).
D'altra parte, la tradizione musulmana racconta della preghiera dei cristiani di Najrân nella moschea del Profeta dell'Islam a Medina.
Oltre questa "frequentazione reciproca", certe fonti dimostrano che il musulmano può avere un rapporto molto stretto con i non musulmani, nella e tramite la preghiera. Una serie di brani coranici parlano di Abramo, il musulmano per eccellenza, che intercede presso Dio per gli "idolatri". La sua intercessione per il popolo di Loth (Corano 11,74) prende i toni di un'aspra discussione con Dio.
Ciò che viene detto di Abramo, il Corano lo dice, in maniera più indiretta, di Maometto stesso, l'ultimo degli inviati. Questo dimostra come il musulmano, nella sua preghiera, può e deve avere il non musulmano presente al suo spirito.

Da parte cristiana.

Da parte cristiana, l'obiezione fondamentale alla preghiera comune con i musulmani sta sempre nello stabilire il legame tra fede e culto: non possiamo pregare insieme ufficialmente e liturgicamente.
Ma per certi cristiani educati ad avere un atteggiamento difensivo nei confronti dei musulmani, l'impossibilità va oltre la preghiera liturgica. D'altra parte, come potrebbe essere una "preghiera nella verità", se il clima generale è di antagonismo e di esasperata affermazione delle differenze? La preghiera, senza una catechesi appropriata, è per molti l'elemento centrale in cui la loro identità cristiana si radica e si costruisce. Volerla condividere con dei non cristiani non può che dar luogo a confusione e disagi.
D'altra parte ogni preghiera autentica, non deriva né dal cristiano né dal musulmano, ma dallo Spirito di Dio (Giovanni Paolo II : "La Missione del Redentore", n° 29). Partendo da questa convinzione cristiani e musulmani possono sormontare reticenze legittime e mettere in comune la loro esperienza di Dio vivente nella preghiera.
E' fuori dubbio che la ricerca di una preghiera comune, fra cristiani e musulmani non va imposta, ma può emergere naturalmente, quando i credenti sono pronti a camminare insieme, pienamente coscienti delle loro ricchezze e delle loro debolezze; pronti ad incontrarsi per adorare e rendere grazie, per supplicare insieme in situazioni di necessità estrema, per scrutare insieme il mistero della Giustizia che è Misericordia.

Indicazioni pratiche

Un discernimento, a parecchi livelli, è indispensabile e quello sui principi teologici è più importante che la scelta stessa di forme concrete di preghiera comune; inoltre ogni contesto va considerato nella sua particolarità senza trasferire automaticamente ciò che è stato fatto altrove.
La prudenza pastorale è d'obbligo, ma non dovrebbe mortificare lo spirito di apertura che, finalmente, è segno della presenza dello Spirito, questo Spirito che soffia dove vuole (Gv. 3,8).
Bisogna sottolineare ancora che ogni incontro islamo-cristiano a qualsiasi livello, dovrebbe comportare un momento in cui i partecipanti si rivolgono insieme verso Colui che li ha fatti incontrare. Dalle risposte al questionario è emerso che dai musulmani non parte mai l'iniziativa, semplicemente, per una preghiera comune. Sono però presenti in casi di calamità.
I mezzi di comunicazione ci danno ogni giorno l'eco e le immagini di situazioni di guerre, catastrofi e sofferenze umane in cui cristiani e musulmani sono coinvolti assieme. Come si può non incontrarsi per mettere le preoccupazioni comuni, e i diversi apprezzamenti nelle mani di Colui che è la Pace?
Sicuramente la preghiera comune per la pace è diventata, in questi ultimi anni, un elemento permanente nel "calendario" degli incontri islamo-cristiani, prendendo spesso anche un contesto più largo. Senza dire che la vita quotidiana è un campo quasi illimitato di momenti per incontrarsi insieme nello "spazio di Dio".
Per alcuni, il silenzio è la forma migliore di preghiera comune fra cristiani e musulmani, possibile anche in situazioni conflittuali dove ogni parola corre il rischio di essere percepita male. Normalmente, una preghiera comune dovrebbe viversi, esprimersi con parole che possono essere sentite, capite, ripetute e condivise da tutti.
Letture, preghiere tratte dalle due tradizioni spirituali, meditazione dei "Più Bei Nomi di Dio", preghiere liturgiche... sono alcune possibilità.
Il musulmano è reticente alla preghiera spontanea in pubblico, e preferisce dare alla sua invocazione una formulazione indiretta. Gli è difficile dare del "tu" a Dio. E' bene tenere conto di tutto ciò nella preparazione di una preghiera comune.
L'utilizzo del canto e della musica, sembra essere un terreno più delicato dove si rivelano le differenze di sensibilità fra cristiani e musulmani, ma anche fra musulmani delle diverse regioni del mondo. Non bisogna, comunque, che la preghiera comune sostituisca ogni altra forma di preghiera. Al contrario, perché resti vera, bisogna che ognuno ritorni costantemente verso la sua comunità, verso "il suo spazio sacro" per mettervi radici profonde.
Paolo VI nella enciclica "Ecclesiam Suam" aveva dato i criteri del dialogo in generale. Potrebbero applicarsi alla pratica di una preghiera comune fra cristiani e musulmani: ci vuole la chiarezza e la dolcezza, ci vuole la fiducia e la prudenza.

**Questo articolo, apparso nella rivista "Pro Dialogo", N° 96 1997/3, p.357-370 è riprodotto con l'autorizzazione della stessa rivista edita dal Consiglio Pontificio per il Dialogo interreligioso.