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Immigrazione e Fede
Minaccia o Fortuna
La nostra società occidentale, europea
tanto per intendersi, è caratterizzata dal fenomeno
dell'immigrazione. Non si tratta di una novità, ma diventa
sempre più evidente e importante. Lo si giudica spesso come
una minaccia. Noi potremmo considerarlo come una fortuna: la
fortuna che ha una vecchia società endogamica (chiusa in se
stessa), votata alla degenerazione, di rinnovarsi
condividendo, dando e ricevendo. Il flusso immigratorio, che
penetra il corpo sociale italiano, potrebbe avere un effetto
analogo a quello di una trasfusione di sangue nel corpo umano.
Sappiamo tutti che certi incroci migliorano la specie! Dunque,
invece di mettersi a suonare la tromba dell'allarmismo,
cerchiamo di leggere questo fenomeno con occhi di persone che
sanno di essere risorte con Cristo.
Attualmente
gli stranieri rappresentano una minima parte degli abitanti in
Italia. Nel 1994 erano l'1,5% della popolazione totale; poco
in confronto ad altri paesi d'Europa: Svizzera 17%, Belgio 9%,
Germania l'8%, Francia 6%… Questa immigrazione potrebbe, se
accettata e programmata, creare modi di condivisione nel campo
della ricchezza, della cultura, della lingua, della religione
e anche del sangue. Ci spieghiamo:
Condivisione della ricchezza.
L'immigrato è un intermediario fra il suo
paese d'origine e il paese che lo accoglie.
Con il suo lavoro
contribuisce alla costruzione del paese che lo accoglie e col
salario ricevuto in cambio e che spedisce in gran parte nel
suo paese d'origine, partecipa allo sviluppo di quest'ultimo e
al mantenimento della sua famiglia. L'immigrato è, dunque,
nel significato proprio della parola, il tramite della
condivisione economica tra i due paesi. Certo non sappiamo
quale sia l'impatto di questa condivisione sullo sviluppo, ma
ha almeno il merito di esistere.
Condivisione della cultura
Molti
immigrati si adattano, almeno dovrebbero, alla cultura
italiana e mettono i loro bambini nelle nostre scuole; questo
fatto è stato sottolineato anche in occasione dell'inizio
dell'anno scolastico 1997-1998. La cultura italiana viene
così da loro assimilata. Si sa che molti di questi bambini
riescono benissimo a scuola, forse a causa dello svantaggio
iniziale che li stimola doppiamente. La socialità scolare
porta gli italiani a scoprire altri mondi culturali; e gli
educatori, maestri e professori, preoccupati di una pedagogia
realista, favoriscono nei loro allievi questa curiosità
culturale reciproca.
Condivisione linguistica
L'immigrato generalmente fa uno sforzo per
imparare la lingua italiana; altrimenti non potrebbe lavorare
e vivere normalmente: succede d'incontrare per strada
immigrati che parlano italiano fra di loro. I loro bambini di
solito fanno questo sforzo. Anche se i programmi scolastici
non tengono conto di questa realtà immigratoria e favoriscono
piuttosto le lingue utili, come l'inglese, il francese o il
tedesco, ci sono degli educatori, dei responsabili e dei
funzionari che imparano, poco o tanto, la lingua del gruppo di
immigrati con i quali hanno rapporti più frequenti, per
necessità, ma anche per interesse e simpatia.
Condivisione religiosa
è certamente sul fatto religioso che certi
immigrati, come i musulmani, restano più impermeabili e meno
comunicativi. Essi affermano così ciò che è l'essenziale
per la loro identità. La Chiesa ha una certa pratica nel
dialogo interreligioso e, grazie al Pontificio Consiglio per
il Dialogo fra le religioni, si verificano scambi per la
conoscenza reciproca, l'attività caritativa e anche certi
momenti di preghiera comune. Le conversioni che si verificano
nell'uno e nell'altro senso, fanno parte di questo scambio.
Condivisione del sangue
Alla data del 30.6.1995, in Italia i
matrimoni misti, cioè di un cattolico e una persona di
un'altra religione, furono 1.683. Il matrimonio
"misto" è certamente, sul piano religioso e
culturale, il luogo più intimo della condivisione. Non
soltanto perché unisce sotto lo stesso tetto due persone
provenienti da orizzonti tanto diversi, ma anche perché da
loro nascono figli che portano nel loro corpo e nel loro
sangue i segni di questa condivisione. Il matrimonio
"misto" è un'avventura che finisce spesso con un
fallimento, ma ci sono anche risultati positivi che
costituiscono una delle basi principali di condivisione fra
immigrati e autoctoni.
La differenza:
via per la condivisione.
Condividere è sempre stato un ideale del
cristianesimo: "mettevano in comune tutto quello che
possedevano…" si legge negli Atti degli apostoli (
2/42-45). Non si trattava di condividere soltanto dei beni
materiali, in modo che nessuno si trovasse nel bisogno, ma
anche di altri aspetti della realtà che costituisce una
persona: cultura, lingua, religione. Ma condividere non è
facile: presuppone il rispetto non banale della differenza,
senza il quale una parte prende il sopravvento sull'altra con
la forza, schiaccia l'altra e, spesso, si finisce per negare
all'altro anche il diritto all'esistenza; basta pensare ai
conflitti attuali in Europa come in Africa. E' necessario
riflettere sul valore della differenza per la fecondità della
vita. Per questo possiamo servirci della Bibbia e del Corano.
La differenza che salva
Il racconto della Torre di Babele è
generalmente compreso esclusivamente in senso negativo, come
una punizione. è certamente questo uno degli aspetti del
testo: Dio punisce l'orgoglio umano confondendolo. Ma questa
punizione invece di distruggere l'uomo, lo salva. La torre è
la concretizzazione del desiderio naturale dell'uomo "di
assicurare l'unità dell'umanità tramite un imperialismo
politico-religioso, di cui Babilonia serve come esempio".
