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"Itineranti, guidati dallo spirito di
Dio..."
Colloquio islamo-cristiano a Roma
di Aldo Giannasi
Il 25 marzo scorso, a Roma, nella biblioteca
dell'Istituto Pontificio di Studi Arabi e di Islamistica
(Pisai), diretto dai Padri Bianchi, si è svolto un colloquio
di ricerca e di riflessione tra cristiani e musulmani.
Personalmente
non avevo mai partecipato ad un incontro vero e proprio di
dialogo interreligioso. Avevo letto sull'argomento, ero stato
presente anche a colloqui culturali dove erano presenti, oltre
ai cristiani, anche ebrei e musulmani, ma non avevo ancora
assistito ad un incontro in cui fedeli dell'islam e del
cristianesimo si davano convegno per esprimersi e confrontarsi
sulla loro reciproca fede. E mi domandavo come potesse
svolgersi.
Dalle prime battute sono stato colpito dal clima di
semplicità e di spontaneità che regnava fra i docenti del
Pisai e dell'Università Gregoriana da una parte e tra il
gruppo dei professori musulmani dell'Università Zituna di
Tunisi dall'altra.
Un'atmosfera amichevole e distesa, come se si trattasse di
qualcosa di naturale, scontato quasi.
Era stato il Padre E. Renaud, Rettore del Pisai, nel suo
discorso di benvenuto, a dare il tono a tutto l'incontro,
facendo suo il motto di un'altra grande istanza di dialogo del
Medio Oriente, l'Istituto Islamo-cristiano del Libano, che ha
posto a fondamento della sua attività: "Credenti delle
due religioni, ci troviamo non come 'sedentari' soddisfatti di
quanto possiedono, ma come appartenenti alla razza dei
'nomadi' che vivono sotto una 'tenda', degli itineranti,
guidati dallo Spirito di Dio".
Ora, tra nomadi, ha aggiunto P. Renaud, da una tenda
all'altra, c'è il dovere dell'ospitalità.
E l'ospitalità calorosa, sincera, reciproca, si è appunto
sviluppata dall'inizio stesso del colloquio e si è
approfondita attraverso i 4 giorni di lavoro. Ma
un'ospitalità, è necessario sottolinearlo, che ha saputo
rispettare le regole, per evitare ogni equivoco e ogni
tentazione di assimilazione e di accapparramento.
Cammino a monte
Il colloquio di Roma non è stato masso
erratico su un terreno desertico. E' stato piuttosto una tappa
in un cammino iniziato da tempo e perseguito dalle due parti
con interesse e passione. Gli interlocutori musulmani vengono
dalla Tunisia: sono docenti dell'Università Zituna,
un'antica istituzione araba, tutta centrata sullo studio del
Corano, della teologia e del diritto islamici. Ora in Tunisia
i Padri Bianchi sono presenti da più di un secolo e
attraverso l'Istituto di Belle Lettere Arabe (IBLA) che
pubblica una prestigiosa rivista, hanno moltiplicato i
contatti e la collaborazione con molti esponenti della cultura
tunisina in tutti i settori, creando una comunanza di
interessi nel campo della ricerca storica, letteraria e
religiosa. In Tunisia è nato il Gric (Gruppo di ricerca
islamo-cristiana) che ha organizzato numerosi incontri sul
posto, affrontando temi scottanti nei rapporti tra le due
religioni.
Tutto questo ha portato ultimamente ad un accordo tra la
Zituna da parte musulmana e tra il Pisai e la Gregoriana da
parte cristiana, per un colloquio annuale che si svolge
alternativamente a Tunisi e in Italia. Il primo ha avuto luogo
lo scorso anno in Tunisia ed ha scelto come teme "Le
Sacre Scritture nell'islam e nel cristianesimo".
Quest'anno è stata la volta di Roma.
Presentare i propri interventi con metodo per quanto possibile
scientifico, ma con la fede di credenti, è stato il programma
che le due istituzioni si sono proposte. E non si può negare
che non abbiamo fatto tutto il possibile per attenervisi,
l'anno scorso, come quest'anno.
