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Uno sguardo al problema Curdo
di Federico Tagliaferri
L'arrivo di un migliaio di profughi
curdi in Italia, avvenuto durante le scorse feste di Natale e
Capodanno, ha portato di nuovo il problema curdo
all'attenzione dell'opinione pubblica. E' stata la prima
volta, almeno in Italia, che i mezzi d'informazione e le forze
politiche si sono interessate seriamente al caso dei curdi.
Lo
sbarco di immigrati "clandestini" e
"irregolari" senza patria ha suscitato un dibattito
nei paesi dell'Unione Europea, e in alcuni casi provocato
un'aspra polemica fra loro. Alcuni paesi non hanno risparmiato
critiche all'Italia, alla quale è stato rimproverato di non
essere in grado di impedire l'arrivo dei profughi. L'Italia ha
replicato che il problema riguardava (e riguarda) tutti i
paesi dell'Unione Europea, e ha promosso incontri dei
funzionari della Commissione Europea di Bruxelles e dei capi
della polizia di alcuni Stati. Allo stesso tempo è scoppiata
una polemica fra l'Italia e la Turchia. Avendo l'Italia deciso
di concedere l'asilo politico ai curdi, la Turchia ha
condannato tale concessione, sostenendo che essa avrebbe
incoraggiato organizzazioni criminali e terroristiche (il
riferimento ai movimenti curdi era palese) e danneggiato
l'immagine della stessa Turchia. Va sottolineato che la
maggioranza dei profughi curdi arrivati nel nostro paese non
provengono dalla Turchia, ma dall'Iraq e dall'Iran.
Evidentemente la decisione italiana ha toccato un nervo
scoperto, e dimostra come la Turchia sia contraria ad una
soluzione pacifica e rispettosa dei diritti umani del problema
curdo, anche se esso si trasferisce in altri paesi.
La
Commissione Esteri della Camera dei Deputati, il 10 gennaio
1998 ha approvato all'unanimità una risoluzione sul problema
curdo, che impegna il governo italiano a promuovere
un'iniziativa rapida in sede comunitaria per far cessare le
ostilità nei territori curdi, e a chiedere all'Unione
Europea, all'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione
in Europa (Osce) e all'Onu l'invio in tutto il Kurdistan di
osservatori internazionali per verificare la situazione in
materia di diritti umani. La risoluzione impegna inoltre il
governo ad adoperarsi presso l'Osce e l'Onu perché sia
convocata una conferenza internazionale che affronti la
questione curda e ne prospetti la pacifica soluzione. La
Commissione Esteri della Camera chiede infine che, in accordo
con i partner europei, sia convocata una riunione del
Consiglio di sicurezza dell'Onu con all'ordine del giorno il
problema dei curdi, del rispetto della loro identità,
autonomia e autodeterminazione.
I vari movimenti curdi chiedono da tempo alla comunità
internazionale, e in particolare all'Onu, di promuovere una
soluzione della loro questione. I paesi europei, la Gran
Bretagna e la Francia soprattutto, hanno una pesante
responsabilità storica nei confronti delle sofferenze dei
curdi. Sono stati questi due paesi vincitori della prima
guerra mondiale a smembrare, per i loro interessi coloniali, i
terrori del Kurdistan, inglobandoli nei nuovi Stati creati
dopo la dissoluzione dell'impero ottomano: Turchia, Iraq,
Siria.
Il territorio
La vasta patria dei curdi si estende per
circa 500 mila chilometri quadrati, equivalenti alla
superficie della Germania e della Gran Bretagna insieme, o a
quella della Francia. E' un territorio lungo circa 900
chilometri e largo da 200 a 700. Il Kurdistan è composto
essenzialmente dalle catene montuose degli Zagros centrali e
settentrionali, dalla porzione orientale del Tauro e del Ponto
e dalla metà settentrionale dell'Amanus. La simbiosi tra i
curdi e le loro montagne è sempre stata molto forte al punto
da diventare sinonimi: il territorio curdo finisce là dove
finiscono le montagne. I curdi sono sopravvissuti come popolo
soltanto vivendo sulle montagne: attualmente le cime più alte
del Kurdistan sono il monte Alvand in Iran (3580 metri), il
monte Halgurd in Iraq (3734 metri), i monti Munzur e Ararat in
Turchia (3840 e 5165 metri rispettivamente). Vi sono due vaste
enclaves curde nell'Anatolia centrale e settentrionale, e
nella provincia del Khurasan nell'Iran nordorientale.
Attualmente i curdi sono in totale circa 30 milioni, di cui 13
in Turchia, 9 in Iran, 5 in Iraq, un milione e mezzo in Siria
e nell'ex Urss.
