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Il Clero Africano: quale formazione ?
La formazione del prete in Africa non differisce fondamentalmente da quella impartita nei Seminari della Chiesa intera, per quanto attiene: al programma degli studi, all’equipaggiamento spirituale, alle esigenze morali e psicologiche, alle scienze antropologiche e alla pastorale. Tuttavia, non si possono ignorare alcuni elementi specifici della formazione seminaristica in Africa che la nostra presente inchiesta mette particolarmente in risalto. Si segnala, così, l’importanza che gli educatori e i giovani seminaristi creino un clima di vera comunione familiare; si chiede che i seminaristi non perdano il contatto con le proprie radici culturali e con le popolazioni dei loro villaggi di origine; emerge la necessità di aiutare i giovani ad integrare in sintesi equilibrata gli elementi della propria cultura con quelli occidentali con i quali necessariamente vengono a contatto.
Il nostro studio intende presentare in una visione d’insieme modelli di formazione seguiti nell’Africa di espressione portoghese (Mozambico), di espressione francese (Congo R.D.) e di espressione inglese (Zambia).
PRETI per rifare nuova la Chiesa
di Adriano Pedroni
Adriano: Padre Gerry, lei non è alla sua prima esperienza come formatore in un Seminario Maggiore in Africa. Nel suo quarto anno di servizio nella formazione di nuovi sacerdoti mozambicani, come giudica la sua presenza e quella di altri missionari Padri Bianchi?
Rettore: Sono rimasto un poco meravigliato arrivando in questo Seminario Maggiore. Ho capito subito che mancava qualche cosa alla base: una buona preparazione umana. Questi ragazzi hanno vissuto 17 anni di guerra. Ciò vuol dire che quando la guerra è scoppiata essi avevano tra i 5 e i 15 anni. I giovani presenti in seminario hanno visto la guerra in casa loro, sono stati testimoni di cose orribili e sono cresciuti con i cosiddetti valori marxisti e leninisti.
Ora, io sono convinto che il nostro primo lavoro è quello della formazione umana. Quando ripercorro la mia esperienza di alcuni anni fa in Etiopia, come formatore, e la paragono a quella attuale, penso sia necessario partire dai valori umani e cristiani per costruire una base solida per la formazione di sacerdoti mozambicani convinti.
Adriano: La necessità di ricucire il tessuto dei valori umani e cristiani è una priorità in ogni piano pastorale delle diverse diocesi del Mozambico. Dopo un così lungo tempo di lotte per l’indipendenza e la democrazia, quanto deve ancora soffrire questa Chiesa?
Rettore: A causa della mancanza di una solida base di valori umani, a mio parere, la Chiesa in Mozambico dovrà soffrire ancora per 10-15 anni. Quando guardo i nostri allievi, quelli del quarto ed ultimo anno, li trovo formidabili e in apparenza solidi. Lo si diceva anche per quelli degli anni passati. Ma, dopo una breve esperienza sacerdotale in parrocchia, sono sorti i problemi. Un segno che nella formazione teologica e spirituale non ha trovato posto quella umana.
Adriano: Come riscontra questa lacuna nei giovani del Seminario?
Rettore: Normalmente un giovane di 25 anni è padrone di se stesso, capace di gestire il proprio tempo di studio, di svago, di preghiera ecc.
Ora in questi giovani manca una certa gerarchia di valori;spesso non hanno valori.
Arrivando in seminario, entrano in un sistema che, per l’elevato numero di questa comunità, un centinaio più il personale, non può andare in profondità nei suoi interventi formativi e nelle sue direttive. La vita in piccoli gruppi aiuta il giovane a crearsi una propria disciplina.
Ma costruire una solida base umana rappresenta un lungo lavoro.
Adriano: Un impegno nella formazione affidato ai Missionari d’Africa, ad un Istituto di origine occidentale, nonostante i cinque secoli di presenza della Chiesa in Africa. Come mai?
Rettore: Effettivamente! Non ho fatto studi particolari a questo riguardo. Si dice che, al momento dell’indipendenza (1975), c’erano 35 preti diocesani mozambicani, e questo dopo cinque secoli di presenza della Chiesa nel paese. Uno scandalo certo! Questo mostra chiaramente quale fosse la politica ecclesiastica del Portogallo. La decisione che i Padri Bianchi presero, nel 1971, di lasciare il Mozambico è stata e resta un segno efficace di non adesione a quel tipo di presenza della Chiesa.
