AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Immigrazione e Fede
Minaccia o Fortuna

La nostra società occidentale, europea tanto per intendersi, è caratterizzata dal fenomeno dell'immigrazione. Non si tratta di una novità, ma diventa sempre più evidente e importante. Lo si giudica spesso come una minaccia. Noi potremmo considerarlo come una fortuna: la fortuna che ha una vecchia società endogamica (chiusa in se stessa), votata alla degenerazione, di rinnovarsi condividendo, dando e ricevendo. Il flusso immigratorio, che penetra il corpo sociale italiano, potrebbe avere un effetto analogo a quello di una trasfusione di sangue nel corpo umano. Sappiamo tutti che certi incroci migliorano la specie! Dunque, invece di mettersi a suonare la tromba dell'allarmismo, cerchiamo di leggere questo fenomeno con occhi di persone che sanno di essere risorte con Cristo.

 

Attualmente gli stranieri rappresentano una minima parte degli abitanti in Italia. Nel 1994 erano l'1,5% della popolazione totale; poco in confronto ad altri paesi d'Europa: Svizzera 17%, Belgio 9%, Germania l'8%, Francia 6%… Questa immigrazione potrebbe, se accettata e programmata, creare modi di condivisione nel campo della ricchezza, della cultura, della lingua, della religione e anche del sangue. Ci spieghiamo:

 

Condivisione della ricchezza.

L'immigrato è un intermediario fra il suo paese d'origine e il paese che lo accoglie.

Con il suo lavoro contribuisce alla costruzione del paese che lo accoglie e col salario ricevuto in cambio e che spedisce in gran parte nel suo paese d'origine, partecipa allo sviluppo di quest'ultimo e al mantenimento della sua famiglia. L'immigrato è, dunque, nel significato proprio della parola, il tramite della condivisione economica tra i due paesi. Certo non sappiamo quale sia l'impatto di questa condivisione sullo sviluppo, ma ha almeno il merito di esistere.

 

Condivisione della cultura

Molti immigrati si adattano, almeno dovrebbero, alla cultura italiana e mettono i loro bambini nelle nostre scuole; questo fatto è stato sottolineato anche in occasione dell'inizio dell'anno scolastico 1997-1998. La cultura italiana viene così da loro assimilata. Si sa che molti di questi bambini riescono benissimo a scuola, forse a causa dello svantaggio iniziale che li stimola doppiamente. La socialità scolare porta gli italiani a scoprire altri mondi culturali; e gli educatori, maestri e professori, preoccupati di una pedagogia realista, favoriscono nei loro allievi questa curiosità culturale reciproca.

Condivisione linguistica

L'immigrato generalmente fa uno sforzo per imparare la lingua italiana; altrimenti non potrebbe lavorare e vivere normalmente: succede d'incontrare per strada immigrati che parlano italiano fra di loro. I loro bambini di solito fanno questo sforzo. Anche se i programmi scolastici non tengono conto di questa realtà immigratoria e favoriscono piuttosto le lingue utili, come l'inglese, il francese o il tedesco, ci sono degli educatori, dei responsabili e dei funzionari che imparano, poco o tanto, la lingua del gruppo di immigrati con i quali hanno rapporti più frequenti, per necessità, ma anche per interesse e simpatia.

Condivisione religiosa

è certamente sul fatto religioso che certi immigrati, come i musulmani, restano più impermeabili e meno comunicativi. Essi affermano così ciò che è l'essenziale per la loro identità. La Chiesa ha una certa pratica nel dialogo interreligioso e, grazie al Pontificio Consiglio per il Dialogo fra le religioni, si verificano scambi per la conoscenza reciproca, l'attività caritativa e anche certi momenti di preghiera comune. Le conversioni che si verificano nell'uno e nell'altro senso, fanno parte di questo scambio.

Condivisione del sangue

Alla data del 30.6.1995, in Italia i matrimoni misti, cioè di un cattolico e una persona di un'altra religione, furono 1.683. Il matrimonio "misto" è certamente, sul piano religioso e culturale, il luogo più intimo della condivisione. Non soltanto perché unisce sotto lo stesso tetto due persone provenienti da orizzonti tanto diversi, ma anche perché da loro nascono figli che portano nel loro corpo e nel loro sangue i segni di questa condivisione. Il matrimonio "misto" è un'avventura che finisce spesso con un fallimento, ma ci sono anche risultati positivi che costituiscono una delle basi principali di condivisione fra immigrati e autoctoni.

 

La differenza:
via per la condivisione.

Condividere è sempre stato un ideale del cristianesimo: "mettevano in comune tutto quello che possedevano…" si legge negli Atti degli apostoli ( 2/42-45). Non si trattava di condividere soltanto dei beni materiali, in modo che nessuno si trovasse nel bisogno, ma anche di altri aspetti della realtà che costituisce una persona: cultura, lingua, religione. Ma condividere non è facile: presuppone il rispetto non banale della differenza, senza il quale una parte prende il sopravvento sull'altra con la forza, schiaccia l'altra e, spesso, si finisce per negare all'altro anche il diritto all'esistenza; basta pensare ai conflitti attuali in Europa come in Africa. E' necessario riflettere sul valore della differenza per la fecondità della vita. Per questo possiamo servirci della Bibbia e del Corano.

