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I giardini di Allah
Testo e foto di Marco
Trovato
Nel cuore dell’Algeria, in una
regione tra le più inospitali della terra, prospera la
comunità dei Mozabiti, berberi puritani e rigoristi, votati
al commercio e alla preghiera.
Uniti dalla propria visione della vita
e dalle dure condizioni esterne, hanno realizzato una specie
di microcosmo isolato. Un mondo chiuso in se stesso, dove il
tempo sembra essersi fermato, dove i riti secolari si
rinnovano in villaggi “medievali” e dove l’armonia della
vita comunitaria è regolata da una ferrea disciplina
religiosa.
La rivista “africa” offre questo
reportage per andare oltre gli schemi e i luoghi comuni con
cui noi occidentali siamo soliti liquidare il mondo islamico.
Lo shimun, il vento caldo del deserto, è
come un pastello dai colori sbiaditi: arriva all’improvviso,
con violente folate di sabbia che conferiscono al paesaggio
una patina di polvere antica.
E’ come guardare una fotografia sbiadita,
un’immagine sfuocata. Un mondo antico rimasto per anni in
una bottiglietta di vetro.
Mi trovo nel Mozab, 700 chilometri a sud da
Algeri. Una profonda fenditura spacca l’uniformità
dell’altopiano sassoso. Sul fondo della valle serpeggia una
linea verde, circondata da palmeti, orti e piccole case
bianche. Sembra un miraggio, un panorama irreale che la
polvere dello
shimun rende ancora più magico.
Qui i ritmi delle giornate sono cadenzate dai
muezzin, le persone incaricate a pronunciare cinque volte al
giorno l’”adahan”, l’invito alla preghiera. Sono
dodici, li ho contati con attenzione. Dodici voci che si
intrecciano, dodici richiami urlati con tonalità diverse. Un
tempo i muezzin salivano sui minareti e gridavano fino a
restare senza voce. Oggi è tutto più semplice: ci sono gli
amplificatori, gli altoparlanti. “Allah Akbar” risuona
ovunque: nelle scuole, nei mercati, nelle abitazioni, nel
palmeto. “Allah Akbar”, “Dio è grande”: poche parole
che fermano il tempo, che arrestano ogni attività, che
cambiano, da un momento all’altro, il volto di questa valle
piena di vita incastrata nel deserto algerino.
Il Mozab è un luogo impregnato di
spiritualità: al visitatore di passaggio sembra di trovarsi
in un grande monastero a cielo aperto, dove ognuno cerca di
guadagnare il proprio posto in paradiso. E’ un microcosmo
isolato, dove il tempo sembra essersi fermato. Dove le
preghiere, le prostrazioni e i riti secolari si rinnovano in
villaggi “medievali”, e dove l’armonia della vita
comunitaria è regolata da una ferrea disciplina religiosa.
“E’ il giardino che Allah ha voluto donare agli uomini per
ringraziarli della loro fede e della loro ubbidienza”, mi
dice Omar, la mia guida. “Oggi in questa terra di pace e di
prosperità, i figli di Dio possono concentrarsi sulla
preghiera e vivere in armonia”.
I Kharigiti
La valle del Mozab è la principale sede di
un ramo particolare del mondo islamico, l’ibadismo, il cui
unico altro nucleo importante si trova sull’isola di Jerba,
in Tunisia e a djebel-Nefousa, in Libia. I fedeli - circa 150
mila persone - qui sono chiamati mozabiti per la stretta
relazione che esiste tra la loro sopravvivenza come setta
religiosa e il loro isolamento in questa remota vallata.
Per capire qualcosa dei mozabiti, berberi
puritani e rigoristi, votati al commercio e alla preghiera,
bisogna risalire allo scisma kharigita, che ha tanto
profondamente segnato l’Islam nordafricano. I kharigiti
“gli usciti” rifiutarono nel 657 l’autorità del califfo
Ali, il genero di
Maometto, una scelta che li portò a scontrarsi duramente sia
con i sunniti che
con gli sciiti, i quali li bollarono come fanatici ed eretici.
La colpa di Ali, secondo i kharigiti, era di aver accettato di
sottoporsi a un arbitrato riguardo al conflitto che lo vedeva
opposto al governatore della Siria.
Per alcuni fedeli era inconcepibile che il
legittimo successore del Profeta si sottomettesse al giudizio
umano: ne derivò un periodo di contestazioni, dissensi
religiosi e una lunga serie di scontri e combattimenti
dall’esito incerto.
Chi doveva guidare il califfato e proclamarsi
erede di Maometto? Gli sciiti restrinsero il diritto di
successione del califfato ai discendenti di Fatima, figlia del
Profeta, e di suo marito Alì, mentre i sunniti estesero tale
diritto a tutti i membri della tribù del Profeta.
