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Il grande ritorno dell'IRAN
A quasi vent'anni di distanza dalla
cacciata dello shah Reza Pahlavi e dalla proclamazione della
Repubblica islamica, e a quasi dieci dalla morte
dell'ayatollah Khomeini, l'Iran è tornato ad occupare vasto
spazio sui media occidentali. Nei mesi scorsi, giornali e
televisioni hanno dedicato servizi e reportage a questo paese,
rimasto per vent'anni un'incognita per l'opinione pubblica.
La
rivoluzione islamica in Iran segnò per alcuni versi un
paradosso nel campo dell'informazione: la figura di Khomeini,
la fuga dello shah, la presa degli ostaggi americani
nell'ambasciata di Teheran e la loro prigionia durata 444
giorni, il maldestro tentativo di liberarli, l'instaurazione
di un regime islamico, sono tutti eventi che hanno prodotto
una grande quantità d'informazioni. Da allora il flusso di
notizie sull'islam nel mondo è andato progressivamente
aumentando. Ma una tale quantità d'informazioni non è stata
accompagnata dalla capacità di analisi e dalla volontà di
comprendere. Su tali avvenimenti, sferzante è stata la
critica di Edward W. Said ai giornalisti e ai reporter che
"coprivano" la rivoluzione iraniana e la crisi degli
ostaggi: "Non conoscere la lingua (del luogo) è solo
parte di un'ignoranza molto più grande, perché spesso il
reporter è inviato in uno strano paese, senza alcuna
preparazione o esperienza, solo perché è abile e svelto nel
raccogliere informazioni, o perché si trova già nelle
vicinanze di dove giungeranno le notizie da prima pagina.
Così, invece di sforzarsi di scoprire qualcosa di più sul
paese, il reporter si adagia su ciò che è più comodo, di
solito un cliché o qualche frammento di banalità
giornalistica che i lettori a casa difficilmente metteranno in
discussione. Con circa 300 reporter presenti a Teheran durante
i primi giorni della crisi degli ostaggi, senza che uno solo
di essi parlasse la lingua persiana, non c'è da stupirsi se
tutti i reportage che giungevano dall'Iran ripetevano
essenzialmente gli stessi resoconti di ciò che stava
succedendo, mentre altri eventi e fatti politici che non
potevano facilmente essere addebitati alla 'mentalità
islamica' o all''antiamericanismo' passarono to- talmente
inosservati" (in Covering Islam, 1981).
Non solo sport
E'
presto per dire se il rinnovato, recente interesse per l'Iran
ricalchi gli stessi errori di vent'anni fa, o se invece
assistiamo ad un approccio più cauto e meditato.
Oggi, ancora una volta, come nella Cina degli anni '70, lo
sport si è fatto carico di aprire uno spiraglio. L'attenzione
di giornali e tv si è accesa alla fine di novembre 1997,
quando l'Iran, pareggiando con l'Australia nel girone di
qualificazione per i campionati del mondo di calcio che si
terranno in Francia nell'estate 1998, si è assicurato la
partecipazione alla fase finale del torneo. Un avvenimento che
è si sportivo, ma che si colora di connotazioni politiche se
si considera che la squadra iraniana in Francia si troverà a
giocare nello stesso girone degli Stati Uniti, il nemico per
eccellenza, il "Grande Satana", come amava ripetere
la propaganda khomeinista. Dopo il pareggio, per tre giorni,
il paese è stato in preda al caos: l'orgoglio nazionale si è
scatenato, spingendo gli iraniani ad accantonare il codice di
comportamento imposto dall'austero regime islamico, a far
ballare i religiosi per le strade, a strappare il velo alle
donne, a far sorridere gli inflessibili pasdaran (i
"guardiani della rivoluzione"). Quando l'arbitro ha
fischiato la fine, a migliaia di chilometri di distanza, e i
giocatori sono corsi ad abbracciarsi, una folla immensa si è
riversata per le strade di Teheran e delle altre città,
paralizzando completamente il traffico fino alle tre del
mattino. E' stata un'occasione in cui sono crollate molte
regole, prima di tutto per le donne: la sera di sabato 29
novembre 1997, molte giovani dei quartieri agiati si sono
tolte il velo avvolgendosi il capo nella bandiera o
dipingendosi il volto con i colori nazionali. E martedì 2
dicembre, ben cinquemila donne sono riuscite ad entrare nello
stadio gremito di uomini in attesa del ritorno in patria dei
vincitori. I giornali degli ambienti più conservatori hanno
criticato la festa come "indegna" di una repubblica
islamica, ma Mohammad Khatami, il presidente eletto lo scorso
23 maggio con il 67 per cento dei voti, ha ricevuto la squadra
reduce dal pareggio di Melbourne per complimentarsi del
risultato.
