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La solitudine dell'uomo nelle grandi
religioni
di Maddalena Masutti
Il bisogno di certezze spinge l'uomo
moderno verso forme di religione o di spiritualità, ritenute
in grado di offrire sicurezza.
Sintomo di una solitudine profonda, che le grandi religioni
individuano fin dalle origini, offrendone la soluzione.
La
prima grande intuizione di Papa Paolo VI, fu quella di
promuovere e conservare, tramite il Concilio, il "senso
religioso nella società moderna". Così si espresse
infatti il 29-9-1963: "La Chiesa cattolica guarda più in
là, oltre i confini dell'orizzonte cristiano... Guarda dunque
oltre la propria sfera; e vede quelle altre religioni che
conservano il senso ed il concetto di Dio, unico, creatore,
provvido, sommo e trascendente, che professano il culto di Dio
con atti di sincera pietà e sulle quali credenze e pratiche
fondano i principi della vita morale e sociale"
Gli inizi convergenti
Qui non viene fatta una riflessione teologica
sull'origine dell'uomo; si osserva come la sua grande
insoddisfa-zione trova le proprie radici nella sua natura. Ne
danno prova le grandi religioni che parlano della sua origine.
Nelle "Upanisad", libri sacri indiani tra i più
antichi, il "Brihadaranyaka", I,4,1-3, dice:
"All'inizio c'era solo l'atman, lo spirito che aveva
forma di uomo. Guardandosi attorno, vide che non c'era nulla
ad eccezione di lui e disse:'Io sono'. E ancora oggi quando ci
si rivolge ad un uomo, egli incomincia con 'Io sono' e poi
aggiunge il resto.
Egli si spaventò, ebbe paura. E anche adesso quando qualcuno
è solo ha paura. Allora lo spirito pensò dentro di sè: 'Di
che cosa ho paura, se non esiste nulla al di fuori di me?'. E
la sua paura svanì, perchè di che cosa avrebbe dovuto avere
paura? E' sempre da un altro che sorge la paura. Non provava
gioia e ancora oggi chi si trova solo non prova gioia. Perciò
lo spirito desiderò un secondo essere, diverso da sè. E
subito egli diventò grande quanto un uomo e una donna
strettamente uniti assieme. Poi si divise e così esistettero
l'uomo e la donna...".
Nella
Genesi, (I,1-2. 26-28) "In principio Dio creò i cieli e
la terra, la terra era vuota, le tenebre coprivano l'abisso e
lo spirito di Dio aleggiava sulle acque... Dio disse: facciamo
l'uomo a nostra immagine e somiglianza, in modo che possa
dominare sui pesci del mare, gli uccelli e tutti i rettili che
strisciano sulla terra. Dio creò l'uomo a sua immagine, a
immagine di Dio lo creò e lo creò maschio e femmina. Li
benedisse e disse loro: Siate fecondi e popolate la
terra..."
Non vi è paura espressa direttamente in Adamo, ma sottintesa,
come prevenuta dalla delicatezza tutta paterna di Dio
creatore: "Non è bene che l'uomo sia solo, gli darò un
aiuto simile a lui".
Davanti alla rassegna di tutti gli animali, Adamo non era
rimasto soddisfatto. Come dire che essi non lo toglievano
dalla propria solitudine, non riempivano la mancanza di
qualcosa di cui egli sentiva bisogno.
E l'esclamazione davanti
ad Eva: "Questa sì! è osso delle mie ossa, carne della
mia carne", rivela sicuramente una pienezza di gioia.
Anche se la Bibbia non lo dice, si avverte che la situazione
di Adamo è la nostra, quella umana.
La solitudine che genera paura
E' tra le situazioni più connaturali
all'uomo, la più sperimentata, molto studiata e poco risolta.
In ogni lingua, nelle varie culture, ci sono file nutritissime
di termini che fanno riferimento alla "paura di
solitudine" con sfumature, variazioni, accenti diversi,
nel tentativo di rendere comprensibili la svariate situazioni
in cui l'uomo è alle prese solo con se stesso. Un problema
quindi centrale, legato alla sua natura limitata, stando alle
Scritture, dove gli "inizi", hanno tutti, la
solitudine dell'uomo come fondamentale. L'incompletezza
dell'essere lo fa cercare, con "angoscia", per usare
un termine più triste ed invincibile. Infatti se Dio non
fosse lì a parlare con Adamo nel giardino dell'Eden, egli non
si guarderebbe attorno spaventato?
La paura come senso di privazione e timore di solitudine è un
atteggiamento di fondo che spinge alla liberazione dai propri
limiti, dagli ostacoli, dalle imposizioni, dall'isolamento,
dagli eccessi di ogni genere. Anche se non sembra, ha un
potere equilibratore. Chiunque stia per affrontare qualcosa di
nuovo, ma anche di ripetuto, quando si deve esporre in
pubblico o deve lanciare una sua iniziativa, intraprendere un
tipo particolare di vita, esperimenta la solitudine ed ha
paura. Quando questa non diventa panico, cioè paralisi di
ogni attività, aiuta a prendere misure giuste, a tener conto
degli altri, a sapersi frenare in tempo.
