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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
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L'ISLAM IN CINA

di Federico Tagliaferri

Dopo lo scoppio di numerosi disordini e malcontenti degli anni 1988-89 nella regione del Xinjiang, la presenza dell'Islam nella Cina popolare non ha più rappresentato un interesse particolare per la stampa nazionale.
Questo breve studio ha lo scopo di fornire una sintesi sull'identità islamica dei convertiti all'Islam, una storia in quattro tappe e la politica che il governo cinese adotta nei confronti dei musulmani.

 

Il visitatore in Cina che si guardasse intorno con occhio attento non mancherebbe di notare uomini dall'aria indaffarata che indossano una sorta di zucchetto bianco e che vendono cibo in piccole botteghe sormontate da un'insegna verde con due caratteri cinesi.
Può nascere anche da questo semplice aspetto di vita quotidiana lo spunto per una riflessione su cosa significhi essere musulmani in Cina oggi. Anzitutto, l'insegna è verde perché dappertutto nel mondo questo è il colore dell'islam. Ma ancor più significativi sono i due caratteri ching chen, che significano "puro e vero".
I musulmani sono chiamati Hui, e sono cinesi che nel corso dei secoli si sono convertiti all'islâm.

Un'identità per l'islam cinese

L'identità islamica degli Hui in un certo senso si individua invertendo le polarità di ciò che è considerato sacro o profano in Cina.
Infatti gli Hui definiscono "pura" la comunità che rifiuta i valori rituali cinesi, e chiama "vero" il gruppo che venera un solo Dio ad esclusione di tutti gli altri. Il concetto di chin chen è così importante nell'ambito etnico e religioso Hui da diventare il modo stesso di professare la fede. E' noto che il primo dei cinque "pilastri" (cioè degli obblighi rituali) dell'islâm è costituito dalla professione di fede (shahâda, la formula con la quale si "entra" nell'islâm, che viene ripetuta dai fedeli molte volte nel corso delle preghiere quotidiane), che in arabo suona così: "Non c'è altro Dio che Iddio, e Muhammad è l'inviato di Dio".
Gli Hui in cinese la chiamano ching chen yen, ovvero "le parole di vero e puro".
Fino a tempi recenti gli Hui non si erano nemmeno preoccupati di traslitterare il vocabolo islâm in cinese, perché i termini ching chen sembravano più idonei per esprimere i loro più profondi sentimenti di musulmani immersi nel mondo cinese.
Il termine "puro" riflette la preoccupazione di legittimare se stessi in una società confuciana, mentre il termine "verità" e la fede nel vero Dio li distingue come monoteisti in una terra dove predomina il politeismo.
Gli Hui hanno adattato questa identità ai vari contesti sociali e politici cinesi e alle diverse ondate giunte dal Medio Oriente e dall'Asia centrale. Ciò ha portato alla formazione di molte diverse identità Hui e gruppi islamici in Cina.

