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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
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Eritrea: il prezzo dell’indipendenza 

L’Eritrea, paese di antichissima cultura, si trova in un momento di difficile confronto: con i paesi confinanti per problemi economici e di confine; al proprio interno con la convivenza di varie fedi e etnie.

 

 

Eritrea ed Etiopia: Questioni di frontiera e molti altri problemi

La fine della trentennale lotta di liberazione eritrea e la caduta del regime dittatoriale etiopico avevano suscitato grandi speranze di rinnovamento politico, stabilità regionale e sviluppo economico per la tormentata area del Corno d’Africa. 
Con la fine del conflitto, in Eritrea e in Etiopia erano emerse, infatti, leadership che si erano guadagnate sul campo una notevole credibilità interna e che si presentavano sullo scenario internazionale solidamente alleate e ricche di proposte rassicuranti e innovative, tanto da porsi come esemplari sullo scacchiere africano. 
Lo erano certamente, ad esempio, gli accordi sull’uso etiopico dei porti eritrei: nessuna tassa doganale era dovuta per la merce di Addis Abeba sbarcata a Massawa o ad Assab, cosa che contribuiva a smontare la presunta necessità etiopica di uno sbocco al mare, pretesto addotto per il trentennale conflitto che aveva apposto i due paesi. 
Lo erano gli accordi sull’uso della moneta etiopica anche in Eritrea o quelli sui diritti di libera circolazione dei cittadini e delle merci fra i due paesi, accordi che ponevano la base di un’integrazione economica foriera di interessanti premesse per un reale processo di sviluppo. 
La solida alleanza e la piena collaborazione sia sul piano politico che diplomatico e militare tra i due paesi era poi elemento di stabilità in una zona strategica del continente, dove il disintegrarsi dello stato somalo insieme al radicalizzarsi del progetto di islamizzazione del governo sudanese e all’acutizzarsi dei suoi problemi interni, aprivano preoccupanti scenari per l’intera regione. 
Etiopia ed Eritrea erano proprio tra i maggiori fautori della necessità di affrontare le crisi dell’area attraverso assunzioni di responsabilità, strategie e tavoli di negoziazione regionali. 

 

Accordi falliti

Così era stata rivitalizzata l’IGAD, organizzazione composta da Uganda, Kenia, Sudan, Gibuti, ed Eritrea ed Etiopia appunto, presso cui si sono aperte trattative, difficili e faticose, ma effettive, per la risoluzione del conflitto sudanese e non solo. Mentre Addis Abeba era il luogo privilegiato per la ricerca di intese tra le varie fazioni somale.
Lo scenario regionale e le analisi degli esperti sono stati repentinamente messi in discussione e radicalmente modificati all’inizio dello scorso maggio, quando una disputa di confine di limitata importanza si è tramutata in aperto e sanguinoso conflitto. 
I motivi di tensione tra i due paesi si erano certamente moltiplicati nell’ultimo anno, ma nessuno avrebbe mai potuto prevedere un così rapido e drammatico precipitare della situazione.
Ad ogni modo, due segnali che avrebbero dovuto essere tenuti in maggior conto erano già chiari nei primi mesi del 1997: la pubblicazione delle nuove mappe ufficiali del territorio etiopico, resa possibile da un cospicuo contributo della cooperazione tedesca, mostrava delle evidenti modifiche dei precedenti confini in favore della regione del Tigray, non solo nei confronti dell’Eritrea ma anche di altre regioni etiopiche; la decisione eritrea di battere una propria moneta modificava sostanzialmente il precedente regime di completa integrazione economica. E per entrambe le questioni, la situazione andava progressivamente deteriorandosi. 

