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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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Il futuro dell'uomo nelle grandi religioni

di Maddalena Masutti

Nell'attuale svolta di civiltà, la fiducia nei grandi principi religiosi sembra affievolirsi a favore di una mitica valorizzazione del futuro. Tradizionalisti, progressisti, uomini dell'est, uomini dell'ovest, si sentono accomunati davanti ad una specie di contenitore universale dove si può far confluire tutto: il "futuro". E Dio, come "futuro autentico", appare spesso una realtà da ridurre soltanto all'indefinibile e vago futuro dell'uomo per l'uomo.

 

L'individualismo imperante porta a considerare scoperte scientifiche, progresso tecnico e tutto ciò che può ancora essere prodotto, in funzione dell'uomo per se stesso. Ma il grande miraggio di fare tutto per sè, non riesce a scagionare l'uomo dal destino in cui è coinvolto con l'universo. Vive all'insegna della paura per il deterioramento creato ovunque dai vari tipi di inquinamento e ha motivi validissimi per temere le conseguenze delle stesse conquiste umane. D'altra parte egli vive in funzione del suo futuro. Che cosa lo differenzia dall'uomo del passato che trovava nelle grandi religioni un supporto alle proprie speranze?

 

La forza dell'esperienza

L'analisi del momento presente convinceva gli antichi che esso, il presente, possiede sempre qualcosa che va oltre il tempo. E il tentativo di organizzare il futuro, di dargli un significato o di contribuire al suo miglioramento, toglieva loro la presunzione di poterlo determinare in pieno. Con le sole proprie forze. Di fronte alle tante incertezze, davano alla propria esistenza concreta un respiro capace di andare oltre alla temporalità. Dio era invocato dagli uomini come un bisogno inestinguibile di comprendere se stessi. E la rivelazione divina, grande dono del cielo, non è mai stata disgiunta dall'invocazione ardente dell'uomo.
Oggi si constata sempre più che il "cielo sacro e verticale" viene sostituito da un "futuro orizzontale" molto vago e soprattutto senza Dio.

 

Le realtà ultime

Nell'impossibilità di dominare del tutto le situazioni presenti e di prevedere con sicurezza quelle future, è nato il concetto di "realtà ultime" come quelle che, tipo la morte e ciò che la segue, trovano solo in Dio il motivo di speranza per l'uomo.
Tutte le grandi religioni storiche presentano per il futuro dell'uomo degli orientamenti fondamentali in comune. Anche se le "realtà ultime" costituiscono delle dottrine ben delineate prevalentemente nel giudaismo, cristianesimo ed islam.
Nell'induismo, il più antico fascio di religioni sempre difficile da circoscrivere e da definire, ci sono descrizioni sull'uomo e sul mondo in quantità notevolissime. Ma non strutturate in maniera organica. Il buddismo, religione storica che Budda ha fondato nel VI secolo a.C. ricavandola dall'induismo, vuole espressamente aiutare l'uomo a guardare al suo futuro con tranquillità, giungendo alla realizzazione completa, e ritiene inutile, anzi dannoso indulgere e rispondere contemporaneamente alle domande sul mondo.

 

Dio proteso sull'avvenire dell'uomo

I "Veda", raccolta dei poemi religiosi redatti in sanscrito, la cui composizione è scaglionata tra il XX e VII secolo a.C. sono molto interessanti come testimonianze dell'induismo antico. Nel "Siva Mahimnah Stotram", (Inno a gloria di Shiva), 4, 6-7, 34, si legge : "O Dio, dispensatore di doni! alcuni stolti per rifiutare la tua divinità, inventano discussioni che piacciono agli ignoranti, ma che in realtà sono detestabili. Tu sei descritto dai Veda come Brama, il creatore, Vishnu il sostenitore e Shiva il distruttore del mondo... E' possibile la creazione senza un creatore? Chi altri se non Dio può realizzare la creazione dei mondi? Proprio perché sono stolti sollevano dubbi sulla tua esistenza... La gente segue diversi cammini, diritti o tortuosi... ma tutte le strade portano a te, proprio come fiumi diversi confluiscono nello stesso oceano ... E la persona che ti segue con cuore puro e grande devozione, riceverà abbondante ricchezza in questo mondo, lunga vita, molti figli e fama. Dopo la morte arriverà alla tua dimora, o Shiva, e si unirà a te".
La ricchezza della Bibbia è incomparabile quanto all'intervento di Dio circa le realtà ultime dell'uomo. Tutta la vita del popolo ebraico è una tensione continua verso l'avvenire promesso da Dio. Ha esperimentato la sua venuta nel passato e attende, celebra, la "nuova venuta" come un'apoteosi senza pari. E' un'attesa corale in cui Dio appare come colui che fa tremare la terra, domina l'uragano, appare nei cieli come giudice incomparabile. Valga per tutti il salmo 96, dove il Signore regna e sorregge il mondo perché non vacilli, giudica le nazioni con rettitudine. E i cieli, la terra e il mare con quanto contengono, e i campi e gli alberi della foresta, tutti sono invitati a rallegrarsi davanti al "Signore che viene a giudicare la terra. A giudicare il mondo con giustizia e tutte le genti con verità".
La fede musulmana si ricongiunge ad un fondo comune proprio della credenza ebraico-cristiana: il mondo, il tempo e l'uomo vanno incontro a Dio. Lo scopo principale dell'"Ultimo Giorno" (al-yawm al-akhir) è quello di avvertire gli ingiusti e più precisamente i ricchi egoisti e oppressori dei poveri, del castigo che li attende dopo questa vita. E come dice il Corano (75, 22-23) "In quel giorno ci saranno volti splendenti miranti al Signore e volti offuscati".

