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Eritrea: il prezzo dell’indipendenza
L’Eritrea, paese di antichissima cultura, si trova in un momento di difficile confronto: con i paesi confinanti per problemi economici e di confine; al proprio interno con la convivenza di varie fedi e etnie.
Eritrea ed Etiopia: Questioni di frontiera e molti altri problemi
La fine della trentennale lotta di liberazione eritrea e la caduta del regime dittatoriale etiopico avevano suscitato grandi speranze di rinnovamento politico, stabilità regionale e sviluppo economico per la tormentata area del Corno d’Africa.
Con la fine del conflitto, in Eritrea e in Etiopia erano emerse, infatti, leadership che si erano guadagnate sul campo una notevole credibilità interna e che si presentavano sullo scenario internazionale solidamente alleate e ricche di proposte rassicuranti e innovative, tanto da porsi come esemplari sullo scacchiere africano.
Lo erano certamente, ad esempio, gli accordi sull’uso etiopico dei porti eritrei: nessuna tassa doganale era dovuta per la merce di Addis Abeba sbarcata a Massawa o ad Assab, cosa che contribuiva a smontare la presunta necessità etiopica di uno sbocco al mare, pretesto addotto per il trentennale conflitto che aveva apposto i due paesi.
Lo erano gli accordi sull’uso della moneta etiopica anche in Eritrea o quelli sui diritti di libera circolazione dei cittadini e delle merci fra i due paesi, accordi che ponevano la base di un’integrazione economica foriera di interessanti premesse per un reale processo di sviluppo.
La solida alleanza e la piena collaborazione sia sul piano politico che diplomatico e militare tra i due paesi era poi elemento di stabilità in una zona strategica del continente, dove il disintegrarsi dello stato somalo insieme al radicalizzarsi del progetto di islamizzazione del governo sudanese e all’acutizzarsi dei suoi problemi interni, aprivano preoccupanti scenari per l’intera regione.
Etiopia ed Eritrea erano proprio tra i maggiori fautori della necessità di affrontare le crisi dell’area attraverso assunzioni di responsabilità, strategie e tavoli di negoziazione regionali.
Accordi falliti
Così era stata rivitalizzata l’IGAD, organizzazione composta da Uganda, Kenia, Sudan, Gibuti, ed Eritrea ed Etiopia appunto, presso cui si sono aperte trattative, difficili e faticose, ma effettive, per la risoluzione del conflitto sudanese e non solo. Mentre Addis Abeba era il luogo privilegiato per la ricerca di intese tra le varie fazioni somale.
Lo scenario regionale e le analisi degli esperti sono stati repentinamente messi in discussione e radicalmente modificati all’inizio dello scorso maggio, quando una disputa di confine di limitata importanza si è tramutata in aperto e sanguinoso conflitto.
I motivi di tensione tra i due paesi si erano certamente moltiplicati nell’ultimo anno, ma nessuno avrebbe mai potuto prevedere un così rapido e drammatico precipitare della situazione.
Ad ogni modo, due segnali che avrebbero dovuto essere tenuti in maggior conto erano già chiari nei primi mesi del 1997: la pubblicazione delle nuove mappe ufficiali del territorio etiopico, resa possibile da un cospicuo contributo della cooperazione tedesca, mostrava delle evidenti modifiche dei precedenti confini in favore della regione del Tigray, non solo nei confronti dell’Eritrea ma anche di altre regioni etiopiche; la decisione eritrea di battere una propria moneta modificava sostanzialmente il precedente regime di completa integrazione economica. E per entrambe le questioni, la situazione andava progressivamente deteriorandosi.
Il peggioramento economico
In campo economico, quando nel novembre dello scorso anno si arrivò a dar corso al nakfa, la nuova moneta eritrea, fu chiaro che i lunghi mesi di confronto con il governo etiopico sul problema non avevano portato ad accordi soddisfacenti. Infatti cominciò un palleggiarsi di responsabilità rispetto alla gestione del passaggio al nuovo regime: il governo eritreo chiedeva che le due monete avessero libero corso nei due paesi mentre il governo etiopico non trovava conveniente un’eccezione così macroscopica agli usi economici internazionali e preferì gli scambi in dollari.
