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Sedotti dal deserto
Testo e foto di Marco Trovato
"africa" vi propone un
viaggio nelle Oasi del deserto algerino, dove il vento
sahariano spazza i minareti delle moschee e dove il tempo è
scandito dalle grida dei muezzin. Qui, tra epiche avventure e
difficoltà di ogni genere, sono sorte le prime comunità
cristiane del Sahara. Qui operano da anni gli eredi di mons.
Charles Lavigerie e di Charles de Foucauld, un gruppo di
religiosi impegnati a tessere, giorno dopo giorno, la tela del
dialogo con la comunità musulmana. Un reportage dedicato agli
sforzi, alle sofferenze e ai successi di una chiesa ferita da
assassini e atti di terrorismo, che si ostina a voler rimanere
accanto alla gente.
Diocesi di Laghouat, Algeria
Quando raggiungo Timimoun, il sole se n'è
già andato e il vento serale comincia a inondare di
sabbia le strade dell'oasi. Le donne si riparano avvolgendosi
in lunghi veli colorati, i contadini tornano dagli orti
carichi di datteri, i bambini escono dalla scuola coranica
ripetendo a voce alta i versetti sacri imparati a memoria. Il
mercato si svuota in fretta mentre gli altoparlanti della
moschea richiamano i fedeli all'ultima preghiera della
giornata. Timimoun è un'isola di vita e di frescura nel cuore
del Sahara algerino. Le forme degli edifici ricordano i motivi
dell'architettura sudanese. E' stato curiosamente un capitano
francese, ai tempi della colonia, a volere per l'oasi
un'urbanistica tanto originale che ben si compone con il
paesaggio circostante: le curve dorate delle dune e il bacino
disseccato di un grande lago salato. Il dedalo dei vicoli è
percorso da piccoli canali d'irrigazione che conducono ai
giardini: negli appezzamenti strappati al deserto si pratica
un'agricoltura basata sulle palme da dattero, gli alberi da
frutto, gli ortaggi. "Coltivare frutta e verdura nel
deserto ha del miracoloso" - commenta Aziz, la mia guida
- "Infatti, questi rigogliosi giardini vengono chiamati
jenna, che in lingua araba vuol dire paradiso". Sembra
incredibile, ma qui la terra è fertile e l'acqua abbondante.
La falda freatica non è molto vicina: il flusso idrico è
però assicurato dalle "foggara", veri e propri
tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri, scavati
dall'uomo per catturare e portare nell'oasi l'acqua prodottasi
per capillarità e per condensazione sotto le grandi dune. Nei
canali principali, delle pietre a forma di pettine
ripartiscono la misura d'acqua alla quale ciascuno ha diritto,
in proporzione alla dimensione dell'orto e al numero dei
componenti familiari. "L'acqua è sinonimo di vita e
viene considerata il dono più prezioso di Dio" - mi
spiega ancora Aziz - "Un'antica leggenda narra che Allah,
in collera con gli uomini, decise un giorno di punirli facendo
piovere sulla Terra un granello di sabbia per ogni loro
peccato: così nacque il Sahara... Poi Allah decise di far
comprendere agli uomini che il Paradiso esisteva davvero e
disseminò il deserto di oasi rigogliose piene d'acqua".
Una piccola comunità cristiana
A Timimoun non ci sono parrocchie né
missioni: una piccola comunità di Suore Bianche rappresenta
l'unica presenza della Chiesa nel raggio di centinaia di
chilometri. Vivono in mezzo ad un quartiere popolare, il
"deux cents logements", una distesa di edifici
squadrati, identici tra loro, rossi come la terra delle strade
che si incendia al tramonto. La loro casa è semplice e
accogliente: tre piccole stanze, una cucina, un salone che
funge anche da sala da pranzo, da cappella e, all'occorrenza,
da chiesa. "Lo spazio non è molto, ma è più che
sufficiente per ospitare gli amici che desiderano farci
visita", mi spiegano le suore. "Per noi è
fondamentale vivere come la gente di qui, mischiarci con loro
per condividere la vita di tutti i giorni, per instaurare dei
rapporti di amicizia e di fiducia reciproca". La
comunità è stata aperta una trentina di anni fa da Anna
Maria Colombo, una laica italiana piena di energia e di
speranza. "Venne qui perché credeva possibile dialogare
e vivere insieme ai musulmani", raccontano. "Non era
interessata a fare proselitismi o avviare opere di
solidarietà, desiderava solo immergersi nella vita dell'oasi
testimoniando, con la sua presenza, l'amore verso la gente del
posto... Per le donne di Timimoun divenne ben presto un'amica
fidata, con la quale trascorrere piacevolmente le ore a cucire
insieme e confidarsi". Oggi l'eredità lasciata da Anna
Maria è stata raccolta da tre suore impegnate su vari fronti:
Magdalene, 63 anni, di nazionalità tedesca, è un'infermiera
specializzata in rieducazione motoria e fornisce assistenza
domiciliare a persone con vari problemi fisici. "La gente
mi accoglie con affetto" - racconta - "Per
ringraziarmi, mi offrono il tradizionale tè alla menta:
simbolo di amicizia, ospitalità e profondo rispetto".
