AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

Clicca qui per vedere le altre copertine e poi
cliccale per vederne il sommario



Contattaci:

   per informazioni

provincia@padribianchi.it

  animazione missionaria

animazione@padribianchi.it

   redazione:

africa@padribianchi.it

Tel: 0363 44 726


P.I.S.A.I. 


Mostre fotografiche
AFRICA

clicca qui per informazioni


Scambi-links

CASA EDITRICE POLARIS S.r.l.

Libri per viaggiare



LUGLIO-AGOSTO 2008


MAGGIO-GIUGNO 2008


MARZO-APRILE 2008


GENNAIO-FEBBRAIO 2008


NOVEMBRE-DICEMBRE 2007


SETTEMBRE-OTTOBRE 2007


LUGLIO - AGOSTO 2007


MAGGIO-GIUGNO 2007

 

"Chiudere gli occhi per vedere"
Djibril Diop Mambety, regista della gente comune

di Maddalena Masutti

Il Festival del Cinema Africano, tenuto a Milano (19-25 marzo 1999), ha voluto ricordare con ammirazione e grande rimpianto Djibril Diop Mambety, scomparso prematuramente il 23 luglio 1998.
Proponiamo alcune riflessioni sulla figura del grande regista, modesto e non incline a compromessi, dotato di una grande ricchezza umana.

 

La vocazione

"Bisogna chiudere gli occhi per poter vedere veramente. Qualunque sia la cosa che tu desideri c'è già, ma altrove, al di là... Quando chiudi gli occhi vedi l'oscurità, se li chiudi con forza e a lungo, appaiono piccole stelle. Alcune possono diventare persone, cavalli, uccelli...”
Il regista senegalese, nato a Colobane, nei dintorni di Dakar, nel 1945, girò il suo primo cortometraggio "Contra City" nel 1968.
Erano passati alcuni anni dall'indipendenza e i registi africani si impegnavano a restituire all'Africa la possibilità di gestire la propria immagine. Djibril, che affermava di avere iniziato dall'età di 7 anni ad allestire scene, intrattenendo i suoi amici davanti alle ombre cinesi o a spettacoli ottenuti con immagini ritagliate dei cowboys, riconobbe presto la propria vocazione. Gli era nata dentro come qualcosa di originale e di sacro.
Apprezzava i messaggi del connazionale Sengor, ma più ancora gli appelli della gente, soprattutto l'umile gente, la più povera. Per andarle incontro iniziò a fare per conto proprio ciò che poi avrebbe voluto insegnare anche agli altri: "chiudere gli occhi e immaginare la nuova Africa".
Non studiò cinematografia nelle scuole europee come la maggior parte dei cineasti africani di oggi. Non ebbe una specifica formazione cinematografica.
Era solito dire: "Ciascuno ha un modo particolare di compiere la propria missione: il mio è quello di reinventare il modo di fare del cinema".
Reinventare, perchè era convinto che una creazione cinematografica vera e propria non esistesse. Si ha a che fare solo con ripetizioni della realtà prese in natura. E che hanno pure una loro nobiltà nell’economia della creazione. Djibril si lasciava prendere dalla dimensione simbolica e fantastica del sogno, ma la sapeva concretizzare e impastare con la consapevolezza del dolore. Quello umile, spesso inosservato, vissuto dalla gente povera.
Partiva quindi da un terreno vergine: il proprio intimo. E le immagini risultavano ricche di esperienza, capaci di toccare l'animo dello spettatore.
Così la sua Africa poeticamente e realisticamente viva, non assomiglia a nessuna delle Afriche apparse sullo schermo. E' riuscito, attraverso i suoi personaggi, ad infondere in essa, sia pure immersa in mille miserie, quella possibilità di legami profondi che egli aveva personalmente con le persone che avvicinava. Quando era chiamato nei cine-club a formulare giudizi di opinione sui film, dava l'impressione di non apprezzare, o di rifiutare addirittura, ciò che veniva dall'Occidente. Vi trovava troppa finzione sovrapposta e poca possibilità di partire dal profondo.

 

Andare al di là

“Nello stesso tempo in cui ci si tuffa nella realtà quotidiana, bisogna saperla reinventare ad ogni fotogramma con la passione, l'energia di ciò che si fa per la prima volta".
Un insegnamento che vale per tutti. Lo ha proposto da grande artista, sapendo che consisteva in questo la sua vocazione: comunicare il desiderio, la possibilità di rinnovarsi sempre, a chi non ha la disposizione naturale, o non usa il tempo per pensarci. Ad ogni suo nuovo film, Djibril dava realmente l'impressione di ricominciare da capo.
Era un regista dalla produzione piuttosto rara, distanziata. Sette titoli con intervalli di 4-5 anni. Ad ogni ripresa vi portava una maturità raffinata ed un intuito più agguerrito. Riusciva a risvegliare i sensi e ad insinuare nello stesso tempo molti dubbi per destabilizzarli.
Era attentissimo nel lasciar cadere le pesantezze inutili per puntare su ciò che era essenziale. La sua narrazione risultava lineare, frutto di una sinfonia di suoni e di immagini poste in risalto grazie alla cura del dettaglio. Non ha mai fatto cinema per rispettare i tempi dell'industria e non ha mai accarezzato l'idea di un cinema senza rischio.
"Bisogna essere presenti ai nostri propri occhi e agli occhi del mondo, filmando solo le immagini veramente necessarie, con limpidezza interiore, dilatandone la presenza nel tempo, facendola momentaneamente sparire e facendola poi riapparire ancora più nitida e folgorante".
Djibril mise in evidenza elementi essenziali che presero anche forme grottesche, comiche, tragiche, forme inusuali di ricerca pur di arrivare a cogliere bene le sottigliezze della sensibilità umana. Come i più grandi artisti era riuscito a fare propria l'idea di un cinema universale senza mai abbandonarla. "Lasciarsi affascinare dal mistero del non visto".

