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Islam subsahariano
di Joseph STAMER
L'Africa subsahariana sta attraversando
una crisi profonda di identità culturale e sociale. In questo
contesto la religione islamica sta moltiplicando gli sforzi
per espandersi e radicarsi, assumendo forme alquanto
variegate. In tale situazione è ancora possibile e come
l'incontro e il dialogo tra cristiani e musulmani ?
Islam e cristianesimo a confronto
L'Assemblea
speciale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa, in parecchi dei
suoi documenti ha presentato l'Islam come "un
interlocutore importante, ma difficile" per un dialogo
con la Chiesa cattolica. "... Interlocutore importante a
motivo dei suoi valori religiosi autentici, dei suoi numerosi
adepti e delle radici profonde che ha messo in molte
popolazioni africane". Ma d'altra parte "...
interlocutore difficile nel dialogo, a motivo della mancanza
di un concetto e un linguaggio comune per il dialogo". E'
in questi termini del resto che il Papa Giovanni Paolo II si
era rivolto già nel gennaio 1990 ai Vescovi del Mali durante
la sua visita a quel paese. Egli voleva invitarli così a un
impegno più spinto nell'incontro islamo-cristiano. Queste
parole del Papa possono servire da filo conduttore per
scoprire cos'è oggi l'Islam nell'Africa a sud del Sahara e
quali sono i presupposti e le vie per un incontro autentico
con i musulmani africani.
Le tappe dell'islamizzazione
Quanti sono? Ecco una domanda che incontra
risposte nettamente differenti, secondo che ci si rivolge a
fonti musulmane o occidentali. I censimenti ufficiali, per
quanto ci si possa fidare, sono di poco aiuto. Nella
maggioranza degli stati africani l'appartenenza religiosa non
è recensita. Non si possono avere, quindi, che delle stime,
che indicherebbero un certo rapporto di forza.
La
maggioranza delle organizzazioni islamiche internazionali,
quando pubblicano statistiche sull'Africa, non hanno altro
scopo che di confermare con le cifre un "credo"
islamico fondamentale: l'Africa è un continente musulmano.
Così possiamo trovare percentuali che vanno fino al 40 - 50
%, per paesi dove i musulmani in realtà sono una minoranza di
meno del 10 %. Sarebbe un grave errore e certamente qualcosa
che pregiudicherebbe un sano incontro lasciarsi allarmare da
cifre simili.
Quanti sono effettivamente oggi i credenti dell'Islam in
Africa sub-sahariana? Seguendo le linee storiche
dell'espansione dell'Islam, si può dividere l'Africa in tre
zone (escludendo l'Africa del Nord).
L'Africa occidentale ha una media che si aggira sul 50 % di
musulmani, frutto di una presenza e di un progresso millenario
a partire dalle vie commerciali transahariane. L'occupazione
secolare delle coste dell'Oceano Indiano ha dato vita a
minoranze importanti in tutti i paesi dell'Africa orientale,
eccettuati il Sudan ed il Corno d'Africa dove i musulmani sono
la maggioranza. La Tanzania col 30 % costituisce, in qualche
maniera, l'Africa in miniatura, perché quella è la media
approssimativa per tutto il continente. In Africa centrale ed
australe, le comunità musulmane sono nettamente minoritarie (
1 - 2 % in media), frutto di una immigrazione recente e
quindi, spesso, estranea al paese.
Si può così dire globalmente che un Africano su tre è
musulmano.
In questo quadro molto generale, bisogna ricordare che,
malgrado l'impressione contraria e certe pubblicazioni
allarmanti, il Cristianesimo, nell'insieme delle varie
confessioni, progredisce in Africa più rapidamente che
l'Islam, naturalmente alle spese della Religione tradizionale.
I musulmani lo sanno molto bene. Nelle loro conferenze
internazionali questo punto è evocato continuamente come una
minaccia per il "carattere islamico" dell'Africa.
