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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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"Itineranti, guidati dallo spirito di Dio..."
Colloquio islamo-cristiano a Roma

di Aldo Giannasi

 

Il 25 marzo scorso, a Roma, nella biblioteca dell'Istituto Pontificio di Studi Arabi e di Islamistica (Pisai), diretto dai Padri Bianchi, si è svolto un colloquio di ricerca e di riflessione tra cristiani e musulmani.
Personalmente non avevo mai partecipato ad un incontro vero e proprio di dialogo interreligioso. Avevo letto sull'argomento, ero stato presente anche a colloqui culturali dove erano presenti, oltre ai cristiani, anche ebrei e musulmani, ma non avevo ancora assistito ad un incontro in cui fedeli dell'islam e del cristianesimo si davano convegno per esprimersi e confrontarsi sulla loro reciproca fede. E mi domandavo come potesse svolgersi.
Dalle prime battute sono stato colpito dal clima di semplicità e di spontaneità che regnava fra i docenti del Pisai e dell'Università Gregoriana da una parte e tra il gruppo dei professori musulmani dell'Università Zituna di Tunisi dall'altra.
Un'atmosfera amichevole e distesa, come se si trattasse di qualcosa di naturale, scontato quasi.
Era stato il Padre E. Renaud, Rettore del Pisai, nel suo discorso di benvenuto, a dare il tono a tutto l'incontro, facendo suo il motto di un'altra grande istanza di dialogo del Medio Oriente, l'Istituto Islamo-cristiano del Libano, che ha posto a fondamento della sua attività: "Credenti delle due religioni, ci troviamo non come 'sedentari' soddisfatti di quanto possiedono, ma come appartenenti alla razza dei 'nomadi' che vivono sotto una 'tenda', degli itineranti, guidati dallo Spirito di Dio".
Ora, tra nomadi, ha aggiunto P. Renaud, da una tenda all'altra, c'è il dovere dell'ospitalità.
E l'ospitalità calorosa, sincera, reciproca, si è appunto sviluppata dall'inizio stesso del colloquio e si è approfondita attraverso i 4 giorni di lavoro. Ma un'ospitalità, è necessario sottolinearlo, che ha saputo rispettare le regole, per evitare ogni equivoco e ogni tentazione di assimilazione e di accapparramento.

 

Cammino a monte

Il colloquio di Roma non è stato masso erratico su un terreno desertico. E' stato piuttosto una tappa in un cammino iniziato da tempo e perseguito dalle due parti con interesse e passione. Gli interlocutori musulmani vengono dalla Tunisia: sono docenti dell'Università Zituna, un'antica istituzione araba, tutta centrata sullo studio del Corano, della teologia e del diritto islamici. Ora in Tunisia i Padri Bianchi sono presenti da più di un secolo e attraverso l'Istituto di Belle Lettere Arabe (IBLA) che pubblica una prestigiosa rivista, hanno moltiplicato i contatti e la collaborazione con molti esponenti della cultura tunisina in tutti i settori, creando una comunanza di interessi nel campo della ricerca storica, letteraria e religiosa. In Tunisia è nato il Gric (Gruppo di ricerca islamo-cristiana) che ha organizzato numerosi incontri sul posto, affrontando temi scottanti nei rapporti tra le due religioni.
Tutto questo ha portato ultimamente ad un accordo tra la Zituna da parte musulmana e tra il Pisai e la Gregoriana da parte cristiana, per un colloquio annuale che si svolge alternativamente a Tunisi e in Italia. Il primo ha avuto luogo lo scorso anno in Tunisia ed ha scelto come teme "Le Sacre Scritture nell'islam e nel cristianesimo". Quest'anno è stata la volta di Roma.
Presentare i propri interventi con metodo per quanto possibile scientifico, ma con la fede di credenti, è stato il programma che le due istituzioni si sono proposte. E non si può negare che non abbiamo fatto tutto il possibile per attenervisi, l'anno scorso, come quest'anno.

