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"Chiudere gli occhi per vedere"
Djibril Diop Mambety, regista della gente
comune
di Maddalena Masutti
Il Festival del Cinema Africano, tenuto
a Milano (19-25 marzo 1999), ha voluto ricordare con
ammirazione e grande rimpianto Djibril Diop Mambety, scomparso
prematuramente il 23 luglio 1998.
Proponiamo alcune riflessioni sulla figura del grande regista,
modesto e non incline a compromessi, dotato di una grande
ricchezza umana.
La vocazione
"Bisogna
chiudere gli occhi per poter vedere veramente. Qualunque sia
la cosa che tu desideri c'è già, ma altrove, al di là...
Quando chiudi gli occhi vedi l'oscurità, se li chiudi con
forza e a lungo, appaiono piccole stelle. Alcune possono
diventare persone, cavalli, uccelli...”
Il regista senegalese, nato a Colobane, nei dintorni di Dakar,
nel 1945, girò il suo primo cortometraggio "Contra
City" nel 1968.
Erano passati alcuni anni dall'indipendenza e i registi
africani si impegnavano a restituire all'Africa la
possibilità di gestire la propria immagine. Djibril, che
affermava di avere iniziato dall'età di 7 anni ad allestire
scene, intrattenendo i suoi amici davanti alle ombre cinesi o
a spettacoli ottenuti con immagini ritagliate dei cowboys,
riconobbe presto la propria vocazione. Gli era nata dentro
come qualcosa di originale e di sacro.
Apprezzava i messaggi del connazionale Sengor, ma più ancora
gli appelli della gente, soprattutto l'umile gente, la più
povera. Per andarle incontro iniziò a fare per conto proprio
ciò che poi avrebbe voluto insegnare anche agli altri:
"chiudere gli occhi e immaginare la nuova Africa".
Non studiò cinematografia nelle scuole europee come la
maggior parte dei cineasti africani di oggi. Non ebbe una
specifica formazione cinematografica.
Era solito dire: "Ciascuno ha un modo particolare di
compiere la propria missione: il mio è quello di reinventare
il modo di fare del cinema".
Reinventare,
perchè era convinto che una creazione cinematografica vera e
propria non esistesse. Si ha a che fare solo con ripetizioni
della realtà prese in natura. E che hanno pure una loro
nobiltà nell’economia della creazione. Djibril si lasciava
prendere dalla dimensione simbolica e fantastica del sogno, ma
la sapeva concretizzare e impastare con la consapevolezza del
dolore. Quello umile, spesso inosservato, vissuto dalla gente
povera.
Partiva quindi da un terreno vergine: il proprio intimo. E le
immagini risultavano ricche di esperienza, capaci di toccare
l'animo dello spettatore.
Così la sua Africa poeticamente e realisticamente viva, non
assomiglia a nessuna delle Afriche apparse sullo schermo. E'
riuscito, attraverso i suoi personaggi, ad infondere in essa,
sia pure immersa in mille miserie, quella possibilità di
legami profondi che egli aveva personalmente con le persone
che avvicinava. Quando era chiamato nei cine-club a formulare
giudizi di opinione sui film, dava l'impressione di non
apprezzare, o di rifiutare addirittura, ciò che veniva
dall'Occidente. Vi trovava troppa finzione sovrapposta e poca
possibilità di partire dal profondo.
Andare al di là
“Nello stesso tempo in cui ci si tuffa
nella realtà quotidiana, bisogna saperla reinventare ad ogni
fotogramma con la passione, l'energia di ciò che si fa per la
prima volta".
Un
insegnamento che vale per tutti. Lo ha proposto da grande
artista, sapendo che consisteva in questo la sua vocazione:
comunicare il desiderio, la possibilità di rinnovarsi sempre,
a chi non ha la disposizione naturale, o non usa il tempo per
pensarci. Ad ogni suo nuovo film, Djibril dava realmente
l'impressione di ricominciare da capo.
Era un regista dalla produzione piuttosto rara, distanziata.
Sette titoli con intervalli di 4-5 anni. Ad ogni ripresa vi
portava una maturità raffinata ed un intuito più agguerrito.
Riusciva a risvegliare i sensi e ad insinuare nello stesso
tempo molti dubbi per destabilizzarli.
Era attentissimo nel lasciar cadere le pesantezze inutili per
puntare su ciò che era essenziale. La sua narrazione
risultava lineare, frutto di una sinfonia di suoni e di
immagini poste in risalto grazie alla cura del dettaglio. Non
ha mai fatto cinema per rispettare i tempi dell'industria e
non ha mai accarezzato l'idea di un cinema senza rischio.
"Bisogna essere presenti ai nostri propri occhi e agli
occhi del mondo, filmando solo le immagini veramente
necessarie, con limpidezza interiore, dilatandone la presenza
nel tempo, facendola momentaneamente sparire e facendola poi
riapparire ancora più nitida e folgorante".
