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Musulmani
Apertura di cuore e di intelligenza
verso l'islam, ma con quell'avveduto e consapevole senso della
realtà giuridica italiana che evita ogni perbenismo
semplicistico. Dannoso agli stessi immigranti musulmani
Assistevo
ultimamente ad un programma televisivo dedicato all'Islam in
Italia, animato dal popolare conduttore Santoro e con la
presenza di numerosi invitati cattolici, musulmani e laici.
La trasmissione non mancava di interesse e, come di solito
avviene quando si toccano temi religiosi, di passione. Mi
sorprese una cosa però: quasi dall'inizio alla fine, il
dibattito si svolse come se la presenza dei musulmani in
Italia fosse un problema esclusivamente religioso e che
riguarda in particolare la Chiesa cattolica. E' una visione
restrittiva e deformante.
Congiuntamente ad un problema religioso, le comunità
islamiche che si affermano sempre più presenti sulla scena
nazionale, sono un problema civile di prim'ordine con
implicazioni che toccano tutti i settori della vita italiana:
lavoro, scuola, sanità, giustizia, giorni di riposo,
famiglia, diritti umani... Sono ancora pochi gli italiani che
ne hanno coscienza e che di conseguenza cercano la via per far
posto alla differenza legittima dei musulmani, esigendo però
da loro l'altrettanto legittima contropartita di una giusta
integrazione. General-mente, affrontando la situazione solo in
chiave religiosa, tanti italiani (e fra essi molti politici)
si fanno un dovere di mostrarsi "aperti", accettando
in modo acritico il punto di vista islamico, senza rendersi
conto delle conseguenze per la vita nazionale.
Questo articolo, dopo aver presentato rapidamente,
l'articolazione delle comunità islamiche in Italia, vorrebbe
sottomettere ai lettori alcuni temi che vanno affrontati con
chiarezza e realismo su un piano civile che ci concerne tutti,
cattolici e non.
Comunità che si
organizzano
Nell'articolo precedente di
"Africa" si è data una certa descrizione delle
comunità musulmane, soprattutto in rapporto alla loro
provenienza.
Sono varie e variegate, con esperienze nazionali e culturali
molto diverse, a volte in conflitto tra loro, ma tutte insieme
costituiscono la seconda religione d'Italia con circa 650.000
fedeli (numero non comprensivo dei convertiti italiani
all'islam e degli immigrati musulmani con la nazionalità
italiana). E si organizzano nei modi più differenti in tutti
i settori. Alcuni dati.
Esistono due grandi centri islamici che fanno come polo di
attrazione. Il primo è il Centro Islamico Culturale d'Italia
(CICI) di Roma. E' l'islam degli Stati, l'islam ufficiale.
Legato alle ambasciate dei paesi musulmani accreditati a Roma,
sia presso il Quirinale che presso la Santa Sede.
Vi predomina la linea ideologica del l'Arabia Saudita che lo
sovvenziona in gran parte, attraverso la Lega del Mondo
Islamico, l'organismo missionario musulmano che ha sede alla
Mecca.
Sono stati i Sauditi i principali attori e finanziatori della
costruzione della moschea di Roma.
Il CICI è l'unico ente giuridico riconosciuto dallo Stato
italiano, in quanto islamico.
Il secondo polo importante è il Centro Islamico di Milano e
Lombardia (CIML) che ha sede a Lambrate, in margine alla
capitale lombarda. Esso cerca di estendere il proprio influsso
sull'intera Italia. E' l'islam della base, di tendenza
militante. Accanto a questi due centri più in vista, ce ne
sono tanti altri in Italia che esercitano un'influenza più o
meno grande su parti del territorio, soprattutto dove la
presenza musulmana è più densa.
Oltre ai centri, sono da segnalare le associazioni di
rappresentanza, il cui scopo è quello di porsi come delegati
delle comunità islamiche di fronte allo Stato italiano.
I centri islamici sono rivolti verso la base, cioè verso i
musulmani immigrati ed italiani e operano sul territorio,
mentre le associazioni cercano di raggrupparli e di farsene i
portavoce su scala nazionale.
Il raggruppamento è fatto a partire dalla tendenza
ideologica. Finora nessuna associazione è riuscita a
rappresentare la maggioranza delle comunità islamiche. Diamo
la lista delle tre più in vista.