Mohammad Khatami:
seconda rivoluzione
Ed in effetti molta dell'attenzione degli
osservatori si è concentrata sulla figura di quest'uomo, 55
anni, politico di vasta esperienza con il titolo di
hayatoleslam, il gradino inferiore a ayatollah nella gerarchia
religiosa iraniana. Khatami ha sconfitto alle urne(al voto
hanno partecipato ben l'80 per cento degli elettori) Ali Akbar
Nateq-Nuri, presidente del parlamento. Khatami ha vinto
perché ha saputo raccogliere attorno a sé non solo la
sinistra islamica e la destra modernista, ma anche le donne, i
giovani e la classe intellettuale laica e religiosa, tra i
quali circa tremila studenti delle scuole coraniche. La
politica culturale pluralista che aveva condotto quando era
ministro della cultura e della direzione islamica (prima di
essere costretto alle dimissioni nel 1992, dopo dieci anni di
incarico) contribuisce a spiegare perché la maggior parte
degli intellettuali si è schierata con lui. Si tratta di una
scelta importante nel panorama politico iraniano, il cui
significato sta nell'aver designato la società civile come la
sola fonte di legittimità politico-religiosa: Khatami ha
optato per la componente elettiva del sistema politico della
Repubblica islamica, a spese della componente autocratica. La
sua vittoria, definita dai sostenitori una "seconda
rivoluzione", si regge sul fatto che, come gli
intellettuali e i religiosi modernisti, il nuovo presidente
cerca di conciliare islam e modernità, un obiettivo quanto
mai arduo. Non è infatti una strada in discesa quella che si
trova di fronte Khamenei, anzi. Le azioni revansciste dei
tradizionalisti sono appena cominciate, così come la lotta
tra le diverse fazioni, che mantengono la maggioranza in varie
istituzioni politiche.
Non si può però dimenticare, infatti, che secondo il
particolare impianto costituzionale vigente in Iran il
presidente della repubblica non è la prima carica dello
Stato. Prima di lui viene la Guida della rivoluzione, carica
attualmente ricoperta dall'ayatollah Ali Khamenei. La Guida
viene designata (ed eventualmente destituita) da un'Assemblea
degli esperti eletta a suffragio universale diretto ogni otto
anni, ed in questo organismo i tradizionalisti sono in
maggioranza, così come nel Consiglio dei guardiani della
costituzione composto da dodici membri, l'organo che sorveglia
la conformità delle leggi con l'islam, ne verifica la
costituzionalità e 'abilita' i candidati alle elezioni. Al di
là delle fazioni, è in gioco la sorte dell'intera società e
nessuno è in grado di prevedere come essa uscirà dagli
inevitabili conflitti che si preparano. E' questa società che
ha creato lo spazio di libertà nel quale si è inserito
Khatami. Quale sarà la sua capacità di difendere questo
spazio di fronte a tradizionalisti in minoranza, sulla
difensiva e pronti allo scontro? E' la questione centrale.
