AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Ciak! Si gira... La cinematografia africana e il terzo millennio

Testo di Elisa Malnis

Foto: Archivio C.O.E.

Da più di un decennio il COE, promotore delle culture del Sud del mondo, ha fatto del cinema africano, escluso dai circuiti commerciali, il suo strumento privilegiato di scambio interculturale e di avvicinamento tra i popoli, per la costruzione di una società di accoglienza e di pace. Il 10o Festival del Cinema Africano di Milano, alle porte (24-30 marzo 2000), traccia un futuro da costruire insieme, attraverso e oltre le differenze. 

Il mondo è da pensare come un villaggio planetario, percorso dai nuovi mass media che uniscono parti lontane della terra, ma soprattutto da uomini, ognuno una ricchezza per l'altro, uniti nell'impegno di costruzione di un mondo più giusto e solidale. Su quest'intuizione poggia il COE, Centro Orientamento Educativo, un organismo di volontariato internazionale nato nel lontano 1959 per volontà di Don Francesco Pedretti, suo fondatore e "padre", scomparso lo scorso 9 luglio lasciando un grande vuoto, ma anche il suo sogno di un mondo aperto alla conoscenza reciproca e ad un'accoglienza sempre più ampia e gioiosa delle persone e dei popoli come tesori di creatività, segni di novità. Diceva Don Francesco: "...Se di un uomo, anche il più lontano, si avvicinano sentimenti, costumi e valori, nasce la gioia di mettersi insieme per un nuovo cammino".

 

Il COE, seme di mondialità

Dal 1970 il COE è impegnato in progetti di volontariato nei paesi emergenti: Camerun, Rep. Dem del Congo, Zambia, Giappone, Ecuador, Bangladesh, India e Papua Nuova Guinea.

In un'ottica di sviluppo integrale dell'uomo, l'organismo promuove, oltre a programmi classici in ambito sanitario, agricolo, tecnico-professionale, progetti peculiari in campo artistico, di educazione audiovisiva e di animazione sociale. Basti pensare all'Institut de Formation Artistique (IFA), la scuola d'arte creata alla fine degli anni '80 a Mbalmayo, nella provincia del centro-Camerun, oggi culla di promettenti artisti, al sostegno alla cooperativa "APAN" di pittori di Kinshasa, in ex-Zaire, e all'Asian Film Centre di Colombo, Sri Lanka, fino ad arrivare al progetto Kendro, alla periferia di Calcutta, India, un centro per la produzione di audiovisivi didattici e di operatori del settore che il COE sostiene dal 1997, insieme al Ministero italiano degli Affari Esteri e al governo del West Bengala. E l'Italia? I flussi migratori massicci che interessano il nostro paese fin dagli anni '80, in un clima diffuso di ignoranza e di pregiudizio nei confronti dell'Altro, hanno stimolato l'apertura di una nuova pista. Dal 1987, ormai leader in quest'attività, il COE opera per la promozione e diffusione in Italia delle cinematografie e delle culture del Sud del mondo, in un tentativo di abbracciare tutte le forme espressive: il cinema, primo amore, ma anche il teatro, la letteratura, la musica, l'Arte. "Quando la capra è presente, non bisogna belare al posto suo". (Amadou Hampâté Bâ) L'intenzione non è quella di parlare di, o per conto di..., ma di dar voce, senza paternalismi né intermediari, a registi e artisti extraeuropei spesso ai margini dei circuiti commerciali, ma ricchi di un passato, di una cultura e con la voglia di raccontare Storie di vita e di trasmettere all'Altro qualcosa di se'.

 

