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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Dialogo interreligioso: via alla Pace e alla Giustizia

di Maddalena Masutti

I viaggi del Papa in Egitto e Terra santa costituiscono un punto focale di riferimento per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Particolarmente significativi nel travagliato processo di pace tra Israele e l’Autorità palestinese, come nei riguardi delle minoranze del Medio Oriente.
“L’appartenenza religiosa non può essere motivo di discriminazione e nessuno deve sentirsi semplicemente ospite nel proprio paese...”

 

Differenze religiose:arricchimento reciproco

Ne parlò espressamente il Santo Padre nella sua prima tappa del “Pellegrinaggio ai luoghi legati alla storia della salvezza” e precisamente in Egitto (24.2.2000). Tra le personalità presenti oltre ad Hosni Moubarak, elogiato dal Papa per la sua attività a favore della pace, c’erano: Chenuda III il Papa del copti ortodossi, Stefanos II Ghattas Patriarca d’Alessandria dei Copti e presidente dell’Assemblea della gerarchia cattolica d’Egitto, il Gran Sceicco Mohammed Sayed Tantawi.

Felice di potersi trovare in uno dei luoghi particolarmente legati all’intervento di Dio nella storia, Giovanni Paolo II rievocò la grande civiltà dell’Egitto: un paese dove per cinque millenni sono fiorite arti e scienze ammirate dal mondo intero, dove si sono incontrate e mescolate culture e religioni differenti, arrivando ad una celebrità unica per saggezza ed erudizione.

“Nell’epoca cristiana, ad Alessandria, dove si era stabilita la Chiesa per merito della tradizione dell’evangelista Marco, vissero scrittori come Clemente ed Origene, Padri della Chiesa come Atanasio e Cirillo, una santa, Caterina d’Alessandria, la cui celebrità perdura ancora in tutto il mondo. 

L’Egitto fu anche il luogo dove uomini come Antonio e Pacomio diedero vita al monachesimo che ebbe un ruolo essenziale nelle tradizioni spirituali e culturali della Chiesa.

Il sopraggiungere dell’Islam portò a degli splendori artistici e del sapere che hanno esercitato un’influenza determinante nel mondo arabo e in Africa. Durante i secoli il popolo egiziano ha perseguito l’ideale dell’unità nazionale. Le differenze religiose non hanno mai costituito un ostacolo, ma una forma di reciproco arricchimento a servizio dell’unica comunità nazionale”.

Ad un certo punto il Papa amò ricordare le parole di Chenouda III: “L’Egitto non è il paese natale nel quale noi viviamo, ma il paese natale che vive in ciascuno di noi”.

Il Papa continuò poi affermando che l’unità e l’armonia della nazione sono valori preziosi che tutti i cittadini dovrebbero desiderare e che i dirigenti politici e religiosi dovrebbero promuovere di continuo, preoccupandosi pure di pace e giustizia nei diritti di tutti. Promise che la sua visita al monastero di S. Caterina, ai piedi del Monte Sinai sarebbe stato un momento di intensa preghiera per la pace e l’armonia interreligiosa. “Fare il male, incoraggiare la violenza e i conflitti in nome della religione costituisce una grandissima offesa verso Dio.  Ma la storia passata e presente fornisce molti esempi del cattivo uso che si fa della religione. Noi dobbiamo fare di tutto per rinforzare sempre più l’impegno a favore del dialogo interreligioso, grande segno di speranza per i popoli del mondo”.

 

In spirito di profondo rispetto e amicizia

Sono le parole con cui il Papa inizia il suo saluto al Re Abdullah II bin Al-Hussein, al suo governo “a tutti coloro che vivono nel Regno Hashemita di Giordania: i membri della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese Cristiane, i Musulmani che noi seguaci di Gesù Cristo teniamo in grande considerazione, e tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

