AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Il grande ritorno dell'IRAN

A quasi vent'anni di distanza dalla cacciata dello shah Reza Pahlavi e dalla proclamazione della Repubblica islamica, e a quasi dieci dalla morte dell'ayatollah Khomeini, l'Iran è tornato ad occupare vasto spazio sui media occidentali. Nei mesi scorsi, giornali e televisioni hanno dedicato servizi e reportage a questo paese, rimasto per vent'anni un'incognita per l'opinione pubblica.

 

La rivoluzione islamica in Iran segnò per alcuni versi un paradosso nel campo dell'informazione: la figura di Khomeini, la fuga dello shah, la presa degli ostaggi americani nell'ambasciata di Teheran e la loro prigionia durata 444 giorni, il maldestro tentativo di liberarli, l'instaurazione di un regime islamico, sono tutti eventi che hanno prodotto una grande quantità d'informazioni. Da allora il flusso di notizie sull'islam nel mondo è andato progressivamente aumentando. Ma una tale quantità d'informazioni non è stata accompagnata dalla capacità di analisi e dalla volontà di comprendere. Su tali avvenimenti, sferzante è stata la critica di Edward W. Said ai giornalisti e ai reporter che "coprivano" la rivoluzione iraniana e la crisi degli ostaggi: "Non conoscere la lingua (del luogo) è solo parte di un'ignoranza molto più grande, perché spesso il reporter è inviato in uno strano paese, senza alcuna preparazione o esperienza, solo perché è abile e svelto nel raccogliere informazioni, o perché si trova già nelle vicinanze di dove giungeranno le notizie da prima pagina. Così, invece di sforzarsi di scoprire qualcosa di più sul paese, il reporter si adagia su ciò che è più comodo, di solito un cliché o qualche frammento di banalità giornalistica che i lettori a casa difficilmente metteranno in discussione. Con circa 300 reporter presenti a Teheran durante i primi giorni della crisi degli ostaggi, senza che uno solo di essi parlasse la lingua persiana, non c'è da stupirsi se tutti i reportage che giungevano dall'Iran ripetevano essenzialmente gli stessi resoconti di ciò che stava succedendo, mentre altri eventi e fatti politici che non potevano facilmente essere addebitati alla 'mentalità islamica' o all''antiamericanismo' passarono to- talmente inosservati" (in Covering Islam, 1981).

 

Non solo sport

E' presto per dire se il rinnovato, recente interesse per l'Iran ricalchi gli stessi errori di vent'anni fa, o se invece assistiamo ad un approccio più cauto e meditato.
Oggi, ancora una volta, come nella Cina degli anni '70, lo sport si è fatto carico di aprire uno spiraglio. L'attenzione di giornali e tv si è accesa alla fine di novembre 1997, quando l'Iran, pareggiando con l'Australia nel girone di qualificazione per i campionati del mondo di calcio che si terranno in Francia nell'estate 1998, si è assicurato la partecipazione alla fase finale del torneo. Un avvenimento che è si sportivo, ma che si colora di connotazioni politiche se si considera che la squadra iraniana in Francia si troverà a giocare nello stesso girone degli Stati Uniti, il nemico per eccellenza, il "Grande Satana", come amava ripetere la propaganda khomeinista. Dopo il pareggio, per tre giorni, il paese è stato in preda al caos: l'orgoglio nazionale si è scatenato, spingendo gli iraniani ad accantonare il codice di comportamento imposto dall'austero regime islamico, a far ballare i religiosi per le strade, a strappare il velo alle donne, a far sorridere gli inflessibili pasdaran (i "guardiani della rivoluzione"). Quando l'arbitro ha fischiato la fine, a migliaia di chilometri di distanza, e i giocatori sono corsi ad abbracciarsi, una folla immensa si è riversata per le strade di Teheran e delle altre città, paralizzando completamente il traffico fino alle tre del mattino. E' stata un'occasione in cui sono crollate molte regole, prima di tutto per le donne: la sera di sabato 29 novembre 1997, molte giovani dei quartieri agiati si sono tolte il velo avvolgendosi il capo nella bandiera o dipingendosi il volto con i colori nazionali. E martedì 2 dicembre, ben cinquemila donne sono riuscite ad entrare nello stadio gremito di uomini in attesa del ritorno in patria dei vincitori. I giornali degli ambienti più conservatori hanno criticato la festa come "indegna" di una repubblica islamica, ma Mohammad Khatami, il presidente eletto lo scorso 23 maggio con il 67 per cento dei voti, ha ricevuto la squadra reduce dal pareggio di Melbourne per complimentarsi del risultato.

 

