AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Musulmani

Apertura di cuore e di intelligenza verso l'islam, ma con quell'avveduto e consapevole senso della realtà giuridica italiana che evita ogni perbenismo semplicistico. Dannoso agli stessi immigranti musulmani

 

Assistevo ultimamente ad un programma televisivo dedicato all'Islam in Italia, animato dal popolare conduttore Santoro e con la presenza di numerosi invitati cattolici, musulmani e laici.
La trasmissione non mancava di interesse e, come di solito avviene quando si toccano temi religiosi, di passione. Mi sorprese una cosa però: quasi dall'inizio alla fine, il dibattito si svolse come se la presenza dei musulmani in Italia fosse un problema esclusivamente religioso e che riguarda in particolare la Chiesa cattolica. E' una visione restrittiva e deformante.
Congiuntamente ad un problema religioso, le comunità islamiche che si affermano sempre più presenti sulla scena nazionale, sono un problema civile di prim'ordine con implicazioni che toccano tutti i settori della vita italiana: lavoro, scuola, sanità, giustizia, giorni di riposo, famiglia, diritti umani... Sono ancora pochi gli italiani che ne hanno coscienza e che di conseguenza cercano la via per far posto alla differenza legittima dei musulmani, esigendo però da loro l'altrettanto legittima contropartita di una giusta integrazione. General-mente, affrontando la situazione solo in chiave religiosa, tanti italiani (e fra essi molti politici) si fanno un dovere di mostrarsi "aperti", accettando in modo acritico il punto di vista islamico, senza rendersi conto delle conseguenze per la vita nazionale.
Questo articolo, dopo aver presentato rapidamente, l'articolazione delle comunità islamiche in Italia, vorrebbe sottomettere ai lettori alcuni temi che vanno affrontati con chiarezza e realismo su un piano civile che ci concerne tutti, cattolici e non.

 

Comunità che si organizzano

Nell'articolo precedente di "Africa" si è data una certa descrizione delle comunità musulmane, soprattutto in rapporto alla loro provenienza.
Sono varie e variegate, con esperienze nazionali e culturali molto diverse, a volte in conflitto tra loro, ma tutte insieme costituiscono la seconda religione d'Italia con circa 650.000 fedeli (numero non comprensivo dei convertiti italiani all'islam e degli immigrati musulmani con la nazionalità italiana). E si organizzano nei modi più differenti in tutti i settori. Alcuni dati.
Esistono due grandi centri islamici che fanno come polo di attrazione. Il primo è il Centro Islamico Culturale d'Italia (CICI) di Roma. E' l'islam degli Stati, l'islam ufficiale. Legato alle ambasciate dei paesi musulmani accreditati a Roma, sia presso il Quirinale che presso la Santa Sede.
Vi predomina la linea ideologica del l'Arabia Saudita che lo sovvenziona in gran parte, attraverso la Lega del Mondo Islamico, l'organismo missionario musulmano che ha sede alla Mecca.
Sono stati i Sauditi i principali attori e finanziatori della costruzione della moschea di Roma.
Il CICI è l'unico ente giuridico riconosciuto dallo Stato italiano, in quanto islamico.
Il secondo polo importante è il Centro Islamico di Milano e Lombardia (CIML) che ha sede a Lambrate, in margine alla capitale lombarda. Esso cerca di estendere il proprio influsso sull'intera Italia. E' l'islam della base, di tendenza militante. Accanto a questi due centri più in vista, ce ne sono tanti altri in Italia che esercitano un'influenza più o meno grande su parti del territorio, soprattutto dove la presenza musulmana è più densa.
Oltre ai centri, sono da segnalare le associazioni di rappresentanza, il cui scopo è quello di porsi come delegati delle comunità islamiche di fronte allo Stato italiano.
I centri islamici sono rivolti verso la base, cioè verso i musulmani immigrati ed italiani e operano sul territorio, mentre le associazioni cercano di raggrupparli e di farsene i portavoce su scala nazionale.
Il raggruppamento è fatto a partire dalla tendenza ideologica. Finora nessuna associazione è riuscita a rappresentare la maggioranza delle comunità islamiche. Diamo la lista delle tre più in vista.
La più larga è l'Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII), legata del Centro Islamico di Milano e Lombardia, che, attraverso una struttura reticolare in molte regioni del Nord, esercita un influsso notevole. Ad essa si deve la redazione del primo progetto di intesa con l'Italia
Una seconda associazione è la Comunità Religiosa Islamica (COREIS) del dottor Pallavicini, un convertito di lunga data, capo di una confraternita di dimensioni modeste, secondo osservatori musulmani, ma che sa assicurarsi una visibilità notevole sui media (Tv, stampa).
Organizza campi estivi di formazione religiosa all'islam per famiglie e singoli. Infine l'Associazione Musulmani Italiani (AMI) che raggruppa convertiti nazionali all'islam.
Centri islamici e associazioni di rappresentanza sono ben lungi dall'esaurire le molteplici iniziative delle comunità islamiche in Italia. Su un terreno meno ideologico, più pratico, esse avanzano con una collaborazione notevole alla base, malgrado le differenze etniche, linguistiche e storiche. Due soli esempi: le sale di preghiera e le macellerie islamiche.
Le moschee propriamente dette (con la struttura architettonica specifica, orientata alla Mecca, più il minareto) sono poche. Si sono ricordate quella di Roma e di Lambrate.
Sono invece in crescita rapida le sale di preghiera, locali dei più differenti tipi, (scantinati, capannoni smessi, sale di riunione), affittati dai musulmani e trasformati in modo consono. Servono per la preghiera rituale, ma anche per il semplice ritrovo tra fedeli quanto per l'insegnamento del Corano ai bambini. Stime recenti parlano di circa 500 di queste sale in tutta la Penisola.
In crescita anche le macellerie musulmane, dove la carne è trattata secondo il rito islamico (taglio dell'arteria giugulare della bestia da uccidere con la conseguente fuoriuscita del sangue). La carne suina resta strettamente proibita in tali locali.