Minoranza influente
Le cifre non sono neutre, ma per quanto
esatte non dicono niente sulle tendenze e i dinamismi che
attraversano le comunità religiose. Non dicono niente
soprattutto sull'influenza di fatto che l'Islam esercita
attualmente sui suoi adepti, sulla cultura africana, sulle
strutture sociali e politiche. Se l'Islam costituisce una
sfida per i Cristiani africani, non è tanto a causa del suo
numero o del suo rapido aumento, ma per la vitalità e il
dinamismo che mette in opera. Non sarebbe la prima volta nella
storia che una minoranza dinamica e bene organizzata determina
la sorte di una maggioranza apatica.
D'altra parte, i rapporti islamo-cristiani più promettenti
sono vissuti nei paesi a larga maggioranza musulmana, come nei
paesi del Sahel in Africa occidentale, dove le comunità
cristiane non rappresentano alcuna minaccia per i musulmani e
sono pienamente riconosciute ed apprezzate da essi. Invece, i
paesi che presentano tensioni e conflitti sono quelli dove
Cristiani e adepti della Religione tradizionale formano
minoranze importanti, talora culturalmente diverse. E' il
caso, per esempio, del Sudan, del Ciad, della Nigeria...
Il ruolo dei commercianti
Un breve sguardo sullo sfondo storico della
penetrazione dell'Islam in Africa è certamente utile per ben
comprendere quello che sta succedendo oggi nelle comunità
musulmane. L'Islam non è un nuovo venuto in Africa. A
proposito di questa millenaria storia musulmana in Africa, ci
sono due importanti osservazioni da fare.
Anzitutto
si tratta di una storia in gran parte non violenta. In Africa
sub-sahariana i principali propagatori dell'Islam sono stati,
e sono ancora oggi, i commercianti. Sulle coste orientali
dell'Africa come sulle rive sabbiose del Niger in Africa
occidentale dei commercianti musulmani hanno fatto la loro
prima comparsa più di mille anni fa. Da una parte e
dall'altra, in un primo tempo questi commercianti
appartenevano a dei gruppi scismatici, e per questo
emarginati, dell'Impero musulmano. Forse è questa una delle
radici del pregiudizio sempre sfavorevole che i musulmani
africani incontrano nei loro confronti da parte dei loro
correligionari. La loro ortodossia è sempre sospetta.
L'Islam ha fatto così il suo ingresso in Africa all'est e
all'ovest, mentre la via centrale, lungo la valle del Nilo,
gli è stata chiusa per secoli, dalla presenza dei regni
cristiani di Nubia, la parte settentrionale dell'attuale
Sudan. In Africa occidentale i primi rappresentanti
dell'Islam, commercianti berberi o arabi, sono stati
sostituiti da Africani, commercianti o letterati o l'uno e
l'altro insieme, formati nei grandi centri di cultura
musulmana che erano Tombuctù e Djenné, e più tardi nelle
città haussa, come Kano, Zaria ed altre. Erano l'elemento
centrale, la spina dorsale attorno alla quale dei capi,
sommariamente convertiti all'Islam, hanno costruito i grandi
imperi musulmani del Medio evo, l'impero del Mali, di Gao o,
più all'ovest il Kanem-Bornu. Anche se questa prima
dominazione musulmana sull'insieme dell'Africa occidentale,
tra la foresta tropicale e il deserto, non ha contribuito ad
una islamizzazione su vasta scala, essa ha lasciato nella
coscienza collettiva degli Africani l'immagine dell'Islam come
religione del prestigio, del successo, la via per accedere a
un mondo superiore del sapere e del potere. I centri
commerciali sulla costa orientale dell'Africa sono rimasti,
invece, durante secoli dei piccoli sultanati isolati,
senz'altro legame fra loro se non le relazioni commerciali.
Più tardi la vasta rete delle confraternite sufi si
incaricherà di portare il messaggio coranico più lontano e
soprattutto di renderlo accessibile alla mentalità africana.