Il cinema africano, via di Inter-cultura

Da sempre l'educazione Inter-culturale del COE ha privilegiato il cinema, linguaggio dei nostri giorni e mezzo d'espressione su larga scala, e tra le cinematografie del Sud del mondo, in particolare quelle africane. Un paradosso e insieme una sfida. Paradosso di una cinematografia, quella africana, che non si autoproduce e non vanta in Africa circuiti di distribuzione commerciale, pressoché nulli o molto circoscritti (raramente i film di un autore valicano i suoi confini nazionali). I paesi ricchi hanno ripartito anche i mercati del cinema in maniera ineguale: in queste logiche produttive i film africani sono irrimediabilmente dei paria. Realizzare un film in Africa è pazzia, a causa dei finanziamenti necessari sempre più consistenti, tali da superare persino i bilanci nazionali degli stati africani: trovare un posto di programmazione nelle normali sale è un'impresa ancora più ardua. Neppure gli africani in Africa vedono i loro film, data la colonizzazione degli schermi da parte di film occidentali, americani di serie Z, indiani, di kung-fu; in Europa i cinema commerciali e le reti TV che scommettono su queste creazioni a redditività non elevata sono una piccola manciata. Un paradosso che indigna, la mancanza di visibilità e di mercati, ma anche una scommessa. Le cinematografie delle "Afriche" (le Afriche dei tanti registi e dei loro sguardi) sono lo specchio profondo dell'anima di un continente. Il cinema africano diventa occasione per incontrare l'Altro coi suoi valori umani, per scambiare e per cambiare le coscienze, mettendosi all'ascolto di storie per immagini: storie di dolore e di riscatto, di tradizioni e di trasformazione, di sogni... Con un pacchetto di tre film distribuiti a livello nazionale, nell'ambito della Campagna Nord-Sud del Consiglio d'Europa, il COE ha cominciato nel 1987 la sua attività di distribuzione non commerciale di film africani. Oggi vanta il più grande archivio filmico in Italia di film dal Sud del mondo: un centinaio provenienti dall'Africa e una ventina dall'Asia e dall'America Latina, distribuiti soprattutto nei circuiti culturali: i cineclub, le scuole, le università, i festival che fioriscono in Italia e le manifestazioni culturali organizzate dalle municipalità, in cifre più di un centinaio di eventi all'anno sul territorio nazionale. Un'attenzione particolare è rivolta all'educazione alla mondialità condotta dal COE da anni nelle scuole italiane, che ha trovato nel cinema africano uno strumento di abbattimento dei pregiudizi, di crescita con gli altri e di pace. Dal cinema si sono poi diramati altri percorsi, seguendo il bisogno degli artisti extraeuropei di esprimere il proprio passato, il proprio essere. Il COE è diventato un punto di riferimento anche per la musica dei popoli, tramite l'associazione Promobuskers di gruppi musicali da Africa, Asia e America Latina, a spasso tra percussioni senegalesi, note andine, musica afro-brasiliana... Una rosa di mostre itineranti si fanno anch'esse promotrici di dialogo tra le culture: quelle sulla casa africana, le maschere, le tecniche di tessitura (batik, tenture...), fino all'ultima nata, "la Fabbrica dei Suoni", una raccolta di 100 strumenti musicali dal mondo da vedere, sentire e conoscere nella loro funzione sociale. A Milano le culture "altre" hanno trovato anche uno spazio fisico, il Cineteatro San Lorenzo alle Colonne, interamente dedicato al Sud del mondo, dove a ciclo continuo si proiettano film dall'Africa, Asia e America Latina, incluse delle prime nazionali provenienti da distribuzioni straniere. Proprio al Cineteatro San Lorenzo alle Colonne si svolgerà tra poco (24 gennaio-5 febbraio 2000) il 2° Raduno del Teatro Africano "made in Italy", che raggruppa le esperienze più significative di teatro prodotto da artisti immigrati africani residenti in Italia, impreziosito quest'anno da compagnie provenienti da tutt'Italia e dal teatro Daniel Sorano di Dakar, Senegal, e da momenti ad hoc per le scuole.

 

