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Musulmani in Italia: alcuni aspetti e
tendenze delle comunità islamiche
All’inizio del 1994, la rivista
“africa” pubblicò un dossier sull’islam in Italia.
L’argomento non era ancora stato trattato nel suo insieme
dalla stampa missionaria e suscitò non poco interesse fra i
lettori. La Redazione dovette procedere alla ristampa del
numero. A sei anni di distanza la “domanda d’islam” non
accenna a diminuire e non c’è da meravigliarsi: si constata
che ci troviamo davanti a comunità musulmane numerose e in
espansione, presenti in tutte le regioni italiane e con un
grado sempre più alto di visibilità
La seconda religione d’Italia
Quanti sono attualmente i musulmani in
Italia? Il Dossier Statistico ‘99 della Caritas di Roma che
è l’organismo più competente in materia, parla di 436.000
musulmani, per l’insieme del territorio nazionale.
Si tratta dei regolari. Questa cifra
rappresenta il 35,4% dell’insieme della popolazione
immigrata, costituita da 1.250.000 persone, fra le quali il
gruppo più numeroso resta sempre quello costituito dagli
immigrati di appartenenza cristiana con il 50,9%, mentre gli
altri gruppi religiosi (buddisti, indù, animisti...) si
spartiscono il restante 13,7%.
Se si confrontano queste cifre con quelle di
sei anni fa si costata l’aumento percentuale dei musulmani
di quasi due punti. Esso è dovuto ai nuovi arrivi di
immigrati, ma anche ai ricongiungimenti famigliari che
l’Italia favorisce e che portano sul nostro suolo numerosi
bambini e donne.
A queste cifre di regolari, vanno aggiunti
quegli immigrati che non hanno ancora il permesso di soggiorno
o è scaduto, cioè gli irregolari o clandestini. Quanti sono
i musulmani in questa situazione? Non è facile rispondere.
P. Bruno Mioli, direttore del settore
Immigrazione, nella fondazione Migrantes di Roma, a partire da
rilevamenti fatti sul terreno, parla di circa 70.000
individui. Sommandoli ai regolari, si ottiene una cifra che va
oltre i 500.000 musulmani ed è destinata a crescere. Ad essi
vanno aggiunti, e non solo per l’importanza numerica (circa
10.000), ma anche per l’influenza e il ruolo che svolgono, i
convertiti italiani all’islam, una componente ancora poco
nota al grande pubblico.
Tutto ciò ci fa toccare con mano che
l’islam è ormai la seconda religione d’Italia dopo i
cattolici e molto prima dei protestanti e degli evangelici. La
cosa di cui non si ha sempre coscienza, è che sta aumentando
in modo vertiginoso. Per diverse ragioni. Il nostro paese ha
bisogno di manodopera giovane dato l’invecchiamento della
popolazione. Il 19 Ottobre scorso, alla presentazione del
Dossier Caritas, l’On. Maritati, sottosegretario agli
Interni, parlò di circa 60.000 nuovi permessi di soggiorno
che sarebbero d’ora in poi accordati annualmente ad
altrettanti immigrati. Fra i beneficiari non vi sono solo
musulmani. Si sa però che l’Italia riserverà su questa
cifra, a motivo di particolari accordi, un numero rilevante di
posti al Marocco, alla Tunisia e all’Albania, paesi a
maggioranza islamica. Inoltre nella maxisanatoria dello scorso
anno, sui circa 240.000 irregolari che hanno chiesto un
permesso di soggiorno, 1.000 circa hanno ottenuto finora una
risposta positiva. Fra costoro, i musulmani sono più della
metà. Ultima ragione per cui i musulmani aumentano in Italia
è il loro tasso elevato di natalità. Si ricordino i titoli
di certi giornali al capodanno 2000, anche se valevano per
tutti gli immigrati: “Italia, tanti stranieri tra i primi
nati”, “Nati in ripresa, extracomunitari”... Non sono
disponibili statistiche esatte, ma fra i 56.000 studenti figli
di immigrati (1998) che frequentano le nostre scuole, la
percentuale dei musulmani è superiore a quella che la comunità
islamica rappresenta a livello nazionale.
Musulmani del “Revival”
Quando sono giunti? A partire dal 1973. Fino
allora, i pochi musulmani presenti in Italia erano
rappresentati da gruppi di studenti mediorientali, riuniti in
un’organizzazione studentesca, l’Usmi. Ma da quell’anno
che segna la guerra del Kippur tra Egitto e Israele e il
conseguente primo choc petrolifero, i paesi dell’Europa
chiudono di colpo le loro frontiere agli immigrati. Questi,
dopo un momento di stasi, scoprono che le coste italiane sono
permeabili e cominciano ad entrare. A partire dagli anni ‘80
l’immigrazione diventa sempre più vistosa, soprattutto in
provenienza dell’area mediterranea, seguita nel tempo da
quella africana, est europea ed asiatica.