Questo peggiorava sostanzialmente le condizioni di mercato, in modo plateale nelle zone di confine del Tigray, dove il passaggio delle merci legato all’economia formale ed informale era stato fino a quel momento continuo e senza nessuna formalità.
Ad esempio, in poche settimane il teff, il cereale migliore per la preparazione del pane tradizionale dell’altipiano etiopico ed eritreo, prodotto nel Tigray appunto, arrivò a costare al mercato di Asmara il triplo che al mercato di Addis Abeba, con una conseguente contrazione dell’importazione, resa possibile anche dall’uso di altri cereali locali, meno pregiati ma altrettanto tradizionalmente consumati.
Ma anche le transazioni più rilevanti, come il pagamento dei diritti di passaggio delle merci etiopiche sbarcate nei porti eritrei, dovevano essere pagate in dollari, con un appesantimento notevole dell’incidenza sulla bilancia dei pagamenti.
E questa è certamente una ragione plausibile per le attuali rivendicazioni etiopiche nei confronti del porto di
Assab.
Nuovi problemi di confine
I problemi economici hanno certamente avuto una certa rilevanza anche nel peggiorare delle controversie di confine, controversie annose, risalenti addirittura alla colonizzazione ed affrontate con commissioni miste dei due Fronti di liberazione, quello eritreo e quello tigrino, fin dagli anni della guerra comune contro il regime del Dergue di Menghistu Haile Mariam.
Commissioni miste etiopico-eritree erano al lavoro anche negli scorsi mesi e sembrava ci fossero tutte le premesse per una soluzione concordata della questione.
Non è dunque molto credibile che i confini siano la vera ragione dell’attuale conflitto destinato a scompaginare gli equilibri di un’intera regione. Anzi, il concatenarsi dei fatti fa pensare che le tensioni locali abbiano preso i rispettivi governi in contropiede.
Infatti, pochi giorni prima dello scoppio della crisi il Ministro della Difesa eritreo era ricevuto con tutti i consueti onori ad Addis Abeba, mentre il giorno della prima importante azione militare eritrea, conseguente all’eccidio da parte etiopica di un gruppo di sei funzionari in visita nei territori contestati, il presidente Afeworky si trovava in Arabia Saudita.
Questioni politiche
Infine è molto interessante esaminare le
reazioni dei due governi per tentare di capire quale sia la
vera posta in gioco nel conflitto tra Etiopia ed Eritrea.
Tutte le prime dichiarazioni del governo di Asmara chiamano in
causa i Tigrini, intesi come le autorità regionali che
esprimono forti istanze autonomiste, legittime per altro
secondo l’attuale costituzione etiopica, ma soprattutto il
Fronte del Tigray, in cui sono sempre state vive correnti
nazionalistiche, tenute finora a bada da quelle più moderate,
guidate da Melles Zenawi, l’attuale presidente dell’esecutivo
etiopico, forte anche dell’appoggio eritreo, determinante
nella caduta del regime del Dergue e nella presa del potere ad
Addis Abeba.
Ciò spiegherebbe anche la questione dei confini, importanti
in un braccio di ferro sia interno che regionale sul peso che
sarebbe giusto assegnare ad un’entità che ha da rivendicare
un certo territorio che non gli è riconosciuto.
Da parte sua, il governo etiopico solo molti giorni dopo le
prime azioni militari fece dichiarazioni che le legittimavano,
e che anzi annunciavano un’escalation che arrivò fino al
bombardamento di Asmara e all’apertura di altri due fronti,
il più importante dei quali nella direzione di Assab.
Dunque si potrebbe pensare che all’inizio il potere centrale
di Addis Abeba abbia cercato di controllare la situazione e
che poi abbia dovuto cavalcarla. Perché?