La più larga è l'Unione delle Comunità e delle
Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII), legata del Centro
Islamico di Milano e Lombardia, che, attraverso una struttura
reticolare in molte regioni del Nord, esercita un influsso
notevole. Ad essa si deve la redazione del primo progetto di
intesa con l'Italia
Una seconda associazione è la Comunità Religiosa Islamica (COREIS)
del dottor Pallavicini, un convertito di lunga data, capo di
una confraternita di dimensioni modeste, secondo osservatori
musulmani, ma che sa assicurarsi una visibilità notevole sui
media (Tv, stampa).
Organizza campi estivi di formazione religiosa all'islam per
famiglie e singoli. Infine l'Associazione Musulmani Italiani
(AMI) che raggruppa convertiti nazionali all'islam.
Centri islamici e associazioni di rappresentanza sono ben
lungi dall'esaurire le molteplici iniziative delle comunità
islamiche in Italia. Su un terreno meno ideologico, più
pratico, esse avanzano con una collaborazione notevole alla
base, malgrado le differenze etniche, linguistiche e storiche.
Due soli esempi: le sale di preghiera e le macellerie
islamiche.
Le moschee propriamente dette (con la struttura architettonica
specifica, orientata alla Mecca, più il minareto) sono poche.
Si sono ricordate quella di Roma e di Lambrate.
Sono invece in crescita rapida le sale di preghiera, locali
dei più differenti tipi, (scantinati, capannoni smessi, sale
di riunione), affittati dai musulmani e trasformati in modo
consono. Servono per la preghiera rituale, ma anche per il
semplice ritrovo tra fedeli quanto per l'insegnamento del
Corano ai bambini. Stime recenti parlano di circa 500 di
queste sale in tutta la Penisola.
In crescita anche le macellerie musulmane, dove la carne è
trattata secondo il rito islamico (taglio dell'arteria
giugulare della bestia da uccidere con la conseguente
fuoriuscita del sangue). La carne suina resta strettamente
proibita in tali locali.
La leadership delle
organizzazioni.
Per comprendere quello che sta maturando
nell'islam italiano, non basta però la sola conoscenza delle
iniziative di tante comunità, è essenziale conoscere gli
obbiettivi dei dirigenti islamici sia a livello di centri che
di associazioni nazionali.
L'Associazione che va vista con maggiore attenzione è
senz'altro l'UCOII, la più larga e la più militante.
Prima di arrivare a rappresentare una buona fetta di
organizzazioni musulmane in Italia, è stata, sotto altro
nome, il punto di incontro di studenti universitari del Medio
Oriente, trovatisi in Italia, a partire dagli anni '60 o per
cercare una laurea o per fuggire al clima repressivo dei paesi
di origine nei loro confronti.
E' la
generazione del "risveglio dell'islam" che essi
vogliono reintegrare nella sua purezza originaria, liberandolo
dai compromessi con l'occidente "corrotto", ma anche
dagli adattamenti di cui si sarebbero resi colpevoli paesi
islamici moderati come l'Egitto, la Siria, la Tunisia... E' la
visione dei Fratelli Musulmani di Al Banna (morto nel 1949).
Oggi molti di questi militanti hanno la nazionalità italiana
e lavorano come professionisti. Ad essi si sono uniti
convertiti italiani che ne condividono le prospettive.
Grande ispiratrice del Centro di Milano e Lombardia, l'UCOII
nel passato aveva marcato le distanze dal Centro Islamico
d'Italia in Roma, sostenuto dall'Arabia Saudita e dalla Lega
del Mondo Islamico.
In questi ultimi tempi però (1998), si è realizzato un
avvicinamento, in quanto è intercorso un accordo con la Lega
del Mondo Islamico, operante presso il Centro di Roma.
L'UCOII vuole presentarsi sempre più come l'organismo
unitario che accoglie i rappresentanti delle comunità
musulmane e li rappresenta davanti alle autorità italiane.
Al dire degli osservatori, non si può negare che eserciti
un'influenza notevole. Delle 500 sale di preghiera sul
territorio nazionale, ne controllerebbe il 90 per cento.
Da quanto si è detto, quale può essere il suo orientamento
per il futuro in Italia?
Sembra proprio che i dirigenti dell'UCOII non mirino ad
aiutare gli immigrati musulmani ad integrarsi alla cultura
italiana, ma mirino piuttosto a costituire un gruppo separato,
che vive della propria tradizione religiosa ed afferma la sua
alterità.
Rifiutano un islam privato, ridotto, dicono essi, a cultura e
guardano ad un islam pubblico, visibile, che si accaparra lo
spazio politico e che resta in contatto attivo con l'islam
mondiale.
Niente quindi integrazione individuale, ma un adattamento
collettivo e comunitario negoziato da loro, do- mandando
all'Italia il massimo, senza peraltro promettere in
contropartita nessuna forma di lealtà verso un paese,
ritenuto da loro miscredente.
