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Atteggiamento di fondo per un DIALOGO
INTERRELIGIOSO
di Maddalena Masutti
Non solo chi ha avuto da Dio il grande
dono della vocazione missionaria specifica, ma anche i comuni
credenti, a loro volta pure missionari, si pongono in un certo
modo davanti al dialogo interreligioso. C'è chi lo vorrebbe
scansare, pensando che per affrontare le altre religioni
bisognerebbe conoscere bene la propria. Oppure si sostiene,
giustamente, che un vero dialogo presuppone un impegno
altrettanto vero nella propria fede. C'è un atteggiamento
accettabile?
Quando conoscere implica vivere
L'accostamento alle altre religioni, in
realtà, non è poi così difficile. Non è difficile perchè
la pratica del cristianesimo, quando ci si sforzi di attuarla
in modo autentico, è già per se stessa un'apertura alle
altre religioni.
Il
tradizionale sistema di cultura non permetteva in passato di
evidenziare questa apertura, ma c'era. E c'è, oggi meglio di
ieri, perché un insieme di circostanze ci porta attualmente a
riscoprirla.
Nessuna verità infatti, come quella religiosa, in generale,
si accontenta di essere solo conosciuta.
Nel cristianesimo in particolare, conoscere implica vivere:
"Io sono la Via, la Verità, la Vita". Parole che al
suono, al solo ascolto cioè, possono colpire senza
convincere. Ma se c'è un'esperienza anche minima di ciò che
esse operano in ciascuno per la grazia di Cristo, ci si
accorge che è possibile entrare nella sua ottica. Egli è
venuto a "proclamare il Regno di Dio su tutti gli
uomini", a prospettare un "cielo nuovo e una nuova
terra", a diffondere l'amore del Padre che fa
"levare il sole sui cattivi e sui buoni e cadere la
pioggia sui giusti e gli ingiusti".
Nel vivere con rettitudine e onestà d'animo le prospettive
indicate nel Vangelo, si opera già in noi quell'apertura di
mente e di cuore che evita le chiusure rigide e anticipate.
Perchè fa diventare connaturale quel senso di disponibilità
che sta alla base di ogni dialogo, rendendolo possibile.
Matura un rapporto d'intesa che può essere con Dio, con gli
uomini, allargandosi anche nei confronti delle religioni.
La via al dialogo.
Nell'intesa anche minima che sta alla base di
ogni forma di rapporto umano, c'è qualcosa di inespresso,
intraducibile a parole, simile ad uno stato d'animo benevolo
non sempre puntualizzabile. Ci si può chiedere perché fa
piacere parlare con una persona, stabilire amicizia con
un'altra o scegliere una terza per condividere le proprie
problematiche. Per simpatia forse. In realtà provare simpatia
significa essere presi da un'attrattiva comune, reciproca,
inizialmente sconosciuta, ma che porta verso l'altro e gli fa
sentire che egli ha via libera nei nostri confronti.
L'attrattiva che il cristiano prova per Cristo, la sua figura,
la sua dottrina è già un elemento di grazia ad estensione
diffusa che egli non dovrebbe lasciar perdere perchè lo apre
al dialogo.
In particolare la disponibilità del missionario per il
mistero di Cristo non si limita solo a conoscere e trasmettere
le verità che Egli ha insegnato. Spinge a fare proprio anche
il suo modo di sentire, di volere, di simpatizzare. Di gioire
perchè l'azione del suo Spirito si espande universalmente,
senza limiti di spazio e di tempo. Si esprime, in modo
diverso, anche in altre culture. Molta gente è convinta di
trovare Dio e la salvezza anche in altre religioni.
Non è superfluo o di poco conto sottolineare il
"gioirne", perché i soli
termini"apprendere", "ammettere che sia
possibile" non indicano la condivisione, la
partecipazione al "sentire " di Cristo.
Il coraggio della sfida
Un
insieme di circostanze storiche hanno provocato lentamente, ma
inesorabilmente fra i cristiani, lo spostamento di accento
dall'"essere" al "fare". Hanno
focalizzato, ad esempio, il cammino del singolo individuo e la
sua salvezza dopo la morte, a scapito della partecipazione
alla vita dello Spirito. Hanno coinvolto le nostre istituzioni
religiose con quelle statali e politiche impoverendo di molto
gli atteggiamenti verso le altre culture e le altre religioni.
Il processo è sottolineato e riconosciuto ormai apertamente.
Si tratta ora di lasciar cadere un metodo che si è imposto al
di là delle intenzioni individuali, per andare alla
riscoperta della presenza e dell'azione dello Spirito nella
sua universalità.
