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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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La solitudine dell'uomo nelle grandi religioni

di Maddalena Masutti

Il bisogno di certezze spinge l'uomo moderno verso forme di religione o di spiritualità, ritenute in grado di offrire sicurezza.
Sintomo di una solitudine profonda, che le grandi religioni individuano fin dalle origini, offrendone la soluzione.

 

La prima grande intuizione di Papa Paolo VI, fu quella di promuovere e conservare, tramite il Concilio, il "senso religioso nella società moderna". Così si espresse infatti il 29-9-1963: "La Chiesa cattolica guarda più in là, oltre i confini dell'orizzonte cristiano... Guarda dunque oltre la propria sfera; e vede quelle altre religioni che conservano il senso ed il concetto di Dio, unico, creatore, provvido, sommo e trascendente, che professano il culto di Dio con atti di sincera pietà e sulle quali credenze e pratiche fondano i principi della vita morale e sociale"

 

Gli inizi convergenti

Qui non viene fatta una riflessione teologica sull'origine dell'uomo; si osserva come la sua grande insoddisfa-zione trova le proprie radici nella sua natura. Ne danno prova le grandi religioni che parlano della sua origine.
Nelle "Upanisad", libri sacri indiani tra i più antichi, il "Brihadaranyaka", I,4,1-3, dice:

"All'inizio c'era solo l'atman, lo spirito che aveva forma di uomo. Guardandosi attorno, vide che non c'era nulla ad eccezione di lui e disse:'Io sono'. E ancora oggi quando ci si rivolge ad un uomo, egli incomincia con 'Io sono' e poi aggiunge il resto.

Egli si spaventò, ebbe paura. E anche adesso quando qualcuno è solo ha paura. Allora lo spirito pensò dentro di sè: 'Di che cosa ho paura, se non esiste nulla al di fuori di me?'. E la sua paura svanì, perchè di che cosa avrebbe dovuto avere paura? E' sempre da un altro che sorge la paura. Non provava gioia e ancora oggi chi si trova solo non prova gioia. Perciò lo spirito desiderò un secondo essere, diverso da sè. E subito egli diventò grande quanto un uomo e una donna strettamente uniti assieme. Poi si divise e così esistettero l'uomo e la donna...".
Nella Genesi, (I,1-2. 26-28) "In principio Dio creò i cieli e la terra, la terra era vuota, le tenebre coprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque... Dio disse: facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza, in modo che possa dominare sui pesci del mare, gli uccelli e tutti i rettili che strisciano sulla terra. Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò e lo creò maschio e femmina. Li benedisse e disse loro: Siate fecondi e popolate la terra..."
Non vi è paura espressa direttamente in Adamo, ma sottintesa, come prevenuta dalla delicatezza tutta paterna di Dio creatore: "Non è bene che l'uomo sia solo, gli darò un aiuto simile a lui".
Davanti alla rassegna di tutti gli animali, Adamo non era rimasto soddisfatto. Come dire che essi non lo toglievano dalla propria solitudine, non riempivano la mancanza di qualcosa di cui egli sentiva bisogno. 
E l'esclamazione davanti ad Eva: "Questa sì! è osso delle mie ossa, carne della mia carne", rivela sicuramente una pienezza di gioia.

Anche se la Bibbia non lo dice, si avverte che la situazione di Adamo è la nostra, quella umana.

 

La solitudine che genera paura

E' tra le situazioni più connaturali all'uomo, la più sperimentata, molto studiata e poco risolta. In ogni lingua, nelle varie culture, ci sono file nutritissime di termini che fanno riferimento alla "paura di solitudine" con sfumature, variazioni, accenti diversi, nel tentativo di rendere comprensibili la svariate situazioni in cui l'uomo è alle prese solo con se stesso. Un problema quindi centrale, legato alla sua natura limitata, stando alle Scritture, dove gli "inizi", hanno tutti, la solitudine dell'uomo come fondamentale. L'incompletezza dell'essere lo fa cercare, con "angoscia", per usare un termine più triste ed invincibile. Infatti se Dio non fosse lì a parlare con Adamo nel giardino dell'Eden, egli non si guarderebbe attorno spaventato?
La paura come senso di privazione e timore di solitudine è un atteggiamento di fondo che spinge alla liberazione dai propri limiti, dagli ostacoli, dalle imposizioni, dall'isolamento, dagli eccessi di ogni genere. Anche se non sembra, ha un potere equilibratore. Chiunque stia per affrontare qualcosa di nuovo, ma anche di ripetuto, quando si deve esporre in pubblico o deve lanciare una sua iniziativa, intraprendere un tipo particolare di vita, esperimenta la solitudine ed ha paura. Quando questa non diventa panico, cioè paralisi di ogni attività, aiuta a prendere misure giuste, a tener conto degli altri, a sapersi frenare in tempo.
Di fronte a delle possibilità di maturazione personale, proviamo momenti di angoscia: abbiamo l'intuizione che sbarazzandoci da certi pesi o affrontando certe situazioni, si può diventare liberi, ma non sappiamo come andrà poi: il salto nel vuoto, da soli, è prezzo della libertà. L'incertezza mette paura.