Una
leggenda del XVI secolo la dice lunga sul carattere, la
fierezza e la singolarità di questo popolo, e sul suo
rapporto con la montagna. Narra dunque l'emiro Sharafuddin che
dopo la morte del grande re persiano Jamshid il tiranno
Zahahak ne prese il posto. La sua crudeltà non era solo
d'animo: due serpenti gli nascevano dalle spalle e lo facevano
soffrire. Per placarli, quotidianamente occorreva dar loro da
mangiare cervella fresche umane. Così, ogni giorno, due
giovani venivano sacrificati a questo scopo. Il boia
incaricato, però, aveva un cuore e così, dopo un po'
cominciò a ucciderne uno solo, e a rimpiazzare con cervella
di pecora quella umana mancante e a spedire il superstite
sulle montagne più inaccessibili. Nel tempo i giovani così
salvati crebbero senza contatto con il mondo esterno,
costituirono una comunità, svilupparono una lingua, si
sposarono fra loro. A essi venne dato il nome di curdi.
Il clima rigido ha certamente contribuito a forgiare il
carattere dei curdi. Le precipitazioni infatti sono intense, e
raggiungono i 150-200 cm all'anno nelle regioni centrali e i
50-100 cm sui rilievi minori. La neve può cadere per sei mesi
all'anno, alimentando i grandi fiumi Tigri e Eufrate. La
temperatura media annuale è di 13-18 gradi, e scende
progressivamente man mano che si sale sui massicci centrali.
Il territorio, un tempo totalmente coperto da foreste, è
stato molto disboscato, specialmente durante questo secolo,
con gravi conseguenze sull'erosione del suolo. I pascoli sono
ancora in buone condizioni e costituiscono una grande risorsa
economica. Anche l'agricoltura è fiorente: nonostante la sua
natura montuosa, il Kurdistan dispone di più terra
coltivabile della maggior parte dei paesi del Medio Oriente.
Razza, lingua e religione
I curdi sono una popolazione di ceppo
mediterraneo, simili agli abitanti dell'Europa meridionale
quanto a caratteristiche fisiche. Nel suo Esquisse Historique
et Etnographique pubblicato alla fine dell'Ottocento,
l'antropologo francese Ernest Chantre annotava: "La
fisiognomica dei Curdi esprime selvaggeria. I loro tratti
caratteristici sono duri, i loro occhi, di fiera luminosità,
sono piccoli e infossati. Gli uomini sono scuri, alti, magri e
hanno una forza non comune. Il loro passo è fermo, tengono il
capo eretto con orgoglio, il loro sguardo è arrogante".
Freya Stark, la grande viaggiatrice inglese scomparsa nel
1994, più prosaicamente commentava nel periodo tra le due
guerre mondiali: "Sono i più belli. Non ho mai visto
uomini così, agili e forti, le gambe nude fino alle cosce,
turbanti rossi che raccolgono lunghi capelli, un'avvenenza
quasi intossicante. Il mio solo desiderio è dipingere tutto
ciò".
La
loro lingua è il curdo un idioma iranico della famiglia
indoeuropea, molto diverso quindi dalle lingue semitiche, cui
appartiene l'arabo, e altaiche, di cui fa parte il turco. Ha
una propria grammatica e una ricca letteratura scritta, nata
nel settimo secolo d.C. Il missionario italiano Maurizio
Garzoni nel 1787 pubblicò a Roma la prima "Grammatica e
vocabolario kurdo-italiano". I tre quarti dei curdi
parlano il dialetto kurmanji, gli altri parlano il sorani. Il
kurmanji è parlato dai curdi della Turchia, della Siria,
dell'ex Urss e dai curdi della regione di Badinan in Iraq,
mentre il sorani è parlato dal resto dei curdi iraniani e
iracheni. In Iran e Iraq i curdi impiegano una versione
modificata dell'alfabeto arabo, in Europa i curdi originari
della Turchia utilizzano una versione modificata dell'alfabeto
latino, nell'ex Unio-ne Sovietica i curdi hanno utilizzato a
partire dagli anni '20 l'alfabeto armeno, dal 1945 quello
cirillico, ed oggi usane sia quello cirillico sia quello
latino. Questa frammentazione linguistica non è voluta dai
curdi, ma è stata imposta dagli stati occupanti il Kurdistan.
Solo in Iraq la lingua curda, entro certi limiti, è sempre
stata riconosciuta e insegnata nelle scuole, dopo la rivolta
curda del 1991 e la formazione di un "governo regionale
del Kurdistan" nel luglio 1992 la lingua curda è
diventata lingua ufficiale delle istituzioni. In Turchia,
ancor oggi, è proibito scrivere e pubblicare in curdo. I
governi turco, iraniano, iracheno e siriano hanno sempre
cercato di ostacolare l'uso della lingua curda, impedendo
così lo sviluppo di una lingua comune e di un unico metodo di
scrittura per tutti i curdi.