Tutto questo appare dall'esame degli interventi pubblici o
privati dei leaders dell'UCOII e soprattutto dall'esame della
bozza di intesa che hanno stilato per lo Stato italiano.
A questo proposito, è bene precisare che l'intesa è solo per
i musulmani italiani (siano essi convertiti o immigrati che
hanno acquisito la nazionalità) e non può quindi concernere
attualmente quei musulmani che hanno la cittadinanza
marocchina, albanese ecc. Anche se, ovviamente, è di grande
interesse per loro, o perché vogliono diventare cittadini
italiani o perché, pur restando stranieri, trarranno grande
vantaggio dall'esistenza dall'intesa.
I dirigenti dell'UCOII d'altra parte, l'hanno preparata
tenendo conto di questa popolazione immigrata musulmana ancora
straniera, ma che ammonta, come si è detto, a parecchie
centinaia di migliaia di fedeli e rappresenta l'avvenire
dell'islam in Italia.
Cosa domandano allo
Stato Italiano?
La redazione della bozza è
datata dagli anni '90, ma resta un testo di riferimento.
L'articolo primo afferma che "in conformità ai principi
della Costituzione" sia "riconosciuto il diritto di
professare e praticare liberamente la religione islamica in
qualsiasi forma individuale o associata, di farne propaganda e
di esercitare in privato ed in pubblico il culto e i
riti".
L'islam domanda quindi il riconoscimento giuridico che hanno
ottenuto le altre religioni, in particolare il cattolicesimo e
l'ebraismo, alla cui intesa con l'Italia, la bozza dell'UCOII
si ispira largamente.
Percorrendo l'insieme del documento, è possibile fornire un
elenco delle richieste rivolte alla Stato italiano.
Domandano: il diritto di tutela e di inviolabilità delle
moschee, spazi cimiteriali riservati ai musulmani,
l'insegnamento dell'islam nelle scuole agli allievi musulmani,
alla stregua dell'insegnamento del cattolicesimo. Esprimono
inoltre la volontà, in conformità alla legge italiana, di
aprire proprie scuole private a tutti i livelli: questa
richiesta è legata oltre che ad una ragione di ordine
generale, anche a particolari problemi, dicono, di tradizione
islamica.
Infatti a partire dalla pubertà, in alcuni paesi dove vige
un'interpretazione rigida della legge islamica, i sessi vanno
separati nelle attività di studio e soprattutto bisogna
evitare qualunque forma di promiscuità nella ginnastica.
La Bozza domanda pure l'istituzione dell'assistenza religiosa
per i musulmani negli ospedali, nelle caserme e nelle
prigioni, mense che rispettino le prescrizioni alimentari
islamiche: (carne "halâl", niente carne suina od
alcolici) per i fedeli, il riposo del venerdì (e non della
domenica), il rispetto delle festività musulmane della
Rottura del digiuno e della Festa del Sacrificio, la facoltà
per le donne di essere fotografate col velo anche nei
documenti ufficiali e sul piano fiscale, come avviene per le
altre fedi, la possibilità anche ai musulmani di dedurre
dall'imposta sul reddito le offerte fatte alla propria
comunità.
Per quanto riguarda il matrimonio, l'UCOII chiede che siano
"riconosciuti gli effetti civili ai matrimoni celebrati
in Italia, secondo il rito islamico, davanti a una delle guide
del culto".
Ciò è espresso nell'articolo 12 che termina con questa
postilla "Resta ferma la facoltà di celebrare e
sciogliere matrimoni religiosi senza alcun effetto o rilevanza
civile secondo la legge e la tradizione islamica".
Questo per una visione di insieme non esaustiva delle
richieste dell'UCOII alla Stato italiano.
Le altre bozze di accordo presentano delle differenze che non
è possibile esaminare nel presente articolo.
Alcune riflessioni
E'in nome dei Diritti Umani che i musulmani
italiani domandano il riconoscimento della loro religione, del
loro culto e di quanto ne deriva nella vita della comunità e
di ogni singolo fedele, ed è legittimo. Ad essi di accettare
i Diritti Umani ed adeguarvi certi aspetti della loro prassi
religiosa che sono in contrasto con i Diritti stessi.
Ancora oggi nelle loro affermazioni, come nei loro scritti,
non ammettono il diritto di una donna musulmana di sposare un
non musulmano (cristiano o di un'altra fede) senza esigere che
il futuro marito passi all'Islam, come non tollerano che un
musulmano possa convertirsi ad un'altra religione. Queste sono
violazioni di Diritti umani, sanciti dalla Dichiarazione
Universale del 1948.
