AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

Clicca qui per vedere le altre copertine e poi
cliccale per vederne il sommario



Contattaci:

   per informazioni

provincia@padribianchi.it

  animazione missionaria

animazione@padribianchi.it

   redazione:

africa@padribianchi.it

Tel: 0363 44 726


P.I.S.A.I. 


Mostre fotografiche
AFRICA

clicca qui per informazioni


Scambi-links

CASA EDITRICE POLARIS S.r.l.

Libri per viaggiare



LUGLIO-AGOSTO 2008


MAGGIO-GIUGNO 2008


MARZO-APRILE 2008


GENNAIO-FEBBRAIO 2008


NOVEMBRE-DICEMBRE 2007


SETTEMBRE-OTTOBRE 2007


LUGLIO - AGOSTO 2007


MAGGIO-GIUGNO 2007

 

La Wahhâbiyya

Lo scopo del movimento della Wahhâbiyya, è riportare l’Islam alla sua purezza iniziale.
Con una predisposizione al fondamentalismo, il movimento si trova sovente in contrasto con le confraternite religiose.
La sua affermazione in Africa Occidentale negli ultimi decenni, dove l’Islam tradizionale è tollerante, desta non poche preoccupazioni per l’avvenire.

 

Il Movimento della Wahhâbiyya

A Gao, in Mali, negli anni 1930, e poi a Bouakè, in Costa d’Avorio, dopo la seconda guerra mondiale, apparvero uomini che, ritornando dal pellegrinaggio ai Luoghi Santi dell’Islam, in Arabia, si misero a proporre ai loro compatrioti un altro modo di vivere e di praticare l’Islam; un modo contrario, in parte, a quello tradizionale ispirato dall’insegnamento dei Maestri delle Confraternite Religiose. All’inizio, senza che se ne rendessero conto loro stessi, questi uomini furono dichiarati appartenenti al movimento della Wahhâbiyya.
Da allora, e soprattutto in questi ultimi decenni, questo movimento si affermò molto in Africa Occidentale e in particolare in Mali. Non si tratta di una nuova Confraternita, ma si presenta come un movimento di riforma con lo scopo di riportare l’Islam alla sua purezza iniziale, lottando contro tutte le innovazioni sospette o le superstizioni popolari. Per questo motivo il movimento si trova spesso in contrasto con le altre Confraternite religiose.

 

Origine del movimento

Il movimento della Wahhâbiyya deve i suoi inizi a Muhammad b. Abd al-Wahhâb, nato nel 1703 in una località del Najd (Arabia) chiamata al-Uyayna. Morì nel 1791. Crebbe ed ebbe il suo primo insegnamento in seno alla sua famiglia di giureconsulti appartenenti alla scuola hambalita (una delle quattro scuole di diritto musulmano, la più rigorista).
Completò poi la sua formazione a Medina. In seguito viaggiò, per studio, in molti paesi musulmani. Imparò la teologia, la filosofia e il sufismo.
Durante i suoi viaggi, si rese conto che la dottrina e la pratica dell’Islam si erano persi o, per lo meno, corrotti, secondo lui. Tanto che, al suo ritorno nella sua città natale, si mise a predicare il perfetto “tawhîd”, dottrina della perfetta unità e unicità di Dio, caratteristica principale dell’Islam. La sua guida, il suo Maestro, fu uno dei grandi pensatori della scuola hanbalita, Ibn Taymiyya (1263-1328).
Predicando questo tawhîd, denunciò il culto dei santi, le visite alle loro tombe, il ricorso alla loro intercessione, l’attaccamento alla dottrina dei maestri. Si scagliò contro le Confraternite, rimproverando loro di introdurre nel dogma e nella pratica dell’Islam innovazioni incompatibili con esso. Fedele alla scuola hambalita, accettava come fonti della legge soltanto il Corano e la Sunna (Tradizione del Profeta Maometto). Rifiutava il principio del consensus fra i Dottori della legge, se veniva fatto a detrimento dei testi delle due fonti principali. Rifiutò anche tutte le interpretazioni dell’Islam anteriori a lui, il che lo portò, paradossalmente, ad ammettere una certa possibilità d’interpretazione personale (ijtihad) poiché non esiste, secondo il suo punto di vista, nessuna autorità stabilita cui fare riferimento per interpretare il Corano e la Sunna.
I suoi primi discepoli si autoproclamarono i “muwahhidûn”, gli “unitari”. Perseguitato, fu costretto a fuggire dalla sua città e a trovare rifugio nella sede del clan Sa’ûd. Fu accolto e ascoltato dall’emiro Muhammad b. Sa’ûd, che si alleò con lui a Dar’iya, nel 1744. Questa alleanza costituì, se si può dire, l’atto di fondazione di uno Stato Wahhâbita. Si impegnarono a combattere “con la lingua e la spada” per imporre questa riforma dell’Islam. Questa alleanza fra Muhammad Ibn Abd al-Wahhâb e Muhammad Ibn Sa’ûd, non è mai stata smentita dai loro discendenti.
Progressivamente i Sa’ûd “con la spada”, con successi (Occupazione di Medina e della Mecca nel 1805-1806) e sconfitte (riconquista di queste due città e decapitazione di Abd Allâh Ibn Sa’ûd da parte degli Ottomani nel 1818), finirono per imporsi su tutta la penisola arabica e per diventare padroni dei luoghi santi dell’Islam (riconquista di Medina e della Mecca nel 1924-1925) e Abd al-Azîz al- Rahamân Ibn Sa’ûd si fece proclamare re dell’Arabia nel 1932. La dottrina che Mouhammad Ibn Abd al-Wahhâb proclamò “con la parola” è quella di questo Regno.

