AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Musulmani in Italia: alcuni aspetti e tendenze delle comunità islamiche

All’inizio del 1994, la rivista “africa” pubblicò un dossier sull’islam in Italia. L’argomento non era ancora stato trattato nel suo insieme dalla stampa missionaria e suscitò non poco interesse fra i lettori. La Redazione dovette procedere alla ristampa del numero. A sei anni di distanza la “domanda d’islam” non accenna a diminuire e non c’è da meravigliarsi: si constata che ci troviamo davanti a comunità musulmane numerose e in espansione, presenti in tutte le regioni italiane e con un grado sempre più alto di visibilità

La seconda religione d’Italia

Quanti sono attualmente i musulmani in Italia? Il Dossier Statistico ‘99 della Caritas di Roma che è l’organismo più competente in materia, parla di 436.000 musulmani, per l’insieme del territorio nazionale.

Si tratta dei regolari. Questa cifra rappresenta il 35,4% dell’insieme della popolazione immigrata, costituita da 1.250.000 persone, fra le quali il gruppo più numeroso resta sempre quello costituito dagli immigrati di appartenenza cristiana con il 50,9%, mentre gli altri gruppi religiosi (buddisti, indù, animisti...) si spartiscono il restante 13,7%.

Se si confrontano queste cifre con quelle di sei anni fa si costata l’aumento percentuale dei musulmani di quasi due punti. Esso è dovuto ai nuovi arrivi di immigrati, ma anche ai ricongiungimenti famigliari che l’Italia favorisce e che portano sul nostro suolo numerosi bambini e donne.

A queste cifre di regolari, vanno aggiunti quegli immigrati che non hanno ancora il permesso di soggiorno o è scaduto, cioè gli irregolari o clandestini. Quanti sono i musulmani in questa situazione? Non è facile rispondere.

P. Bruno Mioli, direttore del settore Immigrazione, nella fondazione Migrantes di Roma, a partire da rilevamenti fatti sul terreno, parla di circa 70.000 individui. Sommandoli ai regolari, si ottiene una cifra che va oltre i 500.000 musulmani ed è destinata a crescere. Ad essi vanno aggiunti, e non solo per l’importanza numerica (circa 10.000), ma anche per l’influenza e il ruolo che svolgono, i convertiti italiani all’islam, una componente ancora poco nota al grande pubblico.

Tutto ciò ci fa toccare con mano che l’islam è ormai la seconda religione d’Italia dopo i cattolici e molto prima dei protestanti e degli evangelici. La cosa di cui non si ha sempre coscienza, è che sta aumentando in modo vertiginoso. Per diverse ragioni. Il nostro paese ha bisogno di manodopera giovane dato l’invecchiamento della popolazione. Il 19 Ottobre scorso, alla presentazione del Dossier Caritas, l’On. Maritati, sottosegretario agli Interni, parlò di circa 60.000 nuovi permessi di soggiorno che sarebbero d’ora in poi accordati annualmente ad altrettanti immigrati. Fra i beneficiari non vi sono solo musulmani. Si sa però che l’Italia riserverà su questa cifra, a motivo di particolari accordi, un numero rilevante di posti al Marocco, alla Tunisia e all’Albania, paesi a maggioranza islamica. Inoltre nella maxisanatoria dello scorso anno, sui circa 240.000 irregolari che hanno chiesto un permesso di soggiorno, 1.000 circa hanno ottenuto finora una risposta positiva. Fra costoro, i musulmani sono più della metà. Ultima ragione per cui i musulmani aumentano in Italia è il loro tasso elevato di natalità. Si ricordino i titoli di certi giornali al capodanno 2000, anche se valevano per tutti gli immigrati: “Italia, tanti stranieri tra i primi nati”, “Nati in ripresa, extracomunitari”... Non sono disponibili statistiche esatte, ma fra i 56.000 studenti figli di immigrati (1998) che frequentano le nostre scuole, la percentuale dei musulmani è superiore a quella che la comunità islamica rappresenta a livello nazionale.

 

Musulmani del “Revival”

Quando sono giunti? A partire dal 1973. Fino allora, i pochi musulmani presenti in Italia erano rappresentati da gruppi di studenti mediorientali, riuniti in un’organizzazione studentesca, l’Usmi. Ma da quell’anno che segna la guerra del Kippur tra Egitto e Israele e il conseguente primo choc petrolifero, i paesi dell’Europa chiudono di colpo le loro frontiere agli immigrati. Questi, dopo un momento di stasi, scoprono che le coste italiane sono permeabili e cominciano ad entrare. A partire dagli anni ‘80 l’immigrazione diventa sempre più vistosa, soprattutto in provenienza dell’area mediterranea, seguita nel tempo da quella africana, est europea ed asiatica.