 

Il peggioramento economico

In campo economico, quando nel novembre dello scorso anno si arrivò a dar corso al nakfa, la nuova moneta eritrea, fu chiaro che i lunghi mesi di confronto con il governo etiopico sul problema non avevano portato ad accordi soddisfacenti. Infatti cominciò un palleggiarsi di responsabilità rispetto alla gestione del passaggio al nuovo regime: il governo eritreo chiedeva che le due monete avessero libero corso nei due paesi mentre il governo etiopico non trovava conveniente un’eccezione così macroscopica agli usi economici internazionali e preferì gli scambi in dollari. 
Questo peggiorava sostanzialmente le condizioni di mercato, in modo plateale nelle zone di confine del Tigray, dove il passaggio delle merci legato all’economia formale ed informale era stato fino a quel momento continuo e senza nessuna formalità. 
Ad esempio, in poche settimane il teff, il cereale migliore per la preparazione del pane tradizionale dell’altipiano etiopico ed eritreo, prodotto nel Tigray appunto, arrivò a costare al mercato di Asmara il triplo che al mercato di Addis Abeba, con una conseguente contrazione dell’importazione, resa possibile anche dall’uso di altri cereali locali, meno pregiati ma altrettanto tradizionalmente consumati. 
Ma anche le transazioni più rilevanti, come il pagamento dei diritti di passaggio delle merci etiopiche sbarcate nei porti eritrei, dovevano essere pagate in dollari, con un appesantimento notevole dell’incidenza sulla bilancia dei pagamenti. 
E questa è certamente una ragione plausibile per le attuali rivendicazioni etiopiche nei confronti del porto di Assab.

 

Nuovi problemi di confine

I problemi economici hanno certamente avuto una certa rilevanza anche nel peggiorare delle controversie di confine, controversie annose, risalenti addirittura alla colonizzazione ed affrontate con commissioni miste dei due Fronti di liberazione, quello eritreo e quello tigrino, fin dagli anni della guerra comune contro il regime del Dergue di Menghistu Haile Mariam. 
Commissioni miste etiopico-eritree erano al lavoro anche negli scorsi mesi e sembrava ci fossero tutte le premesse per una soluzione concordata della questione.
Non è dunque molto credibile che i confini siano la vera ragione dell’attuale conflitto destinato a scompaginare gli equilibri di un’intera regione. Anzi, il concatenarsi dei fatti fa pensare che le tensioni locali abbiano preso i rispettivi governi in contropiede. 
Infatti, pochi giorni prima dello scoppio della crisi il Ministro della Difesa eritreo era ricevuto con tutti i consueti onori ad Addis Abeba, mentre il giorno della prima importante azione militare eritrea, conseguente all’eccidio da parte etiopica di un gruppo di sei funzionari in visita nei territori contestati, il presidente Afeworky si trovava in Arabia Saudita.

 

Questioni politiche

Infine è molto interessante esaminare le reazioni dei due governi per tentare di capire quale sia la vera posta in gioco nel conflitto tra Etiopia ed Eritrea.
Tutte le prime dichiarazioni del governo di Asmara chiamano in causa i Tigrini, intesi come le autorità regionali che esprimono forti istanze autonomiste, legittime per altro secondo l’attuale costituzione etiopica, ma soprattutto il Fronte del Tigray, in cui sono sempre state vive correnti nazionalistiche, tenute finora a bada da quelle più moderate, guidate da Melles Zenawi, l’attuale presidente dell’esecutivo etiopico, forte anche dell’appoggio eritreo, determinante nella caduta del regime del Dergue e nella presa del potere ad Addis Abeba.
Ciò spiegherebbe anche la questione dei confini, importanti in un braccio di ferro sia interno che regionale sul peso che sarebbe giusto assegnare ad un’entità che ha da rivendicare un certo territorio che non gli è riconosciuto.
Da parte sua, il governo etiopico solo molti giorni dopo le prime azioni militari fece dichiarazioni che le legittimavano, e che anzi annunciavano un’escalation che arrivò fino al bombardamento di Asmara e all’apertura di altri due fronti, il più importante dei quali nella direzione di Assab.
Dunque si potrebbe pensare che all’inizio il potere centrale di Addis Abeba abbia cercato di controllare la situazione e che poi abbia dovuto cavalcarla. Perché?
Forse perché i rapporti di forza all’interno del potere etiopico sono cambiati, probabilmente anche a causa della rottura dell’asse privilegiato Zenawi - Afeworky che aveva finora costituito l’ago della bilancia degli equilibri dei due paesi. Se questa lettura, avanzata ormai da parecchi osservatori, si rivelasse esatta, l’attuale conflitto sarebbe la conseguenza e la causa di una ridefinizione dei rapporti interni al potere etiopico. Inoltre potrebbe configurarsi come un espediente per porre il problema di un riassetto dell’intera organizzazione dello stato.