Una storia in quattro tappe

Un fattore importante di questa diversità è rappresentato dalle differenti vie attraverso le quali gli antenati degli attuali Hui hanno raggiunto la Cina. Si possono distinguere quattro diverse ondate di influenza islamica sulla Cina.
Le più antiche comunità islamiche furono formate da discendenti dei mercanti, dei soldati e dei funzionari musulmani di origine araba, persiana, centroasiatica e mongola. Questi si erano insediati tra il VII e il XIV secolo sulla costa sudorientale e nella zona nordoccidentale della Cina in gruppi più o meno numerosi. Noti come gedimu, parola mutuata dall'arabo qadim (vecchio), erano solitamente piccole comunità. La loro diffusione in tutta la Cina mostra chiaramente l'importanza che il commercio aveva per gli Hui. Villaggi Hui si trovano in tutta la Cina, ed in particolare lungo le principali vie di trasporto del Fiume Giallo a nord e della strada che collega con la Birmania a sud. Tradizionalmente gli Hui sono i più abili imprenditori in Cina. Nel XIV secolo, l'islam aveva ormai soppiantato il buddhismo quale religione principale nel nord ovest della Cina. Oggi i gruppi che popolano quella regione sono linguisticamente e culturalmente più vicini alla Turchia e al Medio Oriente che alla Cina.
La seconda ondata islamica verso la Cina è iniziata alla fine del XVII secolo, ed è rappresentata dalla corrente sufi (mistica). Molti gruppi sufi hanno sviluppato nel paese istituzioni economiche, religiose e politiche attorno a scuole fondate dai discendenti dei primi sufi. Queste comunità hanno ammassato vaste proprietà, gradualmente superando il modello gedimu di isolamento e dispersione, e collegando tra loro i vari gruppi musulmani. Tutto ciò ha portato ad un aumento della potenza economica e politica musulmana.
La terza ondata giunta nell'islâm cinese è cominciata alla fine della dinastia mancese Qing (1644-1911), a cavallo tra il XIX e il XX secolo, periodo caratterizzato da un'intensificazione dei rapporti e degli scambi tra la Cina e il mondo esterno. Assai più che nelle epoche precedenti, i musulmani cinesi hanno adempiuto all'obbligo rituale del pellegrinaggio alla Mecca (hajj), mentre un certo numero ha frequentato la prestigiosa università islamica di Al-Azhar al Cairo. Nel paese sono state fondate numerose associazioni musulmane, e si è diffusa la stampa islamica: nel 1937, allo scoppio della guerra sino-giapponese, venivano pubblicati oltre cento periodici musulmani.
La quarta ondata è quella contemporanea, e riguarda il ruolo dei musulmani quali membri delle molte separate nazionalità (diverse dagli Hui), che rivendicano ciascuna un ruolo più incisivo all'interno dello stato cinese. Questi musulmani - intesi quali etnie o nazionalità piuttosto che come semplici fedeli - si sono parzialmente adattati all'inquadramento a cui lo stato li ha sottoposti, pur rimanendo assi vivi i motivi di risentimento nei confronti dell'etnia Han. Oltre agli Hui, vi sono nove altre etnie ufficiali classificate musulmane: Uighuri, Tagiki, Kazakhi, Dongxiang, Kirghisi, Salar, Uzbeki, Bonan e Tatari. La maggior parte di queste minoranze sono concentrate nella Regione autonoma dello Xinjiang Uygur, la provincia più vasta di tutta la Cina (un sesto dell'intero territorio).
Lo Xinjiang, termine che significa "nuova zona di confine" in quanto incorporato nell'allora impero cinese nel 1884, è noto anche come "Turkestan orientale". Questi gruppi sfruttano gli organismi creati dallo stato, quali l'Organizzazione Islamica Cinese e la Commissione Statale per le Nazionalità per rivendicare più potere e autonomia nella gestione dei propri affari. Come nel caso delle tre precedenti, anche questa quarta ondata è stata spinta dall'apertura della Cina al mondo. In effetti la politica di Pechino ha incoraggiato i musulmani cinesi a stringere rapporti più stretti con il Medio Oriente, anche se ciò è avvenuto per motivi che nulla hanno a che fare con la religione.
I dirigenti cinesi sono in realtà motivati dal desiderio di stabilire rapporti commerciali per la fornitura di armi e lo scambio di merci e valuta, e dalla volontà di affermare la Cina quale paese leader del Terzo Mondo. Un esempio dei risultati di questa politica è l'allacciamento di rapporti diplomatici con l'Arabia Saudita nel luglio 1990.
Gli Hui sono i discendenti di commercianti e soldati di ventura arabi e persiani che si stabilirono in Cina nel VII secolo. Pur non essendo l'unico gruppo musulmano della Cina, essi costituiscono la più grande tra le 55 minoranze nazionali ufficialmente riconosciute nel più popolato paese del mondo. La maggiore concentrazione di Hui si trova nella Regione autonoma Ningxia Hui, ma ogni città della Cina ospita una comunità musulmana. Nel paese vi sono oltre 23 mila moschee e 30 mila imâm (guide della preghiera).
Mentre gli Hui sono presenti in tutte le province, gli altri gruppi si concentrano nella Cina nordoccidentale. Diversamente dagli Hui, le popolazioni turco-asiatiche sono giunte fino al XX secolo senza subire forti influenze esterne e senza conformarsi ai modelli dei cinesi Han.

