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PIGMEI: PICCOLO POPOLO DELLA FORESTA
Testo e foto di Marco Trovato
Sparsi in un’ampia fascia verde che si estende per 1.800 chilometri lungo l’Equatore, dalle coste dell’oceano Atlantico fino alla regione dei Grandi Laghi, i pigmei sono valutati tra le 130 e le 200 mila persone. L’imprecisione della stima è dovuta alle difficoltà oggettive di recensire una popolazione che, nonostante presenti oramai i segni di una progressiva sedentarizzazione, passa ancora moltissimo tempo in piena foresta.
Da un punto di vista etnografico, i pigmei si dividono essenzialmente in tre grossi gruppi: i più celebri presso gli studiosi sono i Bambuti, situati prevalentemente nella regione dell’Ituri, nell’attuale Congo-Kinshasa.
Ci sono poi i Batwa (o Bacwa), situati nelle foreste della regione dei Grandi Laghi (prevalentemente in Rwanda), considerati però da molti studiosi come un gruppo non propriamente pigmeo, ma piuttosto “pigmoide” in ragione del meticciamento praticato già da molto tempo con le popolazioni nere confinanti.
Infine, un terzo gruppo composito, diffuso a macchia di leopardo nella regione occidentale del bacino del Congo, in un ampio territorio compreso tra Gabon, Camerun, Congo e Repubblica Centrafricana, porta il nome di Babinga.
Il termine Babinga per la verità comprende parecchi sottogruppi (ricordiamo i Bajele, i Tikar, gli Akoa, i Babendjele e gli Aka), tra i quali spicca per consistenza quello dei Pigmei Baka, di cui ci occupiamo espressamente in questo numero di Africa.
Camerun orientale. Il silenzio è rotto all’alba dal rumore assordante delle seghe elettriche. Poi, quando i primi raggi di sole filtrano tra gli alberi, comincia il caotico viavai dei camion.
Viaggiano in lunghe carovane, trasportando enormi tronchi secolari destinati all’esportazione. Tonnellate di legno pregiato che sfrecciano veloci. Al loro passaggio, la terra trema come se si trattasse di un terremoto. Improvvisamente ci si trova avvolti in un’asfissiante nuvola di polvere. I contorni dell’orizzonte scompaiono. Gli occhi lacrimano e bruciano. Si respira a fatica. La gente ne è abituata e cerca di ripararsi il volto con stracci logorati. Ma non basta e i lamenti finiscono per essere soffocati dalla tosse.
Ci troviamo nella provincia di Yokadouma, ai bordi dell’immenso bacino fluviale del fiume Congo. Era una regione coperta interamente dalla foresta pluviale. Oggi è solo un groviglio di strade che penetrano come spine nell’ultimo polmone naturale del continente africano.
I Pigmei Baka: un popolo assiste inerme alla distruzione del loro mondo
“Per pagare il debito estero, il governo ha dovuto svendere milioni di ettari di vegetazione lussureggiante. Nel paese operano una ventina di grandi società europee e altrettanti piccoli imprenditori privati: fanno a gara a chi taglia di più”.
Rita Rossi, un’infermiera ostetrica italiana impegnata da trent’anni in Camerun, parla con rabbia e rassegnazione della progressiva devastazione ambientale.
“Dopo la Conferenza di Rio, che in linea di principio doveva servire per difendere la natura del nostro pianeta, il ritmo del disboscamento si è intensificato e la situazione è precipitata: di questo passo, tra cinque anni non ci sarà neppure una macchia verde”.
A rimetterci più di tutti sono i Pigmei Baka, il piccolo popolo della foresta (le donne sono alte in media 135 cm, gli uomini tra i 140 e i 150 cm).
Non si sa esattamente quanti siano: sono stimati tra le 20 mila e le 40 mila persone, in un paese con 12 milioni di abitanti. Un tempo erano i signori incontrastati di queste terre. Si erano adattati in maniera encomiabile alle difficili condizioni naturali, senza sconvolgere l’ambiente né piegarlo alle proprie necessità.
Tradizionalmente nomadi, si spostavano liberamente nel cuore della boscaglia, vivendo di caccia e di raccolta.
