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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Uno sguardo al problema Curdo

di Federico Tagliaferri

L'arrivo di un migliaio di profughi curdi in Italia, avvenuto durante le scorse feste di Natale e Capodanno, ha portato di nuovo il problema curdo all'attenzione dell'opinione pubblica. E' stata la prima volta, almeno in Italia, che i mezzi d'informazione e le forze politiche si sono interessate seriamente al caso dei curdi.

 

Lo sbarco di immigrati "clandestini" e "irregolari" senza patria ha suscitato un dibattito nei paesi dell'Unione Europea, e in alcuni casi provocato un'aspra polemica fra loro. Alcuni paesi non hanno risparmiato critiche all'Italia, alla quale è stato rimproverato di non essere in grado di impedire l'arrivo dei profughi. L'Italia ha replicato che il problema riguardava (e riguarda) tutti i paesi dell'Unione Europea, e ha promosso incontri dei funzionari della Commissione Europea di Bruxelles e dei capi della polizia di alcuni Stati. Allo stesso tempo è scoppiata una polemica fra l'Italia e la Turchia. Avendo l'Italia deciso di concedere l'asilo politico ai curdi, la Turchia ha condannato tale concessione, sostenendo che essa avrebbe incoraggiato organizzazioni criminali e terroristiche (il riferimento ai movimenti curdi era palese) e danneggiato l'immagine della stessa Turchia. Va sottolineato che la maggioranza dei profughi curdi arrivati nel nostro paese non provengono dalla Turchia, ma dall'Iraq e dall'Iran. Evidentemente la decisione italiana ha toccato un nervo scoperto, e dimostra come la Turchia sia contraria ad una soluzione pacifica e rispettosa dei diritti umani del problema curdo, anche se esso si trasferisce in altri paesi.
La Commissione Esteri della Camera dei Deputati, il 10 gennaio 1998 ha approvato all'unanimità una risoluzione sul problema curdo, che impegna il governo italiano a promuovere un'iniziativa rapida in sede comunitaria per far cessare le ostilità nei territori curdi, e a chiedere all'Unione Europea, all'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) e all'Onu l'invio in tutto il Kurdistan di osservatori internazionali per verificare la situazione in materia di diritti umani. La risoluzione impegna inoltre il governo ad adoperarsi presso l'Osce e l'Onu perché sia convocata una conferenza internazionale che affronti la questione curda e ne prospetti la pacifica soluzione. La Commissione Esteri della Camera chiede infine che, in accordo con i partner europei, sia convocata una riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu con all'ordine del giorno il problema dei curdi, del rispetto della loro identità, autonomia e autodeterminazione.
I vari movimenti curdi chiedono da tempo alla comunità internazionale, e in particolare all'Onu, di promuovere una soluzione della loro questione. I paesi europei, la Gran Bretagna e la Francia soprattutto, hanno una pesante responsabilità storica nei confronti delle sofferenze dei curdi. Sono stati questi due paesi vincitori della prima guerra mondiale a smembrare, per i loro interessi coloniali, i terrori del Kurdistan, inglobandoli nei nuovi Stati creati dopo la dissoluzione dell'impero ottomano: Turchia, Iraq, Siria.

 