L’Italia si sostituisce così all’Europa
del Nord nell’accoglienza degli immigrati. Ma con differenze
notevoli.
Innanzitutto l’Italia, priva di una storia
coloniale prolungata, non era legata a nessun paese in
particolare, come altre nazioni europee. La Francia aveva
aperto le porte da tempo ai
nordafricani, l’Inghilterra ai pakistani, la Germania ai
turchi, l’Olanda agli indonesiani... Il nostro paese invece
apre praticamente a tutti e si trova ad ospitare gruppi
appartenenti a numerose nazioni e ad aree culturali diverse.
L’inquadrato qui sotto può dare un’idea precisa di questa
varietà di presenze.
E c’è un’altra differenza che sfugge
spesso alle analisi. I musulmani che sono approdati sulle
coste italiane dagli anni ‘80 in poi, non sono su un piano
sociologico e psicologico, gli stessi che immigrarono
nell’Europa della ricostruzione. Questi cercarono di
inserirsi con discrezione, tenendo relativamente nascosto il
loro islam per un periodo considerevole.
Quelli dell’Italia
sono invece i musulmani del “Revival islamico”. Attraverso
la scuola o i media, essi hanno assorbito in patria la
propaganda del nazionalismo panarabico e panislamico e subito
l’influenza dei Fratelli Musulmani, fondamentalisti e
profondamente antioccidentali. Hanno assistito e plaudito
all’azione dei paesi dell’Opec (esportatori di petrolio,
quasi tutti musulmani) che hanno saputo e sanno condizionare
in parte l’economia di un Occidente detestato e ritenuto
invincibile.
Questo spiega in parte perchè i fedeli
dell’islam (in particolare dell’area nordafricana e
mediorientale) hanno un atteggiamento non di rado arrogante di
fronte alla cultura occidentale ed al cristianesimo,
considerati da loro come una realtà unica. Essi hanno tirato
fuori l’islam molto presto dalle valige, secondo
l’immagine del sociologo Stefano Allievi, ed esprimono la
volontà di renderlo subito visibile al gran giorno, come
rivendicano senza ambagi quelli che ritengono i loro diritti.
E’ un’accelerazione dei processi immigratori che non si
era ancora vista altrove.
E si può notare un’ulteriore
caratteristica dell’islam in Italia, di segno diverso in un
certo senso, studiata dai sociologi dell’Università di
Padova. Se è vero che la stragrande maggioranza degli
immigrati viene qui per sfuggire alla povertà e cercare un
avvenire migliore, esiste una componente che persegue anche
altri intenti. Ci sono immigrati che hanno seguito studi seri
e che potrebbero anche sperare un lavoro a casa loro, ma
vengono perchè desiderano vivere una vita differente.
Vogliono conoscere il mondo in un’atmosfera aperta, vivere
esperienze nuove, approfondire le loro conoscenze e la loro
formazione. E questo non solo su un piano generale, culturale
diremmo, ma anche religioso. Una ragazza marocchina, laureata,
che vive in provincia di Modena e che si occupa della
contabilità di un’azienda agricola, afferma: “Non potevo
restare nel mio paese, dove so pertinentemente che la mia vita
è già decisa e scandita da una legge islamica, scritta per
me, in una prospettiva maschilista che mi chiude ogni
orizzonte di novità. Voglio vivere l’islam in modo
personale e libero”.
Sono aspetti che possono fare intuire la
varietà dell’islam italiano, come pure la sua complessità.
Può sembrare a volte poco disposto al dialogo e
all’integrazione, ma può rivelare anche aspetti di ricerca
insospettati. E’ rischioso giudicarlo, come si fa a volte,
solo a partire dalle affermazioni di certi suoi leaders o a
partire da quello che è l’islam in generale. Esistono realtà
nuove, in movimento, sia sul piano culturale che religioso.
Stabilità e mobilità
Quando negli anni ‘60 l’Europa apriva le
porte agli immigrati musulmani, li considerava “Gastarbeiter”,
operai ospiti, che sarebbero rientrati in patria dopo aver
messo da parte un buon gruzzolo. Non è stato così: i
“Gasterbeiter” sono rimasti. Oggi, ad esempio, la Germania
ha due milioni e mezzo di turchi, la Francia tre milioni di
nordafricani, il Regno Unito, un milione di indopakistani. Che
resteranno.
E in Italia? Anche su questo punto i processi
immigratori sono stati più veloci.
