AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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I “taalibe”,
Tra formazione religiosa e disadattamento sociale

di Marco Trovato

I “taalibe” e i “garibu” come vengono rispettivamente chiamati in Senegal e in Mali i bambini delle scuole coraniche, fanno parte della tradizione di questi due paesi. Tuttavia l’aumento di “marabutti” senza scrupoli ne ha fatto un problema sociale col quale sono confrontati sia i governi locali che le organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti dei bambini.

 

Sono decine e decine, appostati ai semafori, alle stazioni dei taxi-brousse, nei mercati, davanti alle moschee, nei pressi degli alberghi.
Non hanno più di dieci, dodici anni. Forse anche meno, ma le malattie e la denutrizione ne divorano le età, invecchiandoli precocemente.
Fin dall’alba sono in strada per raccogliere nelle loro ciotole qualche moneta, un pezzo di pane, un po’ di manioca, qualcosa che possa sfamarli.
Vestono stracci e calzano sandali di plastica logorata, ricavati dai pneumatici delle auto.
A Dakar, in Senegal, li chiamano “taalibe”. A Bamako, nel confinante Mali, “garibu”.
Sono i piccoli studenti delle scuole coraniche, che i “marabutti”, veneratissime guide spirituali, mandano a mendicare.
Il loro numero è in costante aumento (in Senegal sono stimati circa 100.000 giovani mendicanti), parallelamente alla crescita dell’urbanizzazione, alla monetarizzazione dei rapporti sociali e all’acuirsi della crisi socio-economica delle strutture tradizionali.
La povertà e la siccità spingono infatti sempre più spesso, negli ambienti rurali, le famiglie indigenti ad affidare i loro maschi ai marabutti: per loro è come se li affidassero a Dio, quindi ritengono di proteggerli dal male.
Ma i bambini non hanno denaro per pagarsi gli studi, e dunque si rimettono al servizio dei maestri che, dal canto loro, possono decidere di farli lavorare come meglio credono: nei campi, nelle mansioni domestiche e così via.
Fin qui la tradizione, poi le cose sono andate modificandosi.
Negli ultimi decenni, con l’avanzare del deserto e l’accentuarsi della crisi agricola, anche i marabutti hanno preso l’abitudine di abbandonare stagionalmente le campagne e traferirsi in città con i piccoli discepoli.
Quest’inedito esodo delle “scuole islamiche” ha mutato radicalmente la loro organizzazione.
Nel nuovo contesto urbano molti marabutti hanno cessato di fare dell’educazione coranica un dovere religioso e l’hanno invece ridotta ad un espediente di sopravvivenza, di cui i taalibe e i garibu sono le vittime e gli strumenti.
Lontano dagli occhi dei parenti, è stato facile per marabutti senza scrupoli puntare all’arricchimento personale, creando una vera e propria rete di sfruttamento di minori.
Oggi quest’esercito di bambini-mendicanti alla deriva costituisce uno dei problemi sociali più aperti e difficili del Senegal e del Mali.
Distribuiti sapientemente nei punti strategici dei vari quartieri, i giovani mendicanti operano in piccoli gruppi, controllati da un compagno più grande, che è “l’occhio del maestro”.
Per chi alla fine della giornata non riesce ad raccogliere la somma fissata, sono previste punizioni fisiche e castighi.
Senza contare che questo sistema oppressivo spinge i bambini a rubare. a drogarsi con colle e solventi per attenuare la fame e la paura.
Le dimensioni del fenomeno hanno spinto sia i governi che gli organismi di assistenza internazionale a interrogarsi sul rapporto tra mendicità e scuola coranica, e sulle strategie per impedire che quest’ultima diventi un serbatoio di disadattamento e di marginalità.
Ma le difficoltà per affrontare il problema efficacemente non mancano: circa la metà delle famiglie in Senegal e in Mali preferisce alle scuole primarie statali le “dara” coraniche per l’educazione dei propri figli e le confraternite islamiche, forti del loro potere economico e del diffusissimo consenso popolare, esercitano anche a livello politico-amministrativo un’influenza enorme.
Accusare i maestri religiosi di sfruttamento diventa dunque un esercizio pericoloso che rischia di far saltare delicatissimi equilibri sociali in stati ufficialmente laici ma, nei fatti, fortemente islamizzati.
Del resto si commetterebbe un grosso errore generalizzando ed accusando senza distinzioni tutti i marabutti.
Si preferisce, dunque, puntare sulla sensibilizzazione della gente (soprattutto con spot televisivi che denunciano il problema) e sulla promozione dello sviluppo nelle aree a rischio, in collaborazione coi numerosissimi marabutti onesti.
In quest’ottica sono stati avviati alcuni progetti-esperimento di sostegno ai “taalibe” e ai “garibu”: per metà della giornata studiano il Corano, nell’altra lavorano come apprendisti presso artigiani ai quali l’Unicef fornisce moderni macchinari, a condizione che insegnino ai ragazzi i mestieri.
Insomma, non è sotto accusa la figura carismatica dei dignitari religiosi, ma una rete di sfruttamento infantile che niente ha a che fare con l’Islam e il Corano.