AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Sedotti dal deserto

Testo e foto di Marco Trovato

"africa" vi propone un viaggio nelle Oasi del deserto algerino, dove il vento sahariano spazza i minareti delle moschee e dove il tempo è scandito dalle grida dei muezzin. Qui, tra epiche avventure e difficoltà di ogni genere, sono sorte le prime comunità cristiane del Sahara. Qui operano da anni gli eredi di mons. Charles Lavigerie e di Charles de Foucauld, un gruppo di religiosi impegnati a tessere, giorno dopo giorno, la tela del dialogo con la comunità musulmana. Un reportage dedicato agli sforzi, alle sofferenze e ai successi di una chiesa ferita da assassini e atti di terrorismo, che si ostina a voler rimanere accanto alla gente.

 

Diocesi di Laghouat, Algeria

Quando raggiungo Timimoun, il sole se n'è già andato e il vento serale comincia a inondare di sabbia le strade dell'oasi. Le donne si riparano avvolgendosi in lunghi veli colorati, i contadini tornano dagli orti carichi di datteri, i bambini escono dalla scuola coranica ripetendo a voce alta i versetti sacri imparati a memoria. Il mercato si svuota in fretta mentre gli altoparlanti della moschea richiamano i fedeli all'ultima preghiera della giornata. Timimoun è un'isola di vita e di frescura nel cuore del Sahara algerino. Le forme degli edifici ricordano i motivi dell'architettura sudanese. E' stato curiosamente un capitano francese, ai tempi della colonia, a volere per l'oasi un'urbanistica tanto originale che ben si compone con il paesaggio circostante: le curve dorate delle dune e il bacino disseccato di un grande lago salato. Il dedalo dei vicoli è percorso da piccoli canali d'irrigazione che conducono ai giardini: negli appezzamenti strappati al deserto si pratica un'agricoltura basata sulle palme da dattero, gli alberi da frutto, gli ortaggi. "Coltivare frutta e verdura nel deserto ha del miracoloso" - commenta Aziz, la mia guida - "Infatti, questi rigogliosi giardini vengono chiamati jenna, che in lingua araba vuol dire paradiso". Sembra incredibile, ma qui la terra è fertile e l'acqua abbondante. La falda freatica non è molto vicina: il flusso idrico è però assicurato dalle "foggara", veri e propri tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri, scavati dall'uomo per catturare e portare nell'oasi l'acqua prodottasi per capillarità e per condensazione sotto le grandi dune. Nei canali principali, delle pietre a forma di pettine ripartiscono la misura d'acqua alla quale ciascuno ha diritto, in proporzione alla dimensione dell'orto e al numero dei componenti familiari. "L'acqua è sinonimo di vita e viene considerata il dono più prezioso di Dio" - mi spiega ancora Aziz - "Un'antica leggenda narra che Allah, in collera con gli uomini, decise un giorno di punirli facendo piovere sulla Terra un granello di sabbia per ogni loro peccato: così nacque il Sahara... Poi Allah decise di far comprendere agli uomini che il Paradiso esisteva davvero e disseminò il deserto di oasi rigogliose piene d'acqua". Una piccola comunità cristiana

