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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Scritture Sacre e Violenza

A che cosa servono le molte iniziative interreligiose, se non hanno alcuna influenza sui vari fondamentalismi, che continuano a fomentare la violenza?
Gli incontri interreligiosi mirano ad interpretare le scritture sacre nel modo più equo che non lascia spazio alla legittimazione dell'odio e della violenza.

 

Il senso dei grandi testi religiosi

Esiste non solo in ambito ecumenico, fra le varie confessioni cristiane, ma anche tra le grandi religioni storiche, il bisogno di interpellarsi e dialogare circa il modo di interpretare i testi sacri. Molte devianze si agganciano ad interpretazioni forzate, ideologiche, inaccettabili.
Nella Bibbia la storia degli uomini inizia con un atto di violenza: Caino uccide Abele. Più avanti Mosè colpisce un funzionario egiziano, così anche la liberazione di Israele dall'Egitto inizia con un atto di violenza. Jahweh annienta gli abitanti di Canaan sotto gli occhi degli immigrati israeliti. E si potrebbe continuare.
La Bibbia non è un libro scritto di getto: è la profonda testimonianza di una ricerca della verità sotto forma di esperienze e progetti sempre nuovi. Testimonia una revisione costante delle certezze, tramandate di generazione in generazione. Certezze che riguardano la concezione di Dio e la concezione degli uomini.
Gli eventi storici dell'antico Israele non possono venire ricostruiti servendosi delle cronache di guerra, scritte parecchio tempo dopo e inquadrate in una concezione generale. Accanto a ciò che era accaduto, prendeva grande importanza il modo con cui il fatto veniva compreso e l'insegnamento che se ne poteva ricavare per tramandarlo ai posteri. Esisteva cioè una teoria della storia.
Il Mahabharata, grande poema epico religioso indù ha come argomento principale la guerra tra i due rami dei discendenti del grande re Kuru. Gli intrecci rivelano interpretazioni molteplici del vivere umano.
La "parola" nei testi religiosi, dicono gli studiosi indiani, suona in modo diverso dall'uso comune. Il suo significato letterale, che va tenuto presente, può illudere di continuo perché si rifrange, nel divenire storico, in una moltitudine di significati. Questi possono non puntualizzare con certezza il significato base che sta all'inizio del racconto.
Nella Bibbia come nel Mahabharata, si parte realisticamente dall'uomo com'è, nei suoi egoismi e nelle sue rivalità. E' come dire che nella vita di un israelita, come in quella dei popoli vicini e degli indiani, la guerra fa parte dell'esistenza.

 

L'agire dell'uomo e le sue conseguenze

La violenza individuale appartiene alle più remote esperienze umane. Quando i progenitori, cacciati dal-l'Eden, giardino di Dio, devono decidere da soli la propria vita, l'uccisione di Abele da parte del fratello, diventa per il narratore biblico un modello fondamentale da sfruttare. Racconta sotto forma di storia familiare, come la violenza può nascere dall'incapacità di sopportare il successo altrui. Caino ed Abele offrono ciascuno un sacrificio per propiziare buoni frutti al proprio lavoro. Coltivatore e pastore: due impieghi di pari dignità. Non si dice inizialmente (commenta Jurgen Ebach) che uno dei fratelli sia più gradito a Dio dell'altro. Sono le interpretazioni teologiche ad immettere precisazioni che completino le supposte lacune del racconto iniziale: Iahweh gradisce solo le offerte di Abele. Come mai? Perché Abele doveva aver scelto il capretto migliore, mentre il sacrificio di Caino doveva essere solo un gesto come un altro.
Il racconto biblico è frutto di rifaciture e interpretazioni. Il nucleo base puntava, secondo J. Ebach, a riflettere su come l'uomo può reagire alla possibilità, sempre presente, dell'insuccesso nel suo lavoro. Caino lo fa con il rancore e la violenza che genera altra violenza. "Il sangue di tuo fratello mi chiede giustizia!" Caino se ne va ramingo, lontano dalla sua terra.
"Né l'immensità dei cieli, né gli abissi dei mari, scrive Budda, né i crepacci delle montagne o alcun luogo della terra ti offrirà un luogo dove tu possa sfuggire al frutto delle tue azioni".
Sulla violenza individuale, coltivata nel cuore dell'uomo, si sviluppa quella di gruppo, di razza, di stato, di partito.

