|
|
Migrante nell’Europa unita del 2000
di Geert Groenewegen
Quale sarà la situazione dei migranti nell’Europa del duemila,
specialmente dopo il processo di unificazione economica e politica ? E’ l’argomento di cui hanno discusso una ventina di “Cappellani dei Migranti”,
che lavorano nelle grandi città europee, riuniti a Milano dal 6 al 10 Marzo.
Provenivano da Stoccolma, L’Aia, Bruxelles,
Parigi, Lione, Marsiglia, Barcellona, Madrid, Ginevra, Vienna,
Dublino, Torino, Roma e Milano. La riunione era organizzata
dal S.I.T.I. (Service interdiocésain auprès des travailleurs
immigrés) con sede a Parigi. Queste riunioni annuali hanno lo
scopo di favorire lo scambio di esperienze su un tema
stabilito in precedenza. Quest’anno il tema fissato era: “Cosa
diventa il migrante nell’Europa Unita dell’anno duemila?”
Il P. Geert Groenewegen, della comunità dei Padri Bianchi che
lavora in questo settore all’Aia, ha partecipato all’incontro
e ha lasciato ad “Africa” gli appunti nei quali ha fissato
le riflessioni e le impressioni ricavate. La riunione ha avuto
inizio con un contatto con la realtà milanese. Domenica 7
marzo i membri dell’incontro sono stati accolti nella
Parrocchia frequentata dai migranti Peruviani e nella
comunità parrocchiale anglofona frequentata dai Filippini,
dove hanno preso parte ai servizi religiosi e a uno scambio di
vedute sui problemi locali. Lunedì mattina il gruppo fu
ricevuto in arcivescovado dal Card. Martini, che ha risposto
alle domande rivoltegli con saggezza e profondità spirituale.
L’atmosfera ufficiale non ha impedito un certo clima
disteso.
Sviluppi della politica della migrazione
in Europa
Nel pomeriggio una relazione del Sign. Paolo
Bonetti, segretario della coordinazione degli uffici Caritas e
Migrantes dell’Italia del Nord, offriva una visione degli
sviluppi politici della situazione dei migranti nell’Europa
di oggi e di domani, partendo dal trattato di Schengen e alla
luce dell’accordo di Dublino e del trattato di Amsterdam,
oggi largamente adottato.
La formulazione di una politica
europea unita, in materia di migrazione, dovrebbe trovare la
sua conclusione nell’ottobre prossimo, a Tampere in
Finlandia. I paesi europei stanno preparando in segreto un
testo che mira a mettere fine all’immigrazione “selvaggia
e incontrollabile” di oggi, e a regolarizzare strettamente
in senso restrittivo l’entrata nella Comunità. I vari paesi
si metteranno d’accordo per l’esecuzione pratica della
proposta e sulla ripartizione delle spese che tutto questo
comporterà. Il Sig. Bonetti ha espresso il suo timore che i
partiti politici dei paesi interessati siano presi alla
sprovvista e vengano a trovarsi davanti al fatto compiuto.
Tocca a tutti la preoccupazione di risvegliare l’attenzione
dappertutto, prima che sia troppo tardi. L’accettazione del
testo previsto comporterebbe, secondo il relatore, la fine del
Diritto di Asilo. Infatti un rinvio generale, per presunti
motivi di sicurezza o altri, rinnegherebbe il principio
secondo il quale il Diritto d’Asilo è un diritto
individuale. Particolarmente delicata viene a trovarsi la
situazione dei cittadini dei “Paesi Terzi”, cioè non
appartenenti all’Unione Europea, ma presenti legalmente in
uno dei paesi dell’Europa unita. Potranno entrare, risiedere
ed esercitare una professione in un altro stato membro dell’Europa
Unita ? Le restrizioni più severe attualmente in vigore nei
paesi europei, serviranno come punto di partenza per la
redazione del testo previsto per Tampere (Finlandia) nel
prossimo ottobre. A partire da quella data i singoli paesi non
potranno più mitigare il testo proposto e degli eventuali
emendamenti entreranno da allora in vigore con una maggioranza
semplice e non dopo un accordo comune. Il duemila metterà
così il tocco finale alla fortezza-Europa!
Situazione concreta attuale
La domenica sera fu riservata ad uno scambio
d’esperienze personali dei membri del convegno, riguardanti
l’anno trascorso. Ne usciva fuori la constatazione che è in
corso dappertutto un irrigidimento politico e amministrativo
per quanto riguarda la ammissione e la presenza dei migranti
nei vari paesi della Comunità Europea. Vari fattori vi
concorrono.
La stampa, nei nostri paesi, spesso sembra
aumentare le nostre paure inconsce di un Islam conquistatore.