 

Il permanere delle difficoltà

All’esterno sarebbe in gioco, invece, il predominio a livello regionale, finora certamente condiviso con il tanto più piccolo, e per certi versi ingombrante e spigoloso, vicino eritreo.
Se queste ipotesi sono vere, la composizione dell’attuale conflitto si presenta delicata e difficile. E gli atti che si sono susseguiti non contribuiscono certo ad allentare la tensione.
Dapprima i bombardamenti delle capitali, Asmara, che non era mai stata colpita neppure dal Dergue, e Macallè, capoluogo del Tigray, in cui si sono avute molte vittime civili.
E come conseguenza la chiusura dello spazio aereo eritreo che ha determinato l’isolamento del paese con danni economici e di immagine gravissimi. Poi l’escalation nelle operazioni militari e negli obbiettivi dichiarati, da Badmè e poca terra senza importanza ad Assab.
Infine le ritorsioni sui cittadini eritrei residenti, magari da decine d’anni, in Etiopia, privati dei loro averi e rimpatriati come indesiderabili.
Non sono segnali positivi neppure le rigidezze, apparentemente più eritree che etiopiche, nei confronti dei vari piani di pace finora presentati e la propaganda, più etiopica che eritrea, che tende ad esacerbare gli animi e a sclerotizzare le posizioni.
Ad ogni modo, sembra di poter dire che quando la crisi sarà passata, e ci si augura nel più breve tempo possibile, gli assetti nell’area saranno cambiati, e non in modo positivo.

 

La lunga guerra, la necessità di sfollare in zone risparmiate dalle operazioni militari, il vivere fianco a fianco nei campi profughi all’esterno e all’interno del paese, hanno contribuito non poco a “mescolare” la popolazione. La militanza nelle fila del fronte di liberazione ha addirittura reso possibile il matrimonio tra cristiani e musulmani, cosa francamente inaccettabile nel contesto socio-culturale precedente. Ma l’unico luogo veramente multietnico e interculturale è la capitale, Asmara, città in cui, con un solo fotogramma, si riesce ad inquadrare il minareto della moschea principale, il campanile di stile romanico lombardo della cattedrale cattolica e le tozze torri della principale chiesa copta.

 

Convivenza eterogenea

Non è stato facile per il Fronte di liberazione, e non è facile ora per il governo, tener conto delle varie esigenze di costume e di rito di una popolazione così eterogenea. Durante la guerra, nelle zone liberate, per non far torto a nessuno, il giorno di riposo era il mercoledì. Ora, nell’Eritrea indipendente, si riposa la domenica, ma il venerdì l’orario di lavoro degli uffici lascia ampio spazio alla preghiera.
Mentre le feste religiose nazionali formano un interessante mosaico, in cui trovano posto le principali feste musulmane accanto alle principali feste copte, senza disdegnare quelle cristiane occidentali, volute dalla piccola, ma potente, comunità di cattolici e protestanti, oltre che dagli usi dei molti residenti d’origine europea, ed italiana in particolare, che hanno pesantemente influenzato il costume fin dai tempi coloniali. Il tutto deve tener conto di un delicato equilibrio in cui l’ago della bilancia non deve mai pendere in favore di nessuno.