 

Le guerre di Jahweh

E' molto significativo che nella Bibbia siano attribuite a Jahweh le guerre da cui dipende la salvezza di Israele. Anche se lo stato o i suoi capi politici decidono dell'utilità di una guerra è sempre il popolo di Dio che combatte. Nelle antiche narrazioni, venivano attribuite a Jahweh anche le strategie da seguire, i tipi di attacco, il numero delle truppe. Intenzione specifica dei testi: sottolineare che la guerra non deve essere uno strumento della politica. Essa viene riservata a Jahweh, a cui appartiene anche la vittoria. La forza politica e militare di Israele, popolo di Dio, ha un valore relativo. Sono considerati sacrileghi i censimenti quando valutano gli uomini abili alla guerra. E' sufficiente un piccolo nucleo armato perché Jahweh ottenga la vittoria. Un esempio per capire che la guerra non deve costituire uno strumento della politica è: 1° Samuele, 15.
Samuele, profeta e capo religioso di Israele, trasmette al re Saul l'ordine di Jahweh di combattere ed annientare gli Amalekiti. Saul chiama alle armi gli uomini abili alla guerra, tende un'imboscata ai nemici e li annienta. Risparmia però Agag il loro re, forse per motivi politici, per la possibilità di un accordo.
Oggi a Saul potrebbe essere riconosciuto un aspetto di umanità e anche di saggezza. Il narratore ritiene invece che egli abbia commesso un gravissimo errore dalle conseguenze irreparabili. Saul dispone della guerra di Jahweh a suo modo. Mettere Dio a propria disposizione, nella concezione biblica, è la colpa più grave che uno possa fare nei confronti di lui. Per dare rilievo a questo concetto, il racconto di 1° Sam.15 usa tutta la durezza possibile e immaginabile. Lo spirito di Jahweh abbandona Saul, che perde il regno immediatamente e muore.
I testi biblici ebraici parlano di guerra di Jahweh combattuta per la salvezza del popolo che si era scelto. In vista dell'alleanza. Non viene riconosciuto ad Israele il compito di dominare il mondo o di diffondere con la forza la fede in Jahweh. Le guerre di Israele non furono mai, nell'immagine storica che il popolo ha tramandato di sé, guerre imperialistiche o missionarie. Vennero combattute quando l'esistenza, l'identità e la fede di Israele arrischiavano di andare perdute.
E' restrittivo e inadeguato limitarsi all'interpretazione puramente letterale dei testi sacri. Il senso storico-letterale deve necessariamente rimanere alla base. Ma prendere sempre il testo alla lettera, così come, secondo l'opinione comune, viene fatto dagli interpreti tradizionali del testo del Corano, può essere pericoloso. Il Corano conosce la Torah ed ha, in un certo modo, dato la sua interpretazione del significato della guerra nell'Antico Testamento, facendola propria.
Da una visione di insieme dei passi coranici riguardanti questo argomento, è difficile negare il carattere fortemente bellicoso e l'alta valorizzazione della guerra, se essi sono interpretati letteralmente.
Gli incontri interreligiosi si propongono una critica scientifica equilibrata che possa decodificare dalle varie scritture una sacralizzazione della violenza, in esse non contenuta. Le convinzioni che ne derivano influenzeranno un po' alla volta la gente, fino a raggiungere un peso politico.

 

Dalla Bibbia. Il destino di Israele

"In quel giorno il Signore punirà con la sua spada robusta, grande e potente il Leviatan, serpente fuggente, il leviatan, serpente tortuoso e ucciderà il dragone del mare. In quel giorno si dirà: "La vigna deliziosa! Cantate per essa. Io, il Signore la custodisco, ad ogni momento la irrigo, perché non le manchino le foglie, notte e giorno la custodisco..." (Is.27, 1-3)

 

Dalla Bhagavad Gita II, 2-3

"Come mai un tale sgomento nell'ora difficile! E' sconveniente e non conduce al cielo. Lanciati al centro della battaglia... col cuore sempre unito ai piedi di loto del Signore".
Arjuna, eroe e guerriero, scruta il campo di guerra e vede da lontano le linee del nemico; riconosce i propri parenti tra i suoi avversari. Come può andare contro la sua famiglia? Come mettersi in una carneficina senza senso? Arjuna si scoraggia. Lascia cadere il suo arco favoloso, terrore degli eserciti e rifiuta di combattere. Allora Shri Krishna, il dio fattosi cocchiere per condurre l'uomo nelle battaglie della vita, gli ricorda il suo dovere, la realtà imparziale della vita e della morte, la generosità di agire senza reclamare l'interesse
dell'azione...