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Islam e diritti umani
Nel cinquantesimo della dichiarazione
universale dei diritti dell'Uomo (1948-1998)
di Aldo Giannasi
Nell'incontro mondiale sempre più
vasto delle culture anche i "Diritti umani", quali
furono espressi nella solenne dichiarazione del 1948, sono
oggi soggetti a nuove possibili interpretazioni e
formulazioni. Tale è il caso che si sta avverando all'interno
del mondo musulmano che seguendo i dettami della propria
religione, propone articolazioni diverse sulle dignità umana,
la libertà religiosa e la concezione della famiglia.
"L'slam
vuole tutto e non molla niente". Era la riflessione di un
sacerdote che partecipava ad un incontro in cui veniva
presentata la Bozza di accordo tra lo Stato italiano e le
Comunità islamiche viventi in Italia.
Poteva sembrare un'affermazione troppo categorica e generale
in quanto l'islam non è una realtà astratta e monolitica, ma
un mondo di oltre un miliardo di persone diffuso nel mondo
intero con volti molteplici e movenze diverse. Però mirava
anche al cuore del problema costatando che se in nome dei
Diritti Umani, l'islam che è in Italia domanda di avere
spazio, stima e considerazione, esige poi concessioni e
propone norme che sembrano andare contro i diritti stessi sui
quali si appoggia per instaurare un rapporto di intesa.
Non è l'unico caso in cui l'slam si urta contro lo scoglio
del suo difficile rapporto col mondo odierno o, come si dice
più comunemente, con la modernità. Ma è senz'altro il più
vistoso, in quanto tocca direttamente i Diritti Umani, una
delle realtà più importanti, più attuali e più ineludibili
del nostro tempo. Il presente articolo vorrebbe rendere conto
appunto del complesso e disagevole impatto islam-Diritti Umani
per aiutare il lettore a situare meglio il mondo musulmano che
bussa alla nostra porta, che è anzi in mezzo a noi, ma che ha
sul tavolo ancora problemi grossi da risolvere. E a questo
scopo, un confronto con l'atteggiamento dei cristiani di
fronte ai medesimi Diritti Umani ed una carellata sul lungo e
laborioso cammino da essi compiuto, prima di accettarli, può
essere illuminante.
Cinquant'anni fa
Era terminata la guerra da pochi anni e
l'Europa si dibatteva ancora nelle mille difficoltà della
ricostruzione, quando l'ONU, il 10 dicembre 1948, votava la
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Vi
parteciparono 48 nazioni che votarono tutte a favore. L'Italia
non era presente perchè non ancora accolta nelle Nazioni
Unite (lo sarà nel 1955).
La Dichiarazione è composta di 30 articoli in uno stile
semplice, stringato, chiaro. La lunghezza non supera due
pagine di un libro.
Il contenuto è conosciuto e può essere facilmente richiamato
per l'essenziale. Ognuno ha diritto alla libertà e alla
sicurezza, la schiavitù è abolita, proibita la tortura. Sono
condannate le discriminazioni di fronte alla legge e la
detenzione arbitraria. Uomo e donna, senza nessuna limitazione
dovuta alla razza, nazionalità o religione, hanno il diritto
di sposarsi manifestando liberamente il loro consenso. Sono
riconosciuti i diritti di proprietà, libertà di pensiero, di
coscienza. di espressione, di associazione, la libertà di
religione (compreso il diritto di poterla cambiare).
Ogni persona ha pure diritto ad uno standard di vita personale
e familiare adeguato alla dignità umana.
Questa prima fondamentale Dichia-razione ha avuto, sempre in
sede ONU, numerosi complementi che ne hanno esplicitato e
precisato il contenuto. Da ricordare in modo speciale i Patti
relativi ai diritti civili, sociali ed economici (1966), le
Convenzioni per la repressione del crimine di discriminazione
razziale e dell'apartheid, i Diritti della donna (1979) e
infine - sappiamo quanto attuali! - i Diritti dell'infanzia
(1989).
