AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

Clicca qui per vedere le altre copertine e poi
cliccale per vederne il sommario



Contattaci:

   per informazioni

provincia@padribianchi.it

  animazione missionaria

animazione@padribianchi.it

   redazione:

africa@padribianchi.it

Tel: 0363 44 726


P.I.S.A.I. 


Mostre fotografiche
AFRICA

clicca qui per informazioni


Scambi-links

CASA EDITRICE POLARIS S.r.l.

Libri per viaggiare



LUGLIO-AGOSTO 2008


MAGGIO-GIUGNO 2008


MARZO-APRILE 2008


GENNAIO-FEBBRAIO 2008


NOVEMBRE-DICEMBRE 2007


SETTEMBRE-OTTOBRE 2007


LUGLIO - AGOSTO 2007


MAGGIO-GIUGNO 2007

 

Donna e sviluppo: binomio inscindibile

di Elisa Kidané SMC

La giornata mondiale dell’alimentazione promossa dall’ONU il 16 ottobre, è stata dedicata, nel 1998, alla donna: “la donna nutre il mondo” affermava lo slogan.
E’ un riconoscimento tanto doveroso, quanto tardivo, meritato soprattutto dalle donne dei paesi poveri. Ma al di là degli slogan, occorre assicurare alle donne più spazio nelle decisioni e più largo accesso alle risorse produttive.

 

L’ONU ha dedicato il 16 ottobre ‘98, giornata mondiale dell’alimentazione, alla donna. 
La notizia stava quasi per farmi gioire. Forte la tentazione di applaudire ad un’iniziativa così “femminile”. Invece ho preferito astenermi dai facili entusiasmi. 
A prescindere dalla buona intenzione degli organizzatori dell’ONU di dedicare una giornata mondiale alla donna, preferirei spostare l’attenzione su un altro fattore: il rapporto che intercorre tra donna e lavoro. Rapporto sempre in svantaggio, se si considera che pur essendo la donna colei che produce dal 60 all’80 % degli alimenti dei paesi impoveriti, e quasi la metà della produzione mondiale, non solo non può accedere direttamente alle risorse da lei prodotte, ma è esclusa dai progetti di sviluppo.
Povertà, fame, miseria, sono nomi di genere femminile e non solo grammaticalmente ma effettivamente. Si parla di una femminizzazione della povertà.
Ecco alcune statistiche che ci possono chiarire il quadro della situazione. 
* Su oltre un miliardo e 200 mila persone nel mondo che vivono in condizioni di assoluta povertà, circa il 70 per cento è costituito da donne.
* Su 900 milioni di analfabeti, le donne sono 600 milioni (66 per cento)
* le donne costituiscono l’80 per cento dei rifugiati nel mondo.
* Nei paesi africani le donne rappresentano oltre il 60 per cento della forza lavoro agricola, ma ricevono l’uno per cento del totale del credito agricolo.
Là, dove Banca Mondiale, Fondo Monetario, FAO, e migliaia di altri organismi non riescono (?) a far quadrare i bilanci, lei, la donna, attraverso una sotterranea economia informale, riesce ad arginare le voragini, i baratri provocati da una iniqua e ingiusta economia mondiale che la vede penalizzata in prima linea, piegata sotto qualsiasi cielo, per inventare economie di sopravvivenza. Ovunque.
Ed è in questo contesto che bisogna focalizzare la riflessione della donna e auspicare che FAO e altri organismi umanitari, dedichino più impegno, più responsabilità più giustizia per celebrare concretamente i 365 giorni lavorativi della donna.
Lodevole il Piano d’azione della FAO che si propone di debellare la fame nel mondo prestando più attenzione alla donna; investendo più capitali nella formazione e specializzazione del settore femminile. Gli obiettivi fissati sono:
* Uguaglianza di diritti nel controllo e nell’accesso delle risorse produttive
* Intensificare la partecipazione della donna nella presa di decisioni e formulazioni politiche.
* Diminuzione dell’onere di lavoro della donna e migliorare e agevolare le opportunità di entrate e servizi remunerati. 
Discorsi, convegni, congressi mondiali non sono mancati in questi anni, ma spesso tutto ciò trova il tempo che trova... E’ evidente che bisogna iniziare a pensare globalmente, sì, ma agire localmente. Può sembrare uno slogan, invece l’esperienza insegna che sarà questo tipo di metodologia la carta vincente per debellare la miseria dei popoli. Partendo dagli ultimi, anzi dalle ultime.
Parafrasando il grande Archimede si potrebbe dire: “Datemi una donna e solleverò le sorti del mondo...”. E’ proprio la donna, considerata anello debole nella giuntura sociale, la forza che garantisce la sicurezza nutrizionale in ogni latitudine dell’emisfero.

