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Ciak! Si gira... La cinematografia africana
e il terzo millennio
Testo di Elisa Malnis
Foto: Archivio C.O.E.
Da più di un decennio il COE, promotore
delle culture del Sud del mondo, ha fatto del cinema africano,
escluso dai circuiti commerciali, il suo strumento
privilegiato di scambio interculturale e di avvicinamento tra
i popoli, per la costruzione di una società di accoglienza e
di pace. Il 10o Festival del Cinema Africano di Milano, alle
porte (24-30 marzo 2000), traccia un futuro da costruire
insieme, attraverso e oltre le differenze.
Il mondo è da pensare come un villaggio
planetario, percorso dai nuovi mass media che uniscono parti
lontane della terra, ma soprattutto da uomini, ognuno una
ricchezza per l'altro, uniti nell'impegno di costruzione di un
mondo più giusto e solidale. Su quest'intuizione poggia il
COE, Centro Orientamento Educativo, un organismo di
volontariato internazionale nato nel lontano 1959 per volontà
di Don Francesco Pedretti, suo fondatore e "padre",
scomparso lo scorso 9 luglio lasciando un grande vuoto, ma
anche il suo sogno di un mondo aperto alla conoscenza
reciproca e ad un'accoglienza sempre più ampia e gioiosa
delle persone e dei popoli come tesori di creatività, segni
di novità. Diceva Don Francesco: "...Se di un uomo,
anche il più lontano, si avvicinano sentimenti, costumi e
valori, nasce la gioia di mettersi insieme per un nuovo
cammino".
Il COE, seme di mondialità
Dal 1970 il COE è impegnato in progetti di
volontariato nei paesi emergenti: Camerun, Rep. Dem del Congo,
Zambia, Giappone, Ecuador, Bangladesh, India e Papua Nuova
Guinea.
In un'ottica di sviluppo integrale dell'uomo,
l'organismo promuove, oltre a programmi classici in ambito
sanitario, agricolo, tecnico-professionale, progetti peculiari
in campo artistico, di educazione audiovisiva e di animazione
sociale. Basti pensare all'Institut de Formation Artistique
(IFA), la scuola d'arte creata alla fine degli anni '80 a
Mbalmayo, nella provincia del centro-Camerun, oggi culla di
promettenti artisti, al sostegno alla cooperativa "APAN"
di pittori di Kinshasa, in ex-Zaire, e all'Asian Film Centre
di Colombo, Sri Lanka, fino ad arrivare al progetto Kendro,
alla periferia di Calcutta, India, un centro per la produzione
di audiovisivi didattici e di operatori del settore che il COE
sostiene dal 1997, insieme al Ministero italiano degli Affari
Esteri e al governo del West Bengala. E l'Italia? I flussi
migratori massicci che interessano il nostro paese fin dagli
anni '80, in un clima diffuso di ignoranza e di pregiudizio
nei confronti dell'Altro, hanno stimolato l'apertura di una
nuova pista. Dal 1987, ormai leader in quest'attività, il COE
opera per la promozione e diffusione in Italia delle
cinematografie e delle culture del Sud del mondo, in un
tentativo di abbracciare tutte le forme espressive: il cinema,
primo amore, ma anche il teatro, la letteratura, la musica,
l'Arte. "Quando la capra è presente, non bisogna belare
al posto suo". (Amadou Hampâté Bâ) L'intenzione non è
quella di parlare di, o per conto di..., ma di dar voce, senza
paternalismi né intermediari, a registi e artisti
extraeuropei spesso ai margini dei circuiti commerciali, ma
ricchi di un passato, di una cultura e con la voglia di
raccontare Storie di vita e di trasmettere all'Altro qualcosa
di se'.
Il cinema africano, via di Inter-cultura
Da sempre l'educazione Inter-culturale del
COE ha privilegiato il cinema, linguaggio dei nostri giorni e
mezzo
d'espressione su larga scala, e tra le cinematografie del Sud
del mondo, in particolare quelle africane. Un paradosso e
insieme una sfida. Paradosso di una cinematografia, quella
africana, che non si autoproduce e non vanta in Africa
circuiti di distribuzione commerciale, pressoché nulli o
molto circoscritti (raramente i film di un autore valicano i
suoi confini nazionali). I paesi ricchi hanno ripartito anche
i mercati del cinema in maniera ineguale: in queste logiche
produttive i film africani sono irrimediabilmente dei paria.