A Timimoun non ci sono parrocchie né missioni: una piccola comunità di Suore Bianche rappresenta l'unica presenza della Chiesa nel raggio di centinaia di chilometri. Vivono in mezzo ad un quartiere popolare, il "deux cents logements", una distesa di edifici squadrati, identici tra loro, rossi come la terra delle strade che si incendia al tramonto. La loro casa è semplice e accogliente: tre piccole stanze, una cucina, un salone che funge anche da sala da pranzo, da cappella e, all'occorrenza, da chiesa. "Lo spazio non è molto, ma è più che sufficiente per ospitare gli amici che desiderano farci visita", mi spiegano le suore. "Per noi è fondamentale vivere come la gente di qui, mischiarci con loro per condividere la vita di tutti i giorni, per instaurare dei rapporti di amicizia e di fiducia reciproca". La comunità è stata aperta una trentina di anni fa da Anna Maria Colombo, una laica italiana piena di energia e di speranza. "Venne qui perché credeva possibile dialogare e vivere insieme ai musulmani", raccontano. "Non era interessata a fare proselitismi o avviare opere di solidarietà, desiderava solo immergersi nella vita dell'oasi testimoniando, con la sua presenza, l'amore verso la gente del posto... Per le donne di Timimoun divenne ben presto un'amica fidata, con la quale trascorrere piacevolmente le ore a cucire insieme e confidarsi". Oggi l'eredità lasciata da Anna Maria è stata raccolta da tre suore impegnate su vari fronti: Magdalene, 63 anni, di nazionalità tedesca, è un'infermiera specializzata in rieducazione motoria e fornisce assistenza domiciliare a persone con vari problemi fisici. "La gente mi accoglie con affetto" - racconta - "Per ringraziarmi, mi offrono il tradizionale tè alla menta: simbolo di amicizia, ospitalità e profondo rispetto". Gabrièle, 43 anni, chiamata da tutti semplicemente Gabri, si interessa dei bambini con le situazioni familiari più difficili: "Dopo la scuola organizzo dei giochi pedagogici, disegniamo, facciamo un po' di ginnastica, stiamo insieme per farci forza a vicenda". Renée, infine, si occupa della formazione femminile. Ogni giorno parte con il suo fuoristrada per raggiungere i villaggi che sorgono ai margini delle dune: piccole oasi assediate dalla sabbia, dove la temperatura media in estate non scende mai sotto i 50 gradi e dove il tempo è scandito dalle grida dei muezzin.

 

La condizione della donna

La compagna di viaggio di Renée è una vecchia valigia impolverata piena di fili, aghi e  canovacci. Il suo corso di cucito è atteso con impazienza dalle donne perché spezza la monotonia di giornate sempre uguali, trascorse inesorabilmente a raccogliere la legna, accudire i bambini, cucinare il cous cous, irrigare gli orti creati all'ombra delle palme. "Certo la condizione della donna non è delle più facili, gran parte del lavoro finisce sulle sue spalle e a livello sociale spesso non gode del riconoscimento dovuto", commenta Renée. "D'altro canto non è nelle nostre intenzioni stravolgere il modo di vivere di qui: cerchiamo di coniugare gli sforzi per la promozione umana con i costumi tradizionali dettati dalla religione musulmana... Un compito particolarmente delicato che richiede rispetto, equilibrio e sensibilità". Il lavoro di Renée, come del resto quello svolto dalle altre suore, prosegue senza sosta pur tra mille difficoltà. Con la comunità musulmana non ci sono mai stati problemi, qui non si sono verificati atti di fanatismo religioso e di intolleranza contro la presenza della Chiesa. Semmai le preoccupazioni sono legate al fatto che non sempre c'è la possibilità materiale di arrivare dove si vorrebbe. "Faccio fatica a seguire con regolarità le donne di tutti i villaggi" - ammette Renée - "I mezzi a disposizione sono quelli che sono e io non posso fare miracoli: purtroppo finora non sono ancora riuscita a trovare delle donne musulmane disponibili a diventare loro stesse delle maestre di cucito".

 

A visita da amici

Alla sera la comunità delle suore si riunisce. Ci si racconta la giornata, si scambiano le opinioni su ciò che è accaduto, si ascoltano le notizie di attualità con vecchie radio a transistor. Dopo la preghiera, spesso si va a fare visita ai vicini di casa: "Fanno parte della nostra grande famiglia, sono ottimi musulmani con cui possiamo confrontarci senza problemi... E' vero: per molti versi la nostra cultura è lontana anni luce dalla loro, ma restiamo convinte che sia possibile costruire qualcosa di buono insieme: la religione può rappresentare lo spazio del dialogo che arricchisce reciprocamente". Questa sera si va a trovare il vecchio Maruf, l'ultimo artigiano dell'oasi in grado di decorare l'argilla con utensili primitivi, un'arte antica che oggi rischia di scomparire. "Vorrei tanto insegnare ai giovani i segreti del mio mestiere, ma oggi i ragazzi pensano a tutt'altro", si lamenta Maruf. "Appena riescono a racimolare due soldi, corrono ad acquistare la parabola con la quale possono ricevere i programmi delle televisioni occidentali. Sognano di diventare come voi, di vestirsi come voi, disprezzano le loro tradizioni. Fanno i salti mortali per partire e cercare fortuna in Europa. La maggior parte finisce sulla strada, i pochi che ce la fanno voltano le spalle al passato e non tornano più a casa... Proprio ora che il Paese avrebbe bisogno dei suoi figli migliori per uscire dalla crisi".

