AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Migrante nell’Europa unita del 2000

di Geert Groenewegen

Quale sarà la situazione dei migranti nell’Europa del duemila, specialmente dopo il processo di unificazione economica e politica ? E’ l’argomento di cui hanno discusso una ventina di “Cappellani dei Migranti”, che lavorano nelle grandi città europee, riuniti a Milano dal 6 al 10 Marzo.

 

Provenivano da Stoccolma, L’Aia, Bruxelles, Parigi, Lione, Marsiglia, Barcellona, Madrid, Ginevra, Vienna, Dublino, Torino, Roma e Milano. La riunione era organizzata dal S.I.T.I. (Service interdiocésain auprès des travailleurs immigrés) con sede a Parigi. Queste riunioni annuali hanno lo scopo di favorire lo scambio di esperienze su un tema stabilito in precedenza. Quest’anno il tema fissato era: “Cosa diventa il migrante nell’Europa Unita dell’anno duemila?” Il P. Geert Groenewegen, della comunità dei Padri Bianchi che lavora in questo settore all’Aia, ha partecipato all’incontro e ha lasciato ad “Africa” gli appunti nei quali ha fissato le riflessioni e le impressioni ricavate. La riunione ha avuto inizio con un contatto con la realtà milanese. Domenica 7 marzo i membri dell’incontro sono stati accolti nella Parrocchia frequentata dai migranti Peruviani e nella comunità parrocchiale anglofona frequentata dai Filippini, dove hanno preso parte ai servizi religiosi e a uno scambio di vedute sui problemi locali. Lunedì mattina il gruppo fu ricevuto in arcivescovado dal Card. Martini, che ha risposto alle domande rivoltegli con saggezza e profondità spirituale. L’atmosfera ufficiale non ha impedito un certo clima disteso.

 

Sviluppi della politica della migrazione in Europa

Nel pomeriggio una relazione del Sign. Paolo Bonetti, segretario della coordinazione degli uffici Caritas e Migrantes dell’Italia del Nord, offriva una visione degli sviluppi politici della situazione dei migranti nell’Europa di oggi e di domani, partendo dal trattato di Schengen e alla luce dell’accordo di Dublino e del trattato di Amsterdam, oggi largamente adottato.
La formulazione di una politica europea unita, in materia di migrazione, dovrebbe trovare la sua conclusione nell’ottobre prossimo, a Tampere in Finlandia. I paesi europei stanno preparando in segreto un testo che mira a mettere fine all’immigrazione “selvaggia e incontrollabile” di oggi, e a regolarizzare strettamente in senso restrittivo l’entrata nella Comunità. I vari paesi si metteranno d’accordo per l’esecuzione pratica della proposta e sulla ripartizione delle spese che tutto questo comporterà. Il Sig. Bonetti ha espresso il suo timore che i partiti politici dei paesi interessati siano presi alla sprovvista e vengano a trovarsi davanti al fatto compiuto. Tocca a tutti la preoccupazione di risvegliare l’attenzione dappertutto, prima che sia troppo tardi. L’accettazione del testo previsto comporterebbe, secondo il relatore, la fine del Diritto di Asilo. Infatti un rinvio generale, per presunti motivi di sicurezza o altri, rinnegherebbe il principio secondo il quale il Diritto d’Asilo è un diritto individuale. Particolarmente delicata viene a trovarsi la situazione dei cittadini dei “Paesi Terzi”, cioè non appartenenti all’Unione Europea, ma presenti legalmente in uno dei paesi dell’Europa unita. Potranno entrare, risiedere ed esercitare una professione in un altro stato membro dell’Europa Unita ? Le restrizioni più severe attualmente in vigore nei paesi europei, serviranno come punto di partenza per la redazione del testo previsto per Tampere (Finlandia) nel prossimo ottobre. A partire da quella data i singoli paesi non potranno più mitigare il testo proposto e degli eventuali emendamenti entreranno da allora in vigore con una maggioranza semplice e non dopo un accordo comune. Il duemila metterà così il tocco finale alla fortezza-Europa!