L'atteggiamento della Chiesa
Nessuno ha dei dubbi oggi sulla posizione
della Chiesa di fronte ai Diritti Umani. Basterebbe solo
pensare all'attività febbrile dell'attuale Pontefice in loro
favore. Non è sempre stato così prima del 1948. La
Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, stilata all'inizio quasi
della Rivoluzione Francese, nel 1789, (che non fu il primo
tentativo del genere, ma il più rilevante) fu rigettata dai
cattolici e condannata da Pio VI. L'opposizione decisa della
Chiesa è durata più di un secolo: e se ne indovinano le
ragioni. La Dichiarazione rivoluzionaria della Convenzione
francese, venne fatta in clima anticristiano. Non vi si
nominava Dio, ma con lo scopo preciso di escluderlo. Inoltre i
Diritti Umani rivendicati per tutti erano diritti
eminentemente individuali, que-l li della filosofia
illuministica che riducevano, tra l'altro, la religione ad una
pura opinione privata. Purtroppo in questa atmosfera di
scontro frontale, anche i molti valori nuovi della
Dichiarazione del 1789 finirono per essere contestati ed
ignorati dai cristiani.
Non
è questo il clima della dichiarazione del 1948. E' vero che
anche qui Dio non è nominato. Ma non è per escluderlo. Le
Nazioni Unite si trovavano davanti a popoli diversi per
tradizione e fede religiosa. In più, una metà quasi degli
stati membri appartenevano al blocco sovietico che non
nascondeva la sua ideologia atea. Il testo dei Diritti doveva
tener conto di questa situazione. E lo ha fatto, ma in termini
che non precludono l'apertura al trascendente e che esprimono
rispetto per i sentimenti religiosi della persona e della
comunità. La preoccupazione dell'ONU è stata quella di non
infeudarsi in nessuna ideologia e in nessuna filosofia
particolare. Inoltre l'individualismo della Rivoluzione
francese cede il posto all'attenzione per i diritti sociali
(famiglia, società). E c'è spazio anche per i doveri,
correlati ai diritti. Aspetti questi ultimi accentuati ancora
di più dalle Convenzioni successive al 1948, di cui si è
parlato.
La Chiesa ha così accettato i Diritti Umani dell'ONU e se ne
è fatta paladina, convinta che si tratta di una leva che può
mobilitare tutte le buone volontà a servizio di tutti gli
uomini e di tutto l'uomo, senza distinzione di razza, di
sesso, di religione. Con senso di lealtà, ma anche di
discernimento e libertà evangelica. Essa non rifiuta nessun
diritto fondamentale della Dichiarazione, ma non rinuncia per
questo, all'interno del gruppo cristiano, e anche al di là, a
dare ai diritti stessi un senso più pienamente umano e
cristiano. Così ha ribadito, per esempio, la sua convinzione
che senza il senso di Dio i Diritti finiscono per svuotarsi di
contenuto e non ha rinunciato mai alla sua responsabilità
pastorale.
Essa ammette che, nell'insieme, le affermazioni del 1948 sono
basate sul diritto di natura (la legge naturale), con il quale
la rivelazione cristiana non può dissentire, dato che natura
e rivelazione provengono dallo stesso Signore.
E l'Islam?
Tutt'altro è il modo di porsi dell'Islam di
fronte ai diritti dell'Uomo.
Il 10 dicembre 1948 erano pochi gli Stati a popolazione
musulmana che parteciparono all'elaborazione e alla firma
della Dichiarazione. Molti d'altronde entrarono nell'ONU solo
più tardi (quando ottennero l'indipendenza) ed accettarono
un'adesione di principio alla Dichiarazione stessa, ma senza
ratificare e firmare l'insieme degli accordi e dei protocolli,
cosa che dà forza effettiva ai Diritti.