Una prima conclusione si impone a questo punto: la guerra
santa o le guerre di conquista in nome dell'Islam, anche se ce
ne sono state, non hanno mai avuto una parte importante
nell'espansione dell'Islam in Africa, diversamente che in
altre regioni del mondo musulmano. Un giudizio più sfumato
bisogna portare su un altro flagello, anch'esso legato spesso
alla presenza violenta dell'Islam in Africa: il commercio
degli schiavi. Per secoli interi lo schiavismo e il profitto
che ne derivava non sono stati un fatto soltanto dei
musulmani. E'solo nel 19° secolo che la caccia agli schiavi
viene organizzata su vasta scala da musulmani ed ha lasciato
tracce indelebili, tanto sulla carta dell'Africa che sulla
coscienza degli africani. Da una parte, in Africa orientale la
presenza maggioritaria dei musulmani segue ancor oggi le
antiche vie del commercio degli schiavi, dalla costa verso
l'interno, o nel senso inverso. Altrove, negli antichi
"terreni di caccia" quali il Sudan e il Ciad, i
conflitti attuali originati dalle differenze etniche,
religiose e culturali sono certamente esacerbati dal ricordo
ancora recente degli schiavisti musulmani.
Il supporto della cultura africana
In
molte regioni dell'Africa, dopo secoli di coesistenza fra
centri commerciali musulmani e popolazioni rurali che
seguivano la via degli antenati, l'Islam ha sostituito
progressivamente la Religione tradizionale senza violenza
alcuna. Si potrebbe citare tutta una serie di elementi che
esprimono una prossimità culturale e sociologica tra le due
religioni e favoriscono, così, questo passaggio. Ma ce ne
sono altri nei quali le due religioni, almeno in un primo
tempo, si oppongono radicalmente. Il culto degli antenati,
elemento centrale di ogni spiritualità africana, così come
il ricorso ad altri intermediari, forze della natura o
feticci, non hanno alcun posto nella pratica autentica
dell'Islam. Sarà l'opera delle confraternite sufi penetrare
questi elementi centrali dell'universo religioso africano e
dar loro un significato nuovo, islamico.
Sulla costa orientale, la coabitazione pacifica di
commercianti arabi o arabizzati e di popolazioni bantu ha
prodotto nel corso dei secoli un altro risultato sorprendente:
una nuova lingua e cultura, pienamente africana, ma musulmana:
la cultura Swahili. Più tardi, con la penetrazione verso
l'interno degli schiavisti e all'epoca coloniale con la
penetrazione delle confraternite sufi, il Swahili è diventato
lo strumento privilegiato per l'espansione di un Islam già
inculturato. A confronto coll'Africa occidentale, l'unità
linguistica e culturale è un vantaggio fondamentale del-
l'Islam est-africano. Per una istruzione religiosa musulmana
non c'è bisogno di ricorrere immediatamente alla lingua
araba. Il Ki-swahili, attraverso tutta la sua terminologia
religiosa, mutuata certo dall'arabo ma secondo una maniera di
pensare e di espressione africani, è perfettamente in grado
di trasmettere il pensiero religioso dell'Islam, dandogli un
sapore africano.
Una Chiesa africana che riflette e cerca come radicare il
messaggio evangelico nella o nelle culture africane,
difficilmente può ignorare questa esperienza musulmana, che
ha prodotto una tale letteratura, abbondante e largamente
diffusa.
La forza del Corano
Le confraternite sufi avevano preparato il
terreno già nel secolo 18°. Il culto degli antenati,
espressione tradizionale di una solidarietà e di una
dipendenza esistenziale del gruppo da un antenato eponimo
attraverso una linea ascendente sempre ricordata e presente,
trova una nuova espressione spiritualizzata nella catena di
dipendenza spirituale che, dal semplice membro di una
confraternita, risale a chi è stato il suo iniziatore, fino
al fondatore eponimo della confraternita, e, attraverso lui,
più oltre fino al fondatore dell'Islam. Così, diventando
musulmano, un nuovo universo religioso, strutturato in maniera
simile, subentra all'antico, ma, in un contesto socio-politico
sconvolto, garantisce una sicurezza migliore ed apre a un
orizzonte più universale.
Analogamente, per i bisogni più immediati della vita
concreta, i problemi familiari o di rapporti, le angosce
create dalla malattia o dalla sterilità, invece che ricorrere
allo stregone o altra personalità magica, si ricorre alla
forza soprannaturale racchiusa nelle Scritture (il Corano), in
ciascuna delle sue lettere. Il marabutto (letterato
musulmano), fabbricante di incantesimi e di amuleti,
sostituisce tutta una serie di detentori o manipolatori di
forze soprannaturali dell'universo socio-religioso
tradizionale.