Realizzare un film in Africa è pazzia, a causa dei
finanziamenti necessari sempre più consistenti, tali da
superare persino i bilanci nazionali degli stati africani:
trovare un posto di programmazione nelle normali sale è
un'impresa ancora più ardua. Neppure gli africani in Africa
vedono i loro film, data la colonizzazione degli schermi da
parte di film occidentali, americani di serie Z, indiani, di
kung-fu; in Europa i cinema commerciali e le reti TV che
scommettono su queste creazioni a redditività non elevata
sono una piccola manciata. Un paradosso che indigna, la
mancanza di visibilità e di mercati, ma anche una scommessa.
Le cinematografie delle "Afriche" (le Afriche dei
tanti registi e dei loro sguardi) sono lo specchio profondo
dell'anima di un continente. Il cinema africano diventa
occasione per incontrare l'Altro coi suoi valori umani, per
scambiare e per cambiare le coscienze, mettendosi all'ascolto
di storie per immagini: storie di dolore e di riscatto, di
tradizioni e di trasformazione, di sogni... Con un pacchetto
di tre film distribuiti a livello nazionale, nell'ambito della
Campagna Nord-Sud del Consiglio d'Europa, il COE ha cominciato
nel 1987 la sua attività di distribuzione non commerciale di
film africani. Oggi vanta il più grande archivio filmico in
Italia di film dal Sud del mondo: un centinaio provenienti
dall'Africa e una ventina dall'Asia e dall'America Latina,
distribuiti soprattutto nei circuiti culturali: i cineclub, le
scuole, le università, i festival che fioriscono in Italia e
le manifestazioni culturali organizzate dalle municipalità,
in cifre più di un centinaio di eventi all'anno sul
territorio nazionale. Un'attenzione particolare è rivolta
all'educazione alla mondialità condotta dal COE da anni nelle
scuole italiane, che ha trovato nel cinema africano uno
strumento di abbattimento dei pregiudizi, di crescita con gli
altri e di pace. Dal cinema si sono poi diramati altri
percorsi, seguendo il bisogno degli artisti extraeuropei di
esprimere il proprio passato, il proprio essere. Il COE è
diventato un punto di riferimento anche per la musica dei
popoli, tramite l'associazione Promobuskers di gruppi musicali
da Africa, Asia e America Latina, a spasso tra percussioni
senegalesi, note andine, musica afro-brasiliana... Una rosa di
mostre itineranti si fanno anch'esse promotrici di dialogo tra
le culture: quelle sulla casa africana, le maschere, le
tecniche di tessitura (batik, tenture...), fino all'ultima
nata, "la Fabbrica dei Suoni", una raccolta di 100
strumenti musicali dal mondo da vedere, sentire e conoscere
nella loro funzione sociale. A Milano le culture
"altre" hanno trovato anche uno spazio fisico, il
Cineteatro San Lorenzo alle Colonne, interamente dedicato al
Sud del mondo, dove a ciclo continuo si proiettano film
dall'Africa, Asia e America Latina, incluse delle prime
nazionali provenienti da distribuzioni straniere. Proprio al
Cineteatro San Lorenzo alle Colonne si svolgerà tra poco (24
gennaio-5 febbraio 2000) il 2° Raduno del Teatro Africano
"made in Italy", che raggruppa le esperienze più
significative di teatro prodotto da artisti immigrati africani
residenti in Italia, impreziosito quest'anno da compagnie
provenienti da tutt'Italia e dal teatro Daniel Sorano di
Dakar, Senegal, e da momenti ad hoc per le scuole.
Il Festival del Cinema Africano di Milano
Fiore all'occhiello dell'attività di
promozione cinematografica e di animazione culturale condotta
dal COE è il Festival del Cinema Africano di Milano, che
corre verso la sua 10a edizione del 2000 (24-30 Marzo 2000).
