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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Islam e diritti umani
Nel cinquantesimo della dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo (1948-1998)

di Aldo Giannasi

Nell'incontro mondiale sempre più vasto delle culture anche i "Diritti umani", quali furono espressi nella solenne dichiarazione del 1948, sono oggi soggetti a nuove possibili interpretazioni e formulazioni. Tale è il caso che si sta avverando all'interno del mondo musulmano che seguendo i dettami della propria religione, propone articolazioni diverse sulle dignità umana, la libertà religiosa e la concezione della famiglia.

 

"L'slam vuole tutto e non molla niente". Era la riflessione di un sacerdote che partecipava ad un incontro in cui veniva presentata la Bozza di accordo tra lo Stato italiano e le Comunità islamiche viventi in Italia.
Poteva sembrare un'affermazione troppo categorica e generale in quanto l'islam non è una realtà astratta e monolitica, ma un mondo di oltre un miliardo di persone diffuso nel mondo intero con volti molteplici e movenze diverse. Però mirava anche al cuore del problema costatando che se in nome dei Diritti Umani, l'islam che è in Italia domanda di avere spazio, stima e considerazione, esige poi concessioni e propone norme che sembrano andare contro i diritti stessi sui quali si appoggia per instaurare un rapporto di intesa.
Non è l'unico caso in cui l'slam si urta contro lo scoglio del suo difficile rapporto col mondo odierno o, come si dice più comunemente, con la modernità. Ma è senz'altro il più vistoso, in quanto tocca direttamente i Diritti Umani, una delle realtà più importanti, più attuali e più ineludibili del nostro tempo. Il presente articolo vorrebbe rendere conto appunto del complesso e disagevole impatto islam-Diritti Umani per aiutare il lettore a situare meglio il mondo musulmano che bussa alla nostra porta, che è anzi in mezzo a noi, ma che ha sul tavolo ancora problemi grossi da risolvere. E a questo scopo, un confronto con l'atteggiamento dei cristiani di fronte ai medesimi Diritti Umani ed una carellata sul lungo e laborioso cammino da essi compiuto, prima di accettarli, può essere illuminante.

 

Cinquant'anni fa

Era terminata la guerra da pochi anni e l'Europa si dibatteva ancora nelle mille difficoltà della ricostruzione, quando l'ONU, il 10 dicembre 1948, votava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Vi parteciparono 48 nazioni che votarono tutte a favore. L'Italia non era presente perchè non ancora accolta nelle Nazioni Unite (lo sarà nel 1955).
La Dichiarazione è composta di 30 articoli in uno stile semplice, stringato, chiaro. La lunghezza non supera due pagine di un libro.
Il contenuto è conosciuto e può essere facilmente richiamato per l'essenziale. Ognuno ha diritto alla libertà e alla sicurezza, la schiavitù è abolita, proibita la tortura. Sono condannate le discriminazioni di fronte alla legge e la detenzione arbitraria. Uomo e donna, senza nessuna limitazione dovuta alla razza, nazionalità o religione, hanno il diritto di sposarsi manifestando liberamente il loro consenso. Sono riconosciuti i diritti di proprietà, libertà di pensiero, di coscienza. di espressione, di associazione, la libertà di religione (compreso il diritto di poterla cambiare).
Ogni persona ha pure diritto ad uno standard di vita personale e familiare adeguato alla dignità umana.
Questa prima fondamentale Dichia-razione ha avuto, sempre in sede ONU, numerosi complementi che ne hanno esplicitato e precisato il contenuto. Da ricordare in modo speciale i Patti relativi ai diritti civili, sociali ed economici (1966), le Convenzioni per la repressione del crimine di discriminazione razziale e dell'apartheid, i Diritti della donna (1979) e infine - sappiamo quanto attuali! - i Diritti dell'infanzia (1989).

 