Il territorio

La vasta patria dei curdi si estende per circa 500 mila chilometri quadrati, equivalenti alla superficie della Germania e della Gran Bretagna insieme, o a quella della Francia. E' un territorio lungo circa 900 chilometri e largo da 200 a 700. Il Kurdistan è composto essenzialmente dalle catene montuose degli Zagros centrali e settentrionali, dalla porzione orientale del Tauro e del Ponto e dalla metà settentrionale dell'Amanus. La simbiosi tra i curdi e le loro montagne è sempre stata molto forte al punto da diventare sinonimi: il territorio curdo finisce là dove finiscono le montagne. I curdi sono sopravvissuti come popolo soltanto vivendo sulle montagne: attualmente le cime più alte del Kurdistan sono il monte Alvand in Iran (3580 metri), il monte Halgurd in Iraq (3734 metri), i monti Munzur e Ararat in Turchia (3840 e 5165 metri rispettivamente). Vi sono due vaste enclaves curde nell'Anatolia centrale e settentrionale, e nella provincia del Khurasan nell'Iran nordorientale. Attualmente i curdi sono in totale circa 30 milioni, di cui 13 in Turchia, 9 in Iran, 5 in Iraq, un milione e mezzo in Siria e nell'ex Urss.
Una leggenda del XVI secolo la dice lunga sul carattere, la fierezza e la singolarità di questo popolo, e sul suo rapporto con la montagna. Narra dunque l'emiro Sharafuddin che dopo la morte del grande re persiano Jamshid il tiranno Zahahak ne prese il posto. La sua crudeltà non era solo d'animo: due serpenti gli nascevano dalle spalle e lo facevano soffrire. Per placarli, quotidianamente occorreva dar loro da mangiare cervella fresche umane. Così, ogni giorno, due giovani venivano sacrificati a questo scopo. Il boia incaricato, però, aveva un cuore e così, dopo un po' cominciò a ucciderne uno solo, e a rimpiazzare con cervella di pecora quella umana mancante e a spedire il superstite sulle montagne più inaccessibili. Nel tempo i giovani così salvati crebbero senza contatto con il mondo esterno, costituirono una comunità, svilupparono una lingua, si sposarono fra loro. A essi venne dato il nome di curdi.
Il clima rigido ha certamente contribuito a forgiare il carattere dei curdi. Le precipitazioni infatti sono intense, e raggiungono i 150-200 cm all'anno nelle regioni centrali e i 50-100 cm sui rilievi minori. La neve può cadere per sei mesi all'anno, alimentando i grandi fiumi Tigri e Eufrate. La temperatura media annuale è di 13-18 gradi, e scende progressivamente man mano che si sale sui massicci centrali. Il territorio, un tempo totalmente coperto da foreste, è stato molto disboscato, specialmente durante questo secolo, con gravi conseguenze sull'erosione del suolo. I pascoli sono ancora in buone condizioni e costituiscono una grande risorsa economica. Anche l'agricoltura è fiorente: nonostante la sua natura montuosa, il Kurdistan dispone di più terra coltivabile della maggior parte dei paesi del Medio Oriente.

 