 

La differenza che salva

Il racconto della Torre di Babele è generalmente compreso esclusivamente in senso negativo, come una punizione. è certamente questo uno degli aspetti del testo: Dio punisce l'orgoglio umano confondendolo. Ma questa punizione invece di distruggere l'uomo, lo salva. La torre è la concretizzazione del desiderio naturale dell'uomo "di assicurare l'unità dell'umanità tramite un imperialismo politico-religioso, di cui Babilonia serve come esempio". Questo popolo chiuso in se stesso, che ha una sola lingua, occupato a fare una sola cosa è minacciato, diciamo così, di concentrazionismo, di ricerca di una uniformità sterile che porta alla morte, come quei matrimoni tra consanguinei che, poco a poco, diventano sterili. Ecco perché Dio confonde il linguaggio del popolo di Babele e lo disperde su tutta la terra; la differenziazione che ne deriva, linguistica e geografica, permette, dunque, all'uomo di vivere e di sfuggire al totalitarismo di una falsa unità.

 

La differenza iniziatica del Corano (30/18-28)

Nella Sura 30, detta dei Romani (le Sure sono i capitoli in cui si suddivide il Corano), è sviluppato uno dei grandi temi del Corano: la differenza come sorgente della conoscenza di Dio. Infatti la differenza fra il cielo e la terra, fra la notte e il giorno (18), l'alternanza della morte e della vita (19), la complementarità fra l'uomo e la donna (21), la successione della prima e della seconda creazione (27), sono tutti segni che hanno come scopo di condurci, per induzione, a un Essere Supremo che governa, con la sua potenza, la diversità di tutti questi elementi e di tutti questi avvenimenti. Altrimenti ci sarebbe il caos. La differenza ha, dunque un significato teologico molto forte, soprattutto per quanto concerne l'uomo: "Fra questi segni… la diversità dei vostri idiomi e dei vostri colori. Ecco veramente dei segni per coloro che sanno" (22).

 

La differenza restaurata della Pentecoste (Atti 2/5-13)

Invece d'essere "l'anti-Babele", la Pentecoste ne è il prolungamento: a Babele, diversificando le lingue, Dio salva l'umanità dal totalitarismo. Alla Pentecoste Dio restaura l'unità del genere umano, non appiattendolo in un'unica cultura, ma conservando la differenza delle lingue. Il genere umano ritrova il suo stato di popolo unico, sfuggendo tuttavia al pericolo dell'imperialismo, grazie alle sue differenze linguistiche e culturali riconosciute e consacrate: "E com'è che li sentiamo ciascuno parlare nella nostra lingua nativa?… li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio" (11). La differenza così rispettata sancisce la complementarità vivente e vitale.

 

La differenza vissuta in S. Paolo (Gal. 3/28)

"Mi sono fatto giudeo con i giudei…soggetto alla legge con i soggetti alla legge…Mi sono fatto un senza legge con i senza legge…Mi sono fatto debole con i deboli…Mi sono fatto tutto a tutti" (1Cor. 9/20-22).
S. Paolo, parlando ai Corinzi, fa prova della sua capacità di rispettare la differenza di ognuno e d'andare fino in fondo a tutte le differenze, al punto da perdere se stesso. Tuttavia, quando si rivolge ai Galati, dichiara: "Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal. 3/28). Cioè: le differenze evidenti non contano più davanti all'unità del genere umano ristabilita in Cristo, al fatto di potersi dire figli dello stesso Padre.
L'unità in Cristo di cui parla S. Paolo non nega tanto le differenze quanto le ambiguità sempre possibili della differenza; come quella che si crede unica e, col pretesto di una elezione preferenziale, sfocia nel rifiuto di tutto il resto dell'umanità; come quelle differenze esacerbate che, per eccesso d'autonomia, terminano nella divisione; come la negazione della differenza che, negando il diritto alla differenza degli altri, sfocia necessariamente nel totalitarismo. Non si può non pensare ai disastri, alle sofferenze causati, in un passato recente o remoto, dal rifiuto del diritto di essere differenti.
Riflettendo così sull'immigrazione, sull'occasione di condivisione che rappresenta per il nostro mondo moderno, viene spontaneo pensare allo sforzo che la Chiesa sta compiendo, a vari livelli, per l'inculturazione del Vangelo.
Pensiamo che il nostro rapporto con gli immigrati, in Italia, può avere una grande incidenza sulla nostra fede. Affinando la nostra umanità e la nostra spiritualità, il fatto dell'immigrazione, che non è nuovo nella storia della nostra civiltà (Pensiamo alla Roma imperiale vero crogiuolo di costumi, di religioni, di lingue, di arte), può portarci a una carità meno ambigua; può farci uscire da una emozione facile, dal paternalismo, da tutte quelle compensazioni inconsce che ci fanno ritenere di essere i veri difensori dei poveri, i detentori della vera civiltà; facendoci scoprire che con l'immigrato è Dio che si condivide.
Il missionario che si è sentito accolto in terra d'Africa o in Asia, non può non vedere negli immigrati dei fratelli con i quali ha condiviso "il pane e il sale", gioie e preoccupazione. Il missionario ha cercato, per quanto era nelle sue capacità, di inculturarsi, di apprendere la lingua e capire i costumi altrui. Il missionario si è sentito capito nella sua diversità. Nulla di strano, dunque, che guardi agli immigrati con simpatia, nel senso forte di questo termine.
La Chiesa, quella che si ispira al Vangelo, pur auspicando una regolamentazione dell'immigrazione, non può guardare con sospetto e timore quanti bussano alle porte della nostra società; rinnegherebbe se stessa e il suo fondatore Gesù Cristo che, per ragioni ben conosciute, ha voluto vivere in Egitto la situazione dell'immigrato, del rifugiato.