Forse perché i rapporti di forza all’interno del potere
etiopico sono cambiati, probabilmente anche a causa della
rottura dell’asse privilegiato Zenawi - Afeworky che aveva
finora costituito l’ago della bilancia degli equilibri dei
due paesi. Se questa lettura, avanzata ormai da parecchi
osservatori, si rivelasse esatta, l’attuale conflitto
sarebbe la conseguenza e la causa di una ridefinizione dei
rapporti interni al potere etiopico. Inoltre potrebbe
configurarsi come un espediente per porre il problema di un
riassetto dell’intera organizzazione dello stato.
Il permanere delle difficoltà
All’esterno sarebbe in gioco, invece, il
predominio a livello regionale, finora certamente condiviso
con il tanto più piccolo, e per certi versi ingombrante e
spigoloso, vicino eritreo.
Se queste ipotesi sono vere, la composizione dell’attuale
conflitto si presenta delicata e difficile. E gli atti che si
sono susseguiti non contribuiscono certo ad allentare la
tensione.
Dapprima i bombardamenti delle capitali, Asmara, che non era
mai stata colpita neppure dal Dergue, e Macallè, capoluogo
del Tigray, in cui si sono avute molte vittime civili.
E come conseguenza la chiusura dello spazio aereo eritreo che
ha determinato l’isolamento del paese con danni economici e
di immagine gravissimi. Poi l’escalation nelle operazioni
militari e negli obbiettivi dichiarati, da Badmè e poca terra
senza importanza ad Assab.
Infine le ritorsioni sui cittadini eritrei residenti, magari
da decine d’anni, in Etiopia, privati dei loro averi e
rimpatriati come indesiderabili.
Non sono segnali positivi neppure le rigidezze, apparentemente
più eritree che etiopiche, nei confronti dei vari piani di
pace finora presentati e la propaganda, più etiopica che
eritrea, che tende ad esacerbare gli animi e a sclerotizzare
le posizioni.
Ad ogni modo, sembra di poter dire che quando la crisi sarà
passata, e ci si augura nel più breve tempo possibile, gli
assetti nell’area saranno cambiati, e non in modo positivo.
La lunga guerra, la necessità di sfollare in
zone risparmiate dalle operazioni militari, il vivere fianco a
fianco nei campi profughi all’esterno e all’interno del
paese, hanno contribuito non poco a “mescolare” la
popolazione. La militanza nelle fila del fronte di liberazione
ha addirittura reso possibile il matrimonio tra cristiani e
musulmani, cosa francamente inaccettabile nel contesto
socio-culturale precedente. Ma l’unico luogo veramente
multietnico e interculturale è la capitale, Asmara, città in
cui, con un solo fotogramma, si riesce ad inquadrare il
minareto della moschea principale, il campanile di stile
romanico lombardo della cattedrale cattolica e le tozze torri
della principale chiesa copta.
Convivenza eterogenea
Non è stato facile per il Fronte di
liberazione, e non è facile ora per il governo, tener conto
delle varie esigenze di costume e di rito di una popolazione
così eterogenea. Durante la guerra, nelle zone liberate, per
non far torto a nessuno, il giorno di riposo era il
mercoledì. Ora, nell’Eritrea indipendente, si riposa la
domenica, ma il venerdì l’orario di lavoro degli uffici
lascia ampio spazio alla preghiera.
Mentre le feste religiose nazionali formano un interessante
mosaico, in cui trovano posto le principali feste musulmane
accanto alle principali feste copte, senza disdegnare quelle
cristiane occidentali, volute dalla piccola, ma potente,
comunità di cattolici e protestanti, oltre che dagli usi dei
molti residenti d’origine europea, ed italiana in
particolare, che hanno pesantemente influenzato il costume fin
dai tempi coloniali. Il tutto deve tener conto di un delicato
equilibrio in cui l’ago della bilancia non deve mai pendere
in favore di nessuno.
Complessità della lingua
Altrettanto complessa e forse di ancor più
difficile soluzione è la questione della lingua: nove sono le
etnie in cui tradizionalmente è classificata la popolazione e
nove le lingue parlate riconosciute, e in parte scritte, con
tre diversi alfabeti: quello ge’ez originario della zona,
quello arabo e quello latino.