 

I problemi del paese

L'Algeria sta attraversando un momento particolarmente difficile e delicato. La guerra che oppone lo Stato all'islamismo armato ha prodotto in sette anni centomila morti, un milione di feriti e l'isolamento internazionale del Paese. L'economia è soffocata dal debito estero e rimane vincolata all'esportazione degli idrocarburi, la produzione agricola è ridotta ai minimi termini, il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento. Il neo-presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika, 62 anni, uno dei quadri storici dell'Indipendenza algerina, tornato alla politica attiva nell'aprile del 1999, si è ritrovato tra le mani un Paese insanguinato, impoverito, corrotto. Per prima cosa ha cercato di chiudere il tragico capitolo del terrorismo, promovendo un difficile processo di riconciliazione nazionale. I suoi sforzi per la pace sono stati approvati con un plebiscito al referendum per la concordia civile dello scorso settembre: il voto popolare ha sancito l'amnistia per gli islamisti che non si sono macchiati di crimini di sangue e di stupro, mettendo in un angolo gli irriducibili militanti dei Gia (Gruppi islamici armati). Ma le ferite dei massacri non si sono ancora cicatrizzate e il percorso della pace appare lungo e pieno d'insidie. "Ho perso un fratello e i miei amici più cari durante un raid terroristico", mi dice Ladji, 28 anni, un posto sicuro nella gendarmeria municipale. 

"Oggi i politici parlano di perdono e di grazia verso i criminali, ma se io potessi li manderei tutti a morte". E come lui sono in tanti a pensarlo. La guerra ha invelenito i rapporti fra la gente e spazzato via la fiducia nelle istituzioni. "Sono tutti corrotti" - sbotta un vecchio commerciante a cui chiedo un parere sulla classe politica - "Pensano solo a rubare i soldi pubblici e poi, per distrarre l'attenzione dei media, inveiscono contro i terroristi dicendo che è colpa loro se il Paese è in ginocchio... Bouteflika, lui, è diverso, ma non riuscirà a cambiare le cose, non glielo permetteranno". 

 

Un presidente in bilico

Il presidente, difensore del liberismo e della modernizzazione del sistema economico, non si stanca di denunciare la corruzione, l'alto tasso di disoccupazione e l'incapacità dell'amministrazione di adattarsi ai cambiamenti. Uomo franco, usa un linguaggio diretto e senza mezzi termini che ha immediatamente conquistato gli algerini, cui non nasconde le difficoltà e i sacrifici che dovranno essere fatti. "Io non ho la bacchetta magica" - ama dire - " dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci al lavoro".

Anche se si presenta come un uomo dell'establishment, deve stare attento a non pestare i piedi dei "decideurs", i generali e i faccendieri che lo hanno candidato e sostenuto perché hanno visto in lui il solo uomo politico capace di salvare i loro privilegi e, allo stesso tempo, evitare la disintegrazione dello Stato. L'omicidio del 22 novembre scorso di Abdelkader Hachani, esponente del Fis - Fronte Islamico di Salvezza - impegnato a negoziare il piano di pace voluto dal presidente, ha gettato un'ombra sull'intero processo di concordia civile. I giornali hanno parlato più o meno apertamente di un piano del regime per screditare e indebolire Bouteflika. Alcuni osservatori occidentali, di stanza ad Algeri, ritengono che la tregua con gli islamisti, peraltro interrotta da continue stragi, sia più fragile di quanto non si voglia far credere e che sia ancora molto forte il pericolo di vedere precipitare l'Algeria nel baratro della guerra civile.