 

Immagini e parole...

Penso che a nessuno sia sfuggita la tenerissima pubblicità che ha tappezzato i muri e gli autobus di tante città italiane, di un bambino bianco che succhia dolcemente al seno di sua madre. Usciva proprio in concomitanza con la giornata mondiale dell’alimentazione e calzava a meraviglia con lo slogan: “La donna nutre il mondo”.
Ma qualcuno si è dato la briga di disturbare l’idillico quadro mettendo accanto, un altro cartello pubblicitario, stesso soggetto, stesso atto, ma non certo stessa situazione economica: l’immagine di un bimbo sudanese che si aggrappa al seno ormai avvizzito di sua madre.
Paragoni di cattivo gusto certamente, ma che riflettono il divario che separa il Nord dal Sud del mondo. 
La donna nel Sud del mondo, contrariamente a quello che si pensa, non è passiva, anzi. Oggi più che mai sta diventando artefice della sua liberazione. E lo fa in maniera forte, decisa.
A me piace citare come esempio uno stralcio del messaggio scritto da un gruppo di donne dell’ex Zaire durante i momenti più aspri della guerra: “...Il nostro cuore di madri è profondamente spezzato. Le lacrime non si asciugano più sul nostro volto... Noi e i nostri figli abbiamo diritto alla vita, alla pace, alla serenità. 
A voi autorità del paese diciamo: avete abbandonato il nostro popolo al suo triste destino, l’avete lasciato saccheggiare, impoverire... noi donne con il cuore lacerato di madri, in nome del nostro sangue che vi ha dato la vita, proprio noi, vi diciamo: è troppo! ...”
Non a torto nel messaggio vaticano per la giornata dell’alimentazione si leggeva: “... la speranza che questa giornata mondiale dell’alimentazione porti ad una maggiore comprensione delle donne non solo come “nutrici”, ma come artefici della pace e depositarie dei veri valori umani”. 
Riconoscere che è la donna che nutre il mondo, significa riconoscerle anche il diritto di gestire il cibo, darle accesso ai “granai” mondiali, darle ampio spazio nel quale possa creare con mezzi sufficienti nuove modalità di nutrimento. Non basta coronarla regina, madre, e signora dell’umanità, e poi lasciarla nel fango della miseria, non è sufficiente riconoscere che è la donna, colei che produce l’80% del cibo nei paesi del sud del mondo e poi destinarle solo l’1% del reddito.
Basterebbero gestioni eque, basterebbe più coinvolgimento della donna nei grandi meandri del potere economico. Troppi progetti e strategie di sussistenza disegnate, studiate a tavolino, lontano dalle reali situazioni e catapultate sulle fragili strutture dei paesi impoveriti, non fanno che creare maggior dipendenza, maggior povertà, maggiori disastri economici.

 

Prima di tutto: rispetto e promozione...