 

Nel cuore del problema

A Roma è stato messo all'ordine del giorno il tema :"Il credente nella tradizione musulmana e cristiana". Dopo le Sacre Scritture a Tunisi, questa scelta mostra quanto gli organizzatori abbiano voluto portare la riflessione dei due gruppi nel cuore stesso delle due religioni.
Gli interventi sono stati globalmente 16: otto della Zituna ( i musulmani), tre del Pisai e tre della Gregoriana. Non è semplice enumerarli tutti. Cito alcuni titoli. "La fede del credente e la storia" do P. Maurizio Borrmans (Pisai), "La libertà di fede nel Corano" della Prof Mongia Sawahi (Zituna), "Abramo, modello del credente e amico di Dio nel Nuovo Testamento" di P.Khallil Samir, libanese (Gregoriana). "La nozione di fede nei detti (hadith) di Maometto" del Prof. Mehrez Hamdi (Zituna), "Un tipo di uomo credente, l'emiro Abd el Qadir o l'essere paradossale" di P. Michel Lagarde (Pisai)... I relatori hanno cercato di illuminare il più possibile il tema proposto, avvicinandolo da angoli differenti e con diverse sfaccettature.
Può essere utile esplicitare tre interventi per il loro particolare contenuto.
La Signora Mongia Sawahi ha attaccato di fronte un problema riguardante la fede del musulmano che costituisce ancora oggi, alla fine del secondo millennio, un problema spinoso e difficile:la libertà di religione. Si sa che essa non è mai stata ammessa nel passato e non c'è da meravigliarsi, ma non lo è ancora oggi in molti paesi musulmani, dove la conversione ad un'altra religione è punita con la pena di morte o con la "morte giuridica", scomunica sociale dalle conseguenze molto gravi. Con un coraggio sorprendente, raro fra gli uomini, essa ha proposto una rilettura del Corano, che reagisce all'interpretazione limitativa e discriminatoria che ne fa la tradizione (sunna) e la legge islamica (shari'a), per affermare che il Libro sacro dell'islam non minaccia la pena di morte per chi abbandona la fede, ma commina solo pene spirituali nell'al di là. Ed ha concluso affermando che "la condanna degli apostati è contraria ai principi e allo spirito dell'islam che ha sempre auspicato la libertà religiosa".
In una lunga disanima sul concetto di fede nelle fonti musulmane, Mehrez Hamdi, ha dato un suo punto di vista che esce per certi versi dalla tradizione. Ha infatti insistito sul fatto che, a suo parere, la fede nell'islam è soprattutto impegno sociale e politico e che è governata dalla sola ragione umana. Posizione singolare che rischia di togliere alla fede stessa la sua missione trascendente e il senso del mistero di Dio, realtà irrinunciabile per l'islam. Si tratta di una forma di agnosticismo moderato che è presente fra certe èlites musulmane.
L'intervento di P. Michel Lagarde è stato a suo modo nuovo. Ha presentato brillantemente l'emiro Abd el Qader, grande patriota arabo e valoroso resistente al tempo dell'occupazione francese dell'Algeria (1830) e, in seguito, pensatore e mistico durante l'esilio libanese. Questo per mostrare come un musulmano di grande autorità abbia saputo "restituire nella sua visione di Dio, l'immanenza alla trascendenza", stabilendo un rapporto con Dio che corregge notevolmente l'affermazione incondizionata dell'alterità e della lontananza di Dio dalla creatura, affermate con forza dall'islam. Una posizione che si avvicina non poco al senso dell'incarnazione cristiana.
Agli interventi dei conferenzieri hanno fatto seguito domande e obiezioni da parte dei presenti. Nell'insieme non c'è stata una vera e propria discussione, quella "polemica fraterna" cui sono abituati i partecipanti al dialogo islamo-cristiano. Forse gli spazi riservati al dibattito erano troppo brevi e la presenza di un pubblico abbastanza numeroso ha potuto frenare la libertà e la speditezza della discussione che sarebbe stata più semplice tra il piccolo gruppo dei soli intervenienti. Ma gli scambi avuti sono stati di buona qualità: non erano mirati a battere o vincere l'obiettore, com'è spesso il caso, ma a cercare assieme la verità.

