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Dialogo interreligioso: via alla Pace e alla
Giustizia
di Maddalena Masutti
I viaggi del Papa in Egitto e Terra
santa costituiscono un punto focale di riferimento per
l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Particolarmente
significativi nel travagliato processo di pace tra Israele e
l’Autorità palestinese, come nei riguardi delle minoranze
del Medio Oriente.
“L’appartenenza religiosa non può
essere motivo di discriminazione e nessuno deve sentirsi
semplicemente ospite nel proprio paese...”
Differenze religiose:arricchimento
reciproco
Ne parlò espressamente il Santo Padre nella
sua prima tappa del “Pellegrinaggio ai luoghi legati alla
storia della salvezza” e precisamente in Egitto (24.2.2000).
Tra le personalità presenti oltre ad Hosni Moubarak, elogiato
dal Papa per la sua attività a favore della pace, c’erano:
Chenuda III il Papa del copti ortodossi, Stefanos II Ghattas
Patriarca d’Alessandria dei Copti e presidente
dell’Assemblea della gerarchia cattolica d’Egitto, il Gran
Sceicco Mohammed Sayed Tantawi.
Felice di potersi trovare in uno dei luoghi
particolarmente legati all’intervento di Dio nella storia,
Giovanni Paolo II rievocò la grande civiltà dell’Egitto:
un paese dove per cinque millenni sono fiorite arti e scienze
ammirate dal mondo intero, dove si sono incontrate e mescolate
culture e religioni differenti, arrivando ad una celebrità
unica per saggezza ed erudizione.
“Nell’epoca cristiana, ad Alessandria,
dove si era stabilita la Chiesa per merito della tradizione
dell’evangelista Marco, vissero scrittori come Clemente ed
Origene, Padri della Chiesa come Atanasio e Cirillo, una
santa, Caterina d’Alessandria, la cui celebrità perdura
ancora in tutto il mondo.
L’Egitto fu anche il luogo dove
uomini come Antonio e Pacomio diedero vita al monachesimo che
ebbe un ruolo essenziale nelle tradizioni spirituali e
culturali della Chiesa.
Il sopraggiungere dell’Islam portò a degli
splendori artistici e del sapere che hanno esercitato
un’influenza determinante nel mondo arabo e in Africa.
Durante i secoli il popolo egiziano ha perseguito l’ideale
dell’unità nazionale. Le differenze religiose non hanno mai
costituito un ostacolo, ma una forma di reciproco
arricchimento a servizio dell’unica comunità nazionale”.
Ad un certo punto il Papa amò ricordare le
parole di Chenouda III: “L’Egitto non è il paese natale
nel quale noi viviamo, ma il paese natale che vive in ciascuno
di noi”.
Il Papa continuò poi affermando che l’unità
e l’armonia della nazione sono valori preziosi che tutti i
cittadini dovrebbero desiderare e che i dirigenti politici e
religiosi dovrebbero promuovere di continuo, preoccupandosi
pure di pace e giustizia nei diritti di tutti. Promise che la
sua visita al monastero di S. Caterina, ai piedi del Monte
Sinai sarebbe stato un momento di intensa preghiera per la
pace e l’armonia interreligiosa. “Fare il male,
incoraggiare la violenza e i conflitti in nome della religione
costituisce una grandissima offesa verso Dio.
Ma la storia passata e presente fornisce molti esempi
del cattivo uso che si fa della religione. Noi dobbiamo fare
di tutto per rinforzare sempre più l’impegno a favore del
dialogo interreligioso, grande segno di speranza per i popoli
del mondo”.
In spirito di profondo rispetto e amicizia
Sono le parole con cui il Papa inizia il suo
saluto al Re Abdullah II bin Al-Hussein, al suo governo “a
tutti coloro che vivono nel Regno Hashemita di Giordania: i
membri della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese Cristiane,
i Musulmani che noi seguaci di Gesù Cristo teniamo in grande
considerazione, e tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.