Gabrièle, 43 anni, chiamata da tutti semplicemente Gabri, si
interessa dei bambini con le situazioni familiari più
difficili: "Dopo la scuola organizzo dei giochi
pedagogici, disegniamo, facciamo un po' di ginnastica, stiamo
insieme per farci forza a vicenda". Renée, infine, si
occupa della formazione femminile. Ogni giorno parte con il
suo fuoristrada per raggiungere i villaggi che sorgono ai
margini delle dune: piccole oasi assediate dalla sabbia, dove
la temperatura media in estate non scende mai sotto i 50 gradi
e dove il tempo è scandito dalle grida dei muezzin.
La condizione della donna
La compagna di viaggio di Renée è una
vecchia valigia impolverata piena di fili, aghi e canovacci. Il suo corso di cucito è atteso con impazienza
dalle donne perché spezza la monotonia di giornate sempre
uguali, trascorse inesorabilmente a raccogliere la legna,
accudire i bambini, cucinare il cous cous, irrigare gli orti
creati all'ombra delle palme. "Certo la condizione della
donna non è delle più facili, gran parte del lavoro finisce
sulle sue spalle e a livello sociale spesso non gode del
riconoscimento dovuto", commenta Renée. "D'altro
canto non è nelle nostre intenzioni stravolgere il modo di
vivere di qui: cerchiamo di coniugare gli sforzi per la
promozione umana con i costumi tradizionali dettati dalla
religione musulmana... Un compito particolarmente delicato che
richiede rispetto, equilibrio e sensibilità". Il lavoro
di Renée, come del resto quello svolto dalle altre suore,
prosegue senza sosta pur tra mille difficoltà. Con la
comunità musulmana non ci sono mai stati problemi, qui non si
sono verificati atti di fanatismo religioso e di intolleranza
contro la presenza della Chiesa. Semmai le preoccupazioni sono
legate al fatto che non sempre c'è la possibilità materiale
di arrivare dove si vorrebbe. "Faccio fatica a seguire
con regolarità le donne di tutti i villaggi" - ammette
Renée - "I mezzi a disposizione sono quelli che sono e
io non posso fare miracoli: purtroppo finora non sono ancora
riuscita a trovare delle donne musulmane disponibili a
diventare loro stesse delle maestre di cucito".
A visita da amici
Alla sera la comunità delle suore si
riunisce. Ci si racconta la giornata, si scambiano le opinioni
su ciò che è accaduto, si ascoltano le notizie di attualità
con vecchie radio a transistor. Dopo la preghiera, spesso si
va a fare visita ai vicini di casa: "Fanno parte della
nostra grande famiglia, sono ottimi musulmani con cui possiamo
confrontarci senza problemi... E' vero: per molti versi la
nostra cultura è lontana anni luce dalla loro, ma restiamo
convinte che sia possibile costruire qualcosa di buono
insieme: la religione può rappresentare lo spazio del dialogo
che arricchisce reciprocamente". Questa sera si va a
trovare il vecchio Maruf, l'ultimo artigiano dell'oasi in
grado di decorare l'argilla con utensili primitivi, un'arte
antica che oggi rischia di scomparire. "Vorrei tanto
insegnare ai giovani i segreti del mio mestiere, ma oggi i
ragazzi pensano a tutt'altro", si lamenta Maruf.