 

Il vero futuro dell'uomo

Il vero futuro dell'uomo ha come sfondo uno stato d'animo, un modo di interpretare la realtà in sintonia con Dio. E' descritto con dovizia di particolari nel canto del maestro (Guru Gita) appartenente allo "Shri Skanda Purana", un antichissimo poema indiano. Sulla splendida cima del monte Kailasa, Parvati, rappresentante dell'anima umana, si inchina al Signore Shiva che fa realizzare l'essenza della devozione e chiede: "O altissimo Signore e maestro dell'universo, benevolo e grande Dio, iniziami alla conoscenza dello Spirito. Seguendo quale cammino un'anima incarnata può unirsi a Dio, Realtà assoluta?".
Il Signore Shiva, commosso perchè fino ad allora nessuno tra i mortali gli aveva posto una simile domanda iniziò a spiegarglielo, facendo a lei un dono valido per tutta l'umanità. "Un devoto, le disse, offre sempre degli omaggi nella direzione in cui lo Spirito sovrano veglia. Egli è l'eterno testimone della nascita e della dissoluzione dell'universo. E come l'immagine di un cristallo si riflette in uno specchio, così la beatitudine divina si riflette nell'anima dell'uomo e lo porta alla realizzazione. Meditando sullo Spirito egli ne diviene partecipe fin da questa vita, perché segue il sentiero che lo libera dalla paura del tempo e della morte. Pone fine a tutte le sfortune, a tutti i timori. La devozione gli ottiene ricompense incalcolabili. Distrugge i suoi peccati, pone fine a ogni privazione e gli ottiene lo splendore della liberazione. E' la meditazione devota che porta la liberazione dallo stato di limitatezza e rimuove tutte le barriere. Chi ha come meta di liberarsi dalle insidie dell'esistenza terrena, seguendo il sentiero indicato dallo Spirito, sentirà la sua anima realizzarsi e fondersi in Dio. Ed otterrà in questo modo tutti i poteri e tutti i piaceri. Questa è la verità".

 

In Cristo il futuro dell'uomo.

Nella Bibbia, il NT pone come finalità dell'uomo la persona di Cristo. In lui ogni possibile realizzazione è già iniziata, compresa l'affermazione di un mondo nuovo. L'intervento decisivo di Dio è visibile negli atti e nella persona di Gesù di Nazaret. Basta saper discernere ciò che avviene attraverso il mistero della sua vita umana. In tutto il NT c'è lo stupore del "Regno di Dio vicino". Gesù rappresenta quindi l'avvenimento finale per eccellenza, ma non come avvenimento futuro, bensì come avvenimento presente. "Vieni, o Signore!" invoca S. Paolo salutando i Corinti e anche il finale dell'Apocalisse è tutto un'invocazione alla venuta di Gesù. Secondo alcuni, l'espressione "realtà ultime" non sarebbe adeguata per i cristiani. Cristo sempre presente, ha effettivamente il primato su tutte le cose (S. Paolo). Ha un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Tutto è stato sottomesso ai suoi piedi e nemmeno la morte ha più potere su di lui. Un potere inequivocabile quello di Cristo, che gli dà un primato, grazie alla sua risurrezione, anche sulla morte.
Egli è "morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro"(2Cor 5,15). Da qui: "Tutto è vostro... il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio" (1Cor 3,22-23). Da qui pure tutto il mistero che illumina la nostra esistenza. E al di qua della morte, come partecipazione alla vita divina fin da quaggiù. Con una ricchezza incomparabile di grazia, una chiarezza unica di dottrina ed una forma di esperienza concreta senza pari, il cristianesimo può affermare quello che l'induismo antico afferma già duemila anni a.C.: l'uomo di vera fede può ottenere da Dio quello su cui i devoti orientali puntano molto, l'illuminazione, la realizzazione personale. Senza rinunciare alla propria vita di famiglia, ai rapporti economici, politici e sociali. E' il fatto di avere smarrito il senso del divino che rende le "realtà ultime" tanto difficili da comprendere e da vivere. L'idea della propria autosufficienza getta l'uomo nel miraggio di un futuro inconsistente e triste.
Se è l'uomo il futuro dell'uomo, non desta meraviglia che possa prendere piede, sia pure in maniera inconscia, almeno inizialmente, l'idea di poter trascurare o addirittura sacrificare coloro che rappresentano un ostacolo al futuro dell'uomo: i poveri, gli emarginati, i perdenti nella lotta per la sopraffazione. Si tratta del futuro come viene concepito da tutti quelli che non includono Dio nel proprio avvenire.