 

La leadership delle organizzazioni.

Per comprendere quello che sta maturando nell'islam italiano, non basta però la sola conoscenza delle iniziative di tante comunità, è essenziale conoscere gli obbiettivi dei dirigenti islamici sia a livello di centri che di associazioni nazionali.
L'Associazione che va vista con maggiore attenzione è senz'altro l'UCOII, la più larga e la più militante.
Prima di arrivare a rappresentare una buona fetta di organizzazioni musulmane in Italia, è stata, sotto altro nome, il punto di incontro di studenti universitari del Medio Oriente, trovatisi in Italia, a partire dagli anni '60 o per cercare una laurea o per fuggire al clima repressivo dei paesi di origine nei loro confronti.
E' la generazione del "risveglio dell'islam" che essi vogliono reintegrare nella sua purezza originaria, liberandolo dai compromessi con l'occidente "corrotto", ma anche dagli adattamenti di cui si sarebbero resi colpevoli paesi islamici moderati come l'Egitto, la Siria, la Tunisia... E' la visione dei Fratelli Musulmani di Al Banna (morto nel 1949).
Oggi molti di questi militanti hanno la nazionalità italiana e lavorano come professionisti. Ad essi si sono uniti convertiti italiani che ne condividono le prospettive.
Grande ispiratrice del Centro di Milano e Lombardia, l'UCOII nel passato aveva marcato le distanze dal Centro Islamico d'Italia in Roma, sostenuto dall'Arabia Saudita e dalla Lega del Mondo Islamico.
In questi ultimi tempi però (1998), si è realizzato un avvicinamento, in quanto è intercorso un accordo con la Lega del Mondo Islamico, operante presso il Centro di Roma.
L'UCOII vuole presentarsi sempre più come l'organismo unitario che accoglie i rappresentanti delle comunità musulmane e li rappresenta davanti alle autorità italiane.
Al dire degli osservatori, non si può negare che eserciti un'influenza notevole. Delle 500 sale di preghiera sul territorio nazionale, ne controllerebbe il 90 per cento.
Da quanto si è detto, quale può essere il suo orientamento per il futuro in Italia?
Sembra proprio che i dirigenti dell'UCOII non mirino ad aiutare gli immigrati musulmani ad integrarsi alla cultura italiana, ma mirino piuttosto a costituire un gruppo separato, che vive della propria tradizione religiosa ed afferma la sua alterità.
Rifiutano un islam privato, ridotto, dicono essi, a cultura e guardano ad un islam pubblico, visibile, che si accaparra lo spazio politico e che resta in contatto attivo con l'islam mondiale.
Niente quindi integrazione individuale, ma un adattamento collettivo e comunitario negoziato da loro, do- mandando all'Italia il massimo, senza peraltro promettere in contropartita nessuna forma di lealtà verso un paese, ritenuto da loro miscredente.
Tutto questo appare dall'esame degli interventi pubblici o privati dei leaders dell'UCOII e soprattutto dall'esame della bozza di intesa che hanno stilato per lo Stato italiano.
A questo proposito, è bene precisare che l'intesa è solo per i musulmani italiani (siano essi convertiti o immigrati che hanno acquisito la nazionalità) e non può quindi concernere attualmente quei musulmani che hanno la cittadinanza marocchina, albanese ecc. Anche se, ovviamente, è di grande interesse per loro, o perché vogliono diventare cittadini italiani o perché, pur restando stranieri, trarranno grande vantaggio dall'esistenza dall'intesa.
I dirigenti dell'UCOII d'altra parte, l'hanno preparata tenendo conto di questa popolazione immigrata musulmana ancora straniera, ma che ammonta, come si è detto, a parecchie centinaia di migliaia di fedeli e rappresenta l'avvenire dell'islam in Italia.