Il codice di comportamento del Fronte di liberazione, fin
dagli anni della guerra, e l’attuale costituzione
garantiscono il diritto all’alfabetizzazione in lingua
materna... Ma come, e con quali risorse, approntare curricoli
scolastici e testi differenziati, in un paese in cui il
reddito pro-capite è tra i più bassi del mondo e ancor oggi,
in molte zone rurali, solo un’infima minoranza di bambini
può frequentare la scuola, mentre l’analfabetismo è una
piaga ancora troppo diffusa? Inoltre, come accedere al sapere
scientifico e come facilitare la comunicazione con l’esterno,
problemi d’importanza capitale nel nostro mondo globalizzato,
massime per un paese che non supera i tre milioni e mezzo di
abitanti?
Così, in pratica, a scuola si insegna, dove è possibile, la
lingua materna nelle prime classi elementari, accompagnata dal
tigrino o dall’arabo, che sono le due lingue ufficiali. Ma
presto vi si affianca l’inglese, destinato a diventare la
sola lingua scolastica nelle scuole superiori e all’università.
D’altra parte, la drammatica carenza d’insegnanti
adeguatamente formati ha costretto il governo ad assumere
professori indiani, che, a quanto pare, si sono ben adattati
al contesto e godono di una certa stima.
Progetto di islamizzazione sudanese
L’eterogeneità della popolazione, con gli
inevitabili conflitti d’interesse, i malumori e i
malcontenti che si accompagnano agli immancabili contrasti
socio-culturali sono sempre stati un fertileterreno di coltura
per chi punta a trarre vantaggio da una situazione d’instabilità
politica. E ciò si è verificato anche in Eritrea. Sulla
destabilizzazione del paese ha puntato il regime sudanese, con
il suo progetto d’islamizzazione dell’intera regione,
supportato anche da alcune forze d’opposizione che non si
sono mai riconosciute nell’attuale governo eritreo.
Infiltrazioni di gruppi armati della jahad islamica, reclutati
nei campi dei profughi eritrei che ancora esistono in
territorio sudanese, e appoggiati da un’infima minoranza
della popolazione, hanno reso difficile il controllo del
territorio in vaste zone del paese, costringendo le autorità
a giri di vite repressivi e limitativi delle libertà
personali. Cosa questa che è certamente riuscita ad incrinare
l’immagine assolutamente positiva che l’attuale leadership
si era guadagnata negli anni della lotta di liberazione e nel
primo periodo dell’indipendenza.
Non si può dire, però, che il governo eritreo non avesse da
affrontare un problema di difficilissima soluzione, e che non
ci abbia provato con buon senso e pragmatismo, riuscendo
tuttavia a tener insieme, uniti da un forte, forse troppo
forte, sentimento di appartenenza nazionale tante differenti
popolazioni.
Durante la lotta di liberazione
Il capitolo più amaro della lunga storia dei
rapporti tra Italia ed Eritrea è certamente quello della
lotta di liberazione: i nostri governi e i nostri partiti,
anche quelli d’opposizione, sempre appoggiarono
acriticamente il governo centrale di Addis Abeba, sia sul
piano economico che su quello politico-diplomatico, negando
qualsiasi legittimità al movimento di liberazione.
Ma appena il Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea
arrivò ad Asmara, l’Italia, prima tra tutte le nazioni
occidentali, riconobbe il dato di fatto e trattò l’apertura
di un consolato che venne trasformato in ambasciata all’indomani
del referendum di autodeterminazione che aveva sancito l’indipendenza.
Questa fretta, per non dir precipitazione, venne vista con
diffidenza ed imbarazzo dai nuovi governanti eritrei, che vi
riconobbero la preoccupazione dell’ex colonizzatore che non
vuol perdere la propria influenza, e un potenziale mercato, in
un’area che considera “storicamente” di sua competenza.
Da allora altri capitoli della storia sono stati scritti, e
ormai descrivono un clima abbastanza costruttivo, sia sul
piano economico che politico-diplomatico.
