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La Wahhâbiyya
Lo scopo del movimento della
Wahhâbiyya, è riportare l’Islam alla sua purezza iniziale.
Con una predisposizione al fondamentalismo, il movimento si
trova sovente in contrasto con le confraternite religiose.
La sua affermazione in Africa Occidentale negli ultimi
decenni, dove l’Islam tradizionale è tollerante, desta non
poche preoccupazioni per l’avvenire.
Il Movimento della Wahhâbiyya
A
Gao, in Mali, negli anni 1930, e poi a Bouakè, in Costa d’Avorio,
dopo la seconda guerra mondiale, apparvero uomini che,
ritornando dal pellegrinaggio ai Luoghi Santi dell’Islam, in
Arabia, si misero a proporre ai loro compatrioti un altro modo
di vivere e di praticare l’Islam; un modo contrario, in
parte, a quello tradizionale ispirato dall’insegnamento dei
Maestri delle Confraternite Religiose. All’inizio, senza che
se ne rendessero conto loro stessi, questi uomini furono
dichiarati appartenenti al movimento della Wahhâbiyya.
Da allora, e soprattutto in questi ultimi decenni, questo
movimento si affermò molto in Africa Occidentale e in
particolare in Mali. Non si tratta di una nuova Confraternita,
ma si presenta come un movimento di riforma con lo scopo di
riportare l’Islam alla sua purezza iniziale, lottando contro
tutte le innovazioni sospette o le superstizioni popolari. Per
questo motivo il movimento si trova spesso in contrasto con le
altre Confraternite religiose.
Origine del movimento
Il movimento della Wahhâbiyya deve i suoi
inizi a Muhammad b. Abd al-Wahhâb, nato nel 1703 in una
località del Najd (Arabia) chiamata al-Uyayna. Morì nel
1791. Crebbe ed ebbe il suo primo insegnamento in seno alla
sua famiglia di giureconsulti appartenenti alla scuola
hambalita (una delle quattro scuole di diritto musulmano, la
più rigorista).
Completò poi la sua formazione a Medina. In seguito viaggiò,
per studio, in molti paesi musulmani. Imparò la teologia, la
filosofia e il sufismo.
Durante
i suoi viaggi, si rese conto che la dottrina e la pratica dell’Islam
si erano persi o, per lo meno, corrotti, secondo lui. Tanto
che, al suo ritorno nella sua città natale, si mise a
predicare il perfetto “tawhîd”, dottrina della perfetta
unità e unicità di Dio, caratteristica principale dell’Islam.
La sua guida, il suo Maestro, fu uno dei grandi pensatori
della scuola hanbalita, Ibn Taymiyya (1263-1328).
Predicando questo tawhîd, denunciò il culto dei santi, le
visite alle loro tombe, il ricorso alla loro intercessione, l’attaccamento
alla dottrina dei maestri. Si scagliò contro le
Confraternite, rimproverando loro di introdurre nel dogma e
nella pratica dell’Islam innovazioni incompatibili con esso.
Fedele alla scuola hambalita, accettava come fonti della legge
soltanto il Corano e la Sunna (Tradizione del Profeta
Maometto). Rifiutava il principio del consensus fra i Dottori
della legge, se veniva fatto a detrimento dei testi delle due
fonti principali. Rifiutò anche tutte le interpretazioni dell’Islam
anteriori a lui, il che lo portò, paradossalmente, ad
ammettere una certa possibilità d’interpretazione personale
(ijtihad) poiché non esiste, secondo il suo punto di vista,
nessuna autorità stabilita cui fare riferimento per
interpretare il Corano e la Sunna.
I suoi primi discepoli si autoproclamarono i “muwahhidûn”,
gli “unitari”. Perseguitato, fu costretto a fuggire dalla
sua città e a trovare rifugio nella sede del clan Sa’ûd.
Fu accolto e ascoltato dall’emiro Muhammad b. Sa’ûd, che
si alleò con lui a Dar’iya, nel 1744. Questa alleanza
costituì, se si può dire, l’atto di fondazione di uno
Stato Wahhâbita. Si impegnarono a combattere “con la lingua
e la spada” per imporre questa riforma dell’Islam. Questa
alleanza fra Muhammad Ibn Abd al-Wahhâb e Muhammad Ibn Sa’ûd,
non è mai stata smentita dai loro discendenti.
Progressivamente i Sa’ûd “con la spada”, con successi
(Occupazione di Medina e della Mecca nel 1805-1806) e
sconfitte (riconquista di queste due città e decapitazione di
Abd Allâh Ibn Sa’ûd da parte degli Ottomani nel 1818),
finirono per imporsi su tutta la penisola arabica e per
diventare padroni dei luoghi santi dell’Islam (riconquista
di Medina e della Mecca nel 1924-1925) e Abd al-Azîz al-
Rahamân Ibn Sa’ûd si fece proclamare re dell’Arabia nel
1932. La dottrina che Mouhammad Ibn Abd al-Wahhâb proclamò
“con la parola” è quella di questo Regno.
Dottrina di questo movimento
Il culto dei “santi”, e specialmente dei
fondatori e dei grandi maestri di Confraternite; la visita
alle loro tombe, o semplicemente il fatto di innalzare un
mausoleo sulle loro tombe; la credenza nel loro potere d’intercessione
o di trasmissione di una benedizione “baraka”; la pratica
di portare amuleti per assicurarsi salute, felicità,
successo, matrimonio..; l’obbedienza assoluta a un Maestro e
l’attaccamento al suo insegnamento e alla sua pratica (Wird)
intesi come una via che dà garanzia di avere “l’altra
vita”: tutto questo fu considerato da Muhammad b. Abd
al-Wahhâb come “associazionismo” (sirk), cioè associare
qualcuno, o qualche cosa, a Dio e, per il fatto stesso, non
confidare solo in Dio, in Lui solo, Uno ed Unico. Questo
costituisce il più grave peccato nell’Islam, da lui
fortemente condannato.