Generalizzando un po’ si può dire che la componente araba
dei musulmani, presente tra noi, (seguita in questo da quella
albanese), si è mostrata subito decisa a restare. Sono qui
per edificare la loro vita in Italia, per sè e per i propri
figli. Quasi tutti maschi fino a qualche anno fa, ora le donne
sono presenti nella misura del 30%. La componente sud
sahariana, invece, soprattutto senegalese, è orientata ad una
presenza limitata nel tempo. Si tratta di giovani o giovani
adulti che vogliono guadagnare prima di ritornare in Senegal,
lasciando il posto poi ad altri compatrioti, a cui sono legati
intensamente, tramite una confraternita religiosa.
Il tipo di inserimento in Italia è quanto
mai vario. Ma si possano individuare alcune linee di tendenza
che sono legate alle condizioni dell’Italia, oltre a quanto
si è detto. La maggioranza dei musulmani si trova nel
centro-nord d’Italia, meno nel sud e nelle isole.
Essi cercano le zone dove c’è lavoro
stabile, soprattutto in Emilia, Veneto, Friuli, ma anche in
Lombardia e Piemonte. Ormai sono integrati oltre che al ciclo
produttivo, anche al tessuto socio-culturale delle regioni.
Molti accordi locali che portano sull’orario del lavoro, le
mense “hallal”, il giorno di riposo al venerdì, i luoghi
di preghiera... permettono l’affermazione della loro
diversità, ma anche un grado di integrazione notevole. Per
quanto riguarda il tipo di lavoro, alcune inchieste mostrano
che i nordafricani preferiscono per ora il lavoro dipendente,
mentre i senegalesi guardano con interesse ad un'attività
imprenditoriale autonoma.
L’islam d’Italia non è monolitico
La vecchia convinzione, radicata nella nostra
cultura, che l’islam sia un blocco monolitico, resiste
ancora. Eppure la realtà è ben diversa. Il miliardo e oltre
di musulmani che popolano oggi la terra sono differenti su
tutto o quasi: lingua, razza, esperienza storica, usi e
costumi...
Questa diversità si riscontra in miniatura
nell’islam d’Italia. Gli immigrati non sono entrati nel
nostro paese con un passaporto musulmano: sono entrati come
marocchini, tunisini, albanesi, senegalesi... e lo restano
profondamente. Le loro culture, le loro lingue, le loro
tradizioni si giustappongono senza fondersi e a volte si
oppongono, non solo su un piano nazionale, ma anche sul piano
religioso islamico. Un esempio significativo è quello degli
Arabi e dei Senegalesi: l’ostilità fra i due gruppi non è
da sperimentare. Gli Arabi, originari dall’Africa del Nord e
dal Medio Oriente, si considerano per ragioni storiche i
detentori della verità e della purezza dell’islam (il
Corano, affermano, è stato rivelato a loro in lingua araba e
lo hanno diffuso loro nel mondo); per questo guardano con
sospetto i Senegalesi, considerati poco ortodossi se non
addirittura viziati di superstizione e magia. I Senegalesi dal
canto loro vivono a parte e mantengono tenacemente la loro
coesione di gruppo, senza lasciarsi influenzare. Qua e là gli
urti non mancano.
Eppure malgrado le diversità di etnia, di
nazionalità e di esperienza religiosa, i musulmani d’Italia
hanno qualcosa che è comune a tutti o quasi. C’è un
nocciolo duro che resiste al di là delle differenze e che
sarebbe errato ignorare. Questo nocciolo si può individuare
soprattutto in due atteggiamenti: il senso di appartenenza
all’Umma (Comunità musulmana), di cui sono fieri e la
fedeltà ad alcune pratiche cultuali fra le quali spicca il
digiuno del Ramadham e l’osservanza dei riti islamici di
passaggio: circoncisione, matrimonio endogamo per la donna,
spazi cimiteriali islamici al momento del decesso.
Conclusione
Qualche parola di conclusione al termine di
queste considerazioni che vogliono essere, non uno studio di
insieme dell’Islam in Italia, ma solo la sottolineatura di
alcuni aspetti rilevanti e non abbastanza conosciuti.
Un’evidenza si impone: viviamo ormai in
modo incontrovertibile in una società plurietnica e
multireligiosa. Può sorprendere, preoccupare, ma è una realtà
a cui siamo necessariamente confrontati, sul piano civile,
come sul piano dei rapporti religiosi. L’islam che è in
Italia è un mondo in piena evoluzione. Non ne conosciamo
ancora tutti gli aspetti, né possiamo indicare quale sbocco
possono avere certe sue tendenze. E’ solo portando uno
sguardo attento ai suoi fedeli alla base che si potrà sperare
di capirne il futuro.
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