 

L'uomo da cui nacque l'artista

Si parlerebbe a lungo delle qualità artistiche del regista Djibril perchè avvicinando la sua opera, si avverte in maniera singolare, come quelle qualità derivavano spontaneamente dal suo essere uomo. Nessuna invenzione. Mai un di più. Un apparire diverso. Un agire come se... A Dakar conoscenti, amici, compagni di lavoro, colleghi del teatro e del cinema, parlano di lui con grande amore. "Di spirito aperto, generoso, pieno di coraggio, era un uomo d'avanguardia in tutti i sensi.
Anche quando diede vita ad un ragazzo teppista come Badou Boy, esemplare tipico della mala vita dei sobborghi di Dakar, gli diede un cuore d'oro.
“Aveva un grande affetto per i ragazzi lasciati per le strade, allo sbaraglio (parla Magaye Niang, l'attore protagonista del suo film Touki Bouki). Noi abbiamo sempre visto Djibril, un uomo molto alto, particolarmente bello, solenne, ieratico, accompagnato da una dignità che gli dava qualcosa di regale e di sacro. Di pomposo per alcuni. In realtà egli era un grande bambino con un cuore immenso.
Prediligeva fattivamente la gente povera. La andava a trovare soprattutto quand'era malata. Era un suo atteggiamento che teneva nascosto. Quando aveva stabilito un'intesa con qualcuno, e gli era molto facile fare amicizia, non lo dimenticava più. Le sue relazioni umane erano veramente di alto livello e nel coltivarle era molto, molto, molto...fedele".
A chi chiedeva se Djibril è stato più grande come creatore o come realizzatore e perchè aveva prodotto un numero ridotto di film rispetto ad altri, Magaye Niang rispose: “Non ha fatto che la metà del suo percorso e la morte lo ha colto, ma è un creatore e risusciterà uomo al completo”.
Quanto alla produzione, si è sempre adoperato, da uomo onesto, per cercare sovvenzioni senza chiedere nulla allo stato. “Intanto il tempo passava! Non è mai entrato in competizione per produrre dei film bidone. Voleva fare capolavori”.

 

Quando ad andarsene è un Grande

Edje Diop, direttore del Teatro Nazionale Daniel Sorano, parla di Djibril come di un grande attore. "Era un giovane calmo, molto riservato. Aveva molta attrattiva per i bambini e questo, credo, l'ha spinto a creare la ‘Fondazione Yadikone’ per aiutare i bambini poveri e abbandonati”.
Yadikone era un uomo forte che detestava i negozi dei ricchi e distribuiva ai ragazzi il bottino che riusciva ad accaparrarsi, tacitando la propria coscienza: i proprietari hanno anche troppo, pensava, mentre c'è chi muore di fame. Djibril ammirava Yadikone che da vecchio era finito ad insegnare il Corano ai ragazzi randagi.
"Nell'Africa del Nord, dice il produttore tunisino Mohamed Challouf, molti giovani hanno abbandonato i loro pregiudizi di intolleranza nei confronti del Sud del continente, grazie alla personalità eccezionale di Djibril Diop, alla sua saggezza, alla sua consapevolezza.
Djibril era un genio. Con le sue reazioni, le sue riflessioni aiutava a comprendere la realtà, ad abbattere il muro di ignoranza reciproca che separa l'Africa del Nord dall'Africa Nera. Io stesso, dopo aver conosciuto Djibril, ho abolito le idee che avevo assorbito in proposito e ho scoperto un mondo che amo molto".
Tutti lo rimpiangono, riconoscendogli parecchie ragioni “per vivere a lungo, non solo per lui, ma anche per gli altri. Non si interessava tanto a se stesso quanto agli altri”.
Abdoulaye Ba, il suo fotografo, ricorda:
"Alla sua sepoltura, c'era un silenzio incredibile. Le persone non osavano nemmeno salutarsi tra loro. Tutti gli esponenti sociali del paese erano presenti: autorità religiose, politiche, militari, gente di cultura e soprattutto semplice gente, anonima, quella che egli amava molto. In quel silenzio irreale si sentiva che un Grande ci aveva lasciato"