Questo popolo chiuso in se stesso, che ha una sola lingua,
occupato a fare una sola cosa è minacciato, diciamo così, di
concentrazionismo, di ricerca di una uniformità sterile che
porta alla morte, come quei matrimoni tra consanguinei che,
poco a poco, diventano sterili. Ecco perché Dio confonde il
linguaggio del popolo di Babele e lo disperde su tutta la
terra; la differenziazione che ne deriva, linguistica e
geografica, permette, dunque, all'uomo di vivere e di sfuggire
al totalitarismo di una falsa unità.
La differenza iniziatica del Corano
(30/18-28)
Nella Sura 30, detta dei Romani (le Sure sono
i capitoli in cui si suddivide il Corano), è sviluppato uno
dei grandi temi del Corano: la differenza come sorgente della
conoscenza di Dio. Infatti la differenza fra il cielo e la
terra, fra la notte e il giorno (18), l'alternanza della morte
e della vita (19), la complementarità fra l'uomo e la donna
(21), la successione della prima e della seconda creazione
(27), sono tutti segni che hanno come scopo di condurci, per
induzione, a un Essere Supremo che governa, con la sua
potenza, la diversità di tutti questi elementi e di tutti
questi avvenimenti. Altrimenti ci sarebbe il caos. La
differenza ha, dunque un significato teologico molto forte,
soprattutto per quanto concerne l'uomo: "Fra questi segni…
la diversità dei vostri idiomi e dei vostri colori. Ecco
veramente dei segni per coloro che sanno" (22).
La differenza restaurata della Pentecoste
(Atti 2/5-13)
Invece d'essere "l'anti-Babele", la
Pentecoste ne è il prolungamento: a Babele, diversificando le
lingue, Dio salva l'umanità dal totalitarismo. Alla
Pentecoste Dio restaura l'unità del genere umano, non
appiattendolo in un'unica cultura, ma conservando la
differenza delle lingue. Il genere umano ritrova il suo stato
di popolo unico, sfuggendo tuttavia al pericolo
dell'imperialismo, grazie alle sue differenze linguistiche e
culturali riconosciute e consacrate: "E com'è che li
sentiamo ciascuno parlare nella nostra lingua nativa?… li
udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di
Dio" (11). La differenza così rispettata sancisce la
complementarità vivente e vitale.
La differenza vissuta in S. Paolo (Gal.
3/28)
"Mi sono fatto giudeo con i giudei…soggetto
alla legge con i soggetti alla legge…Mi sono fatto un senza
legge con i senza legge…Mi sono fatto debole con i deboli…Mi
sono fatto tutto a tutti" (1Cor. 9/20-22).
S. Paolo, parlando ai Corinzi, fa prova della sua capacità di
rispettare la differenza di ognuno e d'andare fino in fondo a
tutte le differenze, al punto da perdere se stesso. Tuttavia,
quando si rivolge ai Galati, dichiara: "Non c'è più
giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è
più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo
Gesù" (Gal. 3/28). Cioè: le differenze evidenti non
contano più davanti all'unità del genere umano ristabilita
in Cristo, al fatto di potersi dire figli dello stesso Padre.
L'unità in Cristo di cui parla S. Paolo non nega tanto le
differenze quanto le ambiguità sempre possibili della
differenza; come quella che si crede unica e, col pretesto di
una elezione preferenziale, sfocia nel rifiuto di tutto il
resto dell'umanità; come quelle differenze esacerbate che,
per eccesso d'autonomia, terminano nella divisione; come la
negazione della differenza che, negando il diritto alla
differenza degli altri, sfocia necessariamente nel
totalitarismo. Non si può non pensare ai disastri, alle
sofferenze causati, in un passato recente o remoto, dal
rifiuto del diritto di essere differenti.
Riflettendo così sull'immigrazione, sull'occasione di
condivisione che rappresenta per il nostro mondo moderno,
viene spontaneo pensare allo sforzo che la Chiesa sta
compiendo, a vari livelli, per l'inculturazione del Vangelo.
Pensiamo che il nostro rapporto con gli immigrati, in Italia,
può avere una grande incidenza sulla nostra fede. Affinando
la nostra umanità e la nostra spiritualità, il fatto
dell'immigrazione, che non è nuovo nella storia della nostra
civiltà (Pensiamo alla Roma imperiale vero crogiuolo di
costumi, di religioni, di lingue, di arte), può portarci a
una carità meno ambigua; può farci uscire da una emozione
facile, dal paternalismo, da tutte quelle compensazioni
inconsce che ci fanno ritenere di essere i veri difensori dei
poveri, i detentori della vera civiltà; facendoci scoprire
che con l'immigrato è Dio che si condivide.
Il missionario che si è sentito accolto in terra d'Africa o
in Asia, non può non vedere negli immigrati dei fratelli con
i quali ha condiviso "il pane e il sale", gioie e
preoccupazione. Il missionario ha cercato, per quanto era
nelle sue capacità, di inculturarsi, di apprendere la lingua
e capire i costumi altrui. Il missionario si è sentito capito
nella sua diversità. Nulla di strano, dunque, che guardi agli
immigrati con simpatia, nel senso forte di questo termine.
La Chiesa, quella che si ispira al Vangelo, pur auspicando una
regolamentazione dell'immigrazione, non può guardare con
sospetto e timore quanti bussano alle porte della nostra
società; rinnegherebbe se stessa e il suo fondatore Gesù
Cristo che, per ragioni ben conosciute, ha voluto vivere in
Egitto la situazione dell'immigrato, del rifugiato.
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