Spesso la criminalità è presentata come conseguenza dell’aumento
del numero di migranti presenti nei singoli paesi. Si
reclamano, quindi, pene più severe, la detenzione anche per
delitti minori e una severa repressione di ogni movimento
organizzato da parte dei migranti. Il numero dei migranti
irregolari, senza documenti, è in rapido aumento, perché i
governi non riescono più ad effettuare le espulsioni verso i
paesi di origine. Come conseguenza, in Europa delle centinaia
di migliaia di persone non esistono per l’amministrazione,
per il soccorso sociale e per i servizi sanitari. Diventano
“legali” momentaneamente solo per la durata d’una
eventuale detenzione! Ci sono anche segnali positivi. Una
solidarietà che va crescendo, la presa di coscienza del
problema che si allarga sempre più, dei contatti
inter-personali arricchenti che si instaurano. Il legame
esistente fra la ricchezza dei nostri paesi sviluppati e la
povertà del resto del mondo e anche all’interno dei nostri
paesi, diventa sempre più chiaro, come più evidente diventa
lo squilibrio di un mondo in cui tutto deve poter circolare
liberamente, eccetto gli uomini... L’adozione in tutto e per
tutto del solo criterio del profitto e del guadagno provoca
sempre maggiormente serie obiezioni.
Visione cristiana
In quanto cristiani ci chiediamo quale
atteggiamento ci deve ispirare la “Buona Novella”. Non
siamo noi tutti un popolo in cammino? Le frontiere non sono
degli ostacoli al piano di Dio sugli uomini? Non siamo noi
chiamati al dialogo permanente con le altre religioni, senza
spirito di sincretismo e senza diluire il messaggio della
Buona Novella di Gesù Cristo? In questa linea noi
testimoniamo nelle nostre città l’amore di Dio per l’uomo,
nel suo Figlio incarnato.
Andiamo incontro al musulmano, all’induista,
al buddista come a fratelli e sorelle, che condividono una
fede comune nell’uomo, che ispira un’etica espressa nei
“Diritti dell’Uomo” quali sono stati fissati dalle
Nazioni Unite. Si constata dappertutto un aumento del
fondamentalismo, sia presso i cristiani, gli ebrei, i
musulmani, che altrove. La paura di andare avanti ci fa
ripiegare su noi stessi. Per mancanza di speranza chiudiamo
gli occhi e non osiamo stare in ascolto di ciò che vive in
fondo a ciascuno, ma invece ci lasciamo manipolare dalle forze
del male, dall’interesse personale immediato e da un
sentimento irriflesso di ostilità e di paura irrazionale.
Certo non bisogna chiudere gli occhi davanti al male; bisogna
discernerlo, localizzarlo, incriminarlo e denunciarlo.
Razzismo e discriminazione sono pericoli permanenti e devono
essere messi in evidenza là dove si fanno vedere. L’argomento
che altri paesi si ostinano con forza a rifiutare ogni genere
di presenza ed ogni segno di cristianesimo nel loro
territorio, non deve giustificare un simile atteggiamento da
parte nostra. Dobbiamo deplorare sinceramente le divisioni
interne su base religiosa, etnica o razziale, che scopriamo
ancora nei nostri interlocutori migranti. Dobbiamo essere
fedeli al Vangelo, la nostra fedeltà al suo messaggio di
liberazione forzerà il rispetto da parte di tutti, mentre
ogni genere di irenismo “beato e facilone”, provoca solo
derisione.
Le Chiese locali
Il martedì 9 marzo il gruppo dei “Cappellani
dei Migranti” ha dedicato una lunga riflessione sul loro
ruolo profetico in seno alle nostre Chiese locali, riguardo
all’atteggiamento verso i migranti. La pastorale dei
migranti non deve mirare a costruire delle comunità di fede
su base etnica, quasi alla periferia delle chiese locali. La
strategia da seguire deve essere chiaramente e nettamente
quella di far loro posto nel bel mezzo della Chiesa locale. Se
i migranti della prima generazione sentiranno ancora
fortemente il bisogno di incontrarsi fra loro, di celebrare il
mistero della Vita nel contesto della loro cultura di origine,
saranno favoriti in questo per ragioni, per così dire,
tattiche; ma hanno bisogno di sentirsi a loro agio, di
risituarsi nel loro nuovo ambiente di vita. Dappertutto fin
dall’inizio l’apprendimento della lingua e dei costumi
locali li condurrà ad un’integrazione che li aiuterà ad
identificarsi all’interno di una unità più larga. Il
pericolo di chiudersi in un “ghetto” li minaccerebbe se
avessero solamente dei preti del proprio paese di origine o se
mantenessero un legame giuridico, strutturale con la loro
Chiesa di provenienza. Non tagliano i legami col passato, ma
devono essere coscienti che lasciano il paese degli antenati
per piantare le loro tende altrove. Perché questo
procedimento sia reso possibile ed omogeneo, la Chiesa locale
deve sentire la sua particolare responsabilità di ospitalità
e di accoglienza. Gli operatori pastorali devono, dunque,
portare gli interessi di questi nuovi cristiani davanti alla
comunità locale, spiegare i motivi della loro presenza in
mezzo a noi e presentare la loro domanda di entrare a far
parte di queste comunità. Nell’attesa che questi nuovi
cristiani trovino fra di loro i loro porta-parola, tocca agli
operatori pastorali, loro pastori temporanei, iniziare questi
contatti, funzionare da trait-d’union ed abbattere gli
ostacoli che si incontrano sulla via dell’accettazione
reciproca.
