AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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I bambini vittime delle guerre
Nuovi compiti dell'assistenza socio-sanitaria in Africa

a cura di Domenico Bosa

Le guerre e il loro seguito di lutti, disagi e sventure, creano, nei paesi del Terzo Mondo nuovi bisogni e pongono nuove sfide all'assistenza sanitaria e sociale, che è già confrontata con mille difficoltà, non ultima la scarsezza di mezzi. Tale è il caso dei bambini vittime della guerra.

 

L'assistenza sanitaria è un fattore primario per lo sviluppo dei popoli. Nei paesi in via di sviluppo essa si rivela un fattore vitale: spesso non è infatti questione di "benessere", come si suol dire, ma di "essere", cioè di vita o di morte per rilevanti settori di popolazione. Pensiamo alle malattie, tradizionali o nuove, che minacciano la sopravvivenza stessa di intere convivenze umane. Se nei decenni passati il vaiolo, la febbre gialla, la malattia del sonno spopolavano intere regioni, nei nostri giorni l'aids minaccia di fare altrettanto.

 

Le guerre e i bambini

E dove non ci sono malattie ci sono... le guerre.
Nelle guerre moderne è tutta una popolazione che viene colpita, non soltanto le forze combattenti; nei paesi a cultura tradizionale questo si verifica ancor più che nei paesi sviluppati, poiché spesso nelle popolazioni in via di sviluppo la guerra assume una colorazione etnica, clanica. Tutta quella che noi chiamiamo la popolazione civile è considerata in lotta e viene trattata in conseguenza: rappresaglie, massacri, distruzioni di insediamenti umani, deportazioni, saccheggi, colpiscono gli abitanti quanto i combattenti veri e propri. E più gravemente colpite sono le fasce più deboli, in particolare i bambini. In Africa, in riferimento ai conflitti degli ultimi anni, si parla di milioni di bambini mutilati, orfani, abbandonati o separati dalla famiglia.
Essi rappresentano il futuro, l'avvenire della popolazione e quindi una categoria da privilegiare nell'opera di assistenza. Le guerre etniche, i massacri, i genocidi che hanno funestato non pochi paesi, in Africa, come altrove, in questi ultimi tempi, hanno lasciato in eredità masse di bambini, adolescenti e giovani che hanno bisogno di assistenza. A parte le vittime di malattie, di mutilazioni (quante le vittime delle mine?), ci sono le ferite dell'anima. Moltissimi bambini rimangono vittime di traumi psichici provocati dalla perdita dei genitori, dei famigliari, dal ricordo dei pericoli corsi, dalle scene di orrori ai quali hanno assistito, da fughe in mezzo a mille peripezie, da lunghi mesi, da anni vissuti in situazioni precarie, come nei campi profughi. L'assistenza a queste categorie di bambini, più numerosi di quanto si possa pensare, è un nuovo campo che sfida quan-ti sono impegnati nell'assistenza socio-sanitaria.
Sfogliando una rivista di una "Organiz-zazione non governativa", come il CUAMM di Padova, che da decenni ormai è impegnato in campo sanitario nel Terzo Mondo si in-contrano esempi, interventi, esperien-ze che danno un'idea della complessità e della vastità del problema, ma anche dell'estremo interesse che presenta.
Gregorio Monasta, un medico al servizio dell'Unicef, intervistato da un giornalista, spiega che "il problema più rilevante non è solo quello, tutto sommato limitato, di bambini con traumi fisici, ma soprattutto è quello di tutti i bambini traumatizzati psicologicamente" (V. Disturbi psico-sociali dei bambini vittime della guerra, in Rivista CUAMM - Salute e Sviluppo - Maggio/Agosto 1997).
L'esperienza, anche se non può vantare ancora tempi lunghi, incomincia a dare già alcune valide indicazioni. Così riferendosi ai "bambini non accompagnati" del Ruanda e del Kivu talora raccolti in gruppi numerosi in campi o in speciali istituzioni, il Dr. Monasta afferma che "i bambini raccolti, anche amorevolmente, se tenuti tutti insieme in un orfanotrofio o in un centro di recupero, magari anche contattati da psicologi o psichiatri che avevano forzatamente tirato fuori le esperienze della loro tragedia, pareva non guarissero mai".

 

Reinseriti nella normalità

E' estremamente importante che i bambini vengano reinseriti nella loro famiglia, se si può ritrovare almeno uno dei genitori, oppure nella famiglia allargata secondo il concetto africano, dove il bambino orfano vive con zii e cugini che lo integrano perfettamente nel loro gruppo familiare. Possono essere incoraggiate anche forme di adozione da parte di famiglie dell'ambiente stesso dove il bambino si trova a vivere, dove è scoppiato il conflitto stesso che lo ha privato dei suoi familiari. Le adozioni internazionali, invece, sarebbero da sconsigliare. "Sono controproducenti perché allo shock già subito, per i bambini si aggiunge il trauma di andare a vivere per esempio in mezzo ai bianchi, oppure fra persone che parlano una lingua diversa, o ancora dalla campagna alla città". Un criterio analogo vale anche per la scuola. E' necessario curare "la formazione di maestri capaci di gestire i bambini disadattati inseriti in una classe formata da una larga maggioranza di scolari normali". Ricreare al più presto condizioni di normalità, deve essere il criterio primario, non solo per curare l'infanzia traumatizzata, ma anche per l'intera società. Là dove per molto tempo non si è fatto quasi niente, il recupero del trauma risulta molto difficile.

 

Bambini soldati

Ci sono situazioni particolari che richiedono approcci speciali. E' il caso dei "bambini soldati". E' un crimine più frequente di quanto si possa pensare. I bambini reclutati nell'Uganda di Amin, in Sierra Leone, come nella guerriglia del Mozambico e dell'Angola, e più recentemente i Mai-Mai, i piccoli combattenti drogati della guerriglia zairese, sono i casi più noti, in Africa.

Nella guerriglia combattuta dalla LRA (Lord Resistance Army), la ribellione del Nord Uganda, il fenomeno dei bambini soldati, o prigionieri di guerra, continua tuttora. L'Unicef ha studiato la cosa specialmente nell'Uganda del dopo Amin, arrivando a conclusioni impressionanti. "In base ai nostri studi e alle nostre esperienze, afferma in proposito il Dr. Monasta, è risultato che è forse più difficile curare un bambino dalle violenze che ha compiuto, piuttosto che da quelle che ha subito. Probabilmente entra in gioco il peso di ciò che chiamiamo coscienza".
Non si sarà mai abbastanza severi nel condannare quanti mettono le armi in mano ai bambini. "L'enormità della loro colpa, dice il Dr. Monasta, andrebbe giudicata da un tribunale internazionale, come crimine contro l'umanità, anzi come un delitto contro l'umanità del futuro. E' come alterare la genetica con le radiazioni nucleari". La Convenzione dei diritti dei bambini proibisce di dare armi a persone sotto i quindici anni di età. E' una decisione che, pur arrivata in ritardo, rappresenta già una certa sensibilità al problema. Ma se si confronta col diritto di voto, generalmente concesso solo ai diciott'anni, non si può non rimanere perplessi.