Oggi non possono far altro che assistere inermi alla distruzione del mon-do attorno a loro.
I bulldozer delle multinazionali del legno si presentano senza preavviso davanti agli accampamenti, fanno sloggiare le comunità e cominciano ad abbattere tutto.
I Baka non possono opporsi, non ne hanno diritto. Prendono quel pò che possiedono e cercano altri posti dove accamparsi.
Di fronte alla drastica diminuzione della terra e della selvaggina disponibile che minaccia di sconvolgere la loro secolare organizzazione sociale, la politica del governo per la difesa e la salvaguardia di questo popolo ap-pare, quanto meno, inadeguata.
Le comunità vengono indotte a stabilirsi in pianta stabile e invitate alla coltivazione dei campi, fonte alternativa di sussistenza e segno di integrazione col resto della popolazione.
I Pigmei Baka: vittime del razzismo e dei pregiudizi
Ma i pigmei non hanno una mentalità contadina e finiscono col trovarsi disprezzati e relegati ai margini della vita sociale.
Di natura docile e semplice, vengono sottomessi dalle altre etnie, di origine bantu, senza opporre resistenze. Li considerano esseri inferiori e li sfruttano come mano d’opera a buon mercato. Spesso, come contropartita dei lavori svolti nei campi dei loro “padroni”, ricevono solo alcool e tabacco.
E’ un razzismo strisciante che ha radici profonde. Come evidenziato dall’antropologo americano Colin Turnbull: “Il lungo isolamento nella foresta dei pigmei e la relativa mancanza di contatti con l’esterno hanno dato origine nel passato a leggende che li dipingevano come animali bruttissimi, pericolosi, con delle lunghe code... Inoltre l’ignoranza e l’arroganza degli osservatori bianchi hanno contribuito ad alimentare il pregiudizio circa le loro attitudini intellettuali e spirituali. Come se la piccola statura delle persone comportasse una cultura altrettanto ridotta”.
Un tempo, comunque, le cose andavano meglio. Le relazioni tra le etnie erano funzionali ed eque, in quanto si trattava di scambiare i prodotti della selvaggina (da parte Baka) con il ferro e i prodotti della piantagione (da parte bantu).
Oggi l’equilibrio che garantiva questa cooperazione non c’è più e la crisi dell’economia tradizionale costringe i pigmei a dipendere dai bantu per buona parte del loro rifornimento alimentare.
“Rischiano di trovarsi sradicati nelle loro stesse terre” - commenta Rita - “Vivono in bilico tra passato e presente, con l’impossibilità di tornare indietro nel tempo e le difficoltà oggettive ad assimilare nuovi modelli culturali”.
Il loro futuro si presenta quanto mai saturo di incognite, anche perchè‚ al problema della salvaguardia delle loro tradizioni si aggiunge quello dell’emergenza sanitaria.
I massicci spostamenti delle comunità Baka verso le strade sono spesso accompagnati da gravi epidemie, malattie estranee alla foresta, che falcidiano intere famiglie.
Le piste aperte dai bulldozer seminano malattie e morte: durante la stagione secca, con la polvere, favoriscono le infezioni agli occhi e alle vie respiratorie; quando piove si trasformano in enormi pozze fangose dove proliferano zanzare portatrici di malaria.
La situazione igienico sanitaria nei nuovi villaggi si è fatta drammatica. La mortalità infantile è aumentata vertiginosamente.
“Spesso avremmo bisogno di personale specializzato e di strumenti diagnostici adeguati per salvare la gente, e invece...”, ammette, sconsolata, Rita.
Non si riesce ad arrivare dappertutto. La regione è troppo vasta e molti accampamenti ancora isolati.
“Dove finisce la pista si prosegue a piedi, facendosi strada con il machete. Quando i ponti crollano bisogna guadare i fiumi con canoe improvvisate. A tracolla, un frigorifero portatile con i vaccini per la poliomelite, il morbillo, la pertosse e il tetano”.
Per i malanni più comuni i pigmei ricorrono autonomamente a rimedi medicamentosi naturali.