E' in questo contesto che si colloca la nostra seconda
osservazione tolta dalla storia: l'Islamizzazione più
importante per numero ha avuto luogo soltanto recentemente,
sotto la colonizzazione.
Nell'Africa orientale essa si è prodotta in netta reazione ad
una dominazione straniera, che aveva lasciato alle missioni
cristiane, protestanti e cattoliche, tutto il campo
dell'educazione, delle attività sociali e di ogni altro
sforzo verso il progresso. Impossibile entrare nella
modernità apportata dall'ordine coloniale, senza orientarsi
nello stesso tempo verso la religione cristiana.
L'atteggiamento generale di rifiuto, parola d'ordine fatta
circolare attraverso la rete delle confraternite e largamente
applicata dai loro membri, ha provocato l'attuale ritardo
culturale e tecnico dei musulmani in Africa orientale, ritardo
da essi imputato oggi unanimemente all'occidente e alle Chiese
cristiane.
Col favore del potere coloniale
In Africa occidentale, dopo una resistenza
iniziale, le cose sono andate in maniera del tutto diversa.
Una larga collaborazione si è stabilita fra i capi musulmani
e il potere coloniale, sia britannico che francese, e questo
malgrado uno stile molto differente di amministrazione. Per
profittare dei benefici della modernità, dell'educazione, di
un posto nell'amministrazione o di altri favori, la strada
più corta era di farsi musulmano. In maniera generale, i
diversi sradicamenti fisici e spirituali, provocati per il
fatto stesso della colonizzazione e l'irruzione della
modernità, hanno fatto esplodere l'ordine socio-religioso
tradizionale, e l'Islam è stato adottato naturalmente come
soluzione di ricambio, pienamente adattata alla nuova
situazione. Anche se si trattava di una islamizzazione molto
superficiale, per molti africani l'Islam è il nuovo "African
way of life" (genere di vita africana). L'Islam è stato
portato nell'Africa sub-sahariana anzitutto per la via del
commercio proveniente dai paesi arabi e dall'Africa del Nord.
I musulmani africani hanno sempre conservato legami molto
stretti col mondo arabo, dal quale sono venuti alcuni
riformatori. Ma essenzialmente l'islamizzazione è stata
operata da africani, che parlavano la stessa lingua e vivevano
nel medesimo universo culturale.
Senza dubbio alcuno, per i musulmani africani, fra africanità
e Islam non c'è opposizione alcuna. Per essi l'Islam non è
una religione importata. Al contrario, abbandonare la
religione musulmana equivale, per molti, all'abbandono e al
rigetto di tutta la tradizione familiare ed etnica, talmente i
due universi socio-religiosi si sono compenetrati. Bisogna
concludere che l'Islam, nella sua forma africana tradizionale,
fa totalmente parte dell'eredità culturale dell'Africa, ed è
dunque una realtà africana.
Valutazione dei contenuti religiosi
Ci sarebbe da richiamare qui tutto quello che
il Concilio Vaticano II, e a seguito di esso, Paolo VI e
Giovanni Paolo II, hanno detto su tutti i legami spirituali
che uniscono Cristiani e Musulmani, a partire da una comune
fede nel Dio Unico e un'adorazione comune di questo stesso
Dio, anche se le espressioni sono differenti. Per il contesto
africano basta menzionare due avvenimenti significativi.
Già nel 1969, durante il suo viaggio in Uganda, Paolo VI non
ha paura di ricordare, durante la celebrazione dei martiri
cristiani, i giovani musulmani, che già prima dei cristiani
avevano dato la vita in fedeltà alle loro convinzioni
religiose. Paolo VI li chiama martiri allo stesso titolo che i
cristiani e chiede ai musulmani presenti di unire la loro
preghiera a quella dei cristiani per una più grande fedeltà
di tutti nella fede.
Sedici anni più tardi, nel 1985, al ritorno da un lungo
viaggio in Africa, Giovanni Paolo II incontra 80 mila giovani
musulmani nello stadio di Casablanca, per sviluppare davanti a
loro tutte le esigenze che derivano dal fatto che "noi
siamo fratelli e sorelle nella fede nel Dio Unico".