E'
risaputo che l'Arabia Saudita, lo Stato islamico più in
vista, sia perchè è guardiano dei Luoghi Santi (La Mecca e
Medina), sia perchè è detentore di enormi ricchezze
petrolifere, rifiutò a suo tempo di firmare la Dichiarazione
perchè nell'articolo 18, essa riconosce la libertà di
religione, compreso il diritto di cambiarla per convertirsi ad
un'altra. Ora secondo il Corano l'apostasia è un peccato
inammissibile.
Gli altri stati a maggioranza musulmana, hanno seguito più o
meno la stessa strada. Oltre all'articolo 18, il più
contestato, ce ne sono altri che mettono in causa le leggi
dell'Islam. Sono i diritti accordati alla donna e la
riprovazione dello statuto di "protezione" delle
minoranze non musulmane nei paesi islamici, soprattutto
cristiani ed ebrei, ai quali è garantito l'esercizio del
culto e la proprietà dei beni, ma con restrizioni di libertà
tali da farne dei cittadini di serie B. Oltre a queste
difficoltà di ordine religioso, un'altra scusa invocata
spesso dai governi per non dare spazio ai Diritti Umani è la
necessità di garantire "l'ordine pubblico
musulmano" all'interno dei loro stati, scusa che può
nascondere tutti gli abusi di potere.
Malgrado l'accoglienza piuttosto fredda da parte dei
governanti, è un fatto però che oggi dei Diritti Umani se ne
parla sempre più a tutti i livelli nel mondo islamico. Li
invocano i cittadini, soprattutto i membri dell'opposizione,
contro gli abusi del potere, come pure i sindacati e le
organizzazioni non governative. Sono nate delle organizzazioni
per la difesa dei Diritti stessi (in Tunisia, Algeria,
Marocco...) che lavorano attivamente, anche se strettamente
controllate dalle autorità da cui debbono ricevere il placet.
Ma non è solo a livello si base che la Dichiarazione dei
Diritti Umani ha suscitato interesse. Essa ha smosso le acque
anche negli ambienti religiosi, nelle facoltà di Teologia e
di Diritto islamici e, più in generale, fra gli
intellettuali.
Ne è nato un dibattito che è ancora in atto e che vale la
pena esaminare, perchè, come si è detto, esso scopre la
difficoltà dei mondo musulmano a confrontarsi con la
modernità.
Schematizzando, si può dire che sono tre le correnti di
pensiero in relazione ai Diritti Umani nell'islam
contemporaneo.
Corrente storicistica
Una prima è rappresentata da un gruppo
modesto di intellettuali, desiderosi di esprimere una visione
umanistica e aperta di fronte alla Dichiarazione. Vi si
possono annoverare, tra gli altri, il prof. M. Charfi,
tunisino, il giurista H. Ahmed, egiziano, il filosofo M.Arkoun
che ha insegnato in Francia.
Costoro giudicano la Shari'a o legge islamica nel suo contesto
storico. Si sa che la Shari'a si è venuta formando nei primi
secoli dell'Egira a partire dal Corano e dalla Sunna (i detti
e i fatti di Maometto). Essa organizza tutta la vita
individuale e collettiva, definisce il culto, i riti, gli
articoli di fede, le leggi che regolano le azioni umane, il
matrimonio, l'esercizio del commercio, i codici di procedura,
il modo di governare... Questa legge dalle mille prescrizioni,
affermano gli intellettuali, è solo un tentativo di
interpretazione dei testi fondatori, un tentativo legato ai
tempi in cui è nato, ma non l'unico e il definitivo. La
Shsri'a è suscettibile quindi di innovazioni, quale appunto
è l'adozione dei Diritti umani, compresi quelli che possono
contraddirla.