Per quanto riguarda l'intesa, è importante che i delegati
siano veramente rappresentativi, gioiscano cioè di credito
effettivo con la base, per cui quando questa sarà siglata si
possa avere la certezza morale che sarà accettata.
Resta da provare se le prospettive dei dirigenti dell'UCOII
sono veramente condivise dalla maggioranza dei musulmani
italiani e se ne rappresentano le principali componenti.
La bozza parla delle guide del culto islamico (Alim, Amir,
Imam) e chiede per loro i diritti dei rappresentanti degli
altri culti ammessi. Non fa menzione però della loro
formazione.
Una volta approvata l'intesa, questi saranno chiamati ad
essere insegnanti nelle scuole, assistenti religiosi negli
ospedali, carceri, esercito, ministri del matrimonio...
Lo Stato ha il diritto di esigere un livello di formazione e
una conoscenza non superficiale della lingua italiana, della
storia patria, della religione cattolica e delle altre
religioni presenti nel nostro paese, come pure delle correnti
umanistiche laiche.
Ciò sarà possibile solo se le future guide dell'Islam
avranno realizzato una formazione seria anche in Italia. Senza
di questo, sarà difficile che aiutino la base per una sana e
giusta integrazione. C'è invece il rischio, come si è
verificato in altri paesi europei, che si produca il
contrario.
Il matrimonio
Non è possibile passare in rassegna le
singole richieste. C'è però la postilla dell'articolo 12 sul
matrimonio, citata sopra, che presenta difficoltà non
eludibili. Giuridicamente e pubblicamente gli effetti del
matrimonio celebrato in moschea dovrebbero essere quelli dello
Stato italiano.
Ma si aggiunge che le comunità musulmane chiedono il diritto
di celebrare e sciogliere nuovi matrimoni, secondo la
tradizione musulmana, senza nessun effetto civile. Ciò
equivale all'introduzione del diritto islamico di famiglia con
la possibilità del ripudio unilaterale da parte del marito e
della poligamia. Ritiene il diritto di successione coranico
che, come si sa, penalizza le donne (esse ricevono la metà
della parte del maschio) e attribuisce i figli al solo padre,
unico responsabile della loro educazione...
Tutto questo "senza nessun effetto civile":
resterebbe quindi nella sfera del privato e lo Stato dovrebbe
ignorarlo.
Conseguenze prevedibili
Non c'è chi non veda quali effetti
destabilizzanti potrebbe produrre una situazione del genere,
tenuto conto anche del fatto che i musulmani con nazionalità
italiana e quindi soggetti all'intesa, sono destinati a
crescere rapidamente e vistosamente. Pratiche di questo genere
hanno già luogo oggi e la stampa comincia a farsene eco.
Siamo molto lontani dal privato e da una realtà "senza
effetti civili"! E da ultimo, è essenziale l'atmosfera
in cui si svolgono i negoziati.
Certo ogni parte, come è suo diritto, difenderà i propri
punti di vista. Ma se esiste da parte dell'autorità politica
la volontà di accogliere la diversità religiosa nella misura
in cui essa non è in contrasto col bene comune e se
dall'altra esiste nei delegati delle comunità islamiche la
volontà di integrarsi al paese ospitante di cui fanno parte,
si può sperare che i negoziati di intesa approdino a qualcosa
di costruttivo.
La mentalità dei dirigenti dell'UCOII, di cui si è parlato,
lascia dei dubbi su questo punto. Essi ripetono a voce e per
iscritto che in Italia esiste un clima di islamofobia (rigetto
dell'islam). Effettivamente idee storte e paure diffuse a
proposito dell'Islam non mancano. Ma a parte i fattori esterni
"integralisti" che alimentano un certo rigetto
dell'islam (Afghanistan, Algeria, Sudan, Nigeria, Arabia
Saudita...), non è forse anche la loro reazione spesso
negativa di fronte all'Italia, alla sua cultura e ai suoi
valori che presenta un volto pericoloso dell'islam?
Non domandano essi certi diritti, in nome della "Sharîa"
(legge islamica) che i loro paesi di origine, se si tratta di
oriundi, non accordano più ai musulmani in casa propria?
L'Italia è appena giunta ad un intesa con i buddisti e con i
testimoni di Geova.
Se come loro, anche i musulmani italiani sapranno far proprio
un atteggiamento di lealtà verso lo Stato, con un senso di
ragionevole apertura ai valori della nazione, non ci saranno
problemi maggiori per una intesa giusta e rispettosa della
loro identità.
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