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Scritture Sacre e Violenza
A che cosa servono le molte iniziative
interreligiose, se non hanno alcuna influenza sui vari
fondamentalismi, che continuano a fomentare la violenza?
Gli incontri interreligiosi mirano ad interpretare le
scritture sacre nel modo più equo che non lascia spazio alla
legittimazione dell'odio e della violenza.
Il senso dei grandi testi religiosi
Esiste
non solo in ambito ecumenico, fra le varie confessioni
cristiane, ma anche tra le grandi religioni storiche, il
bisogno di interpellarsi e dialogare circa il modo di
interpretare i testi sacri. Molte devianze si agganciano ad
interpretazioni forzate, ideologiche, inaccettabili.
Nella Bibbia la storia degli uomini inizia con un atto di
violenza: Caino uccide Abele. Più avanti Mosè colpisce un
funzionario egiziano, così anche la liberazione di Israele
dall'Egitto inizia con un atto di violenza. Jahweh annienta
gli abitanti di Canaan sotto gli occhi degli immigrati
israeliti. E si potrebbe continuare.
La Bibbia non è un libro scritto di getto: è la profonda
testimonianza di una ricerca della verità sotto forma di
esperienze e progetti sempre nuovi. Testimonia una revisione
costante delle certezze, tramandate di generazione in
generazione. Certezze che riguardano la concezione di Dio e la
concezione degli uomini.
Gli eventi storici dell'antico Israele non possono venire
ricostruiti servendosi delle cronache di guerra, scritte
parecchio tempo dopo e inquadrate in una concezione generale.
Accanto a ciò che era accaduto, prendeva grande importanza il
modo con cui il fatto veniva compreso e l'insegnamento che se
ne poteva ricavare per tramandarlo ai posteri. Esisteva cioè
una teoria della storia.
Il Mahabharata, grande poema epico religioso indù ha come
argomento principale la guerra tra i due rami dei discendenti
del grande re Kuru. Gli intrecci rivelano interpretazioni
molteplici del vivere umano.
La "parola" nei testi religiosi, dicono gli studiosi
indiani, suona in modo diverso dall'uso comune. Il suo
significato letterale, che va tenuto presente, può illudere
di continuo perché si rifrange, nel divenire storico, in una
moltitudine di significati. Questi possono non puntualizzare
con certezza il significato base che sta all'inizio del
racconto.
Nella Bibbia come nel Mahabharata, si parte realisticamente
dall'uomo com'è, nei suoi egoismi e nelle sue rivalità. E'
come dire che nella vita di un israelita, come in quella dei
popoli vicini e degli indiani, la guerra fa parte
dell'esistenza.
L'agire dell'uomo e le sue conseguenze
La violenza individuale appartiene alle più
remote esperienze umane. Quando i progenitori, cacciati
dal-l'Eden, giardino di Dio, devono decidere da soli la
propria vita, l'uccisione di Abele da parte del fratello,
diventa per il narratore biblico un modello fondamentale da
sfruttare. Racconta sotto forma di storia familiare, come la
violenza può nascere dall'incapacità di sopportare il
successo altrui. Caino ed Abele offrono ciascuno un sacrificio
per propiziare buoni frutti al proprio lavoro. Coltivatore e
pastore: due impieghi di pari dignità. Non si dice
inizialmente (commenta Jurgen Ebach) che uno dei fratelli sia
più gradito a Dio dell'altro. Sono le interpretazioni
teologiche ad immettere precisazioni che completino le
supposte lacune del racconto iniziale: Iahweh gradisce solo le
offerte di Abele. Come mai? Perché Abele doveva aver scelto
il capretto migliore, mentre il sacrificio di Caino doveva
essere solo un gesto come un altro.
Il racconto biblico è frutto di rifaciture e interpretazioni.
Il nucleo base puntava, secondo J. Ebach, a riflettere su come
l'uomo può reagire alla possibilità, sempre presente,
dell'insuccesso nel suo lavoro. Caino lo fa con il rancore e
la violenza che genera altra violenza. "Il sangue di tuo
fratello mi chiede giustizia!" Caino se ne va ramingo,
lontano dalla sua terra.
"Né l'immensità dei cieli, né gli abissi dei mari,
scrive Budda, né i crepacci delle montagne o alcun luogo
della terra ti offrirà un luogo dove tu possa sfuggire al
frutto delle tue azioni".
Sulla violenza individuale, coltivata nel cuore dell'uomo, si
sviluppa quella di gruppo, di razza, di stato, di partito.