Razza, lingua e religione

I curdi sono una popolazione di ceppo mediterraneo, simili agli abitanti dell'Europa meridionale quanto a caratteristiche fisiche. Nel suo Esquisse Historique et Etnographique pubblicato alla fine dell'Ottocento, l'antropologo francese Ernest Chantre annotava: "La fisiognomica dei Curdi esprime selvaggeria. I loro tratti caratteristici sono duri, i loro occhi, di fiera luminosità, sono piccoli e infossati. Gli uomini sono scuri, alti, magri e hanno una forza non comune. Il loro passo è fermo, tengono il capo eretto con orgoglio, il loro sguardo è arrogante". Freya Stark, la grande viaggiatrice inglese scomparsa nel 1994, più prosaicamente commentava nel periodo tra le due guerre mondiali: "Sono i più belli. Non ho mai visto uomini così, agili e forti, le gambe nude fino alle cosce, turbanti rossi che raccolgono lunghi capelli, un'avvenenza quasi intossicante. Il mio solo desiderio è dipingere tutto ciò".
La loro lingua è il curdo un idioma iranico della famiglia indoeuropea, molto diverso quindi dalle lingue semitiche, cui appartiene l'arabo, e altaiche, di cui fa parte il turco. Ha una propria grammatica e una ricca letteratura scritta, nata nel settimo secolo d.C. Il missionario italiano Maurizio Garzoni nel 1787 pubblicò a Roma la prima "Grammatica e vocabolario kurdo-italiano". I tre quarti dei curdi parlano il dialetto kurmanji, gli altri parlano il sorani. Il kurmanji è parlato dai curdi della Turchia, della Siria, dell'ex Urss e dai curdi della regione di Badinan in Iraq, mentre il sorani è parlato dal resto dei curdi iraniani e iracheni. In Iran e Iraq i curdi impiegano una versione modificata dell'alfabeto arabo, in Europa i curdi originari della Turchia utilizzano una versione modificata dell'alfabeto latino, nell'ex Unio-ne Sovietica i curdi hanno utilizzato a partire dagli anni '20 l'alfabeto armeno, dal 1945 quello cirillico, ed oggi usane sia quello cirillico sia quello latino. Questa frammentazione linguistica non è voluta dai curdi, ma è stata imposta dagli stati occupanti il Kurdistan. Solo in Iraq la lingua curda, entro certi limiti, è sempre stata riconosciuta e insegnata nelle scuole, dopo la rivolta curda del 1991 e la formazione di un "governo regionale del Kurdistan" nel luglio 1992 la lingua curda è diventata lingua ufficiale delle istituzioni. In Turchia, ancor oggi, è proibito scrivere e pubblicare in curdo. I governi turco, iraniano, iracheno e siriano hanno sempre cercato di ostacolare l'uso della lingua curda, impedendo così lo sviluppo di una lingua comune e di un unico metodo di scrittura per tutti i curdi.
Il primo giornale curdo fu pubblicato al Cairo il 22 aprile 1898.
Nell'editoriale si leggeva: "I curdi sono più sensibili e intelligenti di altri popoli, sono cavallereschi, forti e religiosi. Ma non sono educati né ricchi. Non sanno cosa accade nel mondo. Bene, in questo giornale si parlerà della bellezza della conoscenza e dell'istruzione, si mostrerà dove la gente studia e quali sono le migliori scuole, si spiegherà dove sono le guerre e cosa fanno le grandi potenze".
I tre quinti dei curdi sono musulmani sunniti, circa mezzo milione sono sciiti, localizzati soprattutto intorno alle città di Kermanshah, Hamadan e Bijar nel Kurdistan orientale e nel Khurasan. La grande maggioranza dei curdi musulmani appartengono ad ordini mistici sufi, in particolare ai Bektashi nel Kurdistan nordoccidentale, ai Naqshbandi nell'ovest e nel nord, ai Qadiri nel Kurdistan orientale e centrale, ai Nurbakshi nel sud. Storicamente i curdi sono stati considerati una delle popolazioni musulmane più tolleranti e lontane dalle forme di fanatismo. Ancor oggi, nonostante gli sforzi di alcuni paesi, il radicalismo religioso non si è diffuso.
Il resto dei curdi sono seguaci di religioni indigene curde molto antiche, varianti di un culto ancor più antico che può essere grossolanamente definito yardanismo o "Culto degli Angeli". Le tre principali divisioni di questa religione che sopravvivono ancor oggi sono lo yezidismo (i cui seguaci sono erroneamente definiti "adoratori del diavolo"), diffuso nel Kurdistan occidentale e centro-occidentale, cui appartengono circa il 2 per cento di tutti i curdi, lo yarsanismo, detto anche Ahl-i Haqq, nel Kurdistan meridionale, cui appartengono circa il 13 per cento dei curdi, e l'Alevismo o Kizil Nash, nel Kurdistan occidentale e nel Khurasan, che raccoglie il 20 per cento dei curdi. In varie parti del Kurdistan si trovano minoranze di ebrei, cristiani e baha'i curdi. L'antica comunità ebraica nel corso degli anni è emigrata in Israele, mentre quella cristiana sta progressivamente assimilandosi a quella assira.
I curdi non musulmani sono doppiamente oppressi dai governi centrali. Il regime di Saddam Hussein fra il 1970 e il 1990 ha distrutto un centinaio di chiese e luoghi di culto cristiani, alcuni antichi di molti secoli, e la Turchia ha cominciato a deportare i cristiani e gli yezidi del Kurdistan dai loro villaggi di origine.

 

