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L'ISLAM IN CINA
di Federico Tagliaferri
Dopo lo scoppio di numerosi disordini e
malcontenti degli anni 1988-89 nella regione del Xinjiang, la
presenza dell'Islam nella Cina popolare non ha più
rappresentato un interesse particolare per la stampa
nazionale.
Questo breve studio ha lo scopo di fornire una sintesi
sull'identità islamica dei convertiti all'Islam, una storia
in quattro tappe e la politica che il governo cinese adotta
nei confronti dei musulmani.
Il visitatore in Cina che si guardasse
intorno con occhio attento non mancherebbe di notare uomini
dall'aria indaffarata che indossano una sorta di zucchetto
bianco e che vendono cibo in piccole botteghe sormontate da
un'insegna verde con due caratteri cinesi.
Può nascere anche da questo semplice aspetto di vita
quotidiana lo spunto per una riflessione su cosa significhi
essere musulmani in Cina oggi. Anzitutto, l'insegna è verde
perché dappertutto nel mondo questo è il colore dell'islam.
Ma ancor più significativi sono i due caratteri ching chen,
che significano "puro e vero".
I musulmani sono chiamati Hui, e sono cinesi che nel corso dei
secoli si sono convertiti all'islâm.
Un'identità per l'islam cinese
L'identità islamica degli Hui in un certo
senso si individua invertendo le polarità di ciò che è
considerato sacro o profano in Cina.
Infatti gli Hui definiscono "pura" la comunità che
rifiuta i valori rituali cinesi, e chiama "vero" il
gruppo che venera un solo Dio ad esclusione di tutti gli
altri. Il concetto di chin chen è così importante
nell'ambito etnico e religioso Hui da diventare il modo stesso
di professare la fede. E' noto che il primo dei cinque
"pilastri" (cioè degli obblighi rituali) dell'islâm
è costituito dalla professione di fede (shahâda, la formula
con la quale si "entra" nell'islâm, che viene
ripetuta dai fedeli molte volte nel corso delle preghiere
quotidiane), che in arabo suona così: "Non c'è altro
Dio che Iddio, e Muhammad è l'inviato di Dio".
Gli Hui in cinese la chiamano ching chen yen, ovvero "le
parole di vero e puro".
Fino a tempi recenti gli Hui non si erano nemmeno preoccupati
di traslitterare il vocabolo islâm in cinese, perché i
termini ching chen sembravano più idonei per esprimere i loro
più profondi sentimenti di musulmani immersi nel mondo
cinese.
Il termine "puro" riflette la preoccupazione di
legittimare se stessi in una società confuciana, mentre il
termine "verità" e la fede nel vero Dio li
distingue come monoteisti in una terra dove predomina il
politeismo.
Gli Hui hanno adattato questa identità ai vari contesti
sociali e politici cinesi e alle diverse ondate giunte dal
Medio Oriente e dall'Asia centrale. Ciò ha portato alla
formazione di molte diverse identità Hui e gruppi islamici in
Cina.
Una storia in quattro tappe
Un fattore importante di questa diversità è
rappresentato dalle differenti vie attraverso le quali gli
antenati degli attuali Hui hanno raggiunto la Cina. Si possono
distinguere quattro diverse ondate di influenza islamica sulla
Cina.
Le più antiche comunità islamiche furono formate da
discendenti dei mercanti, dei soldati e dei funzionari
musulmani di origine araba, persiana, centroasiatica e
mongola. Questi si erano insediati tra il VII e il XIV secolo
sulla costa sudorientale e nella zona nordoccidentale della
Cina in gruppi più o meno numerosi. Noti come gedimu, parola
mutuata dall'arabo qadim (vecchio), erano solitamente piccole
comunità. La loro diffusione in tutta la Cina mostra
chiaramente l'importanza che il commercio aveva per gli Hui.
Villaggi Hui si trovano in tutta la Cina, ed in particolare
lungo le principali vie di trasporto del Fiume Giallo a nord e
della strada che collega con la Birmania a sud.