"Appena riescono a racimolare due soldi, corrono ad
acquistare la parabola con la quale possono ricevere i
programmi delle televisioni occidentali. Sognano di diventare
come voi, di vestirsi come voi, disprezzano le loro
tradizioni. Fanno i salti mortali per partire e cercare
fortuna in Europa. La maggior parte finisce sulla strada, i
pochi che ce la fanno voltano le spalle al passato e non
tornano più a casa... Proprio ora che il Paese avrebbe
bisogno dei suoi figli migliori per uscire dalla crisi".
I problemi del paese
L'Algeria sta attraversando un momento
particolarmente difficile e delicato. La guerra che oppone lo
Stato all'islamismo armato ha prodotto in sette anni centomila
morti, un milione di feriti e l'isolamento internazionale del
Paese. L'economia è soffocata dal debito estero e rimane
vincolata all'esportazione degli idrocarburi, la produzione
agricola è ridotta ai minimi termini, il tasso di
disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento. Il
neo-presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika, 62 anni,
uno dei quadri storici dell'Indipendenza algerina, tornato
alla politica attiva nell'aprile del 1999, si è ritrovato tra
le mani un Paese insanguinato, impoverito, corrotto. Per prima
cosa ha cercato di chiudere il tragico capitolo del
terrorismo, promovendo un difficile processo di
riconciliazione nazionale. I suoi sforzi per la pace sono
stati approvati con un plebiscito al referendum per la
concordia civile dello scorso settembre: il voto popolare ha
sancito l'amnistia per gli islamisti che non si sono macchiati
di crimini di sangue e di stupro, mettendo in un angolo gli
irriducibili militanti dei Gia (Gruppi islamici armati). Ma le
ferite dei massacri non si sono ancora cicatrizzate e il
percorso della pace appare lungo e pieno d'insidie. "Ho
perso un fratello e i miei amici più cari durante un raid
terroristico", mi dice Ladji, 28 anni, un posto sicuro
nella gendarmeria municipale.
"Oggi i politici parlano di
perdono e di grazia verso i criminali, ma se io potessi li
manderei tutti a morte". E come lui sono in tanti a
pensarlo. La guerra ha invelenito i rapporti fra la gente e
spazzato via la fiducia nelle istituzioni. "Sono tutti
corrotti" - sbotta un vecchio commerciante a cui chiedo
un parere sulla classe politica - "Pensano solo a rubare
i soldi pubblici e poi, per distrarre l'attenzione dei media,
inveiscono contro i terroristi dicendo che è colpa loro se il
Paese è in ginocchio... Bouteflika, lui, è diverso, ma non
riuscirà a cambiare le cose, non glielo permetteranno".
Un presidente in bilico
Il presidente,
difensore del liberismo e della modernizzazione del sistema
economico, non si stanca di denunciare la corruzione, l'alto
tasso di disoccupazione e l'incapacità dell'amministrazione
di adattarsi ai cambiamenti. Uomo franco, usa un linguaggio
diretto e senza mezzi termini che ha immediatamente
conquistato gli algerini, cui non nasconde le difficoltà e i
sacrifici che dovranno essere fatti. "Io non ho la
bacchetta magica" - ama dire - " dobbiamo
rimboccarci le maniche e metterci al lavoro".
Anche se si
presenta come un uomo dell'establishment, deve stare attento a
non pestare i piedi dei "decideurs", i generali e i
faccendieri che lo hanno candidato e sostenuto perché hanno
visto in lui il solo uomo politico capace di salvare i loro
privilegi e, allo stesso tempo, evitare la disintegrazione
dello Stato. L'omicidio del 22 novembre scorso di Abdelkader
Hachani, esponente del Fis - Fronte Islamico di Salvezza -
impegnato a negoziare il piano di pace voluto dal presidente,
ha gettato un'ombra sull'intero processo di concordia civile.
I giornali hanno parlato più o meno apertamente di un piano
del regime per screditare e indebolire Bouteflika. Alcuni
osservatori occidentali, di stanza ad Algeri, ritengono che la
tregua con gli islamisti, peraltro interrotta da continue
stragi, sia più fragile di quanto non si voglia far credere e
che sia ancora molto forte il pericolo di vedere precipitare
l'Algeria nel baratro della guerra civile.
