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Il futuro dell'uomo nelle grandi religioni
di Maddalena Masutti
Nell'attuale svolta di civiltà, la
fiducia nei grandi principi religiosi sembra affievolirsi a
favore di una mitica valorizzazione del futuro.
Tradizionalisti, progressisti, uomini dell'est, uomini
dell'ovest, si sentono accomunati davanti ad una specie di
contenitore universale dove si può far confluire tutto: il
"futuro". E Dio, come "futuro autentico",
appare spesso una realtà da ridurre soltanto all'indefinibile
e vago futuro dell'uomo per l'uomo.
L'individualismo
imperante porta a considerare scoperte scientifiche, progresso
tecnico e tutto ciò che può ancora essere prodotto, in
funzione dell'uomo per se stesso. Ma il grande miraggio di
fare tutto per sè, non riesce a scagionare l'uomo dal destino
in cui è coinvolto con l'universo. Vive all'insegna della
paura per il deterioramento creato ovunque dai vari tipi di
inquinamento e ha motivi validissimi per temere le conseguenze
delle stesse conquiste umane. D'altra parte egli vive in
funzione del suo futuro. Che cosa lo differenzia dall'uomo del
passato che trovava nelle grandi religioni un supporto alle
proprie speranze?
La forza dell'esperienza
L'analisi del momento presente convinceva gli
antichi che esso, il presente, possiede sempre qualcosa che va
oltre il tempo. E il tentativo di organizzare il futuro, di
dargli un significato o di contribuire al suo miglioramento,
toglieva loro la presunzione di poterlo determinare in pieno.
Con le sole proprie forze. Di fronte alle tante incertezze,
davano alla propria esistenza concreta un respiro capace di
andare oltre alla temporalità. Dio era invocato dagli uomini
come un bisogno inestinguibile di comprendere se stessi. E la
rivelazione divina, grande dono del cielo, non è mai stata
disgiunta dall'invocazione ardente dell'uomo.
Oggi si constata sempre più che il "cielo sacro e
verticale" viene sostituito da un "futuro
orizzontale" molto vago e soprattutto senza Dio.
Le realtà ultime
Nell'impossibilità
di dominare del tutto le situazioni presenti e di prevedere
con sicurezza quelle future, è nato il concetto di
"realtà ultime" come quelle che, tipo la morte e
ciò che la segue, trovano solo in Dio il motivo di speranza
per l'uomo.
Tutte le grandi religioni storiche presentano per il futuro
dell'uomo degli orientamenti fondamentali in comune. Anche se
le "realtà ultime" costituiscono delle dottrine ben
delineate prevalentemente nel giudaismo, cristianesimo ed
islam.
Nell'induismo, il più antico fascio di religioni sempre
difficile da circoscrivere e da definire, ci sono descrizioni
sull'uomo e sul mondo in quantità notevolissime. Ma non
strutturate in maniera organica. Il buddismo, religione
storica che Budda ha fondato nel VI secolo a.C. ricavandola
dall'induismo, vuole espressamente aiutare l'uomo a guardare
al suo futuro con tranquillità, giungendo alla realizzazione
completa, e ritiene inutile, anzi dannoso indulgere e
rispondere contemporaneamente alle domande sul mondo.
Dio proteso sull'avvenire dell'uomo
I "Veda", raccolta dei poemi
religiosi redatti in sanscrito, la cui composizione è
scaglionata tra il XX e VII secolo a.C. sono molto
interessanti come testimonianze dell'induismo antico. Nel
"Siva Mahimnah Stotram", (Inno a gloria di Shiva),
4, 6-7, 34, si legge : "O Dio, dispensatore di doni!
alcuni stolti per rifiutare la tua divinità, inventano
discussioni che piacciono agli ignoranti, ma che in realtà
sono detestabili. Tu sei descritto dai Veda come Brama, il
creatore, Vishnu il sostenitore e Shiva il distruttore del
mondo... E' possibile la creazione senza un creatore? Chi
altri se non Dio può realizzare la creazione dei mondi?
Proprio perché sono stolti sollevano dubbi sulla tua
esistenza... La gente segue diversi cammini, diritti o
tortuosi... ma tutte le strade portano a te, proprio come
fiumi diversi confluiscono nello stesso oceano ... E la
persona che ti segue con cuore puro e grande devozione,
riceverà abbondante ricchezza in questo mondo, lunga vita,
molti figli e fama. Dopo la morte arriverà alla tua dimora, o
Shiva, e si unirà a te".
La
ricchezza della Bibbia è incomparabile quanto all'intervento
di Dio circa le realtà ultime dell'uomo. Tutta la vita del
popolo ebraico è una tensione continua verso l'avvenire
promesso da Dio. Ha esperimentato la sua venuta nel passato e
attende, celebra, la "nuova venuta" come un'apoteosi
senza pari. E' un'attesa corale in cui Dio appare come colui
che fa tremare la terra, domina l'uragano, appare nei cieli
come giudice incomparabile. Valga per tutti il salmo 96, dove
il Signore regna e sorregge il mondo perché non vacilli,
giudica le nazioni con rettitudine. E i cieli, la terra e il
mare con quanto contengono, e i campi e gli alberi della
foresta, tutti sono invitati a rallegrarsi davanti al
"Signore che viene a giudicare la terra. A giudicare il
mondo con giustizia e tutte le genti con verità".