Nel cuore del problema
A Roma è stato messo all'ordine del giorno
il tema :"Il credente nella tradizione musulmana e
cristiana". Dopo le Sacre Scritture a Tunisi, questa
scelta mostra quanto gli organizzatori abbiano voluto portare
la riflessione dei due gruppi nel cuore stesso delle due
religioni.
Gli interventi sono stati globalmente 16: otto della Zituna (
i musulmani), tre del Pisai e tre della Gregoriana. Non è
semplice enumerarli tutti. Cito alcuni titoli. "La fede
del credente e la storia" do P. Maurizio Borrmans
(Pisai), "La libertà di fede nel Corano" della Prof
Mongia Sawahi (Zituna), "Abramo, modello del credente e
amico di Dio nel Nuovo Testamento" di P.Khallil Samir,
libanese (Gregoriana). "La nozione di fede nei detti (hadith)
di Maometto" del Prof. Mehrez Hamdi (Zituna), "Un
tipo di uomo credente, l'emiro Abd el Qadir o l'essere
paradossale" di P. Michel Lagarde (Pisai)... I relatori
hanno cercato di illuminare il più possibile il tema
proposto, avvicinandolo da angoli differenti e con diverse
sfaccettature.
Può essere utile esplicitare tre interventi per il loro
particolare contenuto.
La
Signora Mongia Sawahi ha attaccato di fronte un problema
riguardante la fede del musulmano che costituisce ancora oggi,
alla fine del secondo millennio, un problema spinoso e
difficile:la libertà di religione. Si sa che essa non è mai
stata ammessa nel passato e non c'è da meravigliarsi, ma non
lo è ancora oggi in molti paesi musulmani, dove la
conversione ad un'altra religione è punita con la pena di
morte o con la "morte giuridica", scomunica sociale
dalle conseguenze molto gravi. Con un coraggio sorprendente,
raro fra gli uomini, essa ha proposto una rilettura del
Corano, che reagisce all'interpretazione limitativa e
discriminatoria che ne fa la tradizione (sunna) e la legge
islamica (shari'a), per affermare che il Libro sacro
dell'islam non minaccia la pena di morte per chi abbandona la
fede, ma commina solo pene spirituali nell'al di là. Ed ha
concluso affermando che "la condanna degli apostati è
contraria ai principi e allo spirito dell'islam che ha sempre
auspicato la libertà religiosa".
In una lunga disanima sul concetto di fede nelle fonti
musulmane, Mehrez Hamdi, ha dato un suo punto di vista che
esce per certi versi dalla tradizione. Ha infatti insistito
sul fatto che, a suo parere, la fede nell'islam è soprattutto
impegno sociale e politico e che è governata dalla sola
ragione umana. Posizione singolare che rischia di togliere
alla fede stessa la sua missione trascendente e il senso del
mistero di Dio, realtà irrinunciabile per l'islam. Si tratta
di una forma di agnosticismo moderato che è presente fra
certe èlites musulmane.
L'intervento di P. Michel Lagarde è stato a suo modo nuovo.
Ha presentato brillantemente l'emiro Abd el Qader, grande
patriota arabo e valoroso resistente al tempo dell'occupazione
francese dell'Algeria (1830) e, in seguito, pensatore e
mistico durante l'esilio libanese. Questo per mostrare come un
musulmano di grande autorità abbia saputo "restituire
nella sua visione di Dio, l'immanenza alla trascendenza",
stabilendo un rapporto con Dio che corregge notevolmente
l'affermazione incondizionata dell'alterità e della
lontananza di Dio dalla creatura, affermate con forza
dall'islam. Una posizione che si avvicina non poco al senso
dell'incarnazione cristiana.
Agli interventi dei conferenzieri hanno fatto seguito domande
e obiezioni da parte dei presenti. Nell'insieme non c'è stata
una vera e propria discussione, quella "polemica
fraterna" cui sono abituati i partecipanti al dialogo
islamo-cristiano. Forse gli spazi riservati al dibattito erano
troppo brevi e la presenza di un pubblico abbastanza numeroso
ha potuto frenare la libertà e la speditezza della
discussione che sarebbe stata più semplice tra il piccolo
gruppo dei soli intervenienti. Ma gli scambi avuti sono stati
di buona qualità: non erano mirati a battere o vincere
l'obiettore, com'è spesso il caso, ma a cercare assieme la
verità.