Non è lo stile di convenienza proprio di un grande capo religioso che voglia rabbonirsi chi, d’autorità, ha potere su alcuni dei suoi seguaci che si trovano in minoranza. La Giordania, a lui familiare per le Sacre Scritture, santificata dalla presenza di Cristo stesso, ma anche da quella di Mosè, Elia e Giovanni Battista e tanti cristiani e martiri dei primi tempi della Chiesa, “è una terra famosa per l’ospitalità e l’apertura a tutti”. Si tratta di qualità del popolo giordano che egli stesso ha potuto riscontrare più volte nei colloqui con il defunto Re Hussein e nell’incontro in Vaticano con il Re attuale. Egli sa quanto Abdullah II si preoccupa per la pace nella sua terra e nell’intera regione, sa come ritenga importante che “tutti i Giordani, Musulmani e Cristiani si considerino un solo popolo e una sola famiglia”. Sta il fatto che, come già in Egitto, egli trova in Giordania una situazione politico-religiosa capace di porre le premesse indispensabili e possibili per una pace veramente voluta e cercata.

“In quest’area del mondo vi sono gravi ed urgenti questioni concernenti la giustizia, i diritti dei popoli e delle nazioni, che devono essere risolte per il bene di tutti coloro che sono coinvolti e come condizione di una pace duratura”. Senza pace non ci sarà sviluppo autentico nella regione, la pace deve dunque essere perseguita nonostante la lunghezza del cammino.

“Le tre religioni storiche monoteistiche includono fra i loro più importanti valori la pace, il bene e il rispetto per la persona umana. Spero vivamente che la mia visita rafforzi il dialogo già fecondo tra Cristiani e Musulmani che si sta portando avanti in Giordania, in particolare attraverso il Royal Interfaith Institute”.

 

Giustizia per tutti

A rendere tempestivamente importante il viaggio del Papa in Terra santa è il fatto che, secondo le tappe previste dal negoziato, dovrebbe concludersi il 13.9.2000 il processo di pace tra Israele e l’Autorità palestinese.

Accogliendo Giovanni Paolo II all’aeroporto di Tel-Aviv, il presidente israeliano Ezer Weizman, dopo il benvenuto, sintetizzò i 2000 anni di storia nei quali gli Ebrei, cacciati dal loro territorio e costretti alla dispersione e all’esilio, sognarono la rifondazione della loro patria. Ringraziò per il contributo dato dal Pontefice alla condanna dell’antisemitismo. Con l’intento forse di anticipare le risposte alle problematiche che avrebbe posto il Papa: “E’ importante, disse, che i figli della Chiesa conoscano anche la realtà della moderna Israele, dello Stato d’Israele dove convivono in pace e serenità Ebrei, Musulmani, Cristiani e seguaci di altre fedi. Fin dall’inizio, lo Stato d’Israele ha assicurato la libertà religiosa e il libero accesso ai luoghi sacri... Attualmente esso si trova nel mezzo di un processo di pace incoraggiante ed emozionante...”. Ricordò due volte: “La città di Gerusalemme è sempre stata il cuore del popolo giudaico di tutte le generazioni”.

Ancorato ad un trasparente appello di “giustizia per tutti”, il Papa si rifece, come risposta, alla preghiera, alla fede, al dialogo interreligioso che permetterà ad Ebrei, Cristiani e Mussulmani “di perseverare nella ricerca di una pace e una giustizia che la popolazione della Terra santa non gode ancora”.

Accolto poi da Yasser Arafat in Palestina, il Pontefice affermò chiaramente: “Nessuno può ignorare ciò che il popolo palestinese ha sofferto in questi ultimi decenni... Il vostro tormento è presente agli occhi del mondo... Esso è durato troppo a lungo”.

Sottolineò la costante posizione della Chiesa Cattolica nel conflitto con Israele: “La Santa Sede ha sempre riconosciuto che il popolo palestinese aveva il diritto naturale ad avere una patria, a poter vivere in pace e tranquillità con gli altri popoli della regione”.

Il Papa animò il suo viaggio con una schietta partecipazione personale: “Io ho costantemente affermato che non ci sarà mai fine a questo triste conflitto senza garanzie stabilite tenendo conto dei diritti di tutti i popoli interessati, basandosi sul diritto internazionale e sulla risoluzioni della Nazioni unite”.