Intanto l’Eritrea è uno dei, pochissimi, paesi di massima
priorità per la cooperazione italiana, che vi fa fluire
notevoli stanziamenti: per il piano di ricostruzione
nazionale, ad esempio, furono dati oltre 25 milioni di
dollari, la cifra più alta tra tutti i donatori (l’Unione
Europea stanziò allora 23 milioni di dollari). Ma accordi di
cooperazione vennero negoziati anche negli anni successivi,
per cifre sempre ragguardevoli.
L’importanza del contributo della cooperazione italiana alla
ricostruzione e allo sviluppo del paese è stata riconosciuta
dal presidente eritreo, nella conferenza stampa tenutasi in
occasione della visita ad Asmara di Scalfaro, nel novembre
dello scorso anno.
La collaborazione militare
Anche sul piano della collaborazione militare
i rapporti sono diventati sempre più significativi. Il 30
gennaio scorso il nostro ministro della difesa, Andreatta, e
il presidente eritreo hanno firmato un accordo che prevede la
fornitura di equipaggiamento bellico e l’addestramento a
militari e ufficiali della marina e dell’aeronautica. Ma
questo è solo l’ultimo passo: già nel 1996 l’Aermacchi
aveva venduto all’Eritrea sei aeroplani d’addestramento,
per un costo complessivo di 45 milioni di dollari (si calcola
che la cifra sia pari al 70% dell’intero aiuto umanitario
italiano negli anni 1991-95). Particolare interessante: con
questi aerei sono state bombardate Makallè ed Adigrat nei
primi giorni del conflitto di frontiera con l’Etiopia, e,
possiamo supporre a causa dell’inadeguato addestramento dei
piloti, nelle azioni sono stati centrati obbiettivi civili
invece che militari.
La diplomazia
Il conflitto con l’Etiopia ha enfatizzato
anche il ruolo diplomatico del nostro paese nell’area: la
missione del sottosegretario Serri nei giorni più caldi della
crisi è stata l’unica ad avere qualche risultato concreto,
mentre fallivano tutte le altre, comprese le mediazioni degli
Stati Uniti e dell’Organizzazione per l’Unità Africana.
Ma, nonostante tutto, gli Eritrei, e non solo i governanti,
non hanno ancora abbassato la guardia e aspettano al varco gli
Italiani, e non solo i politici, che devono guadagnarsi ogni
volta la propria credibilità sul campo. Se ad Asmara provate
a chiedere chi ha donato più fondi all’Eritrea tutti vi
risponderanno la Germania, che invece è ben lontana dal primo
posto, saldamente tenuto appunto dal nostro paese. Se provate
a chiedere come sono i rapporti tra i reciproci governi, molti
vi spiegheranno che sono pessimi perché gli Italiani non sono
affidabili... Non è più vero, ma il ricordo dei torti subiti
quando ci si aspettava sostegno e solidarietà è duro a
morire.
La complessità etnico religiosa
Si può ben dire che in Eritrea la lotta per
l’indipendenza è stata sostenuta veramente da tutte le
componenti sociali, comprese le diverse confessioni religiose.
Dopo un primo periodo di diffidenza, dovuta soprattutto alla
dichiarata tendenza marxista dell’FPLE (Fronte Popolare per
la Liberazione dell’Eritrea) delle origini, si ebbe un
avvicinamento che divenne un vero e proprio sostegno dopo il
secondo congresso del Fronte, nel 1987, in cui prevalse una
linea più pragmatica, aperta al pluralismo ideologico e tesa
al coinvolgimento di tutta la popolazione nel processo di
liberazione nazionale.
Rapporti con la chiesa cattolica
Ora la situazione è decisamente cambiata,
soprattutto per quanto riguarda la Chiesa cattolica. La prima
seria incrinatura dei rapporti si ebbe un paio d’anni fa,
quando venne sospesa la pubblicazione del periodico “Veritas
et Vita” dei Padri Cappuccini, poi ceduto alla diocesi di
Asmara. Il Governo, infatti, non aveva gradito le dure
critiche ad un provvedimento già molto im-popolare: il
licenziamento di circa 10000 dipendenti statali, al fine di
a-deguarne il numero alle reali necessità degli uffici, e
alle reali possibilità di pagare gli stipendi. La rivista ha
potuto riprendere le pubblicazioni solo l’anno successivo.