 

Complessità della lingua

Altrettanto complessa e forse di ancor più difficile soluzione è la questione della lingua: nove sono le etnie in cui tradizionalmente è classificata la popolazione e nove le lingue parlate riconosciute, e in parte scritte, con tre diversi alfabeti: quello ge’ez originario della zona, quello arabo e quello latino.
Il codice di comportamento del Fronte di liberazione, fin dagli anni della guerra, e l’attuale costituzione garantiscono il diritto all’alfabetizzazione in lingua materna... Ma come, e con quali risorse, approntare curricoli scolastici e testi differenziati, in un paese in cui il reddito pro-capite è tra i più bassi del mondo e ancor oggi, in molte zone rurali, solo un’infima minoranza di bambini può frequentare la scuola, mentre l’analfabetismo è una piaga ancora troppo diffusa? Inoltre, come accedere al sapere scientifico e come facilitare la comunicazione con l’esterno, problemi d’importanza capitale nel nostro mondo globalizzato, massime per un paese che non supera i tre milioni e mezzo di abitanti?
Così, in pratica, a scuola si insegna, dove è possibile, la lingua materna nelle prime classi elementari, accompagnata dal tigrino o dall’arabo, che sono le due lingue ufficiali. Ma presto vi si affianca l’inglese, destinato a diventare la sola lingua scolastica nelle scuole superiori e all’università. D’altra parte, la drammatica carenza d’insegnanti adeguatamente formati ha costretto il governo ad assumere professori indiani, che, a quanto pare, si sono ben adattati al contesto e godono di una certa stima.

 

Progetto di islamizzazione sudanese

L’eterogeneità della popolazione, con gli inevitabili conflitti d’interesse, i malumori e i malcontenti che si accompagnano agli immancabili contrasti socio-culturali sono sempre stati un fertileterreno di coltura per chi punta a trarre vantaggio da una situazione d’instabilità politica. E ciò si è verificato anche in Eritrea. Sulla destabilizzazione del paese ha puntato il regime sudanese, con il suo progetto d’islamizzazione dell’intera regione, supportato anche da alcune forze d’opposizione che non si sono mai riconosciute nell’attuale governo eritreo. Infiltrazioni di gruppi armati della jahad islamica, reclutati nei campi dei profughi eritrei che ancora esistono in territorio sudanese, e appoggiati da un’infima minoranza della popolazione, hanno reso difficile il controllo del territorio in vaste zone del paese, costringendo le autorità a giri di vite repressivi e limitativi delle libertà personali. Cosa questa che è certamente riuscita ad incrinare l’immagine assolutamente positiva che l’attuale leadership si era guadagnata negli anni della lotta di liberazione e nel primo periodo dell’indipendenza.
Non si può dire, però, che il governo eritreo non avesse da affrontare un problema di difficilissima soluzione, e che non ci abbia provato con buon senso e pragmatismo, riuscendo tuttavia a tener insieme, uniti da un forte, forse troppo forte, sentimento di appartenenza nazionale tante differenti popolazioni.

 

Durante la lotta di liberazione

Il capitolo più amaro della lunga storia dei rapporti tra Italia ed Eritrea è certamente quello della lotta di liberazione: i nostri governi e i nostri partiti, anche quelli d’opposizione, sempre appoggiarono acriticamente il governo centrale di Addis Abeba, sia sul piano economico che su quello politico-diplomatico, negando qualsiasi legittimità al movimento di liberazione.
Ma appena il Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea arrivò ad Asmara, l’Italia, prima tra tutte le nazioni occidentali, riconobbe il dato di fatto e trattò l’apertura di un consolato che venne trasformato in ambasciata all’indomani del referendum di autodeterminazione che aveva sancito l’indipendenza. Questa fretta, per non dir precipitazione, venne vista con diffidenza ed imbarazzo dai nuovi governanti eritrei, che vi riconobbero la preoccupazione dell’ex colonizzatore che non vuol perdere la propria influenza, e un potenziale mercato, in un’area che considera “storicamente” di sua competenza.
Da allora altri capitoli della storia sono stati scritti, e ormai descrivono un clima abbastanza costruttivo, sia sul piano economico che politico-diplomatico.
Intanto l’Eritrea è uno dei, pochissimi, paesi di massima priorità per la cooperazione italiana, che vi fa fluire notevoli stanziamenti: per il piano di ricostruzione nazionale, ad esempio, furono dati oltre 25 milioni di dollari, la cifra più alta tra tutti i donatori (l’Unione Europea stanziò allora 23 milioni di dollari). Ma accordi di cooperazione vennero negoziati anche negli anni successivi, per cifre sempre ragguardevoli.
L’importanza del contributo della cooperazione italiana alla ricostruzione e allo sviluppo del paese è stata riconosciuta dal presidente eritreo, nella conferenza stampa tenutasi in occasione della visita ad Asmara di Scalfaro, nel novembre dello scorso anno.