Il Festival del Cinema Africano di Milano

Fiore all'occhiello dell'attività di promozione cinematografica e di animazione culturale condotta dal COE è il Festival del Cinema Africano di Milano, che corre verso la sua 10a edizione del 2000 (24-30 Marzo 2000). Unico festival cinematografico internazionale a Milano, creato nel 1991 in piena guerra del Golfo, il Festival presenta ogni anno il meglio della produzione cinematografica dell'Africa-continente e della diaspora degli ultimi due-tre anni. 90 film rigorosamente di registi black, per lo più inediti per l'Italia, dalla Tunisia al Sudafrica fino alle comunità nere del Sudamerica: una selezione accurata di lungometraggi, cortometraggi e video in concorso, affiancati da sezioni parallele (Retrospettiva, Sezione informativa, Sezione a tema) che hanno contribuito a promuovere un maggiore interesse per la storia cinematografica dell'Africa e delle comunità nere della diaspora, figlie della schiavitù. A giudicarli sono giurie con membri d'eccezione, tra cui in questi anni Omar Sharif, Enrico Ghezzi, Mira Nair, Sergio Rubini, CCH Pounder: anche il pubblico è protagonista, mentre vota i film nelle sale, assegnando così l'ambito Premio del Pubblico. Il Festival è un'opportunità di estirpare dall'immaginario collettivo il pregiudizio di un'Africa che non produce film, o al massimo documentari di profughi, giraffe e bambini dalla pancia gonfia. E' il momento per intrecciare un dialogo attraverso il linguaggio della pellicola e per riconoscere in ogni individuo e in ogni popolo un portatore di valori positivi: è premessa di maggiore integrazione, scambio e convivenza pacifica nelle società occidentali tentate da rigurgiti razzisti. Soprattutto è un Festival-incontro. Per un'intera settimana circa 50 tra registi, giornalisti e professionisti delle culture africane sbarcano a Milano: i registi sono presenti nelle sale per parlare dei loro film, alle tavole rotonde, intorno ai cinema per conversazioni personalissime col pubblico. Indimenticabili sono le frasi oniriche e surreali che il regista senegalese Djibril Diop Mambéty, prematuramente scomparso nel luglio '98, ha lasciato in eredità ai festivalieri: "Fare cinema non è una cosa difficile. Quando chiudi gli occhi, vedi il buio, ma se li chiudi ancora più forte, comincerai a vedere delle stelline. Alcune sono persone, altre sono animali, cavalli, uccelli. Adesso, se dici loro come muoversi, dove andare, quando fermarsi, quando devono cadere, hai un copione. Finito questo, puoi aprire gli occhi e, ad occhi aperti, il film è fatto". L'incontro con una cultura passa sempre attraverso una Persona. Per molti il Festival del Cinema Africano è un Festival-scoperta. Per gli immigrati africani in Italia è un modo per incontrarsi, per conoscere le altre voci del continente, per ascoltare un film nella propria lingua locale, opportunità rara per rivivere la loro cultura e coltivare la nostalgia. Il pubblico di nicchia dei primi anni, quello degli italiani con il mal d'Africa, si è arricchito e oggi tra le migliaia di spettatori ci sono gli amanti del buon cinema d'autore tout court, in una fase in cui le cinematografie d'Africa hanno raggiunto un momento di maturità artistica, oltre che umana. Festival-denuncia. Un segnale forte, di speranza emerso al Festival di Milano, è la capacità di indignazione politica e sociale dei cineasti, il loro alzare la voce contro ogni abuso ai danni dei popoli africani: la percezione viva della dignità, dei diritti dell'essere umano. Non a caso l'anno scorso il primo premio lungometraggi è andato a La vie sur terre ("La vita in terra") del mauritano Abderrahmane Sissako: saggio di poesia armata sul ritorno del regista al villaggio paterno, Sokolo in Mali, per un immaginario capodanno del 2000. La radio locale sussurra il passaggio al nuovo millennio, ma a Sokolo niente cambia: parabola di un'Africa che rimane il fondo del mondo, alla deriva. Festival-mercato. Se le televisioni nazionali italiane non comprano i film africani, senza patria, il festival è un'occasione per tessere contatti e per vendere una piccola manciata di produzioni ai canali più coraggiosi (i programmi RAI2 di Enrico Ghezzi, Tele+...). Festival-contenitore. Sempre più il Festival del Cinema Africano si caratterizza come una festa del cinema e della ricchezza nella diversità. Preceduto da un mega-concerto d'apertura, il Festival offre, oltre a film a ciclo continuo, matinées per le scuole di ogni livello che incontrano i registi e le loro creazioni, tavole rotonde di approfondimento, il workshop internazionale COE/ISMU sulla comunicazione e sulla solidarietà tra i popoli e le coreografiche cerimonie d'apertura e di premiazione all'Auditorium San Fedele, in cui il mondo del cinema africano "in trasferta" si offre in una kermesse di colori e di suoni. Da Milano poi, prima di tornare nelle loro patrie, i migliori film africani del Festival partono in tournée per una fase itinerante: i partner di questo circuito sono attualmente in selezione.

