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Chiese nell’Europa orientale: un difficile
mosaico
di Domenico Bosa
Gli avvenimenti verificatisi nei paesi
dell’ex-Jugoslavia negli anni recenti hanno aperto, per
molti occidentali, una finestra sul mondo del cristianesimo
orientale, le Chiese dei Balcani, dei popoli Slavi e dell’Europa
orientale. Ne parliamo per l’attualità del problema, legato
all’ecumenismo.
Le Chiese dei Balcani e dell’Europa
orientale fanno parte dell’insieme più vasto chiamato
Oriente cristiano, denominazione che comprende le Chiese sorte
nella parte orientale dell’Impero romano e quelle sorte in
dipendenza da esse, fuori dei confini dell’Impero.
Le Chiese orientali
Un primo gruppo è rappresentato dalle
Comunità cristiane del Vicino e del Medio Oriente. Esse
discendono dalle prime Chiese cristiane e si sono staccate,
dalla comunione della Chiesa universale, in seguito ai
dibattiti teologici dei primi cinque secoli, riguardanti la
definizione dei misteri cristiani della Trinità e del-l’Incarnazione.
Queste Chiese hanno origine dalle due tendenze dottrinali
combattute dai primi concili ecumenici, fino al concilio di
Calcedonia (451): il Nestorianesimo e il Monofisismo. Si
parla, quindi, di Chiese nestoriane e monofisite, o anche di
Chiese pre-Calcedoniane.
Un altro gruppo di Chiese cristiane, invece, comprende le
comunità legate, per ragioni storiche e religiose, al
Patriarcato di Costantinopoli, le quali, seguendo la Chiesa
Madre, si staccarono dalla Chiesa di Roma, definitivamente nel
1054. Si tratta, appunto della Chiesa greca, delle Chiese dei
paesi balcanici e lituani, e dell’Europa orientale: quelle
che formano la cosiddetta Ortodossia.
Se alcune di queste Chiese dei Balcani subirono l’influenza
del cristianesimo latino (vedi la Chiesa della Croazia, per
esempio), la maggioranza di esse devono la loro origine alla
Chiesa di Costantinopoli. Esse, quindi, seguirono tutte le
fasi del progressivo distacco da Roma, guidato da
Costantinopoli: lo scisma di Acacio nel 5° secolo, lo scisma
Monotelistico nel 7°, la lotta per le immagini sacre, nel
secolo 8°, lo scisma di Fozio nel secolo 9°, fino alla
separazione definitiva del patriarca Michele Cerulario, nel
1054.
Il grande problema che spiega queste ed altre difficoltà
sorte fra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente, è
il modo di concepire i rapporti fra i vescovi, fra le diverse
Chiese locali, e specialmente l’autorità del Vescovo di
Roma sugli altri vescovi e quindi su tutta la Chiesa.
La separazione da Roma favorì un vero frazionamento del
cristianesimo orientale, dove prevalse il fenomeno delle
Chiese autocefale, cioè indipendenti di diritto e di fatto,
che si amministrano da sé, indipendentemente da legami o
rapporti con le Chiese madri dalle quali hanno avuto origine.
Pur conservando una certa unità di rito (bizantino), di
dottrina e di disciplina, la separazione ha rotto i legami di
giurisdizione e di autorità che legavano queste Chie-se fra
loro.
Ogni capitale di un regno cristiano rivendicava il diritto all’autonomia
e alla preminenza, all’indipendenza dalla Chiesa madre:
così la Chiesa Bulgara nel 927, la Chiesa Serba, nel 1235, la
Chiesa russa nel 1448.
Il fenomeno era favorito anche dal disgregamento dell’Impero;
la protezione che esso non poteva assicurare alle Chiese era
assicurata dai poteri politici dei singoli stati, ai quali in
cambio si concedeva una certa autorità su materie
ecclesiastiche (amministrazione dei beni ecclesiastici, leggi
matrimoniali, ecc.). E’ l’insieme di queste Chiese
autocefale, derivanti dall’antico Patriarcato di
Costantinopoli, che costituisce quella che si chiama la Chiesa
Ortodossa, o l’Ortodossia, che oggi comprende circa 180
milioni di fedeli.
Il carattere nazionale di queste Chiese, la loro
partecipazione e coinvolgimento agli avvenimenti che hanno
forgiato le rispettive nazioni, insieme ad un certo ritardo
nell’assumere la moderna distinzione del fattore religioso
da quello politico, spiegano l’accusa di nazionalismo, di
collusione col potere politico che viene loro mossa spesso.
La Chiesa Serbo-Ortodossa
La Chiesa Serba Ortodossa, della quale si è
tanto parlato in questi ultimi anni, rientra in questa storia.
Già unita a Costantinopoli, si costituì in Chiesa autocefala
nel 1235, per opera di San Sava Nemanjic, monaco, iniziatore
della letteratura serba, fratello del re Stefano I Nemanjic,
che lo creò arcivescovo, coll’incarico di organizzare la
Chiesa Serba. Il carattere nazionale di questa Chiesa si
accentuò nei secoli successivi, quando il regno serbo
raggiunse una grande prosperità e una vasta espansione
territoriale, inglobando la Macedonia, l’Epiro e l’Albania.
Nel 1346, il re Stefano Dusan (1331-1355) si proclamò “zar”
(imperatore) “dei Serbi e dei Romani, dei Bulgari e degli
Albanesi” e nominò Patriarca l’arcivescovo della Chiesa
Serba.