L’Italia si sostituisce così all’Europa del Nord nell’accoglienza degli immigrati. Ma con differenze notevoli.

Innanzitutto l’Italia, priva di una storia coloniale prolungata, non era legata a nessun paese in particolare, come altre nazioni europee. La Francia aveva aperto le porte da tempo ai nordafricani, l’Inghilterra ai pakistani, la Germania ai turchi, l’Olanda agli indonesiani... Il nostro paese invece apre praticamente a tutti e si trova ad ospitare gruppi appartenenti a numerose nazioni e ad aree culturali diverse. L’inquadrato qui sotto può dare un’idea precisa di questa varietà di presenze.
E c’è un’altra differenza che sfugge spesso alle analisi. I musulmani che sono approdati sulle coste italiane dagli anni ‘80 in poi, non sono su un piano sociologico e psicologico, gli stessi che immigrarono nell’Europa della ricostruzione. Questi cercarono di inserirsi con discrezione, tenendo relativamente nascosto il loro islam per un periodo considerevole.

Quelli dell’Italia sono invece i musulmani del “Revival islamico”. Attraverso la scuola o i media, essi hanno assorbito in patria la propaganda del nazionalismo panarabico e panislamico e subito l’influenza dei Fratelli Musulmani, fondamentalisti e profondamente antioccidentali. Hanno assistito e plaudito all’azione dei paesi dell’Opec (esportatori di petrolio, quasi tutti musulmani) che hanno saputo e sanno condizionare in parte l’economia di un Occidente detestato e ritenuto invincibile.

Questo spiega in parte perchè i fedeli dell’islam (in particolare dell’area nordafricana e mediorientale) hanno un atteggiamento non di rado arrogante di fronte alla cultura occidentale ed al cristianesimo, considerati da loro come una realtà unica. Essi hanno tirato fuori l’islam molto presto dalle valige, secondo l’immagine del sociologo Stefano Allievi, ed esprimono la volontà di renderlo subito visibile al gran giorno, come rivendicano senza ambagi quelli che ritengono i loro diritti. E’ un’accelerazione dei processi immigratori che non si era ancora vista altrove.

E si può notare un’ulteriore caratteristica dell’islam in Italia, di segno diverso in un certo senso, studiata dai sociologi dell’Università di Padova. Se è vero che la stragrande maggioranza degli immigrati viene qui per sfuggire alla povertà e cercare un avvenire migliore, esiste una componente che persegue anche altri intenti. Ci sono immigrati che hanno seguito studi seri e che potrebbero anche sperare un lavoro a casa loro, ma vengono perchè desiderano vivere una vita differente. Vogliono conoscere il mondo in un’atmosfera aperta, vivere esperienze nuove, approfondire le loro conoscenze e la loro formazione. E questo non solo su un piano generale, culturale diremmo, ma anche religioso. Una ragazza marocchina, laureata, che vive in provincia di Modena e che si occupa della contabilità di un’azienda agricola, afferma: “Non potevo restare nel mio paese, dove so pertinentemente che la mia vita è già decisa e scandita da una legge islamica, scritta per me, in una prospettiva maschilista che mi chiude ogni orizzonte di novità. Voglio vivere l’islam in modo personale e libero”.

Sono aspetti che possono fare intuire la varietà dell’islam italiano, come pure la sua complessità. Può sembrare a volte poco disposto al dialogo e all’integrazione, ma può rivelare anche aspetti di ricerca insospettati. E’ rischioso giudicarlo, come si fa a volte, solo a partire dalle affermazioni di certi suoi leaders o a partire da quello che è l’islam in generale. Esistono realtà nuove, in movimento, sia sul piano culturale che religioso.

 

Stabilità e mobilità

Quando negli anni ‘60 l’Europa apriva le porte agli immigrati musulmani, li considerava “Gastarbeiter”, operai ospiti, che sarebbero rientrati in patria dopo aver messo da parte un buon gruzzolo. Non è stato così: i “Gasterbeiter” sono rimasti. Oggi, ad esempio, la Germania ha due milioni e mezzo di turchi, la Francia tre milioni di nordafricani, il Regno Unito, un milione di indopakistani. Che resteranno.