 

Dottrina di questo movimento

Il culto dei “santi”, e specialmente dei fondatori e dei grandi maestri di Confraternite; la visita alle loro tombe, o semplicemente il fatto di innalzare un mausoleo sulle loro tombe; la credenza nel loro potere d’intercessione o di trasmissione di una benedizione “baraka”; la pratica di portare amuleti per assicurarsi salute, felicità, successo, matrimonio..; l’obbedienza assoluta a un Maestro e l’attaccamento al suo insegnamento e alla sua pratica (Wird) intesi come una via che dà garanzia di avere “l’altra vita”: tutto questo fu considerato da Muhammad b. Abd al-Wahhâb come “associazionismo” (sirk), cioè associare qualcuno, o qualche cosa, a Dio e, per il fatto stesso, non confidare solo in Dio, in Lui solo, Uno ed Unico. Questo costituisce il più grave peccato nell’Islam, da lui fortemente condannato.
Durante la campagna per la conquista dell’Arabia, i “muwahhidûn” (Unitari) distrussero numerosi mausolei innalzati sulle tombe di “personaggi religiosi” degli inizi dell’Islam.
Per M. Abd al-Wahhâb, il Corano deve essere letto nella sua letteralità più stretta, non può essere interpretato. Egli chiese anche che venisse applicata, il più strettamente possibile, la legislazione coranica, comprese “le pene legali” che vi sono menzionate. Bisognava ritornare alla sobrietà della dottrina e della pratica del tempo della prima comunità musulmana intorno a Maometto, a Medina nel VII secolo.
Lo stile di vita che accompagna questo modo purificato di vivere l’Islam diventò estremamente austero: interdizione, non soltanto dell’alcool (interdetto coranico), ma anche l’uso del tabacco, del consumo del caffè e del te, l’obbligo del velo per le donne e i limiti alle loro uscite all’esterno.

 

La Wahhâbiyya in Africa Occidentale e sue conseguenze.

Il più efficace mezzo di propaganda di questo movimento è stato, e resta ancora oggi, il pellegrinaggio annuale alla Mecca e dintorni. In questa città, dove oggi quasi due milioni di musulmani si trovano ogni anno, provenienti da tutte le parti del mondo, per compiere insieme, nello stesso momento, i riti prescritti, il modo di vivere l’Islam è quello della wahhâbiyya. Così, al loro ritorno in patria, alcuni di quelli che godono del prestigio di avere adempiuto questo importante dovere dell’Islam, possono farsi i propagatori di questa maniera di fare e di questa dottrina. All’inizio i più numerosi, a poter fare il viaggio alla Mecca, erano commercianti agiati.
Fu prima di tutto nella classe dei commercianti che il movimento si sviluppò. Questi commercianti e i loro “dipendenti”, con la loro adesione alla Wahhâbiyya, trovarono il modo per staccarsi dall’autorità tradizionale delle confraternite, che dipendevano da loro finanziariamente, e opporsi ad esse. Ben presto in molti luoghi si ebbero incidenti tra aderenti alla Wahhâbiyya e i loro avversari attaccati all’Islam tradizionale delle confraternite. A volte per motivi insignificanti, come il modo di tenere le proprie mani e le braccia durante la preghiera rituale.
Secondo la scuola hanbalita, i wahhâbiyya incrociano le mani sul petto, mentre gli altri, secondo la scuola malikita, predominante in Africa Occidentale, tengono le braccia lungo il corpo. Ma il motivo principale dell’opposizione resta il rifiuto dell’Islam “inculturato” delle confraternite, così com’è praticato da molto tempo in Africa Occidentale e che ha favorito l’islamizzazione massiccia di questa regione. Certi scontri, come quello avvenuto a Bobo-Dioulasso, nel 1974, provocarono anche dei morti.
Oggi, i petro-dollari, la politica estera dell’Arabia Saudita e quella della Lega Islamica Mondiale (che ha la sua sede in Arabia e che dipende finanziariamente da questo paese) che hanno finanziato borse di studio per studenti in paesi arabi, la costruzione di moschee, di scuole private musulmane (madrasa) e Istituti islamici nei quali l’insegnamento islamico e quello generale vengono impartiti in lingua araba e di cui molti insegnanti appartengono alla wahhâbiyya, hanno permesso una più vasta diffusione di questo movimento.
Non è più un’ eccezione, anche nei centri più lontani dai centri urbani, vedere, nei piccoli villaggi, le donne africane completamente vestite e velate di nero e trovare due moschee, una costruita da quelli della wahhâbiyya, dove vanno a pregare soltanto loro, e l’altra, più vecchia, dove pregano quelli che restano fedeli alla loro confraternita.

 

Conclusione

Questo movimento riformatore, di purificazione, di ritorno ad una pratica e ad una dottrina di tipo “fondamentalista” dell’Islam non è il primo nella storia dell ‘Islam, anche in Africa Occidentale. Resta però il fatto che questo movimento particolare, la “Wahhâbiyya”, oggi, va insieme con una presa di coscienza molto forte della loro islamicità da parte degli africani musulmani, e si situa in un contesto più ampio, dove altre correnti dello stesso tipo, con mire politiche, fanno sentire la loro voce e in loro l’insegnamento della lingua araba è più marcato e generalizzato.
Tutto questo pone una domanda: Gli Africani musulmani diventeranno più islamici a scapito della loro “africanità”?
Fino ad ora, l’Islam africano, veicolato tramite le Confraternite, si era inculturato, aveva conservato e conserva ancora i valori africani di rispetto, d’apertura, di accoglienza e aveva fatto nascere un umanesimo fatto di dolcezza, di sensibilità verso i poveri, di pietà e tolleranza.
La “purificazione” e l’arabizzazione lo porteranno verso una dottrina più giusta, forse anche verso un approfondimento della fede; ma forse a scapito dell’ “africanità”.