Il ruolo della chiesa
"Sarebbe una vera catastrofe",
commenta monsignor Teissier, arcivescovo di Algeri (vedi
l'intervista a pagina 32). "La gente ha voglia di
normalizzazione, dopo anni di terrore, coprifuoco, leggi
speciali... Il processo di pace deve proseguire: tutti devono
fare la loro parte per uscire dalla crisi e i politici devono
rimuovere la cause dello scontento popolare". In una fase
così delicata della vita del Paese, dove è ancora forte la
minaccia di un ritorno del fanatismo islamico, la presenza
della Chiesa rappresenta una garanzia di pluralità e di
tolleranza da preservare. "E' il diritto alla differenza
che viene rivendicato dalla nostra presenza", prosegue
Teissier. "Un diritto che la grande maggioranza dei
musulmani riconosce, apprezzando una diversità che per loro
è ricchezza". Numerose figure storiche della Chiesa
algerina hanno infatti valicato, con il loro carisma e
prestigio, i confini nazionali e religiosi: basti pensare a S.
Agostino (354-430), vescovo di Ippona, l'attuale Annaba,
definito recentemente dallo stesso Bouteflika un "grande
uomo della cultura e della storia algerina"; a monsignor
Charles Lavigerie (1825-1892), primo arcivescovo di Algeri e
fondatore dell'ordine missionario dei Padri Bianchi e delle
Suore Bianche; al visconte Charles de Foucauld (1858-1916) che
dopo anni di vita sregolata decise di stabilirsi nel deserto
per vivere tra i musulmani una vita di povertà e preghiera
ispirata alla vita di Gesù. Durante gli anni bui del
terrorismo la Chiesa ha pagato un prezzo molto alto in termini
di vite umane (ricordiamo, tra gli altri, il massacro dei
quattro Padri Bianchi a Tizi Ouzou, il rapimento e l'uccisione
dei sette monaci trappisti a Tiberine, l'omicidio di Pierre
Claverie, vescovo di Orano, avvenuto nel 1996). Oggi in
Algeria i cristiani sono qualche migliaio (compresi i numerosi
occidentali che lavorano nei cantieri delle società
petrolifere), oltre 250 sono i sacerdoti e le religiose. La
Chiesa, così profondamente ferita, ha deciso di rimanere
accanto alla gente: le congregazioni religiose hanno inviato
nuovo personale, le comunità colpite dai terroristi hanno
riaperto.
"Missioni" difficili
La residenza di Ghardaya è una di quelle che
hanno subito gli attacchi dei terroristi. Padre Philippe
Thiriez, francese, 74 anni di cui 42 trascorsi in Algeria,
rievoca i ricordi di quelle terribili giornate: "Era sera
inoltrata quel 6 gennaio del '95, quando una banda armata
riuscì a introdursi di nascosto nel cortile... Cercarono di
irrompere nell'edificio, ma fortunatamente la porta d'ingresso
fece resistenza il tempo necessario per fuggire sulla terrazza
e dare l'allarme... Dopo il raid terroristico la comunità
rimase chiusa per qualche mese... Poi sulla paura ha prevalso
la volontà di testimoniare la nostra solidarietà verso la
gente di questo Paese stupendo". Oggi la residenza è
circondata da un muro altissimo che la isola dal resto
dell'oasi. "Abbiamo dovuto alzarlo per questioni di
sicurezza" - commenta Padre Thiriez - "Ma non ci
piace perché una "missione", per sua natura, non
dovrebbe avere dei muri di recinzione". La nostra
chiacchierata viene momentaneamente interrotta da una
telefonata. E' per Philippe: un altro amico musulmano che lo
cerca, un'altra picconata a quel fastidioso muro di
recinzione. "Il ruolo della Chiesa in Algeria è
profondamente cambiato negli ultimi trent'anni", riprende
Padre Thiriez. "Il raggiungimento dell'Indipendenza dalla
Francia e il veloce ritorno in patria dei coloni ha imposto a
noi religiosi di rivedere il senso e le modalità della nostra
presenza. La comunità cristiana si è svuotata, molte scuole
e ospedali sono stati nazionalizzati. La sfida raccolta è
stata quella del dialogo con la comunità musulmana... E' una
sfida impegnativa che richiede grossi sforzi da parte nostra
perché solo l'amicizia è in grado di stemperare le