Tradizionalmente gli Hui sono i più abili imprenditori in
Cina. Nel XIV secolo, l'islam aveva ormai soppiantato il
buddhismo quale religione principale nel nord ovest della
Cina. Oggi i gruppi che popolano quella regione sono
linguisticamente e culturalmente più vicini alla Turchia e al
Medio Oriente che alla Cina.
La seconda ondata islamica verso la Cina è iniziata alla fine
del XVII secolo, ed è rappresentata dalla corrente sufi
(mistica). Molti gruppi sufi hanno sviluppato nel paese
istituzioni economiche, religiose e politiche attorno a scuole
fondate dai discendenti dei primi sufi. Queste comunità hanno
ammassato vaste proprietà, gradualmente superando il modello
gedimu di isolamento e dispersione, e collegando tra loro i
vari gruppi musulmani. Tutto ciò ha portato ad un aumento
della potenza economica e politica musulmana.
La terza ondata giunta nell'islâm cinese è cominciata alla
fine della dinastia mancese Qing (1644-1911), a cavallo tra il
XIX e il XX secolo, periodo caratterizzato da
un'intensificazione dei rapporti e degli scambi tra la Cina e
il mondo esterno. Assai più che nelle epoche precedenti, i
musulmani cinesi hanno adempiuto all'obbligo rituale del
pellegrinaggio alla Mecca (hajj), mentre un certo numero ha
frequentato la prestigiosa università islamica di Al-Azhar al
Cairo. Nel paese sono state fondate numerose associazioni
musulmane, e si è diffusa la stampa islamica: nel 1937, allo
scoppio della guerra sino-giapponese, venivano pubblicati
oltre cento periodici musulmani.
La quarta ondata è quella contemporanea, e riguarda il ruolo
dei musulmani quali membri delle molte separate nazionalità
(diverse dagli Hui), che rivendicano ciascuna un ruolo più
incisivo all'interno dello stato cinese. Questi musulmani -
intesi quali etnie o nazionalità piuttosto che come semplici
fedeli - si sono parzialmente adattati all'inquadramento a cui
lo stato li ha sottoposti, pur rimanendo assi vivi i motivi di
risentimento nei confronti dell'etnia Han. Oltre agli Hui, vi
sono nove altre etnie ufficiali classificate musulmane:
Uighuri, Tagiki, Kazakhi, Dongxiang, Kirghisi, Salar, Uzbeki,
Bonan e Tatari. La maggior parte di queste minoranze sono
concentrate nella Regione autonoma dello Xinjiang Uygur, la
provincia più vasta di tutta la Cina (un sesto dell'intero
territorio).
Lo Xinjiang, termine che significa "nuova zona di
confine" in quanto incorporato nell'allora impero cinese
nel 1884, è noto anche come "Turkestan orientale".
Questi gruppi sfruttano gli organismi creati dallo stato,
quali l'Organizzazione Islamica Cinese e la Commissione
Statale per le Nazionalità per rivendicare più potere e
autonomia nella gestione dei propri affari. Come nel caso
delle tre precedenti, anche questa quarta ondata è stata
spinta dall'apertura della Cina al mondo. In effetti la
politica di Pechino ha incoraggiato i musulmani cinesi a
stringere rapporti più stretti con il Medio Oriente, anche se
ciò è avvenuto per motivi che nulla hanno a che fare con la
religione.
I dirigenti cinesi sono in realtà motivati dal desiderio di
stabilire rapporti commerciali per la fornitura di armi e lo
scambio di merci e valuta, e dalla volontà di affermare la
Cina quale paese leader del Terzo Mondo. Un esempio dei
risultati di questa politica è l'allacciamento di rapporti
diplomatici con l'Arabia Saudita nel luglio 1990.
Gli Hui sono i discendenti di commercianti e soldati di
ventura arabi e persiani che si stabilirono in Cina nel VII
secolo. Pur non essendo l'unico gruppo musulmano della Cina,
essi costituiscono la più grande tra le 55 minoranze
nazionali ufficialmente riconosciute nel più popolato paese
del mondo. La maggiore concentrazione di Hui si trova nella
Regione autonoma Ningxia Hui, ma ogni città della Cina ospita
una comunità musulmana. Nel paese vi sono oltre 23 mila
moschee e 30 mila imâm (guide della preghiera).