I kharigiti, infine, si staccarono dalle
correnti dominanti,affermando
che ogni credente aveva diritto a venire eletto dirigente
della comunità, “compreso uno schiavo negro”, purché
possedesse le doti necessarie. Secondo i kharigiti, il
califfato doveva essere guidato dal “migliore di tutti i
musulmani” solo sulla base dei propri meriti e non della
discendenza dal Profeta.
Un popoli perseguitato
L’ibadismo - dal nome del suo ispiratore
Abdallah al-Ibadi - costituisce una diramazione del kharigismo,
e, nello stesso tempo, una delle espressioni più puritane e
pietiste dell’Islam. Alle caratteristiche generali
dell’eresia kharigita, gli ibaditi aggiungono
l’esaltazione del lavoro che viene considerato un dovere
religioso (“Il lavoro è la chiave per accedere al paradiso:
l’ozio è il peggiore dei peccati”) e l’enfasi su di una
fede interiorizzata, su di una relazione con Dio basata sulla
conoscenza diretta del Corano (per molti secoli, gli ibaditi
furono gli unici a sostenere, per esempio, l’apprendimento
della lettura da parte delle donne affinché potessero
conoscere la Parola di Allah).
L’ibadismo si concretizzò politicamente
nel 761, con l’istituzione del regno di Tahert, che si
estendeva in quella che oggi è la parte centrale di Libia e
Algeria. Ma il regno ibadita ebbe vita breve: osteggiato tanto
dalle tribù nomadi non convertite quanto dai suoi avversari
religiosi, nel 911 la capitale venne distrutta dagli sciiti e
i sopravvissuti dovettero fuggire.
Gli ibaditi, i “protestanti
dell’Islam”, vennero continuamente perseguitati ed espulsi
da ogni luogo, fino a che scelsero di insediarsi agli inizi
del 1100 nel cuore del deserto algerino, nell’allora remota
e disabitata valle del Mozab.
Un riparo sicuro
Con le loro mani scavarono pozzi
profondissimi, crearono palmeti, costruirono delle grandi
dighe per sfruttare le rare piogge fino all’ultima goccia.
In meno di cinquant’anni diedero vita alla
grandiosa pentapoli che è sopravvissuta fino ai giorni
nostri.
Nel 1014 fondarono El Atteuf: in primo luogo
costruirono le mura, poi la moschea e quindi pian piano, le
abitazioni. Quando lo spazio dentro le mura fu saturo,
crearono la città di Bou Noura, a pochi chilometri di
distanza, dove si ripeté il medesimo procedimento, quindi
Melika e Beni Isguen e, per ultima, Ghardaya, che con il
passare del tempo sarebbe divenuto il centro amministrativo più
importante dell’intero Mozab.
Lontana
da contese territoriali e da ambizioni di dominio,
fondamentale crocevia per le carovane dei nomadi in partenza
per il Grande Sud, la pentapoli mozabita ha rappresentato per
secoli una comunità completamente autonoma, impermeabile alle
influenze esterne, creatrice di uno stile di vita
straordinariamente adatto alla povertà dei mezzi e
all’estrema ostilità del deserto.
Nella sua semplicità, questa pentapoli
fortificata ha racchiuso - ma sarebbe meglio dire
“protetto” - per quasi mille anni una cultura
straordinaria altrimenti condannata a scomparire nella
desolazione del deserto.
Città isolate
Le città mozabite sorgono su piccole colline
o sono appollaiate su pendii rocciosi. Nel punto più alto si
trovano le moschee, sormontate dal tipico minareto a forma
piramidale tronca. Nel fondovalle, una lunga scia verde,
punteggiata da cubi bianchi, indica i palmeti e le abitazioni
in mezzo agli orti.
Le abitazioni sono disposte a cerchi
concentrici intorno alla moschea: il dedalo di vie che si
dirama dall’alto crea un suggestivo mosaico di luci e di
ombre, un disegno urbanistico di armoniosa semplicità che ha
affascinato architetti di fama mondiale come Le Corbusier e
che fa delle città mozabite un patrimonio mondiale protetto
dall’UNESCO (la struttura delle città coincide con l’idea
che Le Corbusier aveva dell’architettura urbana: una
“machine à habiter”, senza accademismi, a misura
d’uomo, in cui tutta la città diventa una grande
abitazione).
Le abitazioni sono state edificate seguendo
una rigida distinzione di classe sociale: sotto la moschea si
trovano le case per i tolba, gli studiosi del Corano, poi man
mano che si scende, si incontrano le case dei notabili, dei
fabbri, degli uomini con i mestieri meno nobili: quelle dei
commercianti sono confinate nella parte bassa delle colline, a
ridosso delle mura di recinzione delle città, per non
contaminare la purezza della fede con le attività profane.