La fede musulmana si ricongiunge ad un fondo comune proprio
della credenza ebraico-cristiana: il mondo, il tempo e l'uomo
vanno incontro a Dio. Lo scopo principale dell'"Ultimo
Giorno" (al-yawm al-akhir) è quello di avvertire gli
ingiusti e più precisamente i ricchi egoisti e oppressori dei
poveri, del castigo che li attende dopo questa vita. E come
dice il Corano (75, 22-23) "In quel giorno ci saranno
volti splendenti miranti al Signore e volti offuscati".
Il vero futuro dell'uomo
Il vero futuro dell'uomo ha come sfondo uno
stato d'animo, un modo di interpretare la realtà in sintonia
con Dio. E' descritto con dovizia di particolari nel canto del
maestro (Guru Gita) appartenente allo "Shri Skanda Purana",
un antichissimo poema indiano. Sulla splendida cima del monte
Kailasa, Parvati, rappresentante dell'anima umana, si inchina
al Signore Shiva che fa realizzare l'essenza della devozione e
chiede: "O altissimo Signore e maestro dell'universo,
benevolo e grande Dio, iniziami alla conoscenza dello Spirito.
Seguendo quale cammino un'anima incarnata può unirsi a Dio,
Realtà assoluta?".
Il Signore Shiva, commosso perchè fino ad allora nessuno tra
i mortali gli aveva posto una simile domanda iniziò a
spiegarglielo, facendo a lei un dono valido per tutta
l'umanità. "Un devoto, le disse, offre sempre degli
omaggi nella direzione in cui lo Spirito sovrano veglia. Egli
è l'eterno testimone della nascita e della dissoluzione
dell'universo. E come l'immagine di un cristallo si riflette
in uno specchio, così la beatitudine divina si riflette
nell'anima dell'uomo e lo porta alla realizzazione. Meditando
sullo Spirito egli ne diviene partecipe fin da questa vita,
perché segue il sentiero che lo libera dalla paura del tempo
e della morte. Pone fine a tutte le sfortune, a tutti i
timori. La devozione gli ottiene ricompense incalcolabili.
Distrugge i suoi peccati, pone fine a ogni privazione e gli
ottiene lo splendore della liberazione. E' la meditazione
devota che porta la liberazione dallo stato di limitatezza e
rimuove tutte le barriere. Chi ha come meta di liberarsi dalle
insidie dell'esistenza terrena, seguendo il sentiero indicato
dallo Spirito, sentirà la sua anima realizzarsi e fondersi in
Dio. Ed otterrà in questo modo tutti i poteri e tutti i
piaceri. Questa è la verità".
In Cristo il futuro dell'uomo.
Nella Bibbia, il NT pone come finalità
dell'uomo la persona di Cristo. In lui ogni possibile
realizzazione è già iniziata, compresa l'affermazione di un
mondo nuovo. L'intervento decisivo di Dio è visibile negli
atti e nella persona di Gesù di Nazaret. Basta saper
discernere ciò che avviene attraverso il mistero della sua
vita umana. In tutto il NT c'è lo stupore del "Regno di
Dio vicino". Gesù rappresenta quindi l'avvenimento
finale per eccellenza, ma non come avvenimento futuro, bensì
come avvenimento presente. "Vieni, o Signore!"
invoca S. Paolo salutando i Corinti e anche il finale
dell'Apocalisse è tutto un'invocazione alla venuta di Gesù.
Secondo alcuni, l'espressione "realtà ultime" non
sarebbe adeguata per i cristiani. Cristo sempre presente, ha
effettivamente il primato su tutte le cose (S. Paolo). Ha un
nome che è al di sopra di ogni altro nome. Tutto è stato
sottomesso ai suoi piedi e nemmeno la morte ha più potere su
di lui. Un potere inequivocabile quello di Cristo, che gli dà
un primato, grazie alla sua risurrezione, anche sulla morte.
Egli è "morto per tutti, perché quelli che vivono non
vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e
risuscitato per loro"(2Cor 5,15). Da qui: "Tutto è
vostro... il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro:
tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di
Dio" (1Cor 3,22-23). Da qui pure tutto il mistero che
illumina la nostra esistenza. E al di qua della morte, come
partecipazione alla vita divina fin da quaggiù. Con una
ricchezza incomparabile di grazia, una chiarezza unica di
dottrina ed una forma di esperienza concreta senza pari, il
cristianesimo può affermare quello che l'induismo antico
afferma già duemila anni a.C.: l'uomo di vera fede può
ottenere da Dio quello su cui i devoti orientali puntano
molto, l'illuminazione, la realizzazione personale. Senza
rinunciare alla propria vita di famiglia, ai rapporti
economici, politici e sociali. E' il fatto di avere smarrito
il senso del divino che rende le "realtà ultime"
tanto difficili da comprendere e da vivere. L'idea della
propria autosufficienza getta l'uomo nel miraggio di un futuro
inconsistente e triste.
Se è l'uomo il futuro dell'uomo, non desta meraviglia che
possa prendere piede, sia pure in maniera inconscia, almeno
inizialmente, l'idea di poter trascurare o addirittura
sacrificare coloro che rappresentano un ostacolo al futuro
dell'uomo: i poveri, gli emarginati, i perdenti nella lotta
per la sopraffazione. Si tratta del futuro come viene
concepito da tutti quelli che non includono Dio nel proprio
avvenire.
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