Al di là del confronto
Il tema della fede ha preso quindi il posto
che gli competeva ed ha rappresentato l'interesse maggiore del
colloquio.
Ma non è stato il solo aspetto importante. Al di là
dell'informazione sulle proprie ricerche e della discussione
che ne è seguita, è l'esperienza di vita comune durante
quattro giorni che ha arricchito i partecipanti ed ha creato
nuove prospettive per il futuro. Gli uni e gli altri si sono
scoperti vicini in un lavoro scientifico che domanda onestà,
pazienza, umiltà. Da qui è nata o si è rinforzata quella
stima vicendevole, senza la quale il dialogo può
difficilmente uscire dal sospetto e dal dubbio e diventare
costruttivo. Il passato ha portato cristiani e musulmani a
ignorarsi e spesso a disprezzarsi. Nel clima di disprezzo
qualunque accusa o pregiudizio trova credibilità. E' la stima
che fa cadere la maggior parte delle difficoltà che ci
separano più di ogni altra dimostrazione dialettica. E il
lavoro comune dell'incontro, preparazione e svolgimento, l'ha
confermata e radicata Ed anche altri momenti più distensivi,
quali i pasti presi in comune, le visite alla città di Roma,
hanno avuto un'importanza notevole. Gli amici tunisini hanno
potuto vedere la Basilica di San Pietro, luogo santo per
eccellenza dei cattolici, ma non proibito ai musulmani, come a
volte essi pensano. E sono saliti sul Campidoglio per dare uno
sguardo di lassù a ciò che resta dell'antica Roma, ma anche
per scoprire, nel suo centro, la città odierna. E' da questo
luogo, raccontavo agli ospiti, che recentemente, il 15
gennaio, Giovanni Paolo II, invitato dalle autorità
cittadine, salutava cordialmente la Roma cristiana, senza
dimenticare però le comunità ebraica e musulmana.
Riconosceva così apertamente che ormai viviamo in un mondo
irreversibilmente plurietnico e plurireligioso e in cui
l'incontro è una necessità. Tutto questo, a suo modo, è
dialogo, vissuto nell'esperienza comune, senza intenti
didascalici o apologetici.
Limiti
Era la domenica 29 marzo, in un pomeriggio
crudo, annunciatore di una primavera impietosa, che gli ospiti
prendevano l'aereo a Fiumicino per ritornare a quella che era
un tempo l'Africa di Cipriano e di Agostino e che oggi è la
Tunisia.
L'indomani, l'Istituto riprendeva la propria vita di sempre
con gli studenti, arricchiti dalla partecipazione attenta agli
incontri tra i loro docenti e i professori della Zituna.
Quale l'impatto del colloquio? Non è facile ovviamente
valutarlo, né sfuggire ad un giudizio soggettivo
Una prima evidenza che salta agli occhi è la limitatezza
spazio-temporale di questa iniziativa. L'islam conta oggi
oltre un miliardo di fedeli, sotto tutti cieli e tutte le
latitudini e questa immensa comunità è quanto mai varia e
multiforme per lingua, esperienza storica, situazione politica
e culturale.
Che cosa ha rappresentato l'incontro di Roma tra un piccolo
gruppo di musulmani e cristiani? Apparentemente molto poco. In
Italia l'avvenimento se si può chiamare, è stato coperto da
un articolo di "Avvenire" e dal notiziario in lingua
araba di Radio Vaticana. Per la televisione, due giornaliste
di Canale Cinque - le Signore Sangiorgi e Vegetti - hanno
preparato un eccellente servizio, nella rubrica
"Frontiere dello Spirito". Si può aggiungere che la
rivista del Pisai "Islamochristiana", darà in
seguito un resoconto globale. Da parte tunisina, ci dicevano i
nostri ospiti, al di là di quanto potevano essi stessi dirne
a colleghi ed amici, si rivelava difficile comunicare quanto
hanno vissuto a Roma. L'opinione pubblica non è ancora pronta
e sensibile a notizie di questo genere.