Promuovere la donna in tutti i campi è di vitale importanza. Se vogliamo che la società, il mondo cambi in meglio dobbiamo con tutte le nostre forze lavorare per ridare dignità e autorevolezza alla donna, e al suo impegno lavorativo. 
Il direttore generale della FAO considera inderogabile una “Dichiarazione di Diritto” della donna per arrivare ad introdurre o rafforzare legislazioni ugualitarie, che facilitino alle donne l’accesso paritario e sicuro sul controllo sulle risorse produttive. 
Il problema dello sviluppo e quindi dell’alimentazione e della sussistenza affonda le sue radici nella non considerazione della donna e del suo lavoro in molti paesi del mondo. Lo afferma la Dott. Kwesiga, (militante femminista ugandese e docente alla facoltà di scienze sociali all’Università di Makerere - Kampala, Uganda). 
Nella conferenza tenuta, lo scorso maggio, all’Istituto Internazionale di Agricoltura Tropicale, con sede in Nigeria, la dott.ssa Kwesiga constata come “la vita delle donne, soprattutto delle contadine dell’Africa subsahariana è schiacciata dalla tradizione e dai costumi culturali che limitano ancora l’accesso e il controllo a fonti importanti, a scapito del loro sviluppo e del loro progresso...” e aggiunge che è urgente permettere l’emancipazione della donna nel settore politico, sociale, educativo e culturale, perché si realizzi un processo di sviluppo completo che darà all’Africa un nuovo volto economico.
Forse è un dato di fatto ormai troppo scontato il peso enorme che grava sulle spalle delle donne nelle società africane, ma forse pochi conoscono la loro resistenza fisica e morale; sono loro che in tempi di guerra, di fame, di malattia, di calamità naturali con coraggio e fierezza cercano di non soccombere. Ovunque le donne sono pronte anche a dare la vita perché non venga a mancare vita.
Dell’Africa purtroppo siamo abituati a sentire solo notizie di guerre, violenze, e miserie. L’immagine che i mezzi di comunicazione ci trasmettono puntualmente di questo continente sono solo catastrofiche. 
Ma grazie a Dio c’è anche un cuore che pulsa in questo continente e si chiama DONNA. Un cuore che sa farsi valere e sentire come hanno fatto le donne del Congo che nel messaggio sopraccitato denunciano: “A voi governanti europei e nord americani: noi donne africane: vi gridiamo: vogliamo la pace nei nostri paesi, cessate di inviarci le armi che ci debilitano in tutti i sensi e ci uccidono. Questo è il più nobile aiuto umanitario che voi possiate offrirci. 
A voi donne europee e nord americane: ...unitevi al nostro grido di dolore. Lottate contro il sistema politico - economico dei vostri Stati che minacciano la vita dovunque si trovi... in particolare nel nostro continente. 
A voi donne e sorelle africane: nelle tragiche situazioni che ci schiacciano, noi restiamo le sole testimoni del mistero della vita, annunciatrici della vittoria della vita sulla morte.
E’ il Dio della vita che ci vuole, da sempre, partecipi della riuscita della storia di salvezza per l’umanità. Non lasciamo rovinare la vita che nasce da noi. 
Teniamo i nostri reni ben saldi fino a quando non riusciamo a dare vita ad un’Africa più giusta, più libera, più liberata. Lo sappiamo per esperienza: la vera vita non viene data se non affrontando la sofferenza e la morte.”
Messaggio non solo coraggioso, ma anche programmatico e propositivo che le istituzioni umanitarie farebbero bene tenere in considerazione.

 

E infine ma non ultimo...

 Già attraverso la voce autorevole di Giovanni Paolo II la chiesa alle soglie del terzo millennio ha riconosciuto alla donna un ruolo di estrema importanza per l’equilibrio della vita mondiale. Giovanni Paolo II definisce la donna come colei che educa l’umanità alla pace. Ora gli fa eco l’ONU dichiarandola colei che nutre l’umanità. Un riscatto a pieno titolo...anche se a parere di molte un po’ in ritardo.
La donna da sempre ha svolto un ruolo importante all’interno della società e della chiesa anche se la logica maschilista l’ha voluta vedere non come protagonista ma silenziosa e invisibile operatrice.
Valorizzarla e assegnarle il posto che le spetta non vuol dire rivendicare poteri o cariche, ma si tratta di restituirle il suo spazio vitale, per lavorare insieme, uomini e donne, nella reciprocità alla realizzazione di un mondo più giusto.
Perché il mondo possa avere vita e vita in abbondanza. Allora, solo allora ha senso dedicarle un riconoscimento mondiale che oltrepassi l’angusto limite di un giorno dell’anno.