Storia

Il nazionalismo curdo ha una data di nascita, l'anno 1695, quando Ahmad Khani compose il poema epico di Mem-o-Zin, che invocava la creazione di uno stato curdo a difesa del suo popolo. Gli ultimi principati autonomi curdi furono soppressi dai governi ottomani e persiani, che dominavano il Kurdistan, nel 1867. La situazione si deteriorò ulteriormente al termine della Prima Guerra Mondiale con la dissoluzione dell'impero ottomano.
Il Trattato di Sevres, firmato il 10 agosto 1921, prevedeva la costituzione di uno stato indipendente curdo che avrebbe dovuto estendersi su una vasta porzione del Kurdistan ex-ottomano. Ma la Francia e la Gran Bertagna non si lasciarono commuovere dalle numerose sanguinarie rivolte dei curdi per l'indipendenza, e frazionarono il Kurdistan ex-ottomano tra la Turchia, la Siria e l'Iraq. Il Trattato di Losanna, firmato il 24 giugno 1923, formalizzò questa divisione. I curdi iraniani furono tenuti comunque separati dal governo di Teheran. I confini così accuratamente delineati e strettamente sorvegliati tra i nuovi stati nati dalla dissoluzione dell'impero ottomano hanno profondamente segnato a partire dal 1921 la società curda con un tale grado di frammentazione che il suo impatto sta sgretolando l'unità dei curdi come nazione. Gli anni '20 videro la nascita della Provincia Autonoma Curda (il "Kurdistan Rosso") nell'Azerbaijan sovietico, che però fu soppressa nel 1929. Il XX secolo ha visto i curdi allearsi e poi rivoltarsi con tutti, persino con i russi, sia zaristi, sia comunisti. Come ricorda William O. Douglas in Strange Lands and Friendly People, quando una mamma voleva fermare il pianto del proprio figlio gli diceva: "Taci o ti sentono i russi". Nel 1946 Mustafà Barzani, dopo la breve stagione della Repubblica del Kurdistan, si rifugiò in Urss. Gli chiesero il perché: "Potevamo scegliere di combattere e arrenderci in Iran, combattere e arrenderci in Iraq, essere impiccati in Turchia. Andammo in Russia. Non ci ricevettero, ma non ci ricacciarono indietro. Ci dispersero. Ci sono stato 12 anni e non sono diventato comunista".
Nel 1945 i curdi istituirono una Repubblica Curda a Mahabad, in Iran, nella zona occupata dalle truppe sovietiche durante la Seconda Guerra Mondiale. Durò solo un anno, finché fu rioccupata dall'esercito iraniano. Dall'inizio degli anni '70, i curdi iracheni hanno goduto di uno status di autonomia in una parte del Kurdistan iracheno. Alla fine del 1991, essi erano diventati virtualmente indipendenti dall'Iraq. Ma nel 1995, il governo curdo con sede nella città di Arbil era vicino al suicidio politico a causa delle cruente lotte interne tra i vari signori della guerra.
A partire dal 1987 i curdi della Turchia hanno intrapreso una guerra di liberazione nazionale contro la soppressione di ogni aspetto dell'identità curda e della sua cultura portata avanti con estrema durezza dal governo di Ankara per oltre 70 anni. Nel 1995 la massiccia ribellione dei curdi in Turchia ha provocato uno stato di guerra civile. La giovane e dinamica popolazione curda chiede ora l'assoluta eguaglianza con la componente turca dello stato, e, in mancanza di questo, la completa indipendenza. E' una lotta che ha visto sacrifici di intere generazioni: nel suo diario, il maggiore britannico Edward Noel scriveva già negli anni '20: "Bedr Khan ha 90 figli. Questa enorme famiglia è sempre stata identificata con i movimenti insurrezionali contro il governo ottomano. Negli archivi dei servizi segreti turchi c'è un fascicolo speciale interamente riservato a loro. Tutti i suoi membri hanno sperimentato esilio e prigionia".
Nel Caucaso, la neonata Repubblica Armena ha spazzato via la comunità curda del precedente "Kurdistan Rosso" nel corso del 1992-94. Con questa pulizia etnica, in effetti l'Armenia si è annessa il territorio dell'ex "Kurdistan Rosso" che forma un ponte tra l'enclave armena del Nagorno-Karabakh e l'Armenia vera e propria.
Fra repressioni, insurrezioni, autonomie, resistenze, lotte armate, esodi, pacificazioni, imprigionamenti, massacri, l'avventura curda si era fino a tempi recenti consumata all'interno dello scenario medio-orientale che aveva per confini Turchia, Siria, Iraq e Iran. Lo scenario era quello del "grande gioco" delle potenze occidentali alla fine del secolo scorso e fino al dopoguerra e, ancora, fino al conflitto del Golfo. Un bel romanzo di J.J. Langendorf, "Una sfida nel Kurdistan", rivela il meccanismo mentale, individuale e collettivo, che muoveva la strategia di potenza dei vari stati che a quel gioco presero parte: l'idea di poter agire impunemente su realtà ancora feudali, il gusto dell'avventura coloniale disgiunto da un comportamento corretto o da un accordo diplomatico, la lontananza che giustificava ogni ingerenza e prevaricazione.
Il Duemila sembra portarci quello scenario in casa, nel suo aspetto più aspro e meno comprensibile. I curdi rischiano di non essere più un problema solo per gli organismi internazionali e per qualche appassionato di cause perse. L'Europa non sembra averlo ancora capito: preoccupata del suo benessere e delle sue tensioni crede si tratti di un problema di frontiere. E che basti chiuderle e vigilarle perché la serenità non sia turbata. E invece è ciò che alcune potenze europee idearono più di mezzo secolo fa che è ora giunto al capolinea, sono i resti, i risultati di quell'idea di potenza che ora arrivano su barche di fortuna approdando sulle nostre coste, fra naufragi e colossali intrighi di mafie. Se non ci sarà un'inversione di tendenza, una ridefinizione degli scenari, un'analisi geopolitica, una logica di alleanze che dia di nuovo all'Europa un ruolo e un significato, questi esodi, queste pressioni migratorie non cesseranno.