L'atteggiamento della Chiesa

Nessuno ha dei dubbi oggi sulla posizione della Chiesa di fronte ai Diritti Umani. Basterebbe solo pensare all'attività febbrile dell'attuale Pontefice in loro favore. Non è sempre stato così prima del 1948. La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, stilata all'inizio quasi della Rivoluzione Francese, nel 1789, (che non fu il primo tentativo del genere, ma il più rilevante) fu rigettata dai cattolici e condannata da Pio VI. L'opposizione decisa della Chiesa è durata più di un secolo: e se ne indovinano le ragioni. La Dichiarazione rivoluzionaria della Convenzione francese, venne fatta in clima anticristiano. Non vi si nominava Dio, ma con lo scopo preciso di escluderlo. Inoltre i Diritti Umani rivendicati per tutti erano diritti eminentemente individuali, que-l li della filosofia illuministica che riducevano, tra l'altro, la religione ad una pura opinione privata. Purtroppo in questa atmosfera di scontro frontale, anche i molti valori nuovi della Dichiarazione del 1789 finirono per essere contestati ed ignorati dai cristiani.
Non è questo il clima della dichiarazione del 1948. E' vero che anche qui Dio non è nominato. Ma non è per escluderlo. Le Nazioni Unite si trovavano davanti a popoli diversi per tradizione e fede religiosa. In più, una metà quasi degli stati membri appartenevano al blocco sovietico che non nascondeva la sua ideologia atea. Il testo dei Diritti doveva tener conto di questa situazione. E lo ha fatto, ma in termini che non precludono l'apertura al trascendente e che esprimono rispetto per i sentimenti religiosi della persona e della comunità. La preoccupazione dell'ONU è stata quella di non infeudarsi in nessuna ideologia e in nessuna filosofia particolare. Inoltre l'individualismo della Rivoluzione francese cede il posto all'attenzione per i diritti sociali (famiglia, società). E c'è spazio anche per i doveri, correlati ai diritti. Aspetti questi ultimi accentuati ancora di più dalle Convenzioni successive al 1948, di cui si è parlato.
La Chiesa ha così accettato i Diritti Umani dell'ONU e se ne è fatta paladina, convinta che si tratta di una leva che può mobilitare tutte le buone volontà a servizio di tutti gli uomini e di tutto l'uomo, senza distinzione di razza, di sesso, di religione. Con senso di lealtà, ma anche di discernimento e libertà evangelica. Essa non rifiuta nessun diritto fondamentale della Dichiarazione, ma non rinuncia per questo, all'interno del gruppo cristiano, e anche al di là, a dare ai diritti stessi un senso più pienamente umano e cristiano. Così ha ribadito, per esempio, la sua convinzione che senza il senso di Dio i Diritti finiscono per svuotarsi di contenuto e non ha rinunciato mai alla sua responsabilità pastorale.
Essa ammette che, nell'insieme, le affermazioni del 1948 sono basate sul diritto di natura (la legge naturale), con il quale la rivelazione cristiana non può dissentire, dato che natura e rivelazione provengono dallo stesso Signore.

 

E l'Islam?

Tutt'altro è il modo di porsi dell'Islam di fronte ai diritti dell'Uomo.
Il 10 dicembre 1948 erano pochi gli Stati a popolazione musulmana che parteciparono all'elaborazione e alla firma della Dichiarazione. Molti d'altronde entrarono nell'ONU solo più tardi (quando ottennero l'indipendenza) ed accettarono un'adesione di principio alla Dichiarazione stessa, ma senza ratificare e firmare l'insieme degli accordi e dei protocolli, cosa che dà forza effettiva ai Diritti.
E' risaputo che l'Arabia Saudita, lo Stato islamico più in vista, sia perchè è guardiano dei Luoghi Santi (La Mecca e Medina), sia perchè è detentore di enormi ricchezze petrolifere, rifiutò a suo tempo di firmare la Dichiarazione perchè nell'articolo 18, essa riconosce la libertà di religione, compreso il diritto di cambiarla per convertirsi ad un'altra. Ora secondo il Corano l'apostasia è un peccato inammissibile.
Gli altri stati a maggioranza musulmana, hanno seguito più o meno la stessa strada. Oltre all'articolo 18, il più contestato, ce ne sono altri che mettono in causa le leggi dell'Islam. Sono i diritti accordati alla donna e la riprovazione dello statuto di "protezione" delle minoranze non musulmane nei paesi islamici, soprattutto cristiani ed ebrei, ai quali è garantito l'esercizio del culto e la proprietà dei beni, ma con restrizioni di libertà tali da farne dei cittadini di serie B. Oltre a queste difficoltà di ordine religioso, un'altra scusa invocata spesso dai governi per non dare spazio ai Diritti Umani è la necessità di garantire "l'ordine pubblico musulmano" all'interno dei loro stati, scusa che può nascondere tutti gli abusi di potere.
Malgrado l'accoglienza piuttosto fredda da parte dei governanti, è un fatto però che oggi dei Diritti Umani se ne parla sempre più a tutti i livelli nel mondo islamico. Li invocano i cittadini, soprattutto i membri dell'opposizione, contro gli abusi del potere, come pure i sindacati e le organizzazioni non governative. Sono nate delle organizzazioni per la difesa dei Diritti stessi (in Tunisia, Algeria, Marocco...) che lavorano attivamente, anche se strettamente controllate dalle autorità da cui debbono ricevere il placet.
Ma non è solo a livello si base che la Dichiarazione dei Diritti Umani ha suscitato interesse. Essa ha smosso le acque anche negli ambienti religiosi, nelle facoltà di Teologia e di Diritto islamici e, più in generale, fra gli intellettuali.
Ne è nato un dibattito che è ancora in atto e che vale la pena esaminare, perchè, come si è detto, esso scopre la difficoltà dei mondo musulmano a confrontarsi con la modernità.
Schematizzando, si può dire che sono tre le correnti di pensiero in relazione ai Diritti Umani nell'islam contemporaneo.