Un pastore metodista scrisse, in seguito, una tesi su questo avvenimento che, a suo tempo, fece discutere molto.
La sua visione mostra come la decisione dei Padri Bianchi diede risultati positivi.
Presto i cristiani del Mozambico si svegliarono al punto di organizzarsi e dire al Governo portoghese e alla Chiesa locale, che era portoghese, che così non si poteva andare avanti.
Adriano: Oggi come si nota il risveglio della Chiesa locale?
Rettore: Quando sono arrivato qui, circa quattro anni fa, c’erano ancora 35 preti mozambicani. Oggi il numero è raddoppiato. Nel giro di quattro anni, si avrà un centinaio di preti. Ci sarà una Chiesa giovane. Non so se i vescovi se ne rendono conto! Fra pochi anni il volto della Chiesa in Mozambico cambierà molto.
Adriano: Lei sembra molto fiducioso.
Rettore: Ho molta speranza nel futuro della Chiesa in Mozambico grazie a questi giovani preti. Si vivrà in un altro spirito ed essi romperanno con il passato. Non conosco molti preti mozambicani e diocesani che abbiano ancora stima della Chiesa del Portogallo, almeno quella che era presente durante il periodo coloniale.
Noi Padri Bianchi, come Società missionaria, siamo partiti dal Mozambico nel 1971; poi nel 1985 la Chiesa locale ci ha chiesto di ritornare. Abbiamo accettato, ma solo per svolgere compiti di formazione del clero locale e dei laici. Resta il fatto che alcuni missionari sono tornati a svolgere attività parrocchiali, come a Chimoio e nella savana sperduta della diocesi di Beira.
Tuttavia, secondo il progetto iniziale, il ritorno dei Padri Bianchi in Mozambico era preciso e rivolto al settore formativo.
Adriano: Durerà ancora a lungo questo tipo di presenza dei Padri Bianchi, o vi saranno altri modi?
Rettore: Oggi il nostro impegno è la formazione. Si cerca, tuttavia, gradualmente di affidare questo compito importante al clero locale. Siamo in attesa che cinque giovani sacerdoti finiscano i loro studi accademici. I vescovi sanno bene, e noi lo ricordiamo loro, che il nostro impegno qui nel Seminario di Maputo sta per finire. Non ci sarà un nuovo esodo da parte nostra. Sappiamo che il passaggio della gestione nelle strutture della Chiesa si fa in tempi a volte lunghi. Ma noi missionari siamo preparati a modi nuovi di presenza nella Chiesa locale: una presenza più di collaborazione che di responsabilità diretta. Questo è il nostro futuro in Mozambico.
Adriano: Il lungo periodo coloniale e gli stretti rapporti che esistevano fra la Chiesa e il Governo portoghese incidono ancora oggi sul clero locale?
Rettore: La Chiesa, durante il periodo coloniale, era la Chiesa dei vescovi, che erano tutti portoghesi. I rapporti con la base non erano buoni. Ho chiesto ad un giovane sacerdote mozambicano se si ricordava il momento in cui i rapporti con i vescovi portoghesi stavano cambiando. Mi rispose: ”Sì, mi ricordo: fu esattamente quando in seminario mi diedero il permesso di mangiare a tavola con loro!”.
Questo, ed altri esempi, dimostrano che all’epoca coloniale la Chiesa ufficiale non credeva nei valori della persona mozambicana. Era semplicemente una Chiesa razzista, una Chiesa dei soli vescovi. Non veniva detto apertamente, ma il clima era quello.
Adriano: E alla base?
Rettore: Nella vita di tutti i giorni i rapporti tra preti locali e missionari erano un po’ diversi. Ci furono, certo, casi incresciosi, ma ci furono anche giovani missionari portoghesi straordinari e buoni. Ma non era il caso dei vescovi.
Adriano: Oggi, come sono i rapporti tra clero locale e missionari?
Rettore: Sono molto più sereni. E’ vero che, oggi, non ci sono molti missionari portoghesi presenti; i sacerdoti mozambicani sono ancora pochi e il personale missionario proviene da vari paesi.
L’anno scorso, qui in seminario, abbiamo organizzato degli incontri con i giovani del quarto anno. Sei mesi di studio sul tema “Le relazioni nella Diocesi”. Fu un’ottima iniziativa! Questi giovani, nella loro vita sacerdotale, dovranno collaborare con il vescovo, con i laici, uomini e donne, con le suore e i missionari. Incontri di questo genere aiutano a creare un clima sereno e di fiducia nella Chiesa.