 

La collaborazione militare

Anche sul piano della collaborazione militare i rapporti sono diventati sempre più significativi. Il 30 gennaio scorso il nostro ministro della difesa, Andreatta, e il presidente eritreo hanno firmato un accordo che prevede la fornitura di equipaggiamento bellico e l’addestramento a militari e ufficiali della marina e dell’aeronautica. Ma questo è solo l’ultimo passo: già nel 1996 l’Aermacchi aveva venduto all’Eritrea sei aeroplani d’addestramento, per un costo complessivo di 45 milioni di dollari (si calcola che la cifra sia pari al 70% dell’intero aiuto umanitario italiano negli anni 1991-95). Particolare interessante: con questi aerei sono state bombardate Makallè ed Adigrat nei primi giorni del conflitto di frontiera con l’Etiopia, e, possiamo supporre a causa dell’inadeguato addestramento dei piloti, nelle azioni sono stati centrati obbiettivi civili invece che militari.

 

La diplomazia

Il conflitto con l’Etiopia ha enfatizzato anche il ruolo diplomatico del nostro paese nell’area: la missione del sottosegretario Serri nei giorni più caldi della crisi è stata l’unica ad avere qualche risultato concreto, mentre fallivano tutte le altre, comprese le mediazioni degli Stati Uniti e dell’Organizzazione per l’Unità Africana.
Ma, nonostante tutto, gli Eritrei, e non solo i governanti, non hanno ancora abbassato la guardia e aspettano al varco gli Italiani, e non solo i politici, che devono guadagnarsi ogni volta la propria credibilità sul campo. Se ad Asmara provate a chiedere chi ha donato più fondi all’Eritrea tutti vi risponderanno la Germania, che invece è ben lontana dal primo posto, saldamente tenuto appunto dal nostro paese. Se provate a chiedere come sono i rapporti tra i reciproci governi, molti vi spiegheranno che sono pessimi perché gli Italiani non sono affidabili... Non è più vero, ma il ricordo dei torti subiti quando ci si aspettava sostegno e solidarietà è duro a morire.

 

La complessità etnico religiosa

Si può ben dire che in Eritrea la lotta per l’indipendenza è stata sostenuta veramente da tutte le componenti sociali, comprese le diverse confessioni religiose. Dopo un primo periodo di diffidenza, dovuta soprattutto alla dichiarata tendenza marxista dell’FPLE (Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea) delle origini, si ebbe un avvicinamento che divenne un vero e proprio sostegno dopo il secondo congresso del Fronte, nel 1987, in cui prevalse una linea più pragmatica, aperta al pluralismo ideologico e tesa al coinvolgimento di tutta la popolazione nel processo di liberazione nazionale.