Di fronte a delle possibilità di maturazione personale,
proviamo momenti di angoscia: abbiamo l'intuizione che
sbarazzandoci da certi pesi o affrontando certe situazioni, si
può diventare liberi, ma non sappiamo come andrà poi: il
salto nel vuoto, da soli, è prezzo della libertà.
L'incertezza mette paura.
Come convivere con la paura: le Scritture
ne suggeriscono il modo.
Nella Taittiriya Upanisad, II, 7, si legge: "In principio
L'Essere fece se stesso da se stesso, e per questo è
denominato 'ben fatto'. Chi lo raggiunge si colma di
felicità. Perchè chi potrebbe altrimenti vivere e respirare
se non ci fosse questa atmosfera di gioia? Dio è l'essenza
che dà la gioia. Quando si prova l'assenza di paura e si
esperimenta una base ferma, che è invisibile, incorporea,
indefinita, senza supporto, allora si acquisisce lo stato di
'senza paura' ".
Più
avanti il testo afferma: "Chi conosce la gioia di Brahman,
Dio, perchè è in rapporto con lui, costui non è più solo e
non ha paura.
Le domande angoscianti: ho fatto bene?non ho
fatto bene? quello che ho fatto è peccato?, non si presentano
più. Colui che arriva a simile stato, salva se stesso da
tutte le paure, perchè veramente e totalmente salva se stesso
come uomo. Questa è la dottrina".
C'è anche una preghiera molto sentita (Atharva Veda VI, 40):
"Ispirate in noi lo stato di senza-paura, cieli e terra.
Per la forza e la luce di Dio, che noi possiamo vivere sempre
in lui senza paura. Che l'atmosfera che non ha limiti ci possa
far vivere senza paura. Che le offerte e i sacrifici dei saggi
ci donino serenità..., o potere divino".
Paura e gioia sono intimamente legate. E il superamento della
paura si conquista solo quando si è arrivati allo stato di
gioia. In Dio che fuga la solitudine. Si ribadisce che la
paura è alla base dell'esistenza e può essere superata
affrontando quelle stesse difficoltà che ci fanno paura.
L'ostacolo può diventare un mezzo.
L'Antico Testamento insegna a vincere la paura legandola al
timore di Dio. "Se osserverai i miei comandamenti,
nessuno ti farà paura". "Il Dio dei nostri padri...
ci comanda di conquistare questa terra. Non abbiate paura e
non perdetevi di coraggio". "Il Signore è mia luce
e mia salvezza - di chi avrò paura?" "Il signore
protegge la mia vita - di chi avrò timore?"
I salmi sono un ricorrere continuo alla presenza e alla
fiducia in Dio per vincere la paura.
Nel Vangelo il "Non abbiate paura" è l'esortazione
di tutti i momenti più significativi. Lo dice un angelo in
sogno a Giuseppe che teme di prendere Maria con sè. Ancora un
angelo a Maria nell'annuncio del mistero dell'incarnazione e
alle donne che cercano Gesù, ormai risorto.
"Non abbiate paura, io ho vinto il mondo" dice Gesù
agli apostoli.
E quando appare ai discepoli dopo la risurrezione: "La
pace sia con voi, non abbiate paura!". E' come dire non
siete più soli
"Non vi è paura nell'amore", afferma la lettera di
S. Giovanni."L'amore elimina il timore".
Né certezze, né sicurezza
Come mai l'uomo moderno forse più angosciato
e tormentato di altri, non riesce più a trovare nelle grandi
tradizioni induista ed ebraico cristiana una risposta adeguata
alle sue domande? La moderna ed avanzata civiltà occidentale
si prefigge di liberare l'uomo dalla solitudine e dalla paura,
ponendogli davanti la necessità della certezza. Calcolata e
prevista.
La certezza tanto difficile da raggiungere, crea grande
irrequietezza, dovuta al fatto che il pensiero moderno si
serve della ragione e delle sue grandi conquiste per tentare
di acquisire certezze. Che portino alla sicurezza. Alla
stabilità perenne. All'esenzione dai problemi. Cose tutte che
le grandi religioni non prospettano. Esse puntano invece sulla
fede. Unica grande certezza è l'esistenza di Dio che si
prende cura dell'uomo ed assicura la sua presenza in ogni
necessità senza mai lasciarlo solo. Da qui la vera sicurezza.
L'esperienza è d'accordo col filosofo Cartesio quando dice
che la ragione può sbagliare. Così oggi si cerca la
sicurezza nel "potere" del denaro, delle armi,
dell'economia avanzata, della sopraffazione... Creando altri
tipi di catene. Tant'è vero che all'uomo moderno fa paura la
vita, così come lui stesso se l'è artificialmente costruita.
Nei grandi testi scritturali si respira la speranza, che non
deve essere cieca. Infatti permette di cogliere nel presente
una dimensione che altrimenti non riusciremmo a vedere perchè
è proiettata nel divino. La speranza non si fonda sulla
nostra ragione, in esclusiva, altrimenti non usciremmo da noi
stessi. Fa credito a Dio e alla sua provvidenza, al suo
disegno su ciascuno di noi.
E' connaturata alla presenza di Dio nell'uomo.
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