E in Italia? Anche su questo punto i processi immigratori sono stati più veloci. Generalizzando un po’ si può dire che la componente araba dei musulmani, presente tra noi, (seguita in questo da quella albanese), si è mostrata subito decisa a restare. Sono qui per edificare la loro vita in Italia, per sè e per i propri figli. Quasi tutti maschi fino a qualche anno fa, ora le donne sono presenti nella misura del 30%. La componente sud sahariana, invece, soprattutto senegalese, è orientata ad una presenza limitata nel tempo. Si tratta di giovani o giovani adulti che vogliono guadagnare prima di ritornare in Senegal, lasciando il posto poi ad altri compatrioti, a cui sono legati intensamente, tramite una confraternita religiosa.

Il tipo di inserimento in Italia è quanto mai vario. Ma si possano individuare alcune linee di tendenza che sono legate alle condizioni dell’Italia, oltre a quanto si è detto. La maggioranza dei musulmani si trova nel centro-nord d’Italia, meno nel sud e nelle isole.

Essi cercano le zone dove c’è lavoro stabile, soprattutto in Emilia, Veneto, Friuli, ma anche in Lombardia e Piemonte. Ormai sono integrati oltre che al ciclo produttivo, anche al tessuto socio-culturale delle regioni. Molti accordi locali che portano sull’orario del lavoro, le mense “hallal”, il giorno di riposo al venerdì, i luoghi di preghiera... permettono l’affermazione della loro diversità, ma anche un grado di integrazione notevole. Per quanto riguarda il tipo di lavoro, alcune inchieste mostrano che i nordafricani preferiscono per ora il lavoro dipendente, mentre i senegalesi guardano con interesse ad un'attività imprenditoriale autonoma.

 

L’islam d’Italia non è monolitico

La vecchia convinzione, radicata nella nostra cultura, che l’islam sia un blocco monolitico, resiste ancora. Eppure la realtà è ben diversa. Il miliardo e oltre di musulmani che popolano oggi la terra sono differenti su tutto o quasi: lingua, razza, esperienza storica, usi e costumi...

Questa diversità si riscontra in miniatura nell’islam d’Italia. Gli immigrati non sono entrati nel nostro paese con un passaporto musulmano: sono entrati come marocchini, tunisini, albanesi, senegalesi... e lo restano profondamente. Le loro culture, le loro lingue, le loro tradizioni si giustappongono senza fondersi e a volte si oppongono, non solo su un piano nazionale, ma anche sul piano religioso islamico. Un esempio significativo è quello degli Arabi e dei Senegalesi: l’ostilità fra i due gruppi non è da sperimentare. Gli Arabi, originari dall’Africa del Nord e dal Medio Oriente, si considerano per ragioni storiche i detentori della verità e della purezza dell’islam (il Corano, affermano, è stato rivelato a loro in lingua araba e lo hanno diffuso loro nel mondo); per questo guardano con sospetto i Senegalesi, considerati poco ortodossi se non addirittura viziati di superstizione e magia. I Senegalesi dal canto loro vivono a parte e mantengono tenacemente la loro coesione di gruppo, senza lasciarsi influenzare. Qua e là gli urti non mancano.

Eppure malgrado le diversità di etnia, di nazionalità e di esperienza religiosa, i musulmani d’Italia hanno qualcosa che è comune a tutti o quasi. C’è un nocciolo duro che resiste al di là delle differenze e che sarebbe errato ignorare. Questo nocciolo si può individuare soprattutto in due atteggiamenti: il senso di appartenenza all’Umma (Comunità musulmana), di cui sono fieri e la fedeltà ad alcune pratiche cultuali fra le quali spicca il digiuno del Ramadham e l’osservanza dei riti islamici di passaggio: circoncisione, matrimonio endogamo per la donna, spazi cimiteriali islamici al momento del decesso.

 

Conclusione

Qualche parola di conclusione al termine di queste considerazioni che vogliono essere, non uno studio di insieme dell’Islam in Italia, ma solo la sottolineatura di alcuni aspetti rilevanti e non abbastanza conosciuti.

Un’evidenza si impone: viviamo ormai in modo incontrovertibile in una società plurietnica e multireligiosa. Può sorprendere, preoccupare, ma è una realtà a cui siamo necessariamente confrontati, sul piano civile, come sul piano dei rapporti religiosi. L’islam che è in Italia è un mondo in piena evoluzione. Non ne conosciamo ancora tutti gli aspetti, né possiamo indicare quale sbocco possono avere certe sue tendenze. E’ solo portando uno sguardo attento ai suoi fedeli alla base che si potrà sperare di capirne il futuro.