Djibril mise in evidenza elementi essenziali che presero anche
forme grottesche, comiche, tragiche, forme inusuali di ricerca
pur di arrivare a cogliere bene le sottigliezze della
sensibilità umana. Come i più grandi artisti era riuscito a
fare propria l'idea di un cinema universale senza mai
abbandonarla. "Lasciarsi affascinare dal mistero del non
visto".
L'uomo da cui nacque l'artista
Si parlerebbe a lungo delle qualità
artistiche del regista Djibril perchè avvicinando la sua
opera, si avverte in maniera singolare, come quelle qualità
derivavano spontaneamente dal suo essere uomo. Nessuna
invenzione. Mai un di più. Un apparire diverso. Un agire come
se... A Dakar conoscenti, amici, compagni di lavoro, colleghi
del teatro e del cinema, parlano di lui con grande amore.
"Di spirito aperto, generoso, pieno di coraggio, era un
uomo d'avanguardia in tutti i sensi.
Anche
quando diede vita ad un ragazzo teppista come Badou Boy,
esemplare tipico della mala vita dei sobborghi di Dakar, gli
diede un cuore d'oro.
“Aveva un grande affetto per i ragazzi lasciati per le
strade, allo sbaraglio (parla Magaye Niang, l'attore
protagonista del suo film Touki Bouki). Noi abbiamo sempre
visto Djibril, un uomo molto alto, particolarmente bello,
solenne, ieratico, accompagnato da una dignità che gli dava
qualcosa di regale e di sacro. Di pomposo per alcuni. In
realtà egli era un grande bambino con un cuore immenso.
Prediligeva fattivamente la gente povera. La andava a trovare
soprattutto quand'era malata. Era un suo atteggiamento che
teneva nascosto. Quando aveva stabilito un'intesa con
qualcuno, e gli era molto facile fare amicizia, non lo
dimenticava più. Le sue relazioni umane erano veramente di
alto livello e nel coltivarle era molto, molto,
molto...fedele".
A chi chiedeva se Djibril è stato più grande come creatore o
come realizzatore e perchè aveva prodotto un numero ridotto
di film rispetto ad altri, Magaye Niang rispose: “Non ha
fatto che la metà del suo percorso e la morte lo ha colto, ma
è un creatore e risusciterà uomo al completo”.
Quanto alla produzione, si è sempre adoperato, da uomo
onesto, per cercare sovvenzioni senza chiedere nulla allo
stato. “Intanto il tempo passava! Non è mai entrato in
competizione per produrre dei film bidone. Voleva fare
capolavori”.
Quando ad andarsene è un Grande
Edje Diop, direttore del Teatro Nazionale
Daniel Sorano, parla di Djibril come di un grande attore.
"Era un giovane calmo, molto riservato. Aveva molta
attrattiva per i bambini e questo, credo, l'ha spinto a creare
la ‘Fondazione Yadikone’ per aiutare i bambini poveri e
abbandonati”.
Yadikone era un uomo forte che detestava i negozi dei ricchi e
distribuiva ai ragazzi il bottino che riusciva ad accaparrarsi,
tacitando la propria coscienza: i proprietari hanno anche
troppo, pensava, mentre c'è chi muore di fame. Djibril
ammirava Yadikone che da vecchio era finito ad insegnare il
Corano ai ragazzi randagi.
"Nell'Africa del Nord, dice il produttore tunisino
Mohamed Challouf, molti giovani hanno abbandonato i loro
pregiudizi di intolleranza nei confronti del Sud del
continente, grazie alla personalità eccezionale di Djibril
Diop, alla sua saggezza, alla sua consapevolezza.
Djibril era un genio. Con le sue reazioni, le sue riflessioni
aiutava a comprendere la realtà, ad abbattere il muro di
ignoranza reciproca che separa l'Africa del Nord dall'Africa
Nera. Io stesso, dopo aver conosciuto Djibril, ho abolito le
idee che avevo assorbito in proposito e ho scoperto un mondo
che amo molto".
Tutti lo rimpiangono, riconoscendogli parecchie ragioni “per
vivere a lungo, non solo per lui, ma anche per gli altri. Non
si interessava tanto a se stesso quanto agli altri”.
Abdoulaye Ba, il suo fotografo, ricorda:
"Alla sua sepoltura, c'era un silenzio incredibile. Le
persone non osavano nemmeno salutarsi tra loro. Tutti gli
esponenti sociali del paese erano presenti: autorità
religiose, politiche, militari, gente di cultura e soprattutto
semplice gente, anonima, quella che egli amava molto. In quel
silenzio irreale si sentiva che un Grande ci aveva
lasciato"
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