 

Cosa domandano allo Stato Italiano?

La redazione della bozza è datata dagli anni '90, ma resta un testo di riferimento. L'articolo primo afferma che "in conformità ai principi della Costituzione" sia "riconosciuto il diritto di professare e praticare liberamente la religione islamica in qualsiasi forma individuale o associata, di farne propaganda e di esercitare in privato ed in pubblico il culto e i riti".
L'islam domanda quindi il riconoscimento giuridico che hanno ottenuto le altre religioni, in particolare il cattolicesimo e l'ebraismo, alla cui intesa con l'Italia, la bozza dell'UCOII si ispira largamente.
Percorrendo l'insieme del documento, è possibile fornire un elenco delle richieste rivolte alla Stato italiano.
Domandano: il diritto di tutela e di inviolabilità delle moschee, spazi cimiteriali riservati ai musulmani, l'insegnamento dell'islam nelle scuole agli allievi musulmani, alla stregua dell'insegnamento del cattolicesimo. Esprimono inoltre la volontà, in conformità alla legge italiana, di aprire proprie scuole private a tutti i livelli: questa richiesta è legata oltre che ad una ragione di ordine generale, anche a particolari problemi, dicono, di tradizione islamica.
Infatti a partire dalla pubertà, in alcuni paesi dove vige un'interpretazione rigida della legge islamica, i sessi vanno separati nelle attività di studio e soprattutto bisogna evitare qualunque forma di promiscuità nella ginnastica.
La Bozza domanda pure l'istituzione dell'assistenza religiosa per i musulmani negli ospedali, nelle caserme e nelle prigioni, mense che rispettino le prescrizioni alimentari islamiche: (carne "halâl", niente carne suina od alcolici) per i fedeli, il riposo del venerdì (e non della domenica), il rispetto delle festività musulmane della Rottura del digiuno e della Festa del Sacrificio, la facoltà per le donne di essere fotografate col velo anche nei documenti ufficiali e sul piano fiscale, come avviene per le altre fedi, la possibilità anche ai musulmani di dedurre dall'imposta sul reddito le offerte fatte alla propria comunità.
Per quanto riguarda il matrimonio, l'UCOII chiede che siano "riconosciuti gli effetti civili ai matrimoni celebrati in Italia, secondo il rito islamico, davanti a una delle guide del culto".
Ciò è espresso nell'articolo 12 che termina con questa postilla "Resta ferma la facoltà di celebrare e sciogliere matrimoni religiosi senza alcun effetto o rilevanza civile secondo la legge e la tradizione islamica".
Questo per una visione di insieme non esaustiva delle richieste dell'UCOII alla Stato italiano.
Le altre bozze di accordo presentano delle differenze che non è possibile esaminare nel presente articolo.