Il primo giornale curdo fu pubblicato al Cairo il 22 aprile
1898.
Nell'editoriale si leggeva: "I curdi sono più sensibili
e intelligenti di altri popoli, sono cavallereschi, forti e
religiosi. Ma non sono educati né ricchi. Non sanno cosa
accade nel mondo. Bene, in questo giornale si parlerà della
bellezza della conoscenza e dell'istruzione, si mostrerà dove
la gente studia e quali sono le migliori scuole, si spiegherà
dove sono le guerre e cosa fanno le grandi potenze".
I
tre quinti dei curdi sono musulmani sunniti, circa mezzo
milione sono sciiti, localizzati soprattutto intorno alle
città di Kermanshah, Hamadan e Bijar nel Kurdistan orientale
e nel Khurasan. La grande maggioranza dei curdi musulmani
appartengono ad ordini mistici sufi, in particolare ai
Bektashi nel Kurdistan nordoccidentale, ai Naqshbandi
nell'ovest e nel nord, ai Qadiri nel Kurdistan orientale e
centrale, ai Nurbakshi nel sud. Storicamente i curdi sono
stati considerati una delle popolazioni musulmane più
tolleranti e lontane dalle forme di fanatismo. Ancor oggi,
nonostante gli sforzi di alcuni paesi, il radicalismo
religioso non si è diffuso.
Il resto dei curdi sono seguaci di religioni indigene curde
molto antiche, varianti di un culto ancor più antico che può
essere grossolanamente definito yardanismo o "Culto degli
Angeli". Le tre principali divisioni di questa religione
che sopravvivono ancor oggi sono lo yezidismo (i cui seguaci
sono erroneamente definiti "adoratori del diavolo"),
diffuso nel Kurdistan occidentale e centro-occidentale, cui
appartengono circa il 2 per cento di tutti i curdi, lo
yarsanismo, detto anche Ahl-i Haqq, nel Kurdistan meridionale,
cui appartengono circa il 13 per cento dei curdi, e l'Alevismo
o Kizil Nash, nel Kurdistan occidentale e nel Khurasan, che
raccoglie il 20 per cento dei curdi. In varie parti del
Kurdistan si trovano minoranze di ebrei, cristiani e baha'i
curdi. L'antica comunità ebraica nel corso degli anni è
emigrata in Israele, mentre quella cristiana sta
progressivamente assimilandosi a quella assira.
I curdi non musulmani sono doppiamente oppressi dai governi
centrali. Il regime di Saddam Hussein fra il 1970 e il 1990 ha
distrutto un centinaio di chiese e luoghi di culto cristiani,
alcuni antichi di molti secoli, e la Turchia ha cominciato a
deportare i cristiani e gli yezidi del Kurdistan dai loro
villaggi di origine.
Storia
Il nazionalismo curdo ha una data di nascita,
l'anno 1695, quando Ahmad Khani compose il poema epico di
Mem-o-Zin, che invocava la creazione di uno stato curdo a
difesa del suo popolo. Gli ultimi principati autonomi curdi
furono soppressi dai governi ottomani e persiani, che
dominavano il Kurdistan, nel 1867. La situazione si deteriorò
ulteriormente al termine della Prima Guerra Mondiale con la
dissoluzione dell'impero ottomano.
Il
Trattato di Sevres, firmato il 10 agosto 1921, prevedeva la
costituzione di uno stato indipendente curdo che avrebbe
dovuto estendersi su una vasta porzione del Kurdistan
ex-ottomano. Ma la Francia e la Gran Bertagna non si
lasciarono commuovere dalle numerose sanguinarie rivolte dei
curdi per l'indipendenza, e frazionarono il Kurdistan
ex-ottomano tra la Turchia, la Siria e l'Iraq. Il Trattato di
Losanna, firmato il 24 giugno 1923, formalizzò questa
divisione. I curdi iraniani furono tenuti comunque separati
dal governo di Teheran. I confini così accuratamente
delineati e strettamente sorvegliati tra i nuovi stati nati
dalla dissoluzione dell'impero ottomano hanno profondamente
segnato a partire dal 1921 la società curda con un tale grado
di frammentazione che il suo impatto sta sgretolando l'unità
dei curdi come nazione. Gli anni '20 videro la nascita della
Provincia Autonoma Curda (il "Kurdistan Rosso")
nell'Azerbaijan sovietico, che però fu soppressa nel 1929. Il
XX secolo ha visto i curdi allearsi e poi rivoltarsi con
tutti, persino con i russi, sia zaristi, sia comunisti. Come
ricorda William O. Douglas in Strange Lands and Friendly
People, quando una mamma voleva fermare il pianto del proprio
figlio gli diceva: "Taci o ti sentono i russi". Nel
1946 Mustafà Barzani, dopo la breve stagione della Repubblica
del Kurdistan, si rifugiò in Urss. Gli chiesero il perché:
"Potevamo scegliere di combattere e arrenderci in Iran,
combattere e arrenderci in Iraq, essere impiccati in Turchia.