 

Al di là del confronto

Il tema della fede ha preso quindi il posto che gli competeva ed ha rappresentato l'interesse maggiore del colloquio.
Ma non è stato il solo aspetto importante. Al di là dell'informazione sulle proprie ricerche e della discussione che ne è seguita, è l'esperienza di vita comune durante quattro giorni che ha arricchito i partecipanti ed ha creato nuove prospettive per il futuro. Gli uni e gli altri si sono scoperti vicini in un lavoro scientifico che domanda onestà, pazienza, umiltà. Da qui è nata o si è rinforzata quella stima vicendevole, senza la quale il dialogo può difficilmente uscire dal sospetto e dal dubbio e diventare costruttivo. Il passato ha portato cristiani e musulmani a ignorarsi e spesso a disprezzarsi. Nel clima di disprezzo qualunque accusa o pregiudizio trova credibilità. E' la stima che fa cadere la maggior parte delle difficoltà che ci separano più di ogni altra dimostrazione dialettica. E il lavoro comune dell'incontro, preparazione e svolgimento, l'ha confermata e radicata Ed anche altri momenti più distensivi, quali i pasti presi in comune, le visite alla città di Roma, hanno avuto un'importanza notevole. Gli amici tunisini hanno potuto vedere la Basilica di San Pietro, luogo santo per eccellenza dei cattolici, ma non proibito ai musulmani, come a volte essi pensano. E sono saliti sul Campidoglio per dare uno sguardo di lassù a ciò che resta dell'antica Roma, ma anche per scoprire, nel suo centro, la città odierna. E' da questo luogo, raccontavo agli ospiti, che recentemente, il 15 gennaio, Giovanni Paolo II, invitato dalle autorità cittadine, salutava cordialmente la Roma cristiana, senza dimenticare però le comunità ebraica e musulmana.
Riconosceva così apertamente che ormai viviamo in un mondo irreversibilmente plurietnico e plurireligioso e in cui l'incontro è una necessità. Tutto questo, a suo modo, è dialogo, vissuto nell'esperienza comune, senza intenti didascalici o apologetici.

 