 

Corrente storicistica

Una prima è rappresentata da un gruppo modesto di intellettuali, desiderosi di esprimere una visione umanistica e aperta di fronte alla Dichiarazione. Vi si possono annoverare, tra gli altri, il prof. M. Charfi, tunisino, il giurista H. Ahmed, egiziano, il filosofo M.Arkoun che ha insegnato in Francia.
Costoro giudicano la Shari'a o legge islamica nel suo contesto storico. Si sa che la Shari'a si è venuta formando nei primi secoli dell'Egira a partire dal Corano e dalla Sunna (i detti e i fatti di Maometto). Essa organizza tutta la vita individuale e collettiva, definisce il culto, i riti, gli articoli di fede, le leggi che regolano le azioni umane, il matrimonio, l'esercizio del commercio, i codici di procedura, il modo di governare... Questa legge dalle mille prescrizioni, affermano gli intellettuali, è solo un tentativo di interpretazione dei testi fondatori, un tentativo legato ai tempi in cui è nato, ma non l'unico e il definitivo. La Shsri'a è suscettibile quindi di innovazioni, quale appunto è l'adozione dei Diritti umani, compresi quelli che possono contraddirla.

 

Corrente moderata

A questa tendenza liberale, ma largamente minoritaria, se ne affianca una che si può qualificare moderata e che raggruppa la maggioranza dei pensatori musulmani. Essa trova la sua espressione più significativa in un testo che, pur non rappresentando il pensiero della Comunità islamica nel suo insieme, ha però un notevole significato. Si tratta della "Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo nell'Islam", (DUDUI) resa pubblica a Parigi nella sede dell'UNESCO nel 1981 per iniziativa del Consiglio Islamico per l'Europa.
E' da notare che essa è stata redatta in due versioni: una in arabo e una seconda in lingue europee (inglese e francese). Non si tratta di semplici traduzioni. Le due versioni sono tra loro contrastanti: quelle in francese ed inglese si manifestano decisamente laiche, mentre quella araba, la più autorevole, ha un tono decisamente coranico e islamico.
Questo fenomeno della doppia cultura a seconda della lingua usata, è piuttosto corrente. Qui la versione in lingue europee è orientata a rassicurare l'Occidente, la versione araba esprime le convinzioni interiori dei redattori. Diciamo subito che con i suoi 23 articoli la DUDUI si presenta come un parallelo della Dichiarazione dell'ONU del 1948. Sulla falsariga di questa, essa enumera tutti i principali diritti umani, cercando di armonizzare una concezione liberale con i pilastri dell'islam.
Vi si ritrova come nella Dichiarazione dell'ONU, l'affermazione dell'uguaglianza di ogni persona, la condanna della schiavitù, il principio della libertà in tutte le sue forme (coscienza, parola, religione...)
Si assiste così ad uno sforzo notevole di dare ai concetti tradizionali musulmani un contesto nuovo che si avvicina alle attese e alle aspirazioni delle masse odierne, un passo avanti verso la modernità.
Tutti i più importanti diritti umani sono però considerati dalla DUDUI come strettamente subordinati alle disposizioni della Shari'a che diventa quindi, in ultima analisi, la sola fonte di discernimento... Il Padre M. Borrmans che ha dato una versione italiana del testo arabo, osserva che la parola Shari'a (legge islamica) vi è nominata 26 volte! si vedano alcuni esempi significativi nell'inquadrato qui accanto.
Tutto questo fa dire ad un intellettuale musulmano, il prof. Ali Merad che la DUDUI non ha senso che per le persone di confessione islamica. Siamo allora agli antipodi di quanto si erano prefisse le Nazioni Unite nel 1948 e cioè l'affermazione dei Diritti Umani in modo tale da costituire una piattaforma comune nella quale tutti si ritrovano, nel rispetto delle differenze di ogni popolo.
Più che una riflessione nuova sulla propria storia, una disanima coraggiosa del proprio agire nel passato e un esame critico delle esigenze del mondo odierno, la DUDUI appare come uno sforzo per mostrare agli occidentali che l'islam non può essere accusato di essere antilibertario. E' una mossa apologetica.