Corrente moderata
A questa tendenza liberale, ma largamente
minoritaria, se ne affianca una che si può qualificare
moderata e che raggruppa la maggioranza dei pensatori
musulmani. Essa trova la sua espressione più significativa in
un testo che, pur non rappresentando il pensiero della
Comunità islamica nel suo insieme, ha però un notevole
significato. Si tratta della "Dichiarazione Universale
dei Diritti dell'Uomo nell'Islam", (DUDUI) resa pubblica
a Parigi nella sede dell'UNESCO nel 1981 per iniziativa del
Consiglio Islamico per l'Europa.
E' da notare che essa è stata redatta in due versioni: una in
arabo e una seconda in lingue europee (inglese e francese).
Non si tratta di semplici traduzioni. Le due versioni sono tra
loro contrastanti: quelle in francese ed inglese si
manifestano decisamente laiche, mentre quella araba, la più
autorevole, ha un tono decisamente coranico e islamico.
Questo fenomeno della doppia cultura a seconda della lingua
usata, è piuttosto corrente. Qui la versione in lingue
europee è orientata a rassicurare l'Occidente, la versione
araba esprime le convinzioni interiori dei redattori. Diciamo
subito che con i suoi 23 articoli la DUDUI si presenta come un
parallelo della Dichiarazione dell'ONU del 1948. Sulla
falsariga di questa, essa enumera tutti i principali diritti
umani, cercando di armonizzare una concezione liberale con i
pilastri dell'islam.
Vi si ritrova come nella Dichiarazione dell'ONU,
l'affermazione dell'uguaglianza di ogni persona, la condanna
della schiavitù, il principio della libertà in tutte le sue
forme (coscienza, parola, religione...)
Si assiste così ad uno sforzo notevole di dare ai concetti
tradizionali musulmani un contesto nuovo che si avvicina alle
attese e alle aspirazioni delle masse odierne, un passo avanti
verso la modernità.
Tutti i più importanti diritti umani sono però considerati
dalla DUDUI come strettamente subordinati alle disposizioni
della Shari'a che diventa quindi, in ultima analisi, la sola
fonte di discernimento... Il Padre M. Borrmans che ha dato una
versione italiana del testo arabo, osserva che la parola
Shari'a (legge islamica) vi è nominata 26 volte! si vedano
alcuni esempi significativi nell'inquadrato qui accanto.
Tutto questo fa dire ad un intellettuale musulmano, il prof.
Ali Merad che la DUDUI non ha senso che per le persone di
confessione islamica. Siamo allora agli antipodi di quanto si
erano prefisse le Nazioni Unite nel 1948 e cioè
l'affermazione dei Diritti Umani in modo tale da costituire
una piattaforma comune nella quale tutti si ritrovano, nel
rispetto delle differenze di ogni popolo.
Più che una riflessione nuova sulla propria storia, una
disanima coraggiosa del proprio agire nel passato e un esame
critico delle esigenze del mondo odierno, la DUDUI appare come
uno sforzo per mostrare agli occidentali che l'islam non può
essere accusato di essere antilibertario. E' una mossa
apologetica.
Corrente fondamentalista
Un'altra tendenza si è venuta affermando
negli ultimi decenni, quella dei fondamentalisti. Costatando
il fallimento delle società liberali e socialiste in molti
paesi islamici e l'impoverimento che ne è seguito, essi
proclamano che tutti i problemi troveranno una soluzione con
il puro e semplice ritorno alla Shari'a dei primi secoli. Qui
ovviamente si parla di quei fondamentalisti che hanno scelto
di rimanere nel campo della legalità e non di quelli che sono
sconfinati nell'integralismo facendo della violenza
sistematica dei diritti umani il loro metodo privilegiato di
lotta.
Questa ala tradizionalista e passeista accetta la maggior
parte dei Diritti, quali sono espressi nella Dichiarazione del
1948, ma alla condizione esclusiva che non siano in contrasto
con la Shari'a. Così afferma il proprio attaccamento alla
poligamia, ribadisce che una donna musulmana non può sposare
un non musulmano, sostiene il diritto del marito di ripudiare
unilateralmente la moglie, impone il velo alla donna. In
materia di diritto penale pretende l'imposizione delle pene
della Shari'a: taglio della mano destra per il furto, morte o
amputazione per il brigantaggio, lapidazione per la
fornicazione, flagellazione per l'uso di bevande alcoliche,
condanna a morte per l'apostasia. Questa Shari'a trova
applicazione integrale in Arabia Saudita e in Afganistan, per
esempio.