Limiti

Era la domenica 29 marzo, in un pomeriggio crudo, annunciatore di una primavera impietosa, che gli ospiti prendevano l'aereo a Fiumicino per ritornare a quella che era un tempo l'Africa di Cipriano e di Agostino e che oggi è la Tunisia.
L'indomani, l'Istituto riprendeva la propria vita di sempre con gli studenti, arricchiti dalla partecipazione attenta agli incontri tra i loro docenti e i professori della Zituna.
Quale l'impatto del colloquio? Non è facile ovviamente valutarlo, né sfuggire ad un giudizio soggettivo
Una prima evidenza che salta agli occhi è la limitatezza spazio-temporale di questa iniziativa. L'islam conta oggi oltre un miliardo di fedeli, sotto tutti cieli e tutte le latitudini e questa immensa comunità è quanto mai varia e multiforme per lingua, esperienza storica, situazione politica e culturale.
Che cosa ha rappresentato l'incontro di Roma tra un piccolo gruppo di musulmani e cristiani? Apparentemente molto poco. In Italia l'avvenimento se si può chiamare, è stato coperto da un articolo di "Avvenire" e dal notiziario in lingua araba di Radio Vaticana. Per la televisione, due giornaliste di Canale Cinque - le Signore Sangiorgi e Vegetti - hanno preparato un eccellente servizio, nella rubrica "Frontiere dello Spirito". Si può aggiungere che la rivista del Pisai "Islamochristiana", darà in seguito un resoconto globale. Da parte tunisina, ci dicevano i nostri ospiti, al di là di quanto potevano essi stessi dirne a colleghi ed amici, si rivelava difficile comunicare quanto hanno vissuto a Roma. L'opinione pubblica non è ancora pronta e sensibile a notizie di questo genere.
Oltre a questo limite, ce n'è un altro che riguarda piuttosto il merito. Gli intellettuali tunisini hanno fornito collaborazioni di valore, prodotte, come si è detto sulla scorta di una ricerca scientifica appurata. Si poteva però notare che per quanto riguarda la fede cristiana, le loro conoscenze non andavano molto al di là di quanto dice il Corano e la tradizione islamica (Sunna) sul cristianesimo: si tratta di una visione riduttiva e deformante, nella quale i cristiani rifiutano di riconoscersi. E questo, mentre era preoccupazione costante dei docenti del Pisai e della Gregoriana trattando della teologia islamica, di rifarsi scrupolosamente alle fonti musulmane autentiche e in particolare al Corano. Gli ospiti hanno riconosciuto lealmente e senza lesinare gli elogi questa competenza dei professori cristiani sull'islam. Ma si può sperare che in futuro anche gli amici musulmani cercheranno di studiare la visione cristiana del mondo a partire dalla Bibbia e dalla tradizione cristiana?
L'incontro si è svolto nella biblioteca del Pisai. Non solo la quasi totalità dei 22.000 volumi che essa accoglie trattano del mondo arabo-musulmano, ma quasi la metà sono in arabo e sono testi editi dai musulmani stessi. Le fonti cristiane troveranno anch'esse un posto nelle biblioteche dei paesi musulmani?
E da ultimo, va segnalato un altro scoglio, emerso durante il colloquio. Non è una cosa nuova, in quanto fa parte della prospettiva islamica. I musulmani sono pronti a prendere in considerazione nel dialogo iterreligioso le due "Religioni del Libro" cioè ebraismo e cristianesimo, in quanto il Corano stesso riconosce loro un carattere rivelato, espresso nella Legge mosaica per gli Ebrei e nel Vangelo per i discepoli di Gesù. Ma è difficile per loro andare oltre ed includere nel dialogo stesso anche altre esperienze spirituali, largamente diffuse e influenti nel mondo odierno, quali l'induismo e il buddismo, in quanto tali esperienze, per loro, fanno parte delle religioni politeiste e quindi non meritano nessuna considerazione.

 

Speranze

Ribadire i limiti del dialogo non vuol dire sminuirne il valore. E' semplice realismo e onestà. Sarebbe un peccato cadere nella convinzione ingenua che esso possa risolvere tutti i problemi e rappresentare una sorta di panacea universale contro le tensioni, gli urti e i fraintendimenti culturali e religiosi. Ma sarebbe anche un peccato non coglierne la novità, la forza e la capacità di pace e di armonia, se usato con buon senso e con pazienza. Il presente articolo ha cercato di renderne conto. Non c'è dubbio: i partecipanti si sono ascoltati gli uni gli altri con simpatia e apertura. Spesso la conversazione, iniziata in aula, è continuata durante i pasti e oltre.
E gli amici tunisini, più dei colleghi che vivono in Italia, hanno pagato di persona il loro amore al dialogo: "Quando hanno saputo che ci eravamo impegnati in questa strada, molta gente in Tunisia ha dubitato della nostra fede e ci ha disapprovati", ha detto uno di loro. E questa loro volontà di dialogo l'hanno affermata altresì rispondendo alle domande dei giornalisti con una sincerità e una libertà che fa loro onore. Su tanti problemi, compresi quelli delicati della violenza e dell'integralismo.
Un partecipante, P. Crollius della Gregoriana, nel suo intervento ha parlato della pazienza "geologica" di cui debbono armarsi coloro che entrano nel dialogo, una pazienza cioè che deve essere misurata su lunghissimi periodi di tempo, comparabili appunto a quelli delle ere geologiche. E con una punta di umorismo, tipicamente olandese, se l'è presa con certuni che vorrebbero risolvere tutti i problemi per il giubileo del 2000!
La sua osservazione aiuta a capire il senso di quanto si è svolto al Pisai. Nel dialogo interreligioso siamo all'inizio. Il colloquio di Roma è stato solo un passo su una strada lunghissima da percorrere. Ma un passo.