Come convivere con la paura: le Scritture ne suggeriscono il modo.
Nella Taittiriya Upanisad, II, 7, si legge: "In principio L'Essere fece se stesso da se stesso, e per questo è denominato 'ben fatto'. Chi lo raggiunge si colma di felicità. Perchè chi potrebbe altrimenti vivere e respirare se non ci fosse questa atmosfera di gioia? Dio è l'essenza che dà la gioia. Quando si prova l'assenza di paura e si esperimenta una base ferma, che è invisibile, incorporea, indefinita, senza supporto, allora si acquisisce lo stato di 'senza paura' ".
Più avanti il testo afferma: "Chi conosce la gioia di Brahman, Dio, perchè è in rapporto con lui, costui non è più solo e non ha paura.

Le domande angoscianti: ho fatto bene?non ho fatto bene? quello che ho fatto è peccato?, non si presentano più. Colui che arriva a simile stato, salva se stesso da tutte le paure, perchè veramente e totalmente salva se stesso come uomo. Questa è la dottrina".

C'è anche una preghiera molto sentita (Atharva Veda VI, 40): "Ispirate in noi lo stato di senza-paura, cieli e terra. Per la forza e la luce di Dio, che noi possiamo vivere sempre in lui senza paura. Che l'atmosfera che non ha limiti ci possa far vivere senza paura. Che le offerte e i sacrifici dei saggi ci donino serenità..., o potere divino".

Paura e gioia sono intimamente legate. E il superamento della paura si conquista solo quando si è arrivati allo stato di gioia. In Dio che fuga la solitudine. Si ribadisce che la paura è alla base dell'esistenza e può essere superata affrontando quelle stesse difficoltà che ci fanno paura. L'ostacolo può diventare un mezzo.
L'Antico Testamento insegna a vincere la paura legandola al timore di Dio. "Se osserverai i miei comandamenti, nessuno ti farà paura". "Il Dio dei nostri padri... ci comanda di conquistare questa terra. Non abbiate paura e non perdetevi di coraggio". "Il Signore è mia luce e mia salvezza - di chi avrò paura?" "Il signore protegge la mia vita - di chi avrò timore?"
I salmi sono un ricorrere continuo alla presenza e alla fiducia in Dio per vincere la paura.
Nel Vangelo il "Non abbiate paura" è l'esortazione di tutti i momenti più significativi. Lo dice un angelo in sogno a Giuseppe che teme di prendere Maria con sè. Ancora un angelo a Maria nell'annuncio del mistero dell'incarnazione e alle donne che cercano Gesù, ormai risorto.
"Non abbiate paura, io ho vinto il mondo" dice Gesù agli apostoli.
E quando appare ai discepoli dopo la risurrezione: "La pace sia con voi, non abbiate paura!". E' come dire non siete più soli
"Non vi è paura nell'amore", afferma la lettera di S. Giovanni."L'amore elimina il timore".

 

Né certezze, né sicurezza

Come mai l'uomo moderno forse più angosciato e tormentato di altri, non riesce più a trovare nelle grandi tradizioni induista ed ebraico cristiana una risposta adeguata alle sue domande? La moderna ed avanzata civiltà occidentale si prefigge di liberare l'uomo dalla solitudine e dalla paura, ponendogli davanti la necessità della certezza. Calcolata e prevista.
La certezza tanto difficile da raggiungere, crea grande irrequietezza, dovuta al fatto che il pensiero moderno si serve della ragione e delle sue grandi conquiste per tentare di acquisire certezze. Che portino alla sicurezza. Alla stabilità perenne. All'esenzione dai problemi. Cose tutte che le grandi religioni non prospettano. Esse puntano invece sulla fede. Unica grande certezza è l'esistenza di Dio che si prende cura dell'uomo ed assicura la sua presenza in ogni necessità senza mai lasciarlo solo. Da qui la vera sicurezza.
L'esperienza è d'accordo col filosofo Cartesio quando dice che la ragione può sbagliare. Così oggi si cerca la sicurezza nel "potere" del denaro, delle armi, dell'economia avanzata, della sopraffazione... Creando altri tipi di catene. Tant'è vero che all'uomo moderno fa paura la vita, così come lui stesso se l'è artificialmente costruita.
Nei grandi testi scritturali si respira la speranza, che non deve essere cieca. Infatti permette di cogliere nel presente una dimensione che altrimenti non riusciremmo a vedere perchè è proiettata nel divino. La speranza non si fonda sulla nostra ragione, in esclusiva, altrimenti non usciremmo da noi stessi. Fa credito a Dio e alla sua provvidenza, al suo disegno su ciascuno di noi.
E' connaturata alla presenza di Dio nell'uomo.