Ombre e luci
Come si vede, l'accoglienza dell'insieme dei
Diritti Umani per l'islam è ancora un problema aperto. Il
dibattito intorno ad essi però si è rivelato e si rivela
fecondo sia per i musulmani, chiamati a una riflessione nuova
e impegnativa, che per i cristiani che scoprono attraverso di
esso aspetti nuovi dell'islam.
Uno di questi aspetti, spesso ignorato, è che l'Islam si
trova davanti ad un mondo moderno che si è imposto ad esso.
E' il mondo della scienza e della tecnica che fa passi da
gigante nelle comunicazioni, nell'informatica, nella
globalizzazione economica. I musulmani non rifiutano di
entrarvi, ma nello stesso tempo hanno la preoccupazione di non
perdere la propria identità e la propria fede. Questo li
porta a rifugiarsi nel Corano e nella Sunna fino a rendere
problematica l'accoglienza dei Diritti Umani. Ma chi potrebbe
onestamente negare la fondatezza della loro inquietudine? I
cristiani nel secolo scorso, si sono trovati in una situazione
analoga. Questo travaglio ci aiuta a capire altri due fatti.
Il primo è la delusione di molti musulmani. I Diritti Umani
sono nati in Occidente, affermano, ma allora, l'Occidente dia
l'esempio. Perchè esso è così pronto a farli osservare dai
paesi nemici, come L'Iraq e così condiscendente con Israele e
con paesi guidati da dittatori, ma suoi amici? Non sono due
pesi e due misure?
Il secondo. La Dichiarazione del 1948, pur volendosi
equidistante dalle diverse tradizioni religiose non ha potuto
non subire l'influenza cristiana di cui la cultura degli Stati
fondatori dell'ONU era permeata. I paesi musulmani si sono
trovati di fronte a un fatto compiuto per il quale non son
stati interpellati.
Ora la redazione attuale così come suona, non fa posto alla
loro sensibilità religiosa. Per cui si capisce
un'affermazione che ripetono spesso:"Non accetteremo la
dichiarazione dei Diritti dell'Uomo finchè non sarà
preceduta da quella dei Diritti di Dio". E' questo che
reclamano.
Di per sè ci si potrebbe arrivare. Se però i Musulmani
fossero capaci di riconoscere un ordine naturale di cui Dio è
l'autore e sul quale possono trovarsi tutti i credenti nel
rispetto delle proprie fedi rispettive. Ma questo non è
possibile attualmente per l'islam ed è lo scoglio
fondamentale: il Dio di cui vogliono difendere i diritti è
solo ed unicamente il Dio del Corano. I diritti umani in cui
si riconoscono sono unicamente quelli che il Corano stesso, la
Sunna, la Shari'a riconoscono. E quelli che non sono
riconosciuti dalla Shari'a sono più o meno negati.
Allora i diritti non valgono più per tutti gli uomini,
valgono solo per i musulmani. E gli altri? Sono esclusi, a
meno che accettino di entrare nell'Islam. Certo tutte le
posizioni non sono altrettanto radicali, ma l'orientamento è
questo. E finchè non è tagliato questo nodo gordiano, il
dialogo e la collaborazione col mondo dell'islam sul piano dei
diritti umani sarà sempre difficile.
E soprattutto resterà quella contraddizione che si segnalava
all'inizio. In nome dei Diritti Umani i musulmani chiedono il
rispetto della Shari'a in un paese come l'Italia, ma la
Shari'a stessa riconosce la pienezza dei Diritti solo ai
musulmani.
Il cammino da percorrere è ancora lungo.
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