Unico festival cinematografico internazionale a Milano, creato
nel 1991 in piena guerra del Golfo, il Festival presenta ogni
anno il meglio della produzione cinematografica dell'Africa-continente
e della diaspora degli ultimi due-tre anni. 90 film
rigorosamente di registi black, per lo più inediti per
l'Italia, dalla Tunisia al Sudafrica fino alle comunità nere
del Sudamerica: una selezione accurata di lungometraggi,
cortometraggi e video in concorso, affiancati da sezioni
parallele (Retrospettiva, Sezione informativa, Sezione a tema)
che hanno contribuito a promuovere
un maggiore interesse per la storia cinematografica
dell'Africa e delle comunità nere della diaspora, figlie
della schiavitù. A giudicarli sono giurie con membri
d'eccezione, tra cui in questi anni Omar Sharif, Enrico Ghezzi,
Mira Nair, Sergio Rubini, CCH Pounder: anche il pubblico è
protagonista, mentre vota i film nelle sale, assegnando così
l'ambito Premio del Pubblico. Il Festival è un'opportunità
di estirpare dall'immaginario collettivo il pregiudizio di
un'Africa che non produce film, o al massimo documentari di
profughi, giraffe e bambini dalla pancia gonfia. E' il momento
per intrecciare un dialogo attraverso il linguaggio della
pellicola e per riconoscere in ogni individuo e in ogni popolo
un portatore di valori positivi: è premessa di maggiore
integrazione, scambio e convivenza pacifica nelle società
occidentali tentate da rigurgiti razzisti. Soprattutto è un Festival-incontro. Per un'intera settimana circa 50 tra
registi, giornalisti e professionisti delle culture africane
sbarcano a Milano: i registi sono presenti nelle sale per
parlare dei loro film, alle tavole rotonde, intorno ai cinema
per conversazioni personalissime col pubblico. Indimenticabili
sono le frasi oniriche e surreali che il regista senegalese
Djibril Diop Mambéty, prematuramente scomparso nel luglio
'98, ha lasciato in eredità ai festivalieri: "Fare
cinema non è una cosa difficile. Quando chiudi gli occhi,
vedi il buio, ma se li chiudi ancora più forte, comincerai a
vedere delle stelline. Alcune sono persone, altre sono
animali, cavalli, uccelli. Adesso, se dici loro come muoversi,
dove andare, quando fermarsi, quando devono cadere, hai un
copione. Finito questo, puoi aprire gli occhi e, ad occhi
aperti, il film è fatto". L'incontro con una cultura
passa sempre attraverso una Persona. Per molti il Festival del
Cinema Africano è un Festival-scoperta. Per gli immigrati
africani in Italia è un modo per incontrarsi, per conoscere
le altre voci del continente, per ascoltare un film nella
propria lingua locale, opportunità rara per rivivere la loro
cultura e coltivare la nostalgia. Il pubblico di nicchia dei
primi anni, quello degli italiani con il mal d'Africa, si è
arricchito e oggi tra le migliaia di spettatori ci sono gli
amanti del buon cinema d'autore tout court, in una fase in cui
le cinematografie d'Africa hanno raggiunto un momento di
maturità artistica, oltre che umana. Festival-denuncia. Un
segnale forte, di speranza emerso al Festival di Milano, è la
capacità di indignazione politica e sociale dei cineasti, il
loro alzare la voce contro ogni abuso ai danni dei popoli
africani: la percezione viva della dignità, dei diritti
dell'essere umano. Non a caso l'anno scorso il primo premio
lungometraggi è andato a La vie sur terre ("La vita in
terra") del mauritano Abderrahmane Sissako: saggio di
poesia armata sul ritorno del regista al villaggio paterno,
Sokolo in Mali, per un immaginario capodanno del 2000. La
radio locale sussurra il passaggio al nuovo millennio, ma a
Sokolo niente cambia: parabola di un'Africa che rimane il
fondo del mondo, alla deriva. Festival-mercato. Se le
televisioni nazionali italiane non comprano i film africani,
senza patria, il festival è un'occasione per tessere contatti
e per vendere una piccola manciata di produzioni ai canali
più coraggiosi (i programmi RAI2 di Enrico Ghezzi, Tele+...).
Festival-contenitore. Sempre più il Festival del Cinema
Africano si caratterizza come una festa del cinema e della
ricchezza nella diversità. Preceduto da un mega-concerto
d'apertura, il Festival offre, oltre a film a ciclo continuo,
matinées per le scuole di ogni livello che incontrano i
registi e le loro creazioni, tavole rotonde di
approfondimento, il workshop internazionale COE/ISMU sulla
comunicazione e sulla solidarietà tra i popoli e le
coreografiche cerimonie d'apertura e di premiazione
all'Auditorium San Fedele, in cui il mondo del cinema africano
"in trasferta" si offre in una kermesse di colori e
di suoni. Da Milano poi, prima di tornare nelle loro patrie, i
migliori film africani del Festival partono in tournée per
una fase itinerante: i partner di questo circuito sono
attualmente in selezione.