E’ venuta poi la legge che regolamenta i rapporti tra lo
stato e le chiese. Si tratta di una legge molto restrittiva,
che relega l’azione al piano strettamente pastorale,
proibendo ogni attività di tipo sociale, educativo ed
assistenziale. Impedisce anche di ricevere aiuti economici
dall’estero.
Il provvedimento colpisce soprattutto la Chiesa cattolica,
attivissima nel campo socio-assistenziale, che, ritenendo che
venissero lesi suoi precisi diritti, vi si è fermamente
opposta. I protestanti, che non svolgono nulla di
significativo nel settore in Eritrea, e i copti, che, non
avendo contatti con i paesi sviluppati, non hanno risorse da
impiegare in iniziative volte a migliorare la qualità della
vita della gente, l’hanno invece tacitamente accettato.
Stesso tacito assenso è venuto dai musulmani.
I provvedimenti previsti nella legge sono stati attuati negli
scorsi mesi in modo piuttosto radicale: l’Eritrean Chatolic
Secretariate (E.C.S.), la Charitas eritrea, si è vista
sequestrare tutti gli automezzi, gli attrezzi e i macchinari
impiegati nelle attività sociali. Allo stesso modo sono state
requisite le cliniche e le scuole, cosa che ha sollevato
perplessità negli stessi ministeri competenti, coscienti dei
propri limiti gestionali.
Certamente nell’adozione di una simile legislazione molto
deve aver giocato la necessità di tener conto degli equilibri
dei rapporti tra le varie confessioni, in un contesto tanto
plurimo quanto problematico e squilibrato dal punto di vista
delle risorse. Ma è chiaro che tali misure hanno sollevato
notevoli perplessità non solo tra gli osservatori della
realtà eritrea, ma tra la popolazione stessa, che dall’azione
sociale della chiesa cattolica ha sempre tratto innegabili
benefici.
Nel 1991, dopo trent’anni di guerra, l’Eritrea era un
paese totalmente distrutto nelle infrastrutture e nel tessuto
economico. Non c’era una sola strada asfaltata interamente
percorribile; la direttrice principale, Massawa - Asmara -
Keren, che prosegue fino ai confini con il Sudan, era
totalmente dissestata e, in molti tratti, ridotta ad una
pessima pista; della ferrovia, funzionante fino al 1978,
restavano i terrapieni e qualche tratto di binari divelti.
L’unico acquedotto parzialmente funzionante era quello di
Asmara; pozzi e pompe erano rarissimi nei villaggi, come i
presidi sanitari, le scuole, i mezzi di trasporto...; per non
parlare di Massawa, la seconda città del paese, rasa al suolo
da bombardamenti a tappeto etiopici durati settimane, e del
suo porto dove le navi che riuscivano ad attraccare erano
scaricate a braccia, in mancanza di qualsiasi attrezzatura.
Le fabbriche, che negli Anni Cinquanta avevano determinato un
tasso d’urbanizzazione del 20% della popolazione, altissimo
per l’epoca in un paese africano, e la nascita del primo
sindacato del continente, erano in buona parte smantellate e
fatiscenti; quelle ancora funzionanti producevano a ritmo
ridotto e la loro produzione era praticamente fuori mercato.
E... dulcis in fundo... nelle casse dello stato non c’era
neppure un quattrino... anche perché fino a quel momento l’Eritrea
non era stata altro che una regione dello stato etiopico.
La ricostruzione
Ci mise parecchi mesi il Governo provvisorio
a mettere a punto il piano di ricostruzione nazionale, ma
quando i lavori cominciarono, il paese sembrò diventare un
cantiere. Vennero privilegiate le vie di comunicazione e i
servizi di base alla popolazione.