Le guerre di Jahweh
E' molto significativo che nella Bibbia siano
attribuite a Jahweh le guerre da cui dipende la salvezza di
Israele. Anche se lo stato o i suoi capi politici decidono
dell'utilità di una guerra è sempre il popolo di Dio che
combatte. Nelle antiche narrazioni, venivano attribuite a
Jahweh anche le strategie da seguire, i tipi di attacco, il
numero delle truppe. Intenzione specifica dei testi:
sottolineare che la guerra non deve essere uno strumento della
politica. Essa viene riservata a Jahweh, a cui appartiene
anche la vittoria. La forza politica e militare di Israele,
popolo di Dio, ha un valore relativo. Sono considerati
sacrileghi i censimenti quando valutano gli uomini abili alla
guerra. E' sufficiente un piccolo nucleo armato perché Jahweh
ottenga la vittoria. Un esempio per capire che la guerra non
deve costituire uno strumento della politica è: 1° Samuele,
15.
Samuele, profeta e capo religioso di Israele, trasmette al re
Saul l'ordine di Jahweh di combattere ed annientare gli
Amalekiti. Saul chiama alle armi gli uomini abili alla guerra,
tende un'imboscata ai nemici e li annienta. Risparmia però
Agag il loro re, forse per motivi politici, per la
possibilità di un accordo.
Oggi a Saul potrebbe essere riconosciuto un aspetto di
umanità e anche di saggezza. Il narratore ritiene invece che
egli abbia commesso un gravissimo errore dalle conseguenze
irreparabili. Saul dispone della guerra di Jahweh a suo modo.
Mettere Dio a propria disposizione, nella concezione biblica,
è la colpa più grave che uno possa fare nei confronti di
lui. Per dare rilievo a questo concetto, il racconto di 1°
Sam.15 usa tutta la durezza possibile e immaginabile. Lo
spirito di Jahweh abbandona Saul, che perde il regno
immediatamente e muore.
I testi biblici ebraici parlano di guerra di Jahweh combattuta
per la salvezza del popolo che si era scelto. In vista
dell'alleanza. Non viene riconosciuto ad Israele il compito di
dominare il mondo o di diffondere con la forza la fede in
Jahweh. Le guerre di Israele non furono mai, nell'immagine
storica che il popolo ha tramandato di sé, guerre
imperialistiche o missionarie. Vennero combattute quando
l'esistenza, l'identità e la fede di Israele arrischiavano di
andare perdute.
E' restrittivo e inadeguato limitarsi all'interpretazione
puramente letterale dei testi sacri. Il senso
storico-letterale deve necessariamente rimanere alla base. Ma
prendere sempre il testo alla lettera, così come, secondo
l'opinione comune, viene fatto dagli interpreti tradizionali
del testo del Corano, può essere pericoloso. Il Corano
conosce la Torah ed ha, in un certo modo, dato la sua
interpretazione del significato della guerra nell'Antico
Testamento, facendola propria.
Da una visione di insieme dei passi coranici riguardanti
questo argomento, è difficile negare il carattere fortemente
bellicoso e l'alta valorizzazione della guerra, se essi sono
interpretati letteralmente.
Gli incontri interreligiosi si propongono una critica
scientifica equilibrata che possa decodificare dalle varie
scritture una sacralizzazione della violenza, in esse non
contenuta. Le convinzioni che ne derivano influenzeranno un
po' alla volta la gente, fino a raggiungere un peso politico.
Dalla Bibbia. Il destino di Israele
"In quel giorno il Signore punirà con
la sua spada robusta, grande e potente il Leviatan, serpente
fuggente, il leviatan, serpente tortuoso e ucciderà il
dragone del mare. In quel giorno si dirà: "La vigna
deliziosa! Cantate per essa. Io, il Signore la custodisco, ad
ogni momento la irrigo, perché non le manchino le foglie,
notte e giorno la custodisco..." (Is.27, 1-3)
Dalla Bhagavad Gita II, 2-3
"Come mai un tale sgomento nell'ora
difficile! E' sconveniente e non conduce al cielo. Lanciati al
centro della battaglia... col cuore sempre unito ai piedi di
loto del Signore".
Arjuna, eroe e guerriero, scruta il campo di guerra e vede da
lontano le linee del nemico; riconosce i propri parenti tra i
suoi avversari. Come può andare contro la sua famiglia? Come
mettersi in una carneficina senza senso? Arjuna si scoraggia.
Lascia cadere il suo arco favoloso, terrore degli eserciti e
rifiuta di combattere. Allora Shri Krishna, il dio fattosi
cocchiere per condurre l'uomo nelle battaglie della vita, gli
ricorda il suo dovere, la realtà imparziale della vita e
della morte, la generosità di agire senza reclamare
l'interesse
dell'azione...
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