Il Festival con l'occhio al 2000
La Direzione Artistica del Festival sta
energicamente visionando film, soprattutto ai festival
dedicati nel mondo alle cinematografie del "Sud",
per selezionare i migliori film africani che, tra enormi
difficoltà di finanziamento, hanno visto la luce negli ultimi
anni. Tra i film già selezionati per il concorso, il pubblico
italiano vedrà: La "Genèse" (La genesi) del
regista maliano Cheick Oumar Sissoko, già selezionato a
Cannes nella sezione "Un certain regard": la
rivisitazione in chiave africana di alcuni episodi della
Bibbia che hanno generato le prime guerre etniche. "Bye
Bye Africa" di Mahamat Saleh Haroun, il primo film
prodotto nel poverissimo Ciad, strozzato da trent'anni di
guerra civile. Il ritorno di un regista in Ciad per la morte
della madre diventa occasione di riflessione sul degrado del
cinema in Ciad, dove non esiste neppure un cinema funzionante,
e del cinema dell'Africa tutta. "Adwa" 1896
dell'etiope Haile Gerima, storia della sconfitta del potere
coloniale italiano ad Adua nel 1896 vista, per la prima volta,
con gli occhi degli etiopi e della loro memoria. "Les
siestes grénadines" del tunisino Mahmoud Ben Mahmoud,
amara riflessione sui pregiudizi razzisti che separano il
Maghreb dal resto dell'Africa. "Fallen Angels Paradise"
di Oussama Fawzi, prima commedia underground egiziana,
rilettura cairota di un racconto magico realistico di Jorge
Amado. "Al Abwab Al Moghlaka" ("Le porte
chiuse") dell'esordiente egiziano Atef Hetata. Tra la
crisi del Golfo e la crescita dell'integralismo, la storia di
un adolescente che perde l'innocenza in un mondo che cambia e
trova nel fondamentalismo islamico una nuova, inquietante
identità. Evento speciale del festival sarà poi il film
Mirka dell'algerino Rachid Benhadj. Attori fuoriclasse (Gérard
Dépardieu, Vanessa Redgrave, Barbora Bobulova, Sergio Rubini)
per un inno alla tolleranza, attraverso la storia atemporale
di Mirka, un bimbo nato da uno stupro etnico. La Retrospettiva
per paese guarderà al Camerun, prima tappa del cammino di
volontariato internazionale del COE: un'occasione per
ripercorrerne la storia e per recuperare pellicole perdute che
saranno proiettate in Italia, come nello stesso Camerun.
Cresce l'attenzione per il cinema-Diaspora: dopo la sezione
afro-brasiliana, la sezione a tema del 10° Festival sarà
dedicata al cinema Afro-Cubano, in un tentativo di
rivalutazione delle radici africane nel cinema e nella cultura
cubana, che inevitabilmente passa attraverso la denuncia dello
schiavismo e la ricerca di un'identità meticcia. La sezione
afro-cubana volerà da Milano al Ciné-Théâtre Saint-Gervais
di Ginevra e alla Vidéothèque di Parigi, in un impegno
congiunto delle municipalità europee per l'integrazione e la
tolleranza. In sintonia con le nuove tendenze delle
cinematografie emergenti, il Festival del 2000 inaugura una
nuova sezione, "Finestre sul mondo", con film
indipendenti in arrivo da altre aree geografiche scarsamente
presenti sui nostri schermi, dal bacino del Mediterraneo fino
all'Asia e al Sudamerica. Un tentativo di allargare il
concetto di cinema black ad una dimensione di cinema meticcio
dove i confini culturali e razziali si fanno sempre più
labili. Rimane sempre un occhio di riguardo ai giovani, con le
proiezioni del mattino per le scuole e il tradizionale
seminario per insegnanti "La scuola racconta
l'Africa", dedicato nel 2000 alla riflessione sulle
metodologie didattiche per il corretto utilizzo di un film in
chiave interculturale nel rispetto dell'analisi dei codici del
linguaggio cinematografico. Prepariamoci a questo momento
festoso di crescita collettiva, evento di speranza alle soglie
del terzo millennio, e abbandoniamoci al sogno di una diversa
economia del cinema africano. E' possibile un cinema africano
per gli Africani (la distribuzione) e soprattutto prodotto
dagli Africani (l'industria) che gridi l'importanza per tutti
del diritto ad esistere, l'importanza di un punto di vista
differente? Entriamo nelle sale, e ascoltiamo le ragioni
dell'Africa, queste storie di città e di villaggi...
Per ulteriori informazioni:
Festival del Cinema Africano di Milano
via Lazzaroni, 8 - 20124 Milano
tel 02 66.96.258; fax 02 66.71.43.38
E-mail: coe@iol.it
Web: http://www.peacelink.it/users/coe
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