Mohammad Khatami:
seconda rivoluzione

Ed in effetti molta dell'attenzione degli osservatori si è concentrata sulla figura di quest'uomo, 55 anni, politico di vasta esperienza con il titolo di hayatoleslam, il gradino inferiore a ayatollah nella gerarchia religiosa iraniana. Khatami ha sconfitto alle urne(al voto hanno partecipato ben l'80 per cento degli elettori) Ali Akbar Nateq-Nuri, presidente del parlamento. Khatami ha vinto perché ha saputo raccogliere attorno a sé non solo la sinistra islamica e la destra modernista, ma anche le donne, i giovani e la classe intellettuale laica e religiosa, tra i quali circa tremila studenti delle scuole coraniche. La politica culturale pluralista che aveva condotto quando era ministro della cultura e della direzione islamica (prima di essere costretto alle dimissioni nel 1992, dopo dieci anni di incarico) contribuisce a spiegare perché la maggior parte degli intellettuali si è schierata con lui. Si tratta di una scelta importante nel panorama politico iraniano, il cui significato sta nell'aver designato la società civile come la sola fonte di legittimità politico-religiosa: Khatami ha optato per la componente elettiva del sistema politico della Repubblica islamica, a spese della componente autocratica. La sua vittoria, definita dai sostenitori una "seconda rivoluzione", si regge sul fatto che, come gli intellettuali e i religiosi modernisti, il nuovo presidente cerca di conciliare islam e modernità, un obiettivo quanto mai arduo. Non è infatti una strada in discesa quella che si trova di fronte Khamenei, anzi. Le azioni revansciste dei tradizionalisti sono appena cominciate, così come la lotta tra le diverse fazioni, che mantengono la maggioranza in varie istituzioni politiche.
Non si può però dimenticare, infatti, che secondo il particolare impianto costituzionale vigente in Iran il presidente della repubblica non è la prima carica dello Stato. Prima di lui viene la Guida della rivoluzione, carica attualmente ricoperta dall'ayatollah Ali Khamenei. La Guida viene designata (ed eventualmente destituita) da un'Assemblea degli esperti eletta a suffragio universale diretto ogni otto anni, ed in questo organismo i tradizionalisti sono in maggioranza, così come nel Consiglio dei guardiani della costituzione composto da dodici membri, l'organo che sorveglia la conformità delle leggi con l'islam, ne verifica la costituzionalità e 'abilita' i candidati alle elezioni. Al di là delle fazioni, è in gioco la sorte dell'intera società e nessuno è in grado di prevedere come essa uscirà dagli inevitabili conflitti che si preparano. E' questa società che ha creato lo spazio di libertà nel quale si è inserito Khatami. Quale sarà la sua capacità di difendere questo spazio di fronte a tradizionalisti in minoranza, sulla difensiva e pronti allo scontro? E' la questione centrale.

 

I cambiamenti
della rivoluzione

Se le aspirazioni alla modernità si sono estese in tutti gli strati sociali del paese, nell'ambiente urbano come in quello rurale, ciò è dovuto al fatto che i cambiamenti messi in opera dalla rivoluzione hanno profondamente modificato la società stessa. La popolazione (60 milioni di abitanti) è attualmente per più del 60 per cento urbana, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Il tasso di alfabetizzazione è cresciuto, per le donne tra i 15 e i 49 anni di età, dal 28 per cento del 1976 al 65 per cento del 1991 (ultimi dati disponibili), mentre il tasso di fecondità (numero medio di figli per donna) è sceso, nello stesso periodo, da 7,2 a 3,5.
Proprio la condizione delle donne, che in Iran come negli altri paesi islamici è un tema di estrema delicatezza, è uno dei punti al centro del programma politico di Khatami. Al momento non figurano donne nel governo, ma per la prima volta una donna è stata nominata vicepresidente della repubblica e responsabile della protezione dell'ambiente. Si tratta di Ma'sumeh Ebtekar, 36 anni, specialista in biochimica che ha studiato in America, docente all'università, che ha guidato la delegazione iraniana alla Conferenza di Pechino del 1995. Altra donna che ha conquistato notorietà internazionale è Faezeh Hashemi, 35 anni, la figlia più giovane dell'ex presidente della repubblica Rafsanjani, una delle otto donne a sedere in parlamento, grande amica ed alleata della Ebtekar. Popolarissima tra le donne, figura dinamica, dalla forte personalità, ha organizzato i secondi Giochi femminili islamici (i primi si tennero anch'essi in Iran nel 1993), che si sono svolti a Teheran nello scorso mese di dicembre e che hanno visto la partecipazione di 14 paesi musulmani in varie discipline sportive.

 

Nuova immagine del paese

Nel campo delle relazioni internazionali, dove l'Iran soffre da un ventennio di un isolamento quasi totale, Khatami si è impegnato a fondo nel tentativo di migliorare l'immagine del paese. Di recente, i suoi sforzi si sono concentrati nei lavori dell'ottavo summit dei 55 paesi membri dell'Organizzazione della Conferenza Islamica, svoltosi a Teheran nel dicembre scorso, a cui hanno preso parte oltre cinquemila tra diplomatici e delegati di paesi musulmani. Inaugurando la conferenza, Khatami ha lanciato un inatteso appello a "conoscere e comprendere l'Occidente", contrapponendosi a quanto aveva detto pochi minuti prima dallo stesso palco l'ayatollah Khamenei. Dal summit Khatami ha tentato di conquistarsi quella legittimità internazionale che soprattutto gli Stati Uniti gli negano, imputando al paese il sostegno al terrorismo e la corsa alle armi nucleari. Khatami ha giocato la sua carta: nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato di voler aprire un canale di comunicazione con gli Stati Uniti. "Ho un gran rispetto per il popolo degli Stati Uniti - ha detto -. In un avvenire non lontano vorrei rivolgermi al popolo americano". Un'eventualità che si è concretizzata più rapidamente di ogni previsione: Khatami è stato intervistato a Teheran da Christiane Amanpour, famosa giornalista della Cnn, la potente rete televisiva americana, che ha mandato in onda l'intervista lo scorso 7 gennaio. Nell'intervista Khatami ha lodato la civiltà americana, ha chiesto lo scambio di intellettuali tra Usa e Iran, ha negato che il suo paese voglia diventare una potenza nucleare, ha condannato il terrorismo anche nei confronti di Israele. Washington ha reagito con prudenza: "Quelli che contano sono i fatti, non le parole del governo di Teheran", hanno commentato, ma già si parla di un allentamento delle restrizioni sui visti dei cittadini americani desiderosi di visitare l'Iran. Lo spiraglio per ora resta aperto, ma non è detto che i radicali non riescano a chiuderlo.