 

Il ruolo della chiesa

"Sarebbe una vera catastrofe", commenta monsignor Teissier, arcivescovo di Algeri (vedi l'intervista a pagina 32). "La gente ha voglia di normalizzazione, dopo anni di terrore, coprifuoco, leggi speciali... Il processo di pace deve proseguire: tutti devono fare la loro parte per uscire dalla crisi e i politici devono rimuovere la cause dello scontento popolare". In una fase così delicata della vita del Paese, dove è ancora forte la minaccia di un ritorno del fanatismo islamico, la presenza della Chiesa rappresenta una garanzia di pluralità e di tolleranza da preservare. "E' il diritto alla differenza che viene rivendicato dalla nostra presenza", prosegue Teissier. "Un diritto che la grande maggioranza dei musulmani riconosce, apprezzando una diversità che per loro è ricchezza". Numerose figure storiche della Chiesa algerina hanno infatti valicato, con il loro carisma e prestigio, i confini nazionali e religiosi: basti pensare a S. Agostino (354-430), vescovo di Ippona, l'attuale Annaba, definito recentemente dallo stesso Bouteflika un "grande uomo della cultura e della storia algerina"; a monsignor Charles Lavigerie (1825-1892), primo arcivescovo di Algeri e fondatore dell'ordine missionario dei Padri Bianchi e delle Suore Bianche; al visconte Charles de Foucauld (1858-1916) che dopo anni di vita sregolata decise di stabilirsi nel deserto per vivere tra i musulmani una vita di povertà e preghiera ispirata alla vita di Gesù. Durante gli anni bui del terrorismo la Chiesa ha pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane (ricordiamo, tra gli altri, il massacro dei quattro Padri Bianchi a Tizi Ouzou, il rapimento e l'uccisione dei sette monaci trappisti a Tiberine, l'omicidio di Pierre Claverie, vescovo di Orano, avvenuto nel 1996). Oggi in Algeria i cristiani sono qualche migliaio (compresi i numerosi occidentali che lavorano nei cantieri delle società petrolifere), oltre 250 sono i sacerdoti e le religiose. La Chiesa, così profondamente ferita, ha deciso di rimanere accanto alla gente: le congregazioni religiose hanno inviato nuovo personale, le comunità colpite dai terroristi hanno riaperto.

 

"Missioni" difficili

La residenza di Ghardaya è una di quelle che hanno subito gli attacchi dei terroristi. Padre Philippe Thiriez, francese, 74 anni di cui 42 trascorsi in Algeria, rievoca i ricordi di quelle terribili giornate: "Era sera inoltrata quel 6 gennaio del '95, quando una banda armata riuscì a introdursi di nascosto nel cortile... Cercarono di irrompere nell'edificio, ma fortunatamente la porta d'ingresso fece resistenza il tempo necessario per fuggire sulla terrazza e dare l'allarme... Dopo il raid terroristico la comunità rimase chiusa per qualche mese... Poi sulla paura ha prevalso la volontà di testimoniare la nostra solidarietà verso la gente di questo Paese stupendo". Oggi la residenza è circondata da un muro altissimo che la isola dal resto dell'oasi. "Abbiamo dovuto alzarlo per questioni di sicurezza" - commenta Padre Thiriez - "Ma non ci piace perché una "missione", per sua natura, non dovrebbe avere dei muri di recinzione". La nostra chiacchierata viene momentaneamente interrotta da una telefonata. E' per Philippe: un altro amico musulmano che lo cerca, un'altra picconata a quel fastidioso muro di recinzione. "Il ruolo della Chiesa in Algeria è profondamente cambiato negli ultimi trent'anni", riprende Padre Thiriez. "Il raggiungimento dell'Indipendenza dalla Francia e il veloce ritorno in patria dei coloni ha imposto a noi religiosi di rivedere il senso e le modalità della nostra presenza. La comunità cristiana si è svuotata, molte scuole e ospedali sono stati nazionalizzati. La sfida raccolta è stata quella del dialogo con la comunità musulmana... E' una sfida impegnativa che richiede grossi sforzi da parte nostra perché solo l'amicizia è in grado di stemperare le differenze della fede e permette di instaurare dei rapporti di autentica comunione". Gli fanno da eco le parole di Paolo Maccario, giovanissimo Padre Bianco originario della provincia di Asti, installato da qualche mese nell'oasi di Ghardaya per il canonico periodo di stage: "E' necessario superare l'immagine tradizionale del religioso che converte, evangelizza, dona al prossimo. I musulmani hanno una fede solida e profonda: in un certo senso hanno molto da insegnarci. Prima di parlare di dialogo interreligioso occorre conquistarsi la fiducia e l'affetto della gente: bisogna dare priorità alla qualità delle relazioni e non alla dimensione delle opere di solidarietà". I Padri Bianchi a Ghardaya organizzano dei corsi di lingua straniera per ragazzi, mettono a disposizione una biblioteca ricca di volumi sulla cultura sahariana. Ma soprattutto cercano di tessere, giorno dopo giorno, la tela del dialogo con i musulmani. E' un compito particolarmente difficile in quanto la maggior parte della gente mostra diffidenza e freddezza nei confronti di questi strani occidentali che hanno deciso di vivere in terra d'Islam. "Anche i nostri amici musulmani raramente manifestano pubblicamente la loro simpatia, non vogliono esporsi al giudizio della comunità", spiega ancora Paolo. "Però quando hanno bisogno di confidarsi, vengono a cercarci perché sanno di trovare qui delle persone aperte al confronto e interessate ai loro problemi e alle loro preoccupazioni".