Oltre a questo limite, ce n'è un altro che riguarda piuttosto
il merito. Gli intellettuali tunisini hanno fornito
collaborazioni di valore, prodotte, come si è detto sulla
scorta di una ricerca scientifica appurata. Si poteva però
notare che per quanto riguarda la fede cristiana, le loro
conoscenze non andavano molto al di là di quanto dice il
Corano e la tradizione islamica (Sunna) sul cristianesimo: si
tratta di una visione riduttiva e deformante, nella quale i
cristiani rifiutano di riconoscersi. E questo, mentre era
preoccupazione costante dei docenti del Pisai e della
Gregoriana trattando della teologia islamica, di rifarsi
scrupolosamente alle fonti musulmane autentiche e in
particolare al Corano. Gli ospiti hanno riconosciuto lealmente
e senza lesinare gli elogi questa competenza dei professori
cristiani sull'islam. Ma si può sperare che in futuro anche
gli amici musulmani cercheranno di studiare la visione
cristiana del mondo a partire dalla Bibbia e dalla tradizione
cristiana?
L'incontro si è svolto nella biblioteca del Pisai. Non solo
la quasi totalità dei 22.000 volumi che essa accoglie
trattano del mondo arabo-musulmano, ma quasi la metà sono in
arabo e sono testi editi dai musulmani stessi. Le fonti
cristiane troveranno anch'esse un posto nelle biblioteche dei
paesi musulmani?
E da ultimo, va segnalato un altro scoglio, emerso durante il
colloquio. Non è una cosa nuova, in quanto fa parte della
prospettiva islamica. I musulmani sono pronti a prendere in
considerazione nel dialogo iterreligioso le due
"Religioni del Libro" cioè ebraismo e
cristianesimo, in quanto il Corano stesso riconosce loro un
carattere rivelato, espresso nella Legge mosaica per gli Ebrei
e nel Vangelo per i discepoli di Gesù. Ma è difficile per
loro andare oltre ed includere nel dialogo stesso anche altre
esperienze spirituali, largamente diffuse e influenti nel
mondo odierno, quali l'induismo e il buddismo, in quanto tali
esperienze, per loro, fanno parte delle religioni politeiste e
quindi non meritano nessuna considerazione.
Speranze
Ribadire i limiti del dialogo non vuol dire
sminuirne il valore. E' semplice realismo e onestà. Sarebbe
un peccato cadere nella convinzione ingenua che esso possa
risolvere tutti i problemi e rappresentare una sorta di
panacea universale contro le tensioni, gli urti e i
fraintendimenti culturali e religiosi. Ma sarebbe anche un
peccato non coglierne la novità, la forza e la capacità di
pace e di armonia, se usato con buon senso e con pazienza. Il
presente articolo ha cercato di renderne conto. Non c'è
dubbio: i partecipanti si sono ascoltati gli uni gli altri con
simpatia e apertura. Spesso la conversazione, iniziata in
aula, è continuata durante i pasti e oltre.
E gli amici tunisini, più dei colleghi che vivono in Italia,
hanno pagato di persona il loro amore al dialogo: "Quando
hanno saputo che ci eravamo impegnati in questa strada, molta
gente in Tunisia ha dubitato della nostra fede e ci ha
disapprovati", ha detto uno di loro. E questa loro
volontà di dialogo l'hanno affermata altresì rispondendo
alle domande dei giornalisti con una sincerità e una libertà
che fa loro onore. Su tanti problemi, compresi quelli delicati
della violenza e dell'integralismo.
Un partecipante, P. Crollius della Gregoriana, nel suo
intervento ha parlato della pazienza "geologica" di
cui debbono armarsi coloro che entrano nel dialogo, una
pazienza cioè che deve essere misurata su lunghissimi periodi
di tempo, comparabili appunto a quelli delle ere geologiche. E
con una punta di umorismo, tipicamente olandese, se l'è presa
con certuni che vorrebbero risolvere tutti i problemi per il
giubileo del 2000!
La sua osservazione aiuta a capire il senso di quanto si è
svolto al Pisai. Nel dialogo interreligioso siamo all'inizio.
Il colloquio di Roma è stato solo un passo su una strada
lunghissima da percorrere. Ma un passo.
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