 

Rapporti con la chiesa cattolica

Ora la situazione è decisamente cambiata, soprattutto per quanto riguarda la Chiesa cattolica. La prima seria incrinatura dei rapporti si ebbe un paio d’anni fa, quando venne sospesa la pubblicazione del periodico “Veritas et Vita” dei Padri Cappuccini, poi ceduto alla diocesi di Asmara. Il Governo, infatti, non aveva gradito le dure critiche ad un provvedimento già molto im-popolare: il licenziamento di circa 10000 dipendenti statali, al fine di a-deguarne il numero alle reali necessità degli uffici, e alle reali possibilità di pagare gli stipendi. La rivista ha potuto riprendere le pubblicazioni solo l’anno successivo.
E’ venuta poi la legge che regolamenta i rapporti tra lo stato e le chiese. Si tratta di una legge molto restrittiva, che relega l’azione al piano strettamente pastorale, proibendo ogni attività di tipo sociale, educativo ed assistenziale. Impedisce anche di ricevere aiuti economici dall’estero.
Il provvedimento colpisce soprattutto la Chiesa cattolica, attivissima nel campo socio-assistenziale, che, ritenendo che venissero lesi suoi precisi diritti, vi si è fermamente opposta. I protestanti, che non svolgono nulla di significativo nel settore in Eritrea, e i copti, che, non avendo contatti con i paesi sviluppati, non hanno risorse da impiegare in iniziative volte a migliorare la qualità della vita della gente, l’hanno invece tacitamente accettato. Stesso tacito assenso è venuto dai musulmani.
I provvedimenti previsti nella legge sono stati attuati negli scorsi mesi in modo piuttosto radicale: l’Eritrean Chatolic Secretariate (E.C.S.), la Charitas eritrea, si è vista sequestrare tutti gli automezzi, gli attrezzi e i macchinari impiegati nelle attività sociali. Allo stesso modo sono state requisite le cliniche e le scuole, cosa che ha sollevato perplessità negli stessi ministeri competenti, coscienti dei propri limiti gestionali.
Certamente nell’adozione di una simile legislazione molto deve aver giocato la necessità di tener conto degli equilibri dei rapporti tra le varie confessioni, in un contesto tanto plurimo quanto problematico e squilibrato dal punto di vista delle risorse. Ma è chiaro che tali misure hanno sollevato notevoli perplessità non solo tra gli osservatori della realtà eritrea, ma tra la popolazione stessa, che dall’azione sociale della chiesa cattolica ha sempre tratto innegabili benefici.
Nel 1991, dopo trent’anni di guerra, l’Eritrea era un paese totalmente distrutto nelle infrastrutture e nel tessuto economico. Non c’era una sola strada asfaltata interamente percorribile; la direttrice principale, Massawa - Asmara - Keren, che prosegue fino ai confini con il Sudan, era totalmente dissestata e, in molti tratti, ridotta ad una pessima pista; della ferrovia, funzionante fino al 1978, restavano i terrapieni e qualche tratto di binari divelti.
L’unico acquedotto parzialmente funzionante era quello di Asmara; pozzi e pompe erano rarissimi nei villaggi, come i presidi sanitari, le scuole, i mezzi di trasporto...; per non parlare di Massawa, la seconda città del paese, rasa al suolo da bombardamenti a tappeto etiopici durati settimane, e del suo porto dove le navi che riuscivano ad attraccare erano scaricate a braccia, in mancanza di qualsiasi attrezzatura.
Le fabbriche, che negli Anni Cinquanta avevano determinato un tasso d’urbanizzazione del 20% della popolazione, altissimo per l’epoca in un paese africano, e la nascita del primo sindacato del continente, erano in buona parte smantellate e fatiscenti; quelle ancora funzionanti producevano a ritmo ridotto e la loro produzione era praticamente fuori mercato.
E... dulcis in fundo... nelle casse dello stato non c’era neppure un quattrino... anche perché fino a quel momento l’Eritrea non era stata altro che una regione dello stato etiopico.