 

Il fascino del deserto

Dopo aver fatto tappa a Timimoun e Ghardaya, proseguo verso ovest nel mio viaggio tra le oasi del deserto algerino. Arrivando a El-Golea (dove si trova la tomba di Charles de Foucauld), decido di far visita a René Le Clerc, un Padre Bianco di 75 anni che ha trascorso la vita a raccogliere minerali, pietre rare, rose del deserto e reperti archeologici. "Amo questo Paese e la sua gente, inoltre sono un grande appassionato di geologia e antropologia", racconta. "Volevo in qualche modo mettere a disposizione le mie conoscenze e il mio lavoro per creare qualcosa di buono da lasciare in eredità ai miei fratelli algerini". Dopo anni di sacrifici e migliaia di chilometri percorsi in lungo e in largo nel deserto, Padre Le Clerc è riuscito a realizzare un bel museo dedicato alla storia e alla natura del Sahara algerino. L'esposizione è ricca e ordinata e racchiude un'ampia collezione di utensileria paleolitica, vasellame, fossili, geodi, ecc. Padre Le Clerc ne va fiero: quando un gruppo di studenti o qualche turista di passaggio chiede di poter visitare il museo, si inorgoglisce, rendendosi subito disponibile a fare da cicerone: con voce appassionata, svela i più affascinanti misteri del Sahara. Non tutti i misteri perché il deserto è anche un luogo dell'anima, da scoprire e vivere in prima persona. "Non si può spiegare l'incanto e la seduzione che esercita il Sahara: le parole volano via con il vento e arriva implacabile la balbuzie", mi dice sorridendo. Ne sono convinti anche Xavier e Andres, due Piccoli Fratelli del Vangelo, residenti a Beni Abbes, la famosa oasi dove Charles de Foucauld costruì il suo primo eremo sahariano: "Il deserto è il luogo dell'essenziale, dove il superfluo è stato portato via dalla forza della natura. Non ci sono distrazioni, si è in un certo senso obbligati a riflettere sul significato della propria presenza... Il deserto è un invito a vedere le cose al di là delle apparenze. E' un'esortazione al silenzio, alla riflessione, alla nudità interiore". Di tanto in tanto, i due religiosi prendono una borraccia con un po' di acqua, il libro dei salmi e partono per trascorrere una giornata di meditazione e di preghiera in completa solitudine. A vederli scomparire tra il mare di dune, viene in mente un vecchio proverbio tuareg: "Dio ha creato per l'uomo paesi pieni d'acqua dove vivere e deserti di sabbia dove trovare la propria anima".