Il popolo di Dio in Europa
Questo è già in atto nei diversi paesi, con
maggiore o minore successo. Gli scambi di vista, la
condivisione delle esperienze nel gruppo a convegno e altre
iniziative permettono di prendere in considerazione lo scopo
finale: la formazione del Popolo di Dio in Europa, al di là
di ogni barriera di cultura, di lingua o di tradizioni
diverse. Dovremo essere attenti ai valori che questi nuovi
cristiani ci apportano. Non si tratta per nulla di un’assimilazione
pura e semplice alle chiese e culture europee. Non vogliamo
certamente che i nuovi venuti passino per una specie di
spogliatoio, dove lasciano il loro passato, come un vestito.
Al contrario la comunità locale dovrà invitare i nuovi
venuti ad offrirci i doni che ci portano dai loro paesi di
provenienza. Il modello di migrazione seguito dagli emigrati
dell’Europa verso gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia,
la Nuova Zelanda e altrove non ci serve in nessuna maniera.
Non vogliamo degli Africani che ci divertino un momento col
loro folklore, i ritmi, il tam-tam... La loro vera ricchezza
va ben più lontano, è più profonda: ci richiamano la gioia
di vivere, la nostra appartenenza all’ambiente naturale, il
vivere in convivialità col nostro ambiente, il fatto che l’uomo
è il solo scopo del nostro agire...
Conclusioni
Per terminare il gruppo a convegno ha
formulato un certo numero di principi e di raccomandazioni: La
comunità locale, la chiesa locale è responsabile
collettivamente dell’accoglienza dello straniero, sia per l’annuncio
della fede che per la sua celebrazione e la pratica della
carità. Le comunità straniere devono impegnarsi attivamente
a demolire i muri e gli ostacoli che esistono fra di esse e la
comunità locale. Non dobbiamo sempre rinviare i migranti a
delle istanze o delle istituzioni che sono altrove, ma
impegnarci attivamente ed accompagnarli noi stessi. Dobbiamo
insistere fortemente sull’apprendimento della lingua e sulla
frequenza scolastica. Dobbiamo formare dei responsabili delle
nuove comunità, e sensibilizzare ed aprire i responsabili
locali. Iniziare una formazione continua dei responsabili
locali, insieme coi responsabili dei nuovi gruppi. Cercare di
formulare una teologia, biblica e sistematica, di questa
Chiesa nuova, per dare una base solida alla nascita di questa
Chiesa pluriculturale e multietnica. Essere coscienti che le
comunità etniche avranno una vita temporanea. Evitare,
quindi, di dare a queste comunità una struttura giuridica a
parte, come comunità indipendenti. Bisogna permetterle come
cappellanie, ma non come parrocchie canonicamente erette. Noi
vediamo, dunque, la presenza dei cristiani migranti e dei
migranti in genere, come un segno profetico, una sfida alle
Chiese europee e un’occasione di rinnovamento. La
Provvidenza mette queste persone nel nostro cammino; anche noi
abbiamo bisogno di loro. All’inizio noi vediamo solo la loro
miseria e la loro sofferenza, per vedere in seguito che ci
aiuteranno a sopravvivere anche economicamente. Condividiamo
con loro il cammino, prima di spezzare il pane insieme. Le
attese del migrante sono anzitutto di carattere economico,
sociale e politico. Facciamogli scoprire anche il suo bisogno
di rinnovamento religioso. Lavoriamo soprattutto mediante i
contatti personali. Che la Scrittura sia il punto di incontro,
la sorgente alla quale si dissetano tutti. Prendiamo come
punto di partenza comune i Diritti dell’Uomo. Non miriamo a
dei movimenti di massa, ma a delle comunità di base.
|