Durante la campagna per la conquista dell’Arabia, i “muwahhidûn”
(Unitari) distrussero numerosi mausolei innalzati sulle tombe
di “personaggi religiosi” degli inizi dell’Islam.
Per M. Abd al-Wahhâb, il Corano deve essere letto nella sua
letteralità più stretta, non può essere interpretato. Egli
chiese anche che venisse applicata, il più strettamente
possibile, la legislazione coranica, comprese “le pene
legali” che vi sono menzionate. Bisognava ritornare alla
sobrietà della dottrina e della pratica del tempo della prima
comunità musulmana intorno a Maometto, a Medina nel VII
secolo.
Lo stile di vita che accompagna questo modo purificato di
vivere l’Islam diventò estremamente austero: interdizione,
non soltanto dell’alcool (interdetto coranico), ma anche l’uso
del tabacco, del consumo del caffè e del te, l’obbligo del
velo per le donne e i limiti alle loro uscite all’esterno.
La Wahhâbiyya in Africa Occidentale e sue
conseguenze.
Il più efficace mezzo di propaganda di
questo movimento è stato, e resta ancora oggi, il
pellegrinaggio annuale alla Mecca e dintorni. In questa
città, dove oggi quasi due milioni di musulmani si trovano
ogni anno, provenienti da tutte le parti del mondo, per
compiere insieme, nello stesso momento, i riti prescritti, il
modo di vivere l’Islam è quello della wahhâbiyya. Così,
al loro ritorno in patria, alcuni di quelli che godono del
prestigio di avere adempiuto questo importante dovere dell’Islam,
possono farsi i propagatori di questa maniera di fare e di
questa dottrina. All’inizio i più numerosi, a poter fare il
viaggio alla Mecca, erano commercianti agiati.
Fu prima di tutto nella classe dei commercianti che il
movimento si sviluppò. Questi commercianti e i loro “dipendenti”,
con la loro adesione alla Wahhâbiyya, trovarono il modo per
staccarsi dall’autorità tradizionale delle confraternite,
che dipendevano da loro finanziariamente, e opporsi ad esse.
Ben presto in molti luoghi si ebbero incidenti tra aderenti
alla Wahhâbiyya e i loro avversari attaccati all’Islam
tradizionale delle confraternite. A volte per motivi
insignificanti, come il modo di tenere le proprie mani e le
braccia durante la preghiera rituale.
Secondo la scuola hanbalita, i wahhâbiyya incrociano le mani
sul petto, mentre gli altri, secondo la scuola malikita,
predominante in Africa Occidentale, tengono le braccia lungo
il corpo. Ma il motivo principale dell’opposizione resta il
rifiuto dell’Islam “inculturato” delle confraternite,
così com’è praticato da molto tempo in Africa Occidentale
e che ha favorito l’islamizzazione massiccia di questa
regione. Certi scontri, come quello avvenuto a Bobo-Dioulasso,
nel 1974, provocarono anche dei morti.
Oggi, i petro-dollari, la politica estera dell’Arabia
Saudita e quella della Lega Islamica Mondiale (che ha la sua
sede in Arabia e che dipende finanziariamente da questo paese)
che hanno finanziato borse di studio per studenti in paesi
arabi, la costruzione di moschee, di scuole private musulmane
(madrasa) e Istituti islamici nei quali l’insegnamento
islamico e quello generale vengono impartiti in lingua araba e
di cui molti insegnanti appartengono alla wahhâbiyya, hanno
permesso una più vasta diffusione di questo movimento.
Non è più un’ eccezione, anche nei centri più lontani dai
centri urbani, vedere, nei piccoli villaggi, le donne africane
completamente vestite e velate di nero e trovare due moschee,
una costruita da quelli della wahhâbiyya, dove vanno a
pregare soltanto loro, e l’altra, più vecchia, dove pregano
quelli che restano fedeli alla loro confraternita.
Conclusione
Questo movimento riformatore, di
purificazione, di ritorno ad una pratica e ad una dottrina di
tipo “fondamentalista” dell’Islam non è il primo nella
storia dell ‘Islam, anche in Africa Occidentale. Resta però
il fatto che questo movimento particolare, la “Wahhâbiyya”,
oggi, va insieme con una presa di coscienza molto forte della
loro islamicità da parte degli africani musulmani, e si situa
in un contesto più ampio, dove altre correnti dello stesso
tipo, con mire politiche, fanno sentire la loro voce e in loro
l’insegnamento della lingua araba è più marcato e
generalizzato.
Tutto questo pone una domanda: Gli Africani musulmani
diventeranno più islamici a scapito della loro “africanità”?
Fino ad ora, l’Islam africano, veicolato tramite le
Confraternite, si era inculturato, aveva conservato e conserva
ancora i valori africani di rispetto, d’apertura, di
accoglienza e aveva fatto nascere un umanesimo fatto di
dolcezza, di sensibilità verso i poveri, di pietà e
tolleranza.
La “purificazione” e l’arabizzazione lo porteranno verso
una dottrina più giusta, forse anche verso un approfondimento
della fede; ma forse a scapito dell’ “africanità”.
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