Per quanto riguarda i musulmani africani, si può sentire
abbastanza spesso, specialmente da parte di responsabili
cristiani: "l'Islam africano non è un vero Islam; i
musulmani sono musulmani solo di nome". Prima di tutto
non spetta a noi giudicare del valore spirituale di quello che
vivono i musulmani in Africa. Ogni persona che vuole
appartenere all'Umma, la comunità universale dell'Islam e per
questo professa la "shahada", la professione di fede
musulmana, è musulmano. Tutt'al più, un tale giudizio di
valore può mostrare la grande ignoranza dell'Islam africano
da parte cristiana.
Il motivo iniziale di una adesione alla comunità musulmana
può ben essere, e spesso è di fatto, puramente esteriore:
vantaggi economici o sociali, oppure semplicemente il
desiderio di trovare una nuova sicurezza interiore ed
esteriore in una comunità molto solidale, senza che questo
passo comporti grandi cambiamenti né sul piano personale, né
sulla vita familiare e sociale. Tuttavia, la pratica
musulmana, anche imperfetta e lacunosa, alla lunga comporta un
approfondimento della relazione personale con Dio, un
rimodellare tutto il comportamento personale e di tutta la
vita di relazione nella società.
Possiamo noi sopravvalutare abbastanza il fatto che oggi in
Africa, più di 150 milioni di credenti musulmani
"adorano con noi il Dio Vivo e Sussistente,
Misericordioso e Onnipotente" (Lumen Gentium n. 16)?
Alla domanda sulle relazioni islamo-cristiane, i responsabili
delle comunità cristiane in Africa rispondevano, fino di
recente: "Coi musulmani viviamo in buona intesa. Non ci
sono problemi". La risposta riflette la buona
convivialità che esisteva alla base fra cristiani e musulmani
e che, in larga misura, esiste tuttora. Ma nello stesso tempo
essa esprime anche lo scarso interesse che le Chiese
dell'Africa hanno avuto per l'Islam. I musulmani, poiché
tolleranti e pacifici, ma per nulla disposti ad accogliere il
messaggio cristiano, non sono mai stati considerati come una
priorità nel campo apostolico cristiano. Oggi li scopriamo
come interlocutori, ma interlocutori difficili, per tre motivi
principali: la grande diversità dell'Islam africano, che
rende difficile sia una conoscenza precisa, che un approccio
globale; la nuova presa di coscienza islamica delle comunità
musulmane; e infine le influenze islamizzanti dell'esterno,
che fanatizzano alcuni gruppi minoritari.
Una grande varietà di Islam
"Non c'è un Islam africano, ci sono
degli Islam", ha scritto recentemente uno dei migliori
conoscitori dell'Islam ciadiano. Nell'Africa subsahariana ogni
etnia ha sua maniera propria di vivere, interpretare,
"addomesticare" l'Islam. Nel secolare procedimento
di passaggio dalla Religione tradizionale alla religione del
Libro, si trattava di conciliare la centralizzazione sul culto
del Dio unico e l'osservanza rigorosa della sua Legge
rivelata, con tradizioni e regole tradizionali non scritte, ma
profondamente radicate.
Queste ultime erano l'eredità degli antenati, frutto di una
esperienza acquisita e ritualizzata da numerose generazioni,
nella loro lotta per sopravvivere, mantenere la coesione del
gruppo e sfruttare giudiziosamente l'ambiente.
Nella maggioranza dei casi l'adozione del dogma e del culto
musulmano (preghiera rituale, digiuno del Ramadan, feste...)
non presentava che dei problemi minori di adattamento. Invece
le tradizioni proprie riguardanti la vita familiare e sociale
continuarono a restare in vigore per generazioni e, salvo rari
casi, lo sono ancor oggi. Così ci troviamo davanti a tante
realizzazioni diverse dell'Islam quante sono le etnie che
l'hanno adottato.
Nella maggioranza delle società agrarie c'è stata una lunga
resistenza all'islamizzazione, malgrado una secolare
coabitazione con l'Islam. Al momento dell'irruzione della
civilizzazione moderna, l'Islam è stato adottato da un buon
numero di queste società come un nuovo quadro socio-religioso
di vita più appropriato, senza trasformare, almeno per un
primo tempo, le mentalità e i modi di vita della tradizione
africana.