Andammo in Russia. Non ci ricevettero, ma non ci ricacciarono
indietro. Ci dispersero. Ci sono stato 12 anni e non sono
diventato comunista".
Nel 1945 i curdi istituirono una Repubblica Curda a Mahabad,
in Iran, nella zona occupata dalle truppe sovietiche durante
la Seconda Guerra Mondiale. Durò solo un anno, finché fu
rioccupata dall'esercito iraniano. Dall'inizio degli anni '70,
i curdi iracheni hanno goduto di uno status di autonomia in
una parte del Kurdistan iracheno. Alla fine del 1991, essi
erano diventati virtualmente indipendenti dall'Iraq. Ma nel
1995, il governo curdo con sede nella città di Arbil era
vicino al suicidio politico a causa delle cruente lotte
interne tra i vari signori della guerra.
A partire dal 1987 i curdi della Turchia hanno intrapreso una
guerra di liberazione nazionale contro la soppressione di ogni
aspetto dell'identità curda e della sua cultura portata
avanti con estrema durezza dal governo di Ankara per oltre 70
anni. Nel 1995 la massiccia ribellione dei curdi in Turchia ha
provocato uno stato di guerra civile. La giovane e dinamica
popolazione curda chiede ora l'assoluta eguaglianza con la
componente turca dello stato, e, in mancanza di questo, la
completa indipendenza. E' una lotta che ha visto sacrifici di
intere generazioni: nel suo diario, il maggiore britannico
Edward Noel scriveva già negli anni '20: "Bedr Khan ha
90 figli. Questa enorme famiglia è sempre stata identificata
con i movimenti insurrezionali contro il governo ottomano.
Negli archivi dei servizi segreti turchi c'è un fascicolo
speciale interamente riservato a loro. Tutti i suoi membri
hanno sperimentato esilio e prigionia".
Nel Caucaso, la neonata Repubblica Armena ha spazzato via la
comunità curda del precedente "Kurdistan Rosso" nel
corso del 1992-94. Con questa pulizia etnica, in effetti
l'Armenia si è annessa il territorio dell'ex "Kurdistan
Rosso" che forma un ponte tra l'enclave armena del
Nagorno-Karabakh e l'Armenia vera e propria.
Fra repressioni, insurrezioni, autonomie, resistenze, lotte
armate, esodi, pacificazioni, imprigionamenti, massacri,
l'avventura curda si era fino a tempi recenti consumata
all'interno dello scenario medio-orientale che aveva per
confini Turchia, Siria, Iraq e Iran. Lo scenario era quello
del "grande gioco" delle potenze occidentali alla
fine del secolo scorso e fino al dopoguerra e, ancora, fino al
conflitto del Golfo. Un bel romanzo di J.J. Langendorf,
"Una sfida nel Kurdistan", rivela il meccanismo
mentale, individuale e collettivo, che muoveva la strategia di
potenza dei vari stati che a quel gioco presero parte: l'idea
di poter agire impunemente su realtà ancora feudali, il gusto
dell'avventura coloniale disgiunto da un comportamento
corretto o da un accordo diplomatico, la lontananza che
giustificava ogni ingerenza e prevaricazione.
Il Duemila sembra portarci quello scenario in casa, nel suo
aspetto più aspro e meno comprensibile. I curdi rischiano di
non essere più un problema solo per gli organismi
internazionali e per qualche appassionato di cause perse.
L'Europa non sembra averlo ancora capito: preoccupata del suo
benessere e delle sue tensioni crede si tratti di un problema
di frontiere. E che basti chiuderle e vigilarle perché la
serenità non sia turbata. E invece è ciò che alcune potenze
europee idearono più di mezzo secolo fa che è ora giunto al
capolinea, sono i resti, i risultati di quell'idea di potenza
che ora arrivano su barche di fortuna approdando sulle nostre
coste, fra naufragi e colossali intrighi di mafie. Se non ci
sarà un'inversione di tendenza, una ridefinizione degli
scenari, un'analisi geopolitica, una logica di alleanze che
dia di nuovo all'Europa un ruolo e un significato, questi
esodi, queste pressioni migratorie non cesseranno.
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