Il suk
I colori e gli odori del suk sono fortissimi.
I commercianti vendono di tutto: tappeti, spezie, verdura,
capre, ma soprattutto datteri. Li chiamano deglet nur, “i
datteri della luce” e sono fra le qualità più buone di
tutto il Maghreb. Hanno la polpa gustosa e sono così
trasparenti da lasciar intravedere il nocciolo. “Sono
nutrienti come l’amore e dolci come la vita” - mi dice un
mercante - “Sono i migliori perché vengono coltivati nel
giardino di Allah”.
Una ricetta custodita gelosamente dalle donne
ibadite fa del deglet nur l’ingrediente principale di uno
straordinario cous cous che viene offerto solo agli ospiti di
riguardo.
“Purtroppo
non è facile raccogliere buoni datteri”, continua a
spiegarmi il mercante. “Alla palma occorrono da 15 a 20 anni
prima di produrre. Ogni primavera bisogna impollinare
artificialmente le piante. E poi il raccolto può essere
rovinato da due terribili nemici: un fungo vorace che soffoca
l’albero e una farfalla che deposita i bruchi proprio al
centro del frutto”.
Il commercio dei datteri non è l’unico
motivo d’attrazione nei mercati del Mozab. Ghardaya si trova
sulla direttrice per il Niger e per il Mali, ed è un
fondamentale crocevia del deserto. Rappresenta un punto
privilegiato di interscambio fra le popolazioni nomadi e i
commercianti del Maghreb, oltre ad essere la stazione di
partenza del Grande Sud.
Fin dalle prime ore del mattino, nella piazza
del mercato, si danno appuntamento i cammellieri carichi di
spezie e stoffe con gli abitanti delle città berbere più
vicine.
Con un po’ di pazienza sulle bancarelle del
suk si può trovare qualunque cosa, anche la più stravagante:
polvere rossa di henné, tessuti colorati, erbe medicinali,
accanto a vecchie scarpe, ruote per la bicicletta, pezzi di
motore, macchine per cucire, componenti elettronici, orologi
di dubbia provenienza. Uno stesso mercante può vendere gabbie
per uccelli, rose del deserto, pillole contro la febbre e
pantofole colorate... Di tutto, di più.
Spesso i commercianti hanno la pelle
particolarmente scura: alcuni sono discendenti degli schiavi
neri posseduti fino al secolo scorso dai mozabiti (ma c’è
chi afferma che la schiavitù, anche se meno appariscente di
un tempo, prosperi
tuttora nel Mozab); la maggioranza però sono immigrati:
provengono dal Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso, i Paesi del
Sahel bruciati dalla siccità. Qui cercano di sbarcare il
lunario come possono: il dinaro algerino non è un granché ma
rappresenta pur sempre una moneta forte, se confrontata con
quelle delle nazioni vicine.
Rigore e modernità
La comunità del Mozab è ricca e
intraprendente, la più tradizionalista e, nello stesso tempo,
la più moderna del mondo musulmano.
Se da una parte gli ibaditi affermano di
professare una fede pura e autentica che si rifà alle radici
stesse dell’Islam (condannano il lusso, la danza, la musica,
l’appariscenza e “tutto ciò che può portare gioia
effimera attraverso lo stimolo dei sensi”), dall’altra
essi vengono considerati, a ragione, i migliori mercanti di
tutto il Maghreb.
La fitta rete commerciale da loro creata si
dirama oltre i confini nazionali, costringendoli a trascorrere
molto tempo lontani da casa (circa un terzo degli uomini vive
stagionalmente fuori della vallata), tra gli usi e i costumi
della società moderna.
“Il Mozab riempie il cuore, ma non il
portafoglio”, mi spiega il mio amico Salem, “un vero mozabita praticante”,
come ama definirsi: indossa il sarouel, tipico pantalone dal
taglio sgraziato prescritto dalla moschea, passa le giornate a
leggere il Corano e a pregare, ma ogni tre mesi lascia il
Mozab per curare i propri interessi nel nord del Paese: “Ad
Algeri gestisco una catena di negozi di tessuti: i tappeti di
Ghardaya sono pregiati, la gente ne va pazza”, mi dice con
orgoglio.
Presto Salem sbarcherà in Europa, aprirà
una drogheria in un centro commerciale di Parigi. “Certo sarò
costretto a viaggiare molto” - commenta - “Ma quando
arriverà Internet potrò controllare le mie attività senza
muovermi, restando comodamente qui a pregare e a curarmi della
famiglia”: per i mozabiti è un gioco coniugare rigorismo
religioso, modernità e affari.