“La pianta di papaia, ad esempio è una sorta di farmacia naturale” - assicura un guaritore Baka - “I suoi semi sono efficaci contro i vermi presenti nell’intestino, le foglie sono utili contro la malaria, il frutto serve per gli ascessi dei denti, le radici alleviano la tosse, la corteccia ridotta in poltiglia aiuta nei casi di epatite...”.
La foresta: spazio vitale per i Pigmei
Mentre per i bantu la foresta è maligna e pericolosa, per i Baka è come una madre che li accoglie, li protegge e li nutre. Ben più di un semplice spazio vitale, È una sorta di essere animato che bisogna rispettare profondamente e propiziarsi con riti, preghiere, danze. “Vivere in armonia con l’ambiente significa adattarsi alle condizioni più impervie, rispettare i ritmi della natura e saper godere delle sue risorse”, spiega l’anziano guaritore.
Ancora oggi i Baka cuociono il cibo in cartocci di fronde messe sulla brace e attingono l’acqua con foglie disposte a forma di bicchiere. Accendono il fuoco con una sorta di accendino a percussione composto da pietre dure e da una stoppa vegetale.
Fabbricano l’intelaiatura delle suppellettili domestiche, intrecciando fibre naturali e arbusti flessibili. Con i rami del bambù costruiscono le frecce utili per la caccia ed efficienti imbarcazioni con le quali guadano i fiumi. Per sopravvivere raccolgono verdure, funghi, mandorle, miele, lumache, termiti e bruchi.
Le tradizionali capanne a forma di igloo sono semplici ed essenziali: il telaio è costituito da arbusti flessibili, fissati saldamente nel terreno e intrecciati tra di loro.
Su questi vengono poi disposte ampie foglie a mo’ di tegole. Terminata la struttura, viene acceso all’interno un fuoco, il cui fumo rende impermeabili le foglie.
“Sono autentici scienziati della natura: la foresta per loro non ha segreti”, commenta Daniel, un giovane volontario svizzero, responsabile di alcuni progetti per la scolarizzazione dei Baka. Ma poi aggiunge: “Bisogna darsi da fare sul serio perchè la loro straordinaria civiltà non vada persa per sempre... Occorre coniugare il processo di sedentarizzazione in atto ad una reale integrazione con le altre popolazioni bantu. E nel contempo salvaguardare il prezioso patrimonio culturale proprio di ognuno”.
La scuola, ancora di salvezza e di difesa della comunità
I centri di educazione prescolare creati dalla Diocesi locale, indirizzati ai bambini Pigmei dai 4 agli 8 anni, vanno in questa direzione. Sorgono ai margini della foresta, tra liane e cespugli. I libri e i quaderni, così come l’organizzazione delle lezioni, sono modellati tenendo conto della vita tradizionale Baka.
I bambini imparano le nozioni basilari di matematica e di francese, ma hanno anche modo di esprimere e valorizzare le proprie conoscenze.
Il primo anno di scuola permette di padroneggiare con la lingua materna, il Baka, mediante l’esposizione in classe di storie quotidiane o racconti mitologici. Non mancano, inoltre, lezioni di zoologia e botanica. Di tanto in tanto vengono persino organizzate delle gite collettive nel folto della selva.
“Non si tratta di fare assimilare semplicemente la cultura “ufficiale” al piccolo popolo della foresta, ma piuttosto di attivare un processo di
promozione umana che porti a considerare i pigmei dei cittadini con pieni diritti” - puntualizza Daniel - “Niente è imposto: sono loro stessi a manifestarci il desiderio che i figli comincino a frequentare le lezioni; forse hanno capito che l’istruzione rappresenta l’unica ancora di salvezza per la sopravvivenza e la difesa delle loro comunità...”.
Daniel parla, mentre la terra comincia a tremare. Con una mano mi indica la polvere rossa che in lontananza si alza dalla pista solcata dai camion.
“...Purtroppo se non si porrà freno alla devastazione della foresta, sarà tutto inutile”.
Le ultime parole sono inghiottite da un rumore assordante. “Andiamo a ripararci: tra un attimo qui sarà l’inferno”.
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