Adriano: Come vivono i giovani preti la collaborazione con il personale straniero?
Rettore: Durante gli incontri i giovani sacerdoti parlano spesso del passato: “Non eravamo nessuno, – dicono – ora almeno abbiamo una Chiesa”. Sono loro che stanno mettendo le fondamenta della Chiesa in Mozambico. A causa della guerra si deve rifare tutto; dunque, i giovani preti hanno una straordinario occasione per rifare una Chiesa nuova.
Adriano: Vi sono particolari indicazioni o direttive sulla formazione dei sacerdoti?
Rettore: Per quanto riguarda la formazione, devo dire, la tendenza è ancora tradizionale. I vescovi, quando parlano con noi formatori pensano alla loro formazione, quella ricevuta 30-35 anni fa.
Adriano: Intravede un cambiamento in questo settore?
Rettore: C’è un dialogo costante fra noi e i vescovi, sia a livello personale che nelle commissioni di studio. Per la formazione nei seminari si insiste sull’ “Auto-formazione in un contesto di libertà” e sull’”Auto-disciplina”.
Ci vogliono questi ingredienti per una buona formazione. Il nostro seminario non è né una prigione, né una caserma militare, e lo dico chiaramente ai vescovi: “Se voi volete un tipo di formazione troppo costrittivo, io non ci sto! Non accetto più il sistema tradizionale”. Sì, è vero, noi e i vescovi odierni siamo il prodotto di una formazione più “rigida”. Oggi ci sono idee nuove, che anche i vescovi accettano.
Adriano: Siete liberi nella scelta dei metodi nella formazione dei giovani seminaristi?
Rettore: In generale sì. Un rettore di seminario desidera sempre avere una grande libertà d’azione. I vescovi sanno, però, mostrare che sono loro i primi responsabili della Chiesa in Mozambico e anche del Seminario Pio XI. Capisco perfettamente!
Adriano: Diciamo che la realtà della Chiesa in Mozambico è molto diversa dagli altri paesi africani.
Rettore: Appunto! I vescovi sanno di avere ancora bisogno dei missionari per la formazione nei seminari. Sanno anche che si tratta di una situazione anomala, dopo cinque secoli di presenza della Chiesa, unico caso in tutta l’Africa. In altri paesi africani la formazione dei seminaristi è nella mani del clero locale.
Qui, invece, siamo in ritardo di 25-30 anni. Una situazione, questa, non certo ideale per i vescovi locali, ma è prematuro che i missionari lascino ogni responsabilità nelle mani del clero locale.
Adriano: Questo significa che si è in ritardo anche sul processo di inculturazione del messaggio evangelico?
Rettore: Sono convinto che il processo di inculturazione del Vangelo in Africa, può essere compiuto soltanto dagli africani stessi. E lo sanno fare bene. Noi, professori bianchi, che cosa possiamo fare? Che cosa dobbiamo dire? L’anno scorso ho dato un corso sul libro della Bibbia “I Proverbi”: Ogni gruppo di studenti doveva portare 25 proverbi locali. Un lavoretto ben fato: gli allievi hanno confrontato la letteratura sapienziale biblica e la loro cultura locale. Non è, però, questa l’inculturazione del Vangelo. Essa deve iniziare con la lingua del popolo, con le idee che circolano alla base della comunità ecclesiale. L’inculturazione del Vangelo viene dal cuore della Chiesa e non da…non so…un documento ufficiale della Chiesa Universale. Dico spesso agli studenti che gli autori di questo processo non sono gli esperti, ma loro stessi, qui in seminario oggi e soprattutto nelle parrocchie in futuro.
Adriano: Come missionario, quale messaggio vorrebbe lanciare a questi giovani studenti?
Rettore: La prima cosa che mi viene in mente è “Condivisione”. Sono venuto qui per la formazione. Non sono venuto per “dare” e nemmeno per “ricevere”, ma per “condividere” qualche cosa che ho ricevuto prima e che riceverò anche da loro, perché anche loro condividono con me: la “condivisione” di Gesù Cristo. Certo non è facile! Se ognuno potesse lasciare il seminario avendo al centro della propria vita Gesù Cristo, penso di poter dire che stiamo andando nella direzione giusta.
A chi si mette in viaggio si augura “Buon viaggio”. Un proverbio africano dice: “Che Dio ti spiani il cammino e che ti faccia arrivare in buona salute”. E’ quanto auguriamo a tutti questi giovani seminaristi
mozambicani.
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