I cambiamenti
della rivoluzione
Se le aspirazioni alla modernità si sono
estese in tutti gli strati sociali del paese, nell'ambiente
urbano come in quello rurale, ciò è dovuto al fatto che i
cambiamenti messi in opera dalla rivoluzione hanno
profondamente modificato la società stessa. La popolazione
(60 milioni di abitanti) è attualmente per più del 60 per
cento urbana, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Il
tasso di alfabetizzazione è cresciuto, per le donne tra i 15
e i 49 anni di età, dal 28 per cento del 1976 al 65 per cento
del 1991 (ultimi dati disponibili), mentre il tasso di
fecondità (numero medio di figli per donna) è sceso, nello
stesso periodo, da 7,2 a 3,5.
Proprio la condizione delle donne, che in Iran come negli
altri paesi islamici è un tema di estrema delicatezza, è uno
dei punti al centro del programma politico di Khatami. Al
momento non figurano donne nel governo, ma per la prima volta
una donna è stata nominata vicepresidente della repubblica e
responsabile della protezione dell'ambiente. Si tratta di
Ma'sumeh Ebtekar, 36 anni, specialista in biochimica che ha
studiato in America, docente all'università, che ha guidato
la delegazione iraniana alla Conferenza di Pechino del 1995.
Altra donna che ha conquistato notorietà internazionale è
Faezeh Hashemi, 35 anni, la figlia più giovane dell'ex
presidente della repubblica Rafsanjani, una delle otto donne a
sedere in parlamento, grande amica ed alleata della Ebtekar.
Popolarissima tra le donne, figura dinamica, dalla forte
personalità, ha organizzato i secondi Giochi femminili
islamici (i primi si tennero anch'essi in Iran nel 1993), che
si sono svolti a Teheran nello scorso mese di dicembre e che
hanno visto la partecipazione di 14 paesi musulmani in varie
discipline sportive.
Nuova immagine del paese
Nel campo delle relazioni internazionali,
dove l'Iran soffre da un ventennio di un isolamento quasi
totale, Khatami si è impegnato a fondo nel tentativo di
migliorare l'immagine del paese. Di recente, i suoi sforzi si
sono concentrati nei lavori dell'ottavo summit dei 55 paesi
membri dell'Organizzazione della Conferenza Islamica, svoltosi
a Teheran nel dicembre scorso, a cui hanno preso parte oltre
cinquemila tra diplomatici e delegati di paesi musulmani.
Inaugurando la conferenza, Khatami ha lanciato un inatteso
appello a "conoscere e comprendere l'Occidente",
contrapponendosi a quanto aveva detto pochi minuti prima dallo
stesso palco l'ayatollah Khamenei. Dal summit Khatami ha
tentato di conquistarsi quella legittimità internazionale che
soprattutto gli Stati Uniti gli negano, imputando al paese il
sostegno al terrorismo e la corsa alle armi nucleari. Khatami
ha giocato la sua carta: nel corso di una conferenza stampa ha
dichiarato di voler aprire un canale di comunicazione con gli
Stati Uniti. "Ho un gran rispetto per il popolo degli
Stati Uniti - ha detto -. In un avvenire non lontano vorrei
rivolgermi al popolo americano". Un'eventualità che si
è concretizzata più rapidamente di ogni previsione: Khatami
è stato intervistato a Teheran da Christiane Amanpour, famosa
giornalista della Cnn, la potente rete televisiva americana,
che ha mandato in onda l'intervista lo scorso 7 gennaio.
Nell'intervista Khatami ha lodato la civiltà americana, ha
chiesto lo scambio di intellettuali tra Usa e Iran, ha negato
che il suo paese voglia diventare una potenza nucleare, ha
condannato il terrorismo anche nei confronti di Israele.
Washington ha reagito con prudenza: "Quelli che contano
sono i fatti, non le parole del governo di Teheran",
hanno commentato, ma già si parla di un allentamento delle
restrizioni sui visti dei cittadini americani desiderosi di
visitare l'Iran. Lo spiraglio per ora resta aperto, ma non è
detto che i radicali non riescano a chiuderlo.
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