Non è lo stile di convenienza proprio di un
grande capo religioso che voglia rabbonirsi chi, d’autorità,
ha potere su alcuni dei suoi seguaci che si trovano in
minoranza. La Giordania, a lui familiare per le Sacre
Scritture, santificata dalla presenza di Cristo stesso, ma
anche da quella di Mosè, Elia e Giovanni Battista e tanti
cristiani e martiri dei primi tempi della Chiesa, “è una
terra famosa per l’ospitalità e l’apertura a tutti”. Si
tratta di qualità del popolo giordano che egli stesso ha
potuto riscontrare più volte nei colloqui con il defunto Re
Hussein e nell’incontro in Vaticano con il Re attuale. Egli
sa quanto Abdullah II si preoccupa per la pace nella sua terra
e nell’intera regione, sa come ritenga importante che
“tutti i Giordani, Musulmani e Cristiani si considerino un
solo popolo e una sola famiglia”. Sta il fatto che, come già
in Egitto, egli trova in Giordania una situazione
politico-religiosa capace di porre le premesse indispensabili
e possibili per una pace veramente voluta e cercata.
“In quest’area del mondo vi sono gravi ed
urgenti questioni concernenti la giustizia, i diritti dei
popoli e delle nazioni, che devono essere risolte per il bene
di tutti coloro che sono coinvolti e come condizione di una
pace duratura”. Senza pace non ci sarà sviluppo autentico
nella regione, la pace deve dunque essere perseguita
nonostante la lunghezza del cammino.
“Le tre religioni storiche monoteistiche
includono fra i loro più importanti valori la pace, il bene e
il rispetto per la persona umana. Spero vivamente che la mia
visita rafforzi il dialogo già fecondo tra Cristiani e
Musulmani che si sta portando avanti in Giordania, in
particolare attraverso il Royal Interfaith Institute”.
Giustizia per tutti
A rendere tempestivamente importante il
viaggio del Papa in Terra santa è il fatto che, secondo le
tappe previste dal negoziato, dovrebbe concludersi il
13.9.2000 il processo di pace tra Israele e l’Autorità
palestinese.
Accogliendo Giovanni Paolo II all’aeroporto
di Tel-Aviv, il presidente israeliano Ezer Weizman, dopo il
benvenuto, sintetizzò i 2000 anni di storia nei quali gli
Ebrei, cacciati dal loro territorio e costretti alla
dispersione e all’esilio, sognarono la rifondazione della
loro patria.
Ringraziò per il contributo dato dal Pontefice alla condanna
dell’antisemitismo. Con l’intento forse di anticipare le
risposte alle problematiche che avrebbe posto il Papa: “E’
importante, disse, che i figli della Chiesa conoscano anche la
realtà della moderna Israele, dello Stato d’Israele dove
convivono in pace e serenità Ebrei, Musulmani, Cristiani e
seguaci di altre fedi. Fin dall’inizio, lo Stato d’Israele
ha assicurato la libertà religiosa e il libero accesso ai
luoghi sacri... Attualmente esso si trova nel mezzo di un
processo di pace incoraggiante ed emozionante...”. Ricordò
due volte: “La città di Gerusalemme è sempre stata il
cuore del popolo giudaico di tutte le generazioni”.
Ancorato
ad un trasparente appello di “giustizia per tutti”, il
Papa si rifece, come risposta, alla preghiera, alla fede, al
dialogo interreligioso che permetterà ad Ebrei, Cristiani e
Mussulmani “di perseverare nella ricerca di una pace e una
giustizia che la popolazione della Terra santa non gode
ancora”.
Accolto poi da Yasser Arafat in Palestina, il
Pontefice affermò chiaramente: “Nessuno può ignorare ciò
che il popolo palestinese ha sofferto in questi ultimi
decenni... Il vostro tormento è presente agli occhi del
mondo... Esso è durato troppo a lungo”.
Sottolineò la costante posizione della
Chiesa Cattolica nel conflitto con Israele: “La Santa Sede
ha sempre riconosciuto che il popolo palestinese aveva il
diritto naturale ad avere una patria, a poter vivere in pace e
tranquillità con gli altri popoli della regione”.
Il Papa animò il suo viaggio con una
schietta partecipazione personale: “Io ho costantemente
affermato che non ci sarà mai fine a questo triste conflitto
senza garanzie stabilite tenendo conto dei diritti di tutti i
popoli interessati, basandosi sul diritto internazionale e
sulla risoluzioni della Nazioni unite”.
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