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La religione degli altri: fra trepidazioni e domande
Il “pluralismo religioso” si impone sempre più all’attenzione
generale. Non si rischia con esso la degradazione di Cristo da Salvatore
assoluto e unico...?
E la caduta di interesse per la Missione?
Il quadro religioso contemporaneo non è più quello del passato. Le sue sollecitazioni non possono passare inosservate o essere considerate estranee ai problemi immediati.
Al Centro Culturale “A. Schweitzer” di Trieste, in un recente convegno sul tema “Le religioni degli altri” con particolare riferimento al “pluralismo”, è subito apparsa una forma di trepidazione. Se è possibile, anzi doveroso secondo alcuni, ritenere che la sfera della salvezza specifica, vada oltre l’ambito della propria fede cristiana non si corre il pericolo di dissolvere ogni certezza?
Come cambiare i termini della nostra considerazione, se siamo stati abituati a pensare gli “Altri”, come appartenenti a religioni estranee alla nostra cultura ed essenzialmente lontani dalla nostra fede in Dio?
Se a tutte la grandi religioni viene attribuita la possibilità di salvezza, quale senso ha la missionarietà nella Chiesa?
Il pluralismo che non è relativismo
Chi affronta specificamente il problema ci tiene a precisare che il “pluralismo convergente”, è ammissibile anche dalla teologia cattolica.
Esso rifiuta ogni forma di “relativismo, secondo il quale tutte le religioni sono autosufficienti, sullo stesso piano e capaci ugualmente di condurre alla salvezza. Per il pluralismo, convergente e non relativista, tutte le religioni possono avere una funzione salvifica, ma “propria” e reciprocamente complementare.
La Parola rivelatrice di Dio è unica ed assoluta, e nel grande piano della salvezza sono molti i mediatori storici e molte quindi sono le religioni “vere”, anche se fra di esse vi sono notevoli differenze.
I cristiani attraverso Gesù accolgono la Parola di Dio in una forma particolare, che consente loro di percepire alcune sintonie con le altre parole storiche. Di conseguenza viene affermata la possibile funzione salvifica delle religioni e la loro convergenza verso una pienezza non ancora realizzata da nessuna di esse, neppure dal cristianesimo” (C. Molari).
Contribuiscono le grandi immigrazioni del nostro tempo e i contatti diretti che esse creano, a cambiare lo stile dei rapporti umani anche nell’ambito religioso.
Ci troviamo così di fronte a difficoltà che possono produrre un certo turbamento. Come se si presentasse quasi d’improvviso un nuovo progetto di umanità, un modo diverso di intenderla. Fenomeno che è tipico all’inizio di svolte importanti della storia.
Una nuova visione della realtà
Hans Martin Barth, docente all’Università di Marburgo, trattando, nel convegno di Trieste, “La fede cristiana nel contesto delle religioni non cristiane” partì da come viene considerato il cristianesimo nell’ambito delle religioni non cristiane. Dall’e-sterno quindi delle Chiese. Il
Convegno era a carattere ecumenico.
Ci tenne a sottolineare:
“I grossi delitti contro l’umanità o contro singoli gruppi, come l’annientamento delle culture indiane nel Sud e nel Nordamerica, l’olocausto, Hiroshima, ecc. non vengono attribuiti ad una singola o più confessioni cristiane, o ad una politica di cristiani miscredenti, ma al “Cristiane-simo”, preso in senso globale. Non si può non tener conto del contesto, della globalità in cui si vive”.
L’esegesi biblica dell’Antico e Nuovo Testamento, come la teologia sistematica sono sempre vissute nel confronto.
E’ stupefacente, secondo H. Martin Barth, che oggi i cristiani qualificati, specie se teologi od esegeti, non si occupino delle religioni non cristiane data la loro grande influenza sui fedeli.
“Il pluralismo religioso si impone come un fenomeno che si sta ampliando anche dove, tradizionalmente, si è sempre vissuti di un’unica religione”.
E spesso la pratica religiosa sembra addirittura trattata come un bene di mercato, da prendere cioè e lasciare secondo il gusto del momento, la gratificazione e la sicurezza che sa infondere.
In effetti il fatto religioso non è estraneo al fenomeno della globalizzazione. Anche se la globalizzazione ha un carattere eminentemente economico e di mercato, riesce ugualmente a coinvolgere gli altri ambiti della vita umana.
“E’ possibile gustare, in campo religioso, anche dottrine e pratiche provenienti da altri continenti, separate dal loro contesto culturale. E’ logico che la forza della fede rischi di diminuire, la disponibilità a seguire proposte estranee aumenti, senza che per questo si debba giungere subito a conversioni”.
Non è neppure più una singola religione considerata più vera e sicura di altre a rappresentare la sfida decisiva. E’ il “religioso” per se stesso.
Con tutto quello che ha di vago e indefinito, di individualistico e inconsistente.
Quando l’orizzonte si apre senza più un confine, si presenta per la singola persona, il pericolo che essa, smarrita, si chiuda in un contesto opprimente.
All’atto pratico
La nuova situazione porta a cambiamenti sul piano del comportamento. Diventa insidiosa quando il singolo credente si trova a dover decidere da solo quali concezioni e comportamenti vuole mantenere o decide di prendere da altre religioni.
La fede cristiana, dice H. M. Barth, in questo nuovo contesto deve ripensare ciò che vuole e deve confessare, ne deve studiare il modo, deve rivedere i modelli finora adottati nel rapporto con le altre religioni e, se necessario, superarli. Deve prendere atto delle sintonie e delle differenze.
Molti considerano le religioni, tutte più o meno, nella loro validità terapeutica. Come aiuto per l’uomo a superare se stesso, a prendere fiducia nella vita, a rifugiarsi nell’interiorità.
La “consonanza” delle religioni si esprime nel fatto che tutti gli esseri umani desiderano felicità, realizzazione, salvezza. In questo contesto prende posto anche la mistica che in qualche forma si incontra in tutte le religioni. Ma al comune desiderio di salvezza corrispondono forme diverse di aspettative e di disposizioni.
Un elemento comune è anche il fatto di sapere che all’essere umano non è dato un accesso a Dio diretto e senza ostacoli.
La limitatezza della sua natura lo rende incapace. Queste constatazioni comuni dovrebbero rendere tutti, cristiani e non, umili e modesti.
C’è però una chiave che permette di comprendere perchè una religione è radicalmente diversa dalle altre. Per i cristiani la chiave è Cristo, come Persona e come evento. In lui sta la differenza che permette di stabilire perchè è sbagliato affermare che una religione vale l’altra.
“Solo andando alle radici del proprio credere e vivendo fino in fondo le esigenze che ne derivano, si scopre che la propria fede non ha nulla da temere dalla fede dell’altro e che il dialogo è, essenzialmente, una via di conversione profonda alla verità di Dio che va sempre al di là di ogni nostra comprensione”.
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