Tanto nelle città in pieno sviluppo, che nelle zone rurali
che si vanno spopolando, la maggioranza dei musulmani vive
sociologicamente nell'Umma e partecipa ai momenti forti della
vita musulmana, ma resta totalmente africana nelle concezioni
profonde della vita e delle relazioni sociali. Anche in
città, dove la pressione sociale si fa talora più forte, la
religione dell'ambiente tradizionale, apparentemente senza
diritto di cittadinanza in quel nuovo quadro, è sempre ben
presente e viva nei momenti importanti della vita, così come
nei tempi di crisi e di prova.
Alcune etnie si identificano totalmente con l'Islam, pur senza
per questo perdere la loro identità propria. E' il caso, per
esempio, dei Songhay dell'ansa del Niger (Mali e Niger). Un
millennio di Islam, che ha comportato anche periodi di grande
gloria al tempo dell'impero songhay di Gao nel 15° e 16°
secolo, non è tuttavia riuscito ad imprimere alla società
songhay l'impronta propria di una società veramente islamica.
E' impensabile dirsi Songhay senza essere musulmano, ma è
altrettanto impensabile che una donna songhay, per esempio,
osservi le restrizioni che la legge musulmana impone alla
libertà di movimento delle donne. Lo statuto della donna,
nella società songhay, è agli antipodi di quanto prescrive
la legge islamica in materia.
Un altro esempio di questa appropriazione differenziata
dell'Islam potrebbe essere osservato in un confronto fra
Haussa nel Nord-Nigeria e Yoruba nel Sudest dello stesso
paese. Queste due etnie vanno a gara per essere considerate la
"guida del- l'Islamicità" in quel grande paese, ma
esse vivono il loro carattere islamico in maniera molto
diversa. I primi vi si identificano totalmente e nessun
non-musulmano potrebbe dirsi Haussa, mentre presso gli Yoruba
musulmani e non-musulmani vivono in armonia.
Alle differenze etniche si sovrappone anche l'impronta delle
diverse confraternite. Sotto la loro influenza, soltanto
alcuni focolari musulmani più ferventi sono diventati delle
vere società islamiche, nel senso pieno. L'esistenza di una
letteratura islamica in lingua locale ne è uno dei segni
maggiori.
La lunga coabitazione dell'Islam con la Religione tradizionale
ha avuto, nell'insieme, un effetto sul piano culturale. Le
lingue africane sono generalmente delle lingue con un
vocabolario concreto, piuttosto povere per esprimere realtà
astratte o riflessioni di un certo sviluppo.
Con la lingua araba l'Islam è venuto a colmare questa lacuna.
Molti popoli africani, alcuni appena toccati dall'Islam, hanno
adottato, deformandolo secondo il carattere proprio di ogni
lingua, tutto un vocabolario astratto mutuato dall'arabo,
specialmente il vocabolario religioso. L'Islamizzazione
effettiva, in seguito è venuta a confermare ed unificare in
un sistema coerente, maniere distaccate di pensare e di
esprimersi. L'inculturazione del messaggio religioso ha
preceduto, così, in molti casi l'Islamizzazione effettiva.
Si è già menzionato che l'Africa orientale presenta a questo
proposito una grande originalità. Essa ha una lingua
"islamica" unica.
La coabitazione secolare fra depositi commerciali arabi e
popolazioni bantu ha prodotto una nuova lingua: il kiswahili.
In Africa orientale l'Islam ha, sull'Islam dell'Africa
occidentale, il vantaggio, a prima vista, di una grande unità
culturale e linguistica. Ma questo può trarre in inganno.
In Africa orientale l'Islam è pieno di vita e di
accentuazioni tipicamente africane dovute a una moltitudine di
confraternite grandi e piccole. Nello stesso tempo subisce le
influenze, antiche e moderne, dei grandi scismi musulmani,
data la sua prossimità col mondo arabo ed asiatico: la
divisione fra sunniti, sciiti di differenti tendenze e
kharigiti. Tutto il complesso spettro delle differenti
espressioni dell'Islam vi è rappresentato.
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