 

Il Festival con l'occhio al 2000

La Direzione Artistica del Festival sta energicamente visionando film, soprattutto ai festival dedicati nel mondo alle cinematografie del "Sud", per selezionare i migliori film africani che, tra enormi difficoltà di finanziamento, hanno visto la luce negli ultimi anni. Tra i film già selezionati per il concorso, il pubblico italiano vedrà: La "Genèse" (La genesi) del regista maliano Cheick Oumar Sissoko, già selezionato a Cannes nella sezione "Un certain regard": la rivisitazione in chiave africana di alcuni episodi della Bibbia che hanno generato le prime guerre etniche. "Bye Bye Africa" di Mahamat Saleh Haroun, il primo film prodotto nel poverissimo Ciad, strozzato da trent'anni di guerra civile. Il ritorno di un regista in Ciad per la morte della madre diventa occasione di riflessione sul degrado del cinema in Ciad, dove non esiste neppure un cinema funzionante, e del cinema dell'Africa tutta. "Adwa" 1896 dell'etiope Haile Gerima, storia della sconfitta del potere coloniale italiano ad Adua nel 1896 vista, per la prima volta, con gli occhi degli etiopi e della loro memoria. "Les siestes grénadines" del tunisino Mahmoud Ben Mahmoud, amara riflessione sui pregiudizi razzisti che separano il Maghreb dal resto dell'Africa. "Fallen Angels Paradise" di Oussama Fawzi, prima commedia underground egiziana, rilettura cairota di un racconto magico realistico di Jorge Amado. "Al Abwab Al Moghlaka" ("Le porte chiuse") dell'esordiente egiziano Atef Hetata. Tra la crisi del Golfo e la crescita dell'integralismo, la storia di un adolescente che perde l'innocenza in un mondo che cambia e trova nel fondamentalismo islamico una nuova, inquietante identità. Evento speciale del festival sarà poi il film Mirka dell'algerino Rachid Benhadj. Attori fuoriclasse (Gérard Dépardieu, Vanessa Redgrave, Barbora Bobulova, Sergio Rubini) per un inno alla tolleranza, attraverso la storia atemporale di Mirka, un bimbo nato da uno stupro etnico. La Retrospettiva per paese guarderà al Camerun, prima tappa del cammino di volontariato internazionale del COE: un'occasione per ripercorrerne la storia e per recuperare pellicole perdute che saranno proiettate in Italia, come nello stesso Camerun. Cresce l'attenzione per il cinema-Diaspora: dopo la sezione afro-brasiliana, la sezione a tema del 10° Festival sarà dedicata al cinema Afro-Cubano, in un tentativo di rivalutazione delle radici africane nel cinema e nella cultura cubana, che inevitabilmente passa attraverso la denuncia dello schiavismo e la ricerca di un'identità meticcia. La sezione afro-cubana volerà da Milano al Ciné-Théâtre Saint-Gervais di Ginevra e alla Vidéothèque di Parigi, in un impegno congiunto delle municipalità europee per l'integrazione e la tolleranza. In sintonia con le nuove tendenze delle cinematografie emergenti, il Festival del 2000 inaugura una nuova sezione, "Finestre sul mondo", con film indipendenti in arrivo da altre aree geografiche scarsamente presenti sui nostri schermi, dal bacino del Mediterraneo fino all'Asia e al Sudamerica. Un tentativo di allargare il concetto di cinema black ad una dimensione di cinema meticcio dove i confini culturali e razziali si fanno sempre più labili. Rimane sempre un occhio di riguardo ai giovani, con le proiezioni del mattino per le scuole e il tradizionale seminario per insegnanti "La scuola racconta l'Africa", dedicato nel 2000 alla riflessione sulle metodologie didattiche per il corretto utilizzo di un film in chiave interculturale nel rispetto dell'analisi dei codici del linguaggio cinematografico. Prepariamoci a questo momento festoso di crescita collettiva, evento di speranza alle soglie del terzo millennio, e abbandoniamoci al sogno di una diversa economia del cinema africano. E' possibile un cinema africano per gli Africani (la distribuzione) e soprattutto prodotto dagli Africani (l'industria) che gridi l'importanza per tutti del diritto ad esistere, l'importanza di un punto di vista differente? Entriamo nelle sale, e ascoltiamo le ragioni dell'Africa, queste storie di città e di villaggi...

 

Per ulteriori informazioni:

Festival del Cinema Africano di Milano

via Lazzaroni, 8 - 20124 Milano

tel 02 66.96.258; fax 02 66.71.43.38

E-mail: coe@iol.it

Web: http://www.peacelink.it/users/coe