La condizione della donna
Nell’attesa che arrivi Internet, la casa
viene portata avanti dalle donne, alle quali è proibito per
legge lasciare il Mozab. Attendono il ritorno dei mariti,
sorvegliate attentamente dalle tiazzabin, le guardiane della
fede incaricate di vegliare sulla loro buona condotta. Oltre a
recitare le preghiere e a far toeletta ai defunti, esse
rilasciano dei certificati di verginità e vigilano molto da
vicino il focolare da cui il marito è assente. Applicano
infine la pena di tebria (“scomunica”), quella sanzione
della legge mozabita che esclude il peccatore dalla preghiera
e dalla vita pubblica.
Per determinare quali peccati comportino la
tebria, le tiazzabin si riuniscono in concilio una volta
all’anno: le donne, ad esempio, non possono indossare più
di quattro collane, parlare e ridere rumorosamente, portare un
abito occidentale, tatuarsi.
Per reperire la peccatrice è messo in atto
un impeccabile sistema di delazioni: il diritto/dovere di
censura. Non divulgare una colpa di cui si è testimoni è
altrettanto grave, se non peggio, di esserne resi
responsabili. “La donna che viene colta a peccare deve
confessare pubblicamente la propria colpa e fare quindi una
penitenza”, mi spiega ancora
Salem. “Nei casi più gravi, come quelli dell’infedeltà
coniugale, rischia di essere ripudiata dalla comunità”.
Le donne vivono recluse, sottomesse senza
possibilità d’appello al padre e poi al marito. La loro
vita comunitaria si svolge nelle mura domestiche,
all’interno di piccole abitazioni, le cui rare finestre e
terrazze permettono appena di vedere senza essere viste.
Quando escono per recarsi da un’amica o in
una bottega devono completamente sparire sotto un velo di lana
naturale, l’hawli, che tiene scoperto solo un occhio
(generalmente il sinistro, quello del cuore). Se incrociano un
uomo, si devono girare contro un muro.
Prima che le leggi dello Stato algerino
fissassero un’età minima per il matrimonio, le ragazze
venivano fatte sposare molto giovani, persino prima della
pubertà, se tale era il volere del marito e il desiderio
della famiglia di acquisire al più presto la dote. Fino a un
decennio fa, il mozabita che partiva verso il nord appendeva i
propri calzoni all’interno della porta di casa: questo segno
legittimava l’uso della moglie da parte dei cognati.
Oggi però, i costumi stanno cambiando anche
nel Mozab e il rigorismo religioso si sta stemperando. I
consigli degli Anziani sono preoccupati per l’impatto
sociale che può derivare dalla presenza dei turisti e
dall’enorme sviluppo delle città, soprattutto ora che gran
parte della popolazione giovanile è andata a vivere fuori
delle antiche mura, sottraendosi al rigido controllo morale
delle strutture tradizionali.
Il segno più evidente di questa lenta
rivoluzione sono le parabole che spuntano, sempre più
numerose, sulle terrazze delle abitazioni: con quelle si
ricevono le TV occidentali, i telequiz, le fiction, la
Champions League. “Anch’io possiedo la televisione” -
ammette Salem - “Ma quando esco di casa la chiudo a chiave
dentro un armadio: non voglio che mia moglie e miei figli
guardino certi programmi”.
Un mondo in pericolo
A Beni Isguen, la città santa
dell’universo mozabita, incontro Monsieur Tizegarine Slim,
uomo colto e intraprendente, oggi responsabile
dell’associazione di promozione delle arti tradizionali del
Mozab.
“Grazie al formalismo che impregna la vita
sociale dei mozabiti, l’urbanistica della pentopoli, è
miracolosamente protetta”, mi dice. “L’accademismo, il
desiderio di ostentazione, il falso lusso sono aboliti. La
semplicità delle forme, dei materiali, delle tecniche
all’insegna dell’economia e del rigore fanno del minimo
pezzo una lezione di architettura moderna”. Oggi però, come
già detto, il Mozab e la sua cultura stanno subendo dei
grossi cambiamenti e Monsieur Tizegarine non nasconde le sue
preoccupazioni: “Purtroppo sempre più mozabiti si
disinteressano delle tradizioni. Paradossalmente, mentre
molti studiosi occidentali vengono a visitare le nostre
cittadine perché sono affascinati dalle soluzioni urbanistiche e architettoniche realizzate dai nostri avi, la
gente del posto sembra lentamente staccarsi dalle proprie
radici culturali”.
La preoccupazione è ancora più grande se
pensiamo che il Mozab costituisce uno dei centri storici più
importanti di tutta l’Algeria e che, nonostante ripetuti
tentativi di proteggerlo, negli ultimi anni il boom edilizio
ha sfigurato le sue bellezze paesaggistiche, ponendo gravi
problemi soprattutto per ciò che riguarda la preservazione
dello stile mozabita e la gestione delle risorse ambientali.
Anche il giardino di Allah deve fare i conti con i
problemi portati dalla modernità.
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