 

Situazione concreta attuale

La domenica sera fu riservata ad uno scambio d’esperienze personali dei membri del convegno, riguardanti l’anno trascorso. Ne usciva fuori la constatazione che è in corso dappertutto un irrigidimento politico e amministrativo per quanto riguarda la ammissione e la presenza dei migranti nei vari paesi della Comunità Europea. Vari fattori vi concorrono. 
La stampa, nei nostri paesi, spesso sembra aumentare le nostre paure inconsce di un Islam conquistatore. Spesso la criminalità è presentata come conseguenza dell’aumento del numero di migranti presenti nei singoli paesi. Si reclamano, quindi, pene più severe, la detenzione anche per delitti minori e una severa repressione di ogni movimento organizzato da parte dei migranti. Il numero dei migranti irregolari, senza documenti, è in rapido aumento, perché i governi non riescono più ad effettuare le espulsioni verso i paesi di origine. Come conseguenza, in Europa delle centinaia di migliaia di persone non esistono per l’amministrazione, per il soccorso sociale e per i servizi sanitari. Diventano “legali” momentaneamente solo per la durata d’una eventuale detenzione! Ci sono anche segnali positivi. Una solidarietà che va crescendo, la presa di coscienza del problema che si allarga sempre più, dei contatti inter-personali arricchenti che si instaurano. Il legame esistente fra la ricchezza dei nostri paesi sviluppati e la povertà del resto del mondo e anche all’interno dei nostri paesi, diventa sempre più chiaro, come più evidente diventa lo squilibrio di un mondo in cui tutto deve poter circolare liberamente, eccetto gli uomini... L’adozione in tutto e per tutto del solo criterio del profitto e del guadagno provoca sempre maggiormente serie obiezioni.

 

Visione cristiana

In quanto cristiani ci chiediamo quale atteggiamento ci deve ispirare la “Buona Novella”. Non siamo noi tutti un popolo in cammino? Le frontiere non sono degli ostacoli al piano di Dio sugli uomini? Non siamo noi chiamati al dialogo permanente con le altre religioni, senza spirito di sincretismo e senza diluire il messaggio della Buona Novella di Gesù Cristo? In questa linea noi testimoniamo nelle nostre città l’amore di Dio per l’uomo, nel suo Figlio incarnato.
Andiamo incontro al musulmano, all’induista, al buddista come a fratelli e sorelle, che condividono una fede comune nell’uomo, che ispira un’etica espressa nei “Diritti dell’Uomo” quali sono stati fissati dalle Nazioni Unite. Si constata dappertutto un aumento del fondamentalismo, sia presso i cristiani, gli ebrei, i musulmani, che altrove. La paura di andare avanti ci fa ripiegare su noi stessi. Per mancanza di speranza chiudiamo gli occhi e non osiamo stare in ascolto di ciò che vive in fondo a ciascuno, ma invece ci lasciamo manipolare dalle forze del male, dall’interesse personale immediato e da un sentimento irriflesso di ostilità e di paura irrazionale. Certo non bisogna chiudere gli occhi davanti al male; bisogna discernerlo, localizzarlo, incriminarlo e denunciarlo. Razzismo e discriminazione sono pericoli permanenti e devono essere messi in evidenza là dove si fanno vedere. L’argomento che altri paesi si ostinano con forza a rifiutare ogni genere di presenza ed ogni segno di cristianesimo nel loro territorio, non deve giustificare un simile atteggiamento da parte nostra. Dobbiamo deplorare sinceramente le divisioni interne su base religiosa, etnica o razziale, che scopriamo ancora nei nostri interlocutori migranti. Dobbiamo essere fedeli al Vangelo, la nostra fedeltà al suo messaggio di liberazione forzerà il rispetto da parte di tutti, mentre ogni genere di irenismo “beato e facilone”, provoca solo derisione.

 

Le Chiese locali

Il martedì 9 marzo il gruppo dei “Cappellani dei Migranti” ha dedicato una lunga riflessione sul loro ruolo profetico in seno alle nostre Chiese locali, riguardo all’atteggiamento verso i migranti. La pastorale dei migranti non deve mirare a costruire delle comunità di fede su base etnica, quasi alla periferia delle chiese locali. La strategia da seguire deve essere chiaramente e nettamente quella di far loro posto nel bel mezzo della Chiesa locale. Se i migranti della prima generazione sentiranno ancora fortemente il bisogno di incontrarsi fra loro, di celebrare il mistero della Vita nel contesto della loro cultura di origine, saranno favoriti in questo per ragioni, per così dire, tattiche; ma hanno bisogno di sentirsi a loro agio, di risituarsi nel loro nuovo ambiente di vita. Dappertutto fin dall’inizio l’apprendimento della lingua e dei costumi locali li condurrà ad un’integrazione che li aiuterà ad identificarsi all’interno di una unità più larga. Il pericolo di chiudersi in un “ghetto” li minaccerebbe se avessero solamente dei preti del proprio paese di origine o se mantenessero un legame giuridico, strutturale con la loro Chiesa di provenienza. Non tagliano i legami col passato, ma devono essere coscienti che lasciano il paese degli antenati per piantare le loro tende altrove. Perché questo procedimento sia reso possibile ed omogeneo, la Chiesa locale deve sentire la sua particolare responsabilità di ospitalità e di accoglienza. Gli operatori pastorali devono, dunque, portare gli interessi di questi nuovi cristiani davanti alla comunità locale, spiegare i motivi della loro presenza in mezzo a noi e presentare la loro domanda di entrare a far parte di queste comunità. Nell’attesa che questi nuovi cristiani trovino fra di loro i loro porta-parola, tocca agli operatori pastorali, loro pastori temporanei, iniziare questi contatti, funzionare da trait-d’union ed abbattere gli ostacoli che si incontrano sulla via dell’accettazione reciproca.