 

La ricostruzione

Ci mise parecchi mesi il Governo provvisorio a mettere a punto il piano di ricostruzione nazionale, ma quando i lavori cominciarono, il paese sembrò diventare un cantiere. Vennero privilegiate le vie di comunicazione e i servizi di base alla popolazione.
Anche nelle zone più remote, completamente dimenticate dalle precedenti amministrazioni, sorsero centri di salute, piccole cliniche, scuole, uffici amministrativi. Per alcuni anni, si ebbe l’impressione che si concentrassero i maggiori sforzi proprio nelle zone rurali; solo più tardi cominciarono investimenti significativi anche nella capitale e nelle altre principali città.
Una delle maggiori preoccupazioni del governo, infatti, era di evitare l’esodo della popolazione verso la capitale e di incentivare la ripresa della produzione agricola, in modo da diminuire significativamente la dipendenza alimentare dall’estero, dipendenza che al momento della liberazione era, si potrebbe dire, totale. Così, nel solo 1993, furono costruite 11 piccole dighe e 10 nuovi invasi d’acqua per l’irrigazione e l’allevamento, furono perforati 34 pozzi, vennero terrazzati 2.100 ettari di terreno agricolo e messi a dimora milioni d’alberi.

 

Una strategia intelligente

La metodologia adottata per il reperimento e la gestione delle risorse economiche necessarie per sostenere la ricostruzione all’inizio stupì, e in qualche caso indispose, la comunità internazionale, ma, alla luce dei fatti, si deve riconoscere che ha funzionato.
Il governo eritreo non accettò finanziamenti finalizzati alla realizzazione di un singolo progetto, come si usa fare nel campo della cooperazione internazionale, ma volle la costituzione di un fondo, gestito e garantito dalla Banca Mondiale, in cui far confluire tutti gli aiuti stanziati dai diversi donatori. All’inizio del 1993 il budget ammontava a 106 milioni di dollari, che arrivarono a 147 nel 1997.
Il maggior donatore, prima ancora delle agenzie internazionali, è stato il nostro paese, che ha inaugurato in questo modo una rilevante presenza economica in Eritrea.
Per quanto riguarda la realizzazione dei progetti, il Governo eritreo si è affidato esclusivamente alle capacità interne, capitalizzando al massimo le risorse economiche, che non sono ritornate all’estero sotto forma di pagamenti a ditte e tecnici stranieri, e fornendo occasioni di lavoro anche qualificato alla manodopera locale, abbondante e in gran parte disoccupata.

 

La collaborazione dei cittadini

In molti settori, per esempio nel recupero del territorio, cioè per la costruzione di terrazzamenti, dighe e dighette e interventi di riforestazione, si è fatto ricorso al “food for work”, distribuendo così i sempre necessari aiuti alimentari internazionali solo in cambio di lavoro socialmente utile. Inoltre, tutti gli eritrei sotto i cinquant’anni sono tenuti a prestare un anno di servizio civile, e vengono impiegati per interventi previsti dal piano di ricostruzione nazionale.
Ad essi si aggiungono, tutte le estati, circa 30.000 studenti delle scuole medie superiori, che impiegano sei settimane delle loro vacanze per lavori utili al paese, soprattutto nelle zone rurali e in campo agricolo.
Da un anno ormai, il presidente Isayas Afeworki, ha potuto dichiarare che nel suo paese l’emergenza è finita e la ricostruzione è ad uno stadio soddisfacente.
L’Eritrea rimane, ad ogni modo, uno dei paesi più poveri del mondo, ma alcuni indici fanno ben sperare su un suo possibile sviluppo. Non ha praticamente debito estero, a differenza di moltissimi altri paesi africani che ne sono strangolati, mentre il suo tasso di crescita economico si è attestato fra il 6 e il 7 per cento nel 1996, ed è probabilmente ancora migliorato nel 1997.
Certo le attuali tensioni regionali, e soprattutto il duro conflitto con l’Etiopia, mercato per circa il 70% delle esportazioni eritree, sono destinati ad influire negativamente su un processo di sviluppo finora positivo. E’ un vero peccato perché fino ad ora si poteva ben dire che proprio in campo economico il Governo provvisorio eritreo aveva conseguito i suoi maggiori successi.