differenze della fede e permette di instaurare dei rapporti di
autentica comunione". Gli fanno da eco le parole di Paolo
Maccario, giovanissimo Padre Bianco originario della provincia
di Asti, installato da qualche mese nell'oasi di Ghardaya per
il canonico periodo di stage: "E' necessario superare
l'immagine tradizionale del religioso che converte,
evangelizza, dona al prossimo. I musulmani hanno una fede
solida e profonda: in un certo senso hanno molto da
insegnarci. Prima di parlare di dialogo interreligioso occorre
conquistarsi la fiducia e l'affetto della gente: bisogna dare
priorità alla qualità delle relazioni e non alla dimensione
delle opere di solidarietà". I Padri Bianchi a Ghardaya
organizzano dei corsi di lingua straniera per ragazzi, mettono
a disposizione una biblioteca ricca di volumi sulla cultura
sahariana. Ma soprattutto cercano di tessere, giorno dopo
giorno, la tela del dialogo con i musulmani. E' un compito
particolarmente difficile in quanto la maggior parte della
gente mostra diffidenza e freddezza nei confronti di questi
strani occidentali che hanno deciso di vivere in terra
d'Islam. "Anche i nostri amici musulmani raramente
manifestano pubblicamente la loro simpatia, non vogliono
esporsi al giudizio della comunità", spiega ancora
Paolo. "Però quando hanno bisogno di confidarsi, vengono
a cercarci perché sanno di trovare qui delle persone aperte
al confronto e interessate ai loro problemi e alle loro
preoccupazioni".
Il fascino del deserto
Dopo aver fatto tappa a Timimoun e Ghardaya,
proseguo verso ovest nel mio viaggio tra le oasi del deserto
algerino. Arrivando a El-Golea (dove si trova la tomba di
Charles de Foucauld), decido di far visita a René Le Clerc,
un Padre Bianco di 75 anni che ha trascorso la vita a
raccogliere minerali, pietre rare, rose del deserto e reperti
archeologici. "Amo questo Paese e la sua gente, inoltre
sono un grande appassionato di geologia e antropologia",
racconta. "Volevo in qualche modo mettere a disposizione
le mie conoscenze e il mio lavoro per creare qualcosa di buono
da lasciare in eredità ai miei fratelli algerini". Dopo
anni di sacrifici e migliaia di chilometri percorsi in lungo e
in largo nel deserto, Padre Le Clerc è riuscito a realizzare
un bel museo dedicato alla storia e alla natura del Sahara
algerino. L'esposizione è ricca e ordinata e racchiude
un'ampia collezione di utensileria paleolitica, vasellame,
fossili, geodi, ecc. Padre Le Clerc ne va fiero: quando un
gruppo di studenti o qualche turista di passaggio chiede di
poter visitare il museo, si inorgoglisce, rendendosi subito
disponibile a fare da cicerone: con voce appassionata, svela i
più affascinanti misteri del Sahara. Non tutti i misteri
perché il deserto è anche un luogo dell'anima, da scoprire e
vivere in prima persona. "Non si può spiegare l'incanto
e la seduzione che esercita il Sahara: le parole volano via
con il vento e arriva implacabile la balbuzie", mi dice
sorridendo. Ne sono convinti anche Xavier e Andres, due
Piccoli Fratelli del Vangelo, residenti a Beni Abbes, la
famosa oasi dove Charles de Foucauld costruì il suo primo
eremo sahariano: "Il deserto è il luogo dell'essenziale,
dove il superfluo è stato portato via dalla forza della
natura. Non ci sono distrazioni, si è in un certo senso
obbligati a riflettere sul significato della propria
presenza... Il deserto è un invito a vedere le cose al di là
delle apparenze. E' un'esortazione al silenzio, alla
riflessione, alla nudità interiore". Di tanto in tanto,
i due religiosi prendono una borraccia con un po' di acqua, il
libro dei salmi e partono per trascorrere una giornata di
meditazione e di preghiera in completa solitudine. A vederli
scomparire tra il mare di dune, viene in mente un vecchio
proverbio tuareg: "Dio ha creato per l'uomo paesi pieni
d'acqua dove vivere e deserti di sabbia dove trovare la
propria anima".
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