L’Islam e l’Impero Ottomano
Una componente religiosa importante della
storia e della cultura di questi paesi è la religione
musulmana. Mentre il Medio e Vicino oriente furono occupati
dalla prima espansione musulmana effettuata dagli Arabi già
nel secolo 7°, i paesi balcanici, slavi e russi caddero sotto
l’interesse dell’Islam solo più tardi, per opera dei
Turchi e dei Mongoli, popoli nomadi di origine asiatica,
convertiti all’Islam.
I Turchi Ottomani, consolidato il loro potere in Asia Minore,
verso la metà del secolo 14° si rivolgono all’Europa e
penetrano nei Balcani. Procedendo da sud-est, una prima serie
di conquiste assicura agli Ottomani la Bulgaria (1389) e
sconfigge la potenza Serba nella storica battaglia di Kossovo
Polije (28 giugno 1389). L’occupazione dei territori serbi
sarà completata in un secondo tempo, nella prima metà del
secolo 15°, e si estenderà fino alla conquista dell’Albania,
ritardata dalla resistenza di Skanderbeg (Giorgio Kastriota),
tra il 1443 e il 1467. Questi paesi entrarono a far parte dell’Impero
Ottomano, la cui capitale, Costantinopoli, cadde in mano turca
nel 1453, e venne chiamata Istanbul.
La lotta contro i Turchi è entrata non solo nella storia, ma
nella epopea di questi popoli. L’ideale patriottico e il
sentimento religioso si confondevano nell’esaltazione della
resistenza armata contro l’invasore.
Le battaglie, le vittorie, le sconfitte stesse, le gesta dei
vari personaggi assunsero un valore nel definire e rinsaldare
l’identità nazionale, dei Serbi, degli Albanesi e degli
altri popoli che conobbero la stessa sorte. La loro
letteratura popolare è piena di canti che celebrano vari
episodi della secolare lotta tra turchi e cristiani e quello
che potremmo chiamare il ciclo della battaglia del Kosovo
(1389) è uno dei più ricchi. Per i Serbi il Kosovo, culla
della potenza serba e campo di battaglia contro i Turchi, è
diventato “terra storica e santa”.
L’occupazione turca comportò una certa islamizzazione, che
si protrasse per parecchi secoli ed ebbe andamento differente,
secondo i paesi. Risultati cospicui essa raggiunse soprattutto
in Albania (oggi il 70% ca. della popolazione è musulmana),
in Bosnia ed Erzegovina.
In Kosovo la grande maggioranza della popolazione è pure
musulmana. In generale le popolazioni dei balcani e dell’Europa
orientale mantennero la fede e la pratica cristiana, a costo
di sacrifici eroici e grazie proprio al fatto che le Chiese
nazionali furono le uniche custodi delle tradizioni sacre e
civili, l’unica forza di coesione dell’identità nazionale
e cristiana.
Le Chiese cattoliche di rito orientale
Sotto l’influenza dell’occidente e della
Chiesa latina, molti cristiani orientali hanno ripreso la
comunione con la Chiesa di Roma.
Ci furono tentativi di una riconciliazione comune, di tutta l’Ortodossia,
nel 1274, all’occasione del Concilio di Lione, al quale
parteciparono anche l’Imperatore bizantino e il Patriarca di
Costantinopoli, e specialmente nel 1439 al Concilio di
Firenze, dove dopo cinque mesi di serrate discussioni si
arrivò ad un “Decreto di unione”.
Gli Ortodossi accettarono la formula del Credo che conteneva
il discusso “Filioque”, e anche il primato del Vescovo di
Roma. Ma la pubblica opinione, in Grecia e in altri paesi
interessati, sconfessò la scelta dei vescovi e dei membri
orientali del Concilio.
Pochi anni dopo, la caduta di Costantinopoli metteva fine all’Impero
bizantino e le Chiese orientali cadevano sotto il potere dell’Impero
ottomano. Da allora fu la “Santa Russia” che si considerò
la guardiana dell’Ortodossia, “la Terza Roma”.
Nei secoli seguenti, tuttavia, per opera dei missionari in
Medio Oriente e anche per la protezione dei poteri europei,
particolarmente della Francia, un certo movimento favorevole
alla riunione, diede origine a comunità cattoliche orientali,
staccate dalle corrispondenti comunità originarie, anche da
quelle non appartenenti all’Ortodossia. Unendosi a Roma esse
tuttavia conservavano il rito, la lingua liturgica, le
disposizioni canoniche delle rispettive comunità orientali,
secondo i decreti del Concilio di Firenze.
Praticamente, se si esclude la Chiesa Maronita, sempre rimasta
fedele a Roma, tutte le altre Chiese cattoliche di rito
orientale provengono dalla riunione con Roma di fedeli che
appartenevano a Chiese separate. Si calcola che in tutto essi
siano circa 12- 15 milioni. Gli Ortodossi li chiamano “Uniati”,
denominazione non priva di una punta di disprezzo.
La posizione di queste comunità cristiane, infatti, non è
delle più facili. I loro fedeli sono mal visti dai cristiani
separati, perché considerati transfughi, frutto di un
proselitismo inopportuno. In molti paesi non sono riconosciuti
dal governo, spesso per opposizione delle Chiese ufficiali,
nazionali. Essi vorrebbero essere come un ponte per facilitare
il processo di riunione; ma talora sono visti, anche dai
cattolici, piuttosto come un ostacolo all’unione, che oggi
si preferisce perseguire per la via del dialogo, piuttosto che
per quella delle singole conversioni.
Le vicende delle Chiese orientali sono la testimonianza della
cattolicità della Chiesa, che deve abbracciare la diversità
dei riti, delle culture e delle nazioni.
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