 

Corrente fondamentalista

Un'altra tendenza si è venuta affermando negli ultimi decenni, quella dei fondamentalisti. Costatando il fallimento delle società liberali e socialiste in molti paesi islamici e l'impoverimento che ne è seguito, essi proclamano che tutti i problemi troveranno una soluzione con il puro e semplice ritorno alla Shari'a dei primi secoli. Qui ovviamente si parla di quei fondamentalisti che hanno scelto di rimanere nel campo della legalità e non di quelli che sono sconfinati nell'integralismo facendo della violenza sistematica dei diritti umani il loro metodo privilegiato di lotta.
Questa ala tradizionalista e passeista accetta la maggior parte dei Diritti, quali sono espressi nella Dichiarazione del 1948, ma alla condizione esclusiva che non siano in contrasto con la Shari'a. Così afferma il proprio attaccamento alla poligamia, ribadisce che una donna musulmana non può sposare un non musulmano, sostiene il diritto del marito di ripudiare unilateralmente la moglie, impone il velo alla donna. In materia di diritto penale pretende l'imposizione delle pene della Shari'a: taglio della mano destra per il furto, morte o amputazione per il brigantaggio, lapidazione per la fornicazione, flagellazione per l'uso di bevande alcoliche, condanna a morte per l'apostasia. Questa Shari'a trova applicazione integrale in Arabia Saudita e in Afganistan, per esempio.

 

Ombre e luci

Come si vede, l'accoglienza dell'insieme dei Diritti Umani per l'islam è ancora un problema aperto. Il dibattito intorno ad essi però si è rivelato e si rivela fecondo sia per i musulmani, chiamati a una riflessione nuova e impegnativa, che per i cristiani che scoprono attraverso di esso aspetti nuovi dell'islam.
Uno di questi aspetti, spesso ignorato, è che l'Islam si trova davanti ad un mondo moderno che si è imposto ad esso. E' il mondo della scienza e della tecnica che fa passi da gigante nelle comunicazioni, nell'informatica, nella globalizzazione economica. I musulmani non rifiutano di entrarvi, ma nello stesso tempo hanno la preoccupazione di non perdere la propria identità e la propria fede. Questo li porta a rifugiarsi nel Corano e nella Sunna fino a rendere problematica l'accoglienza dei Diritti Umani. Ma chi potrebbe onestamente negare la fondatezza della loro inquietudine? I cristiani nel secolo scorso, si sono trovati in una situazione analoga. Questo travaglio ci aiuta a capire altri due fatti.
Il primo è la delusione di molti musulmani. I Diritti Umani sono nati in Occidente, affermano, ma allora, l'Occidente dia l'esempio. Perchè esso è così pronto a farli osservare dai paesi nemici, come L'Iraq e così condiscendente con Israele e con paesi guidati da dittatori, ma suoi amici? Non sono due pesi e due misure?
Il secondo. La Dichiarazione del 1948, pur volendosi equidistante dalle diverse tradizioni religiose non ha potuto non subire l'influenza cristiana di cui la cultura degli Stati fondatori dell'ONU era permeata. I paesi musulmani si sono trovati di fronte a un fatto compiuto per il quale non son stati interpellati.
Ora la redazione attuale così come suona, non fa posto alla loro sensibilità religiosa. Per cui si capisce un'affermazione che ripetono spesso:"Non accetteremo la dichiarazione dei Diritti dell'Uomo finchè non sarà preceduta da quella dei Diritti di Dio". E' questo che reclamano.
Di per sè ci si potrebbe arrivare. Se però i Musulmani fossero capaci di riconoscere un ordine naturale di cui Dio è l'autore e sul quale possono trovarsi tutti i credenti nel rispetto delle proprie fedi rispettive. Ma questo non è possibile attualmente per l'islam ed è lo scoglio fondamentale: il Dio di cui vogliono difendere i diritti è solo ed unicamente il Dio del Corano. I diritti umani in cui si riconoscono sono unicamente quelli che il Corano stesso, la Sunna, la Shari'a riconoscono. E quelli che non sono riconosciuti dalla Shari'a sono più o meno negati.
Allora i diritti non valgono più per tutti gli uomini, valgono solo per i musulmani. E gli altri? Sono esclusi, a meno che accettino di entrare nell'Islam. Certo tutte le posizioni non sono altrettanto radicali, ma l'orientamento è questo. E finchè non è tagliato questo nodo gordiano, il dialogo e la collaborazione col mondo dell'islam sul piano dei diritti umani sarà sempre difficile.
E soprattutto resterà quella contraddizione che si segnalava all'inizio. In nome dei Diritti Umani i musulmani chiedono il rispetto della Shari'a in un paese come l'Italia, ma la Shari'a stessa riconosce la pienezza dei Diritti solo ai musulmani.
Il cammino da percorrere è ancora lungo.