Anche nelle zone più remote, completamente dimenticate dalle
precedenti amministrazioni, sorsero centri di salute, piccole
cliniche, scuole, uffici amministrativi. Per alcuni anni, si
ebbe l’impressione che si concentrassero i maggiori sforzi
proprio nelle zone rurali; solo più tardi cominciarono
investimenti significativi anche nella capitale e nelle altre
principali città.
Una delle maggiori preoccupazioni del governo, infatti, era di
evitare l’esodo della popolazione verso la capitale e di
incentivare la ripresa della produzione agricola, in modo da
diminuire significativamente la dipendenza alimentare dall’estero,
dipendenza che al momento della liberazione era, si potrebbe
dire, totale. Così, nel solo 1993, furono costruite 11
piccole dighe e 10 nuovi invasi d’acqua per l’irrigazione
e l’allevamento, furono perforati 34 pozzi, vennero
terrazzati 2.100 ettari di terreno agricolo e messi a dimora
milioni d’alberi.
Una strategia intelligente
La metodologia adottata per il reperimento e
la gestione delle risorse economiche necessarie per sostenere
la ricostruzione all’inizio stupì, e in qualche caso
indispose, la comunità internazionale, ma, alla luce dei
fatti, si deve riconoscere che ha funzionato.
Il governo eritreo non accettò finanziamenti finalizzati alla
realizzazione di un singolo progetto, come si usa fare nel
campo della cooperazione internazionale, ma volle la
costituzione di un fondo, gestito e garantito dalla Banca
Mondiale, in cui far confluire tutti gli aiuti stanziati dai
diversi donatori. All’inizio del 1993 il budget ammontava a
106 milioni di dollari, che arrivarono a 147 nel 1997.
Il maggior donatore, prima ancora delle agenzie
internazionali, è stato il nostro paese, che ha inaugurato in
questo modo una rilevante presenza economica in Eritrea.
Per quanto riguarda la realizzazione dei progetti, il Governo
eritreo si è affidato esclusivamente alle capacità interne,
capitalizzando al massimo le risorse economiche, che non sono
ritornate all’estero sotto forma di pagamenti a ditte e
tecnici stranieri, e fornendo occasioni di lavoro anche
qualificato alla manodopera locale, abbondante e in gran parte
disoccupata.
La collaborazione dei cittadini
In molti settori, per esempio nel recupero
del territorio, cioè per la costruzione di terrazzamenti,
dighe e dighette e interventi di riforestazione, si è fatto
ricorso al “food for work”, distribuendo così i sempre
necessari aiuti alimentari internazionali solo in cambio di
lavoro socialmente utile. Inoltre, tutti gli eritrei sotto i
cinquant’anni sono tenuti a prestare un anno di servizio
civile, e vengono impiegati per interventi previsti dal piano
di ricostruzione nazionale.
Ad essi si aggiungono, tutte le estati, circa 30.000 studenti
delle scuole medie superiori, che impiegano sei settimane
delle loro vacanze per lavori utili al paese, soprattutto
nelle zone rurali e in campo agricolo.
Da un anno ormai, il presidente Isayas Afeworki, ha potuto
dichiarare che nel suo paese l’emergenza è finita e la
ricostruzione è ad uno stadio soddisfacente.
L’Eritrea rimane, ad ogni modo, uno dei paesi più poveri
del mondo, ma alcuni indici fanno ben sperare su un suo
possibile sviluppo. Non ha praticamente debito estero, a
differenza di moltissimi altri paesi africani che ne sono
strangolati, mentre il suo tasso di crescita economico si è
attestato fra il 6 e il 7 per cento nel 1996, ed è
probabilmente ancora migliorato nel 1997.
Certo le attuali tensioni regionali, e soprattutto il duro
conflitto con l’Etiopia, mercato per circa il 70% delle
esportazioni eritree, sono destinati ad influire negativamente
su un processo di sviluppo finora positivo. E’ un vero
peccato perché fino ad ora si poteva ben dire che proprio in
campo economico il Governo provvisorio eritreo aveva
conseguito i suoi maggiori successi.
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