Il Concilio Vaticano II° ha già stabilito, trent'anni fa, le
nuove direttive. La Rivelazione e la Grazia non sono più
presentate come proprietà esclusive della Chiesa cattolica,
ma come elementi essenziali dell'amore universale di Dio. I
non cristiani possono essere salvati anche se non hanno mai
sentito parlare di Cristo e della Chiesa. Sono
puntualizzazioni che creano le nuove vie da seguire. E ci
invitano a metterci in questione, a "lasciarci
aprire" dagli altri. Cosa più difficile forse dell'
"aprirci" spontaneamente nella loro direzione. Ma è
lo Spirito con la sua presenza inespressa a creare fra gli
uomini di buona volontà quella reciproca attrazione e
simpatia che li affratella. Credere, è credere in Lui, nella
Vita e nella sua potenzialità di cambiare la storia.
Il frutto della libertà
Le molte uccisioni di missionari avvenute
negli ultimi tempi, fanno riflettere sui motivi politici che
le hanno prodotte, ma interpellano anche il senso di
interreligiosità. Da quelle morti non volute e non cercate,
emerge il "gratuito", uno tra i frutti più belli
della libertà. Un valore dal sapore inefficace quando non è
vissuto personalmente.
Ci
sono degli "altri" che, in nome della propria
religione, si autorizzano a rifiutare la testimonianza
cristiana fino ad imporre, per chi la vive, il sacrificio
della vita. La presenza "assaporata" dello Spirito
permette anche in questo caso una giusta misura di relazioni
umane.
Un cuore povero, liberato cioè dalla centralizzazione su se
stessi e sul proprio volere, è disponibile ad accettare
situazioni di pericolo, di condivisione, di disagio e di non
apprezzamento. Disponibile quindi a vedere in ogni tipo di
prossimo un mezzo di accostamento a Dio. In questo caso la
presenza dello Spirito supplisce al significato di
"giusto-sbagliato", "vero-falso",
"opportuno o no", "dovuto o meno". Si
esprime nella "gratuità"
Le categorie razionali di cui siamo abituati a disporre,
prendono nei momenti in cui è in azione la grazia, una
fluidità e un potere che la ragione non riesce a controllare.
A volte nemmeno a capire. E' per questo che abbandonarsi allo
Spirito con cuore libero e spoglio dà sicurezza e gioia,
liberalità e disinteresse. Permette di guardare con serenità
anche a tutto ciò che un certo risveglio religioso mette per
così dire sul mercato.
Nessun guru o maestro, per quanto rispettabile e
spiritualmente ricco, potrà togliere qualcosa o diminuire di
un minimo, il valore della presenza dello Spirito di Cristo.
Lo assicura San Paolo:"Voi siete di Cristo e Cristo è di
Dio".
Ricchezze reciproche
Per il cristiano che guarda alle religioni
altrui con quello spirito missionario che è accompagnato da
sincera simpatia, ci sono sempre salutari possibilità di
ridimensionamento.
Quando da ragazzi (di una volta) imparavamo il catechismo a
memoria, fissavamo tra i primi, i due misteri principali della
fede:1, "Unità e Trinità di Dio" 2,
"Incarnazione, passione, morte e risurrezione di nostro
Signore Gesù Cristo".
In realtà poi, le verità di fede arrischiavano di trovarsi
tutte più o meno sullo stesso piano di importanza. Allineate
anche ai precetti generali della chiesa. Le spiegazioni
teologiche ne razionalizzavano alcune al punto da sembrare che
volessero arrivare a togliere loro il senso del mistero.
Avvicinando altre religioni, serie, ci accorgiamo
dell'essenzialità del mistero. Fa parte della natura di Dio e
dà alla nostra fede piena possibilità di esprimersi. D'altra
parte non fa meraviglia che elementi come il dolore o misteri
come l'aldilà, parte viva delle esigenze umane, siano
studiati, interpretati in maniera diversa secondo le varie
culture. Non tutto può essere oggetto di dogma e l'uomo ha
pieno diritto di indagare.
Quello che a prima vista può venire rifiutato come aberrante,
in realtà ha uno sfondo comune. L'unione perfetta con Dio, ad
esempio, esige una purificazione seria che nell'ambito
cristiano è pensata nel Purgatorio, in quello induista nella
Reincarnazione. E' solo un accenno per dire quanto ci sia
fondamentalmente in comune e come in ambito religioso il
mistero vada rispettato, senza condanne indebite di ciò che
non ha un valore assoluto.
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