Mentre gli Hui sono presenti in tutte le province, gli altri
gruppi si concentrano nella Cina nordoccidentale. Diversamente
dagli Hui, le popolazioni turco-asiatiche sono giunte fino al
XX secolo senza subire forti influenze esterne e senza
conformarsi ai modelli dei cinesi Han.
La diffusione sul territorio
Gli Hui sono l'etnia più dispersa e
ramificata di tutta la Cina, e abitano in ogni regione,
provincia e città dell'immenso paese. Secondo i dati del
censimento, gli Hui vivono nel 97% dei distretti e delle
città. Sebbene essi rappresentino, con l'eccezione della
Regione autonoma di Ningxia Hui (dove sono l'80%), solo una
piccola parte della popolazione, gli Hui costituiscono la
grande maggioranza in seno alle minoranze nelle aree a
prevalenza Han, l'etnia dominante in Cina (92% della
popolazione cinese). Oltre ad essere occupati nella
ristorazione e nel commercio, tradizionalmente essi hanno
controllato in numerose zone le vie carovaniere, ed oggi il
trasporto con autocarri. Molti di essi sono diventati notevoli
comandanti militari.
Considerata questa grande diversità di origini, di diffusione
sul territorio e di occupazioni, ci si può aspettare una
corrispondente varietà di costumi, ed in effetti è così. Ad
esempio, vi sono gli Hui dello Yunnan che parlano solo la
lingua Bai, indossano l'abito tradizionale Bai e hanno donne
come imâm, un fatto più unico che raro. I cosiddetti Hui
tibetani di Lhasa parlano tibetano, vestono abiti tibetani, e
pregano in una moschea decorata con motivi tradizionali e
tappeti tibetani.
La politica del governo cinese nei
confronti dei musulmani
L'islam è una delle cinque religioni
attualmente permesse, ed ha una sua associazione patriottica
(cioè ispirata e controllata dal governo), l'Associazio-ne
Islamica Cinese. Le autorità di Pechino hanno seguito una
linea di pacificazione della popolazione musulmana,
concedendole una certa dose di libertà religiosa. Una dose
maggiore, in effetti, di quanto non accordino ai cristiani,
perché esse considerano l'islam una religione indigena,
mentre considerano il cristianesimo una religione
"importata". Ciò non ha comunque impedito che i
musulmani cinesi venissero sottoposti a durissime persecuzioni
durante il periodo della Rivoluzione culturale (1966-1970),
quando molte moschee furono distrutte e gli imâm rinchiusi
nei campi di lavoro. Le reazioni non mancarono, e un gruppo di
musulmani giunse a proclamare una repubblica islamica nella
provincia dello Yunnan, con il risultato che quattro villaggi
furono completamente distrutti dalle autorità.
Negli anni Ottanta la Regione autonoma di Xinjiang è stata
teatro di vari episodi di protesta da parte di musulmani, da
sempre in lotta contro il predominio cinese, inteso come
quello dell'etnia Han: scontri anti-cinesi a Kashgar,
manifestazioni a Lop Nor contro i test di missili balistici
destinati a obiettivi dell'allora Asia centrale sovietica,
dove molti appartenenti alle minoranze islamiche hanno
parenti.
Molte proteste hanno riguardato la politica demografica del
governo cinese, che ha limitato a due o tre il numero di figli
per le minoranze, mentre in precedenza non vi era alcun limite
(per i cinesi Han vige la norma del figlio unico). Le proteste
hanno avuto successo, e il limite per gli appartenenti alle
minoranze è ora solo raccomandato, ma non è obbligatorio.
Nel tentativo di conquistare il favore dei musulmani, le
autorità cinesi hanno introdotto una serie di misure. Per
consentire il rispetto delle regole alimentari islamiche, il
cibo halal è disponibile su aerei, navi e treni, ed è stata
incoraggiata l'apertura di ristoranti che lo servono. Speciali
mense e posti di ristoro devono essere predisposti nelle
fabbriche e nelle unità produttive, ispettori governativi si
accertano che nei macelli e nei depositi la carne venga
trattata secondo le norme previste dalla legge islamica.