 

Il popolo di Dio in Europa

Questo è già in atto nei diversi paesi, con maggiore o minore successo. Gli scambi di vista, la condivisione delle esperienze nel gruppo a convegno e altre iniziative permettono di prendere in considerazione lo scopo finale: la formazione del Popolo di Dio in Europa, al di là di ogni barriera di cultura, di lingua o di tradizioni diverse. Dovremo essere attenti ai valori che questi nuovi cristiani ci apportano. Non si tratta per nulla di un’assimilazione pura e semplice alle chiese e culture europee. Non vogliamo certamente che i nuovi venuti passino per una specie di spogliatoio, dove lasciano il loro passato, come un vestito. Al contrario la comunità locale dovrà invitare i nuovi venuti ad offrirci i doni che ci portano dai loro paesi di provenienza. Il modello di migrazione seguito dagli emigrati dell’Europa verso gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e altrove non ci serve in nessuna maniera. Non vogliamo degli Africani che ci divertino un momento col loro folklore, i ritmi, il tam-tam... La loro vera ricchezza va ben più lontano, è più profonda: ci richiamano la gioia di vivere, la nostra appartenenza all’ambiente naturale, il vivere in convivialità col nostro ambiente, il fatto che l’uomo è il solo scopo del nostro agire...

 

Conclusioni

Per terminare il gruppo a convegno ha formulato un certo numero di principi e di raccomandazioni: La comunità locale, la chiesa locale è responsabile collettivamente dell’accoglienza dello straniero, sia per l’annuncio della fede che per la sua celebrazione e la pratica della carità. Le comunità straniere devono impegnarsi attivamente a demolire i muri e gli ostacoli che esistono fra di esse e la comunità locale. Non dobbiamo sempre rinviare i migranti a delle istanze o delle istituzioni che sono altrove, ma impegnarci attivamente ed accompagnarli noi stessi. Dobbiamo insistere fortemente sull’apprendimento della lingua e sulla frequenza scolastica. Dobbiamo formare dei responsabili delle nuove comunità, e sensibilizzare ed aprire i responsabili locali. Iniziare una formazione continua dei responsabili locali, insieme coi responsabili dei nuovi gruppi. Cercare di formulare una teologia, biblica e sistematica, di questa Chiesa nuova, per dare una base solida alla nascita di questa Chiesa pluriculturale e multietnica. Essere coscienti che le comunità etniche avranno una vita temporanea. Evitare, quindi, di dare a queste comunità una struttura giuridica a parte, come comunità indipendenti. Bisogna permetterle come cappellanie, ma non come parrocchie canonicamente erette. Noi vediamo, dunque, la presenza dei cristiani migranti e dei migranti in genere, come un segno profetico, una sfida alle Chiese europee e un’occasione di rinnovamento. La Provvidenza mette queste persone nel nostro cammino; anche noi abbiamo bisogno di loro. All’inizio noi vediamo solo la loro miseria e la loro sofferenza, per vedere in seguito che ci aiuteranno a sopravvivere anche economicamente. Condividiamo con loro il cammino, prima di spezzare il pane insieme. Le attese del migrante sono anzitutto di carattere economico, sociale e politico. Facciamogli scoprire anche il suo bisogno di rinnovamento religioso. Lavoriamo soprattutto mediante i contatti personali. Che la Scrittura sia il punto di incontro, la sorgente alla quale si dissetano tutti. Prendiamo come punto di partenza comune i Diritti dell’Uomo. Non miriamo a dei movimenti di massa, ma a delle comunità di base.