Alcune riflessioni

E'in nome dei Diritti Umani che i musulmani italiani domandano il riconoscimento della loro religione, del loro culto e di quanto ne deriva nella vita della comunità e di ogni singolo fedele, ed è legittimo. Ad essi di accettare i Diritti Umani ed adeguarvi certi aspetti della loro prassi religiosa che sono in contrasto con i Diritti stessi.
Ancora oggi nelle loro affermazioni, come nei loro scritti, non ammettono il diritto di una donna musulmana di sposare un non musulmano (cristiano o di un'altra fede) senza esigere che il futuro marito passi all'Islam, come non tollerano che un musulmano possa convertirsi ad un'altra religione. Queste sono violazioni di Diritti umani, sanciti dalla Dichiarazione Universale del 1948.
Per quanto riguarda l'intesa, è importante che i delegati siano veramente rappresentativi, gioiscano cioè di credito effettivo con la base, per cui quando questa sarà siglata si possa avere la certezza morale che sarà accettata.
Resta da provare se le prospettive dei dirigenti dell'UCOII sono veramente condivise dalla maggioranza dei musulmani italiani e se ne rappresentano le principali componenti.
La bozza parla delle guide del culto islamico (Alim, Amir, Imam) e chiede per loro i diritti dei rappresentanti degli altri culti ammessi. Non fa menzione però della loro formazione.
Una volta approvata l'intesa, questi saranno chiamati ad essere insegnanti nelle scuole, assistenti religiosi negli ospedali, carceri, esercito, ministri del matrimonio...
Lo Stato ha il diritto di esigere un livello di formazione e una conoscenza non superficiale della lingua italiana, della storia patria, della religione cattolica e delle altre religioni presenti nel nostro paese, come pure delle correnti umanistiche laiche.
Ciò sarà possibile solo se le future guide dell'Islam avranno realizzato una formazione seria anche in Italia. Senza di questo, sarà difficile che aiutino la base per una sana e giusta integrazione. C'è invece il rischio, come si è verificato in altri paesi europei, che si produca il contrario.

Il matrimonio

Non è possibile passare in rassegna le singole richieste. C'è però la postilla dell'articolo 12 sul matrimonio, citata sopra, che presenta difficoltà non eludibili. Giuridicamente e pubblicamente gli effetti del matrimonio celebrato in moschea dovrebbero essere quelli dello Stato italiano.
Ma si aggiunge che le comunità musulmane chiedono il diritto di celebrare e sciogliere nuovi matrimoni, secondo la tradizione musulmana, senza nessun effetto civile. Ciò equivale all'introduzione del diritto islamico di famiglia con la possibilità del ripudio unilaterale da parte del marito e della poligamia. Ritiene il diritto di successione coranico che, come si sa, penalizza le donne (esse ricevono la metà della parte del maschio) e attribuisce i figli al solo padre, unico responsabile della loro educazione...
Tutto questo "senza nessun effetto civile": resterebbe quindi nella sfera del privato e lo Stato dovrebbe ignorarlo.

Conseguenze prevedibili

Non c'è chi non veda quali effetti destabilizzanti potrebbe produrre una situazione del genere, tenuto conto anche del fatto che i musulmani con nazionalità italiana e quindi soggetti all'intesa, sono destinati a crescere rapidamente e vistosamente. Pratiche di questo genere hanno già luogo oggi e la stampa comincia a farsene eco. Siamo molto lontani dal privato e da una realtà "senza effetti civili"! E da ultimo, è essenziale l'atmosfera in cui si svolgono i negoziati.
Certo ogni parte, come è suo diritto, difenderà i propri punti di vista. Ma se esiste da parte dell'autorità politica la volontà di accogliere la diversità religiosa nella misura in cui essa non è in contrasto col bene comune e se dall'altra esiste nei delegati delle comunità islamiche la volontà di integrarsi al paese ospitante di cui fanno parte, si può sperare che i negoziati di intesa approdino a qualcosa di costruttivo.
La mentalità dei dirigenti dell'UCOII, di cui si è parlato, lascia dei dubbi su questo punto. Essi ripetono a voce e per iscritto che in Italia esiste un clima di islamofobia (rigetto dell'islam). Effettivamente idee storte e paure diffuse a proposito dell'Islam non mancano. Ma a parte i fattori esterni "integralisti" che alimentano un certo rigetto dell'islam (Afghanistan, Algeria, Sudan, Nigeria, Arabia Saudita...), non è forse anche la loro reazione spesso negativa di fronte all'Italia, alla sua cultura e ai suoi valori che presenta un volto pericoloso dell'islam?
Non domandano essi certi diritti, in nome della "Sharîa" (legge islamica) che i loro paesi di origine, se si tratta di oriundi, non accordano più ai musulmani in casa propria? L'Italia è appena giunta ad un intesa con i buddisti e con i testimoni di Geova.
Se come loro, anche i musulmani italiani sapranno far proprio un atteggiamento di lealtà verso lo Stato, con un senso di ragionevole apertura ai valori della nazione, non ci saranno problemi maggiori per una intesa giusta e rispettosa della loro identità.