Inoltre, i musulmani hanno due giorni di ferie in più per
l'osservanza delle loro principali festività. La Cina
incoraggia la diffusione dell'islam anche in altri modi:
costruzione di nuove moschee e restauro di quelle esistenti,
maggior numero di permessi per il pellegrinaggio alla Mecca,
autorizzazione a stampare e diffondere materiale religioso al
di fuori delle moschee (il Corano è disponibile sia in
cinese, sia in uiguro) e a creare istituzioni a carattere
religioso un po' dappertutto in Cina. L'università islamica
di Xi'an, aperta nel 1989, è la prima del Paese. La Società
culturale islamica di Pechino è il primo organismo non
controllato dal governo nato per favorire l'amicizia tra
musulmani cinesi e di altri paesi.
A partire dal 1979, da quando cioè le autorità cinesi hanno
allentato le restrizioni antireligiose, il tradizionalismo è
andato crescendo tra gli Hui. Molti abitanti dei villaggi
pregano cinque volte al giorno e seguono il calendario
islamico, assumendo un ritmo di vita ben diverso da quello del
resto della Cina. Bere alcolici e fumare è spesso proibito, i
matrimoni vengono combinati, ed è meno frequente che uomini e
donne lavorino insieme nei campi.
Tensioni separatiste
Nonostante le misure adottate dal governo, le
tensioni separatiste sono andate progressivamente aumentando,
soprattutto nello Xin-jiang, al punto da diventare una delle
maggiori preoccupazioni del governo cinese. Non si tratta di
un fenomeno nuovo: dal XIX secolo sono forti le aspirazioni a
formare uno stato indipendente. Una delle ragioni principali
di questa situazione è stata la penetrazione della Russia e
della Cina nell'Asia centrale, che ha causato la divisione di
popoli e tribù e l'imposizione di confini arbitrari.
Queste popolazioni non si sono mai sentite parte né
dell'impero cinese né di quello russo, ma della umma, la
comunità dei credenti. A ciò si aggiunge una politica del
governo cinese mirante allo sfruttamento intensivo delle
enormi risorse petrolifere, minerali e agricole dello Xinjiang,
intrapresa senza alcun riguardo nei confronti delle
popolazioni locali, causando uno spaventoso degrado
ambientale, collettivizzando gli allevamenti di animali e
l'agricoltura e trasferendo vaste masse di cinesi Han con un
colossale movimento di immigrazione interna. Non c'è da
stupirsi che questa politica abbia acceso le polveri delle
già presenti tendenze al separatismo, represse con crescente
crudezza.
Recentemente un altro fattore è entrato sulla scena del
separatismo: l'Unio-ne sovietica, che fino ad allora,
nonostante l'inimicizia con la Repubblica Popolare Cinese,
aveva garantito che ogni prospettiva d'indipendenza per le
repubbliche islamiche dell'Asia centrale fosse tabù, si è
dissolta. Il crollo dell'Urss, e la nascita di repubbliche
islamiche etnicamente collegate alle minoranze dello Xinjiang,
ha ulteriormente accentuato la determinazione dei movimenti
separatisti, al punto che le autorità cinesi ritengono che l'
"atteggiamento troppo liberale" degli ultimi anni
riguardo all'islam sia responsabile della crescita del
movimento separatista.
Le prospettive d'indipendenza per questa regione appaiono
tuttavia molto scarse: la Cina non è l'Urss, dove le oltre
cento etnie non russe costituivano quasi il 50% della
popolazione. In Cina le 55 etnie non cinesi formavano (nel
1990) solo l'8% degli abitanti, e la superiorità numerica dei
cinesi è troppo grande. Le popolazioni musulmane dello
Xinjiang subiranno ancora il colonialismo interno. Questo
territorio ha per la Cina una grande importanza strategica e
contiene enormi giacimenti di materie prime. Fino a che la
situazione politica a Pechino resterà stabile, il governo
reprimerà con forza ogni tentativo di autonomia. Un mutamento
della politica etnica sembra impossibile senza una profonda
democratizzazione della Cina.
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