|
|
I bambini vittime delle guerre
Nuovi compiti dell'assistenza socio-sanitaria in Africa
a cura di Domenico Bosa
Le guerre e il loro seguito di lutti,
disagi e sventure, creano, nei paesi del Terzo Mondo nuovi
bisogni e pongono nuove sfide all'assistenza sanitaria e
sociale, che è già confrontata con mille difficoltà, non
ultima la scarsezza di mezzi. Tale è il caso dei bambini
vittime della guerra.
L'assistenza
sanitaria è un fattore primario per lo sviluppo dei popoli.
Nei paesi in via di sviluppo essa si rivela un fattore vitale:
spesso non è infatti questione di "benessere", come
si suol dire, ma di "essere", cioè di vita o di
morte per rilevanti settori di popolazione. Pensiamo alle
malattie, tradizionali o nuove, che minacciano la
sopravvivenza stessa di intere convivenze umane. Se nei
decenni passati il vaiolo, la febbre gialla, la malattia del
sonno spopolavano intere regioni, nei nostri giorni l'aids
minaccia di fare altrettanto.
Le guerre e i bambini
E dove non ci sono malattie ci sono... le
guerre.
Nelle guerre moderne è tutta una popolazione che viene
colpita, non soltanto le forze combattenti; nei paesi a
cultura tradizionale questo si verifica ancor più che nei
paesi sviluppati, poiché spesso nelle popolazioni in via di
sviluppo la guerra assume una colorazione etnica, clanica.
Tutta quella che noi chiamiamo la popolazione civile è
considerata in lotta e viene trattata in conseguenza:
rappresaglie, massacri, distruzioni di insediamenti umani,
deportazioni, saccheggi, colpiscono gli abitanti quanto i
combattenti veri e propri. E più gravemente colpite sono le
fasce più deboli, in particolare i bambini. In Africa, in
riferimento ai conflitti degli ultimi anni, si parla di
milioni di bambini mutilati, orfani, abbandonati o separati
dalla famiglia.
Essi
rappresentano il futuro, l'avvenire della popolazione e quindi
una categoria da privilegiare nell'opera di assistenza. Le
guerre etniche, i massacri, i genocidi che hanno funestato non
pochi paesi, in Africa, come altrove, in questi ultimi tempi,
hanno lasciato in eredità masse di bambini, adolescenti e
giovani che hanno bisogno di assistenza. A parte le vittime di
malattie, di mutilazioni (quante le vittime delle mine?), ci
sono le ferite dell'anima. Moltissimi bambini rimangono
vittime di traumi psichici provocati dalla perdita dei
genitori, dei famigliari, dal ricordo dei pericoli corsi,
dalle scene di orrori ai quali hanno assistito, da fughe in
mezzo a mille peripezie, da lunghi mesi, da anni vissuti in
situazioni precarie, come nei campi profughi. L'assistenza a
queste categorie di bambini, più numerosi di quanto si possa
pensare, è un nuovo campo che sfida quan-ti sono impegnati
nell'assistenza socio-sanitaria.
Sfogliando una rivista di una "Organiz-zazione non
governativa", come il CUAMM di Padova, che da decenni
ormai è impegnato in campo sanitario nel Terzo Mondo si
in-contrano esempi, interventi, esperien-ze che danno un'idea
della complessità e della vastità del problema, ma anche
dell'estremo interesse che presenta.
Gregorio Monasta, un medico al servizio dell'Unicef,
intervistato da un giornalista, spiega che "il problema
più rilevante non è solo quello, tutto sommato limitato, di
bambini con traumi fisici, ma soprattutto è quello di tutti i
bambini traumatizzati psicologicamente" (V. Disturbi
psico-sociali dei bambini vittime della guerra, in Rivista
CUAMM - Salute e Sviluppo - Maggio/Agosto 1997).
L'esperienza, anche se non può vantare ancora tempi lunghi,
incomincia a dare già alcune valide indicazioni. Così
riferendosi ai "bambini non accompagnati" del Ruanda
e del Kivu talora raccolti in gruppi numerosi in campi o in
speciali istituzioni, il Dr. Monasta afferma che "i
bambini raccolti, anche amorevolmente, se tenuti tutti insieme
in un orfanotrofio o in un centro di recupero, magari anche
contattati da psicologi o psichiatri che avevano forzatamente
tirato fuori le esperienze della loro tragedia, pareva non
guarissero mai".
Reinseriti nella normalità
E'
estremamente importante che i bambini vengano reinseriti nella
loro famiglia, se si può ritrovare almeno uno dei genitori,
oppure nella famiglia allargata secondo il concetto africano,
dove il bambino orfano vive con zii e cugini che lo integrano
perfettamente nel loro gruppo familiare. Possono essere
incoraggiate anche forme di adozione da parte di famiglie
dell'ambiente stesso dove il bambino si trova a vivere, dove
è scoppiato il conflitto stesso che lo ha privato dei suoi
familiari. Le adozioni internazionali, invece, sarebbero da
sconsigliare. "Sono controproducenti perché allo shock
già subito, per i bambini si aggiunge il trauma di andare a
vivere per esempio in mezzo ai bianchi, oppure fra persone che
parlano una lingua diversa, o ancora dalla campagna alla
città". Un criterio analogo vale anche per la scuola. E'
necessario curare "la formazione di maestri capaci di
gestire i bambini disadattati inseriti in una classe formata
da una larga maggioranza di scolari normali". Ricreare al
più presto condizioni di normalità, deve essere il criterio
primario, non solo per curare l'infanzia traumatizzata, ma
anche per l'intera società. Là dove per molto tempo non si
è fatto quasi niente, il recupero del trauma risulta molto
difficile.
Bambini soldati
Ci sono situazioni particolari che richiedono
approcci speciali. E' il caso dei "bambini soldati".
E' un crimine più frequente di quanto si possa pensare. I
bambini reclutati nell'Uganda di Amin, in Sierra Leone, come
nella guerriglia del Mozambico e dell'Angola, e più
recentemente i Mai-Mai, i piccoli combattenti drogati della
guerriglia zairese, sono i casi più noti, in Africa.
Nella
guerriglia combattuta dalla LRA (Lord Resistance Army), la
ribellione del Nord Uganda, il fenomeno dei bambini soldati, o
prigionieri di guerra, continua tuttora. L'Unicef ha studiato
la cosa specialmente nell'Uganda del dopo Amin, arrivando a
conclusioni impressionanti. "In base ai nostri studi e
alle nostre esperienze, afferma in proposito il Dr. Monasta,
è risultato che è forse più difficile curare un bambino
dalle violenze che ha compiuto, piuttosto che da quelle che ha
subito. Probabilmente entra in gioco il peso di ciò che
chiamiamo coscienza".
Non si sarà mai abbastanza severi nel condannare quanti
mettono le armi in mano ai bambini. "L'enormità della
loro colpa, dice il Dr. Monasta, andrebbe giudicata da un
tribunale internazionale, come crimine contro l'umanità, anzi
come un delitto contro l'umanità del futuro. E' come alterare
la genetica con le radiazioni nucleari". La Convenzione
dei diritti dei bambini proibisce di dare armi a persone sotto
i quindici anni di età. E' una decisione che, pur arrivata in
ritardo, rappresenta già una certa sensibilità al problema.
Ma se si confronta col diritto di voto, generalmente concesso
solo ai diciott'anni, non si può non rimanere perplessi.
|