 

La diffusione sul territorio

Gli Hui sono l'etnia più dispersa e ramificata di tutta la Cina, e abitano in ogni regione, provincia e città dell'immenso paese. Secondo i dati del censimento, gli Hui vivono nel 97% dei distretti e delle città. Sebbene essi rappresentino, con l'eccezione della Regione autonoma di Ningxia Hui (dove sono l'80%), solo una piccola parte della popolazione, gli Hui costituiscono la grande maggioranza in seno alle minoranze nelle aree a prevalenza Han, l'etnia dominante in Cina (92% della popolazione cinese). Oltre ad essere occupati nella ristorazione e nel commercio, tradizionalmente essi hanno controllato in numerose zone le vie carovaniere, ed oggi il trasporto con autocarri. Molti di essi sono diventati notevoli comandanti militari.
Considerata questa grande diversità di origini, di diffusione sul territorio e di occupazioni, ci si può aspettare una corrispondente varietà di costumi, ed in effetti è così. Ad esempio, vi sono gli Hui dello Yunnan che parlano solo la lingua Bai, indossano l'abito tradizionale Bai e hanno donne come imâm, un fatto più unico che raro. I cosiddetti Hui tibetani di Lhasa parlano tibetano, vestono abiti tibetani, e pregano in una moschea decorata con motivi tradizionali e tappeti tibetani.

 

La politica del governo cinese nei confronti dei musulmani

L'islam è una delle cinque religioni attualmente permesse, ed ha una sua associazione patriottica (cioè ispirata e controllata dal governo), l'Associazio-ne Islamica Cinese. Le autorità di Pechino hanno seguito una linea di pacificazione della popolazione musulmana, concedendole una certa dose di libertà religiosa. Una dose maggiore, in effetti, di quanto non accordino ai cristiani, perché esse considerano l'islam una religione indigena, mentre considerano il cristianesimo una religione "importata". Ciò non ha comunque impedito che i musulmani cinesi venissero sottoposti a durissime persecuzioni durante il periodo della Rivoluzione culturale (1966-1970), quando molte moschee furono distrutte e gli imâm rinchiusi nei campi di lavoro. Le reazioni non mancarono, e un gruppo di musulmani giunse a proclamare una repubblica islamica nella provincia dello Yunnan, con il risultato che quattro villaggi furono completamente distrutti dalle autorità.
Negli anni Ottanta la Regione autonoma di Xinjiang è stata teatro di vari episodi di protesta da parte di musulmani, da sempre in lotta contro il predominio cinese, inteso come quello dell'etnia Han: scontri anti-cinesi a Kashgar, manifestazioni a Lop Nor contro i test di missili balistici destinati a obiettivi dell'allora Asia centrale sovietica, dove molti appartenenti alle minoranze islamiche hanno parenti.
Molte proteste hanno riguardato la politica demografica del governo cinese, che ha limitato a due o tre il numero di figli per le minoranze, mentre in precedenza non vi era alcun limite (per i cinesi Han vige la norma del figlio unico). Le proteste hanno avuto successo, e il limite per gli appartenenti alle minoranze è ora solo raccomandato, ma non è obbligatorio.
Nel tentativo di conquistare il favore dei musulmani, le autorità cinesi hanno introdotto una serie di misure. Per consentire il rispetto delle regole alimentari islamiche, il cibo halal è disponibile su aerei, navi e treni, ed è stata incoraggiata l'apertura di ristoranti che lo servono. Speciali mense e posti di ristoro devono essere predisposti nelle fabbriche e nelle unità produttive, ispettori governativi si accertano che nei macelli e nei depositi la carne venga trattata secondo le norme previste dalla legge islamica. Inoltre, i musulmani hanno due giorni di ferie in più per l'osservanza delle loro principali festività. La Cina incoraggia la diffusione dell'islam anche in altri modi: costruzione di nuove moschee e restauro di quelle esistenti, maggior numero di permessi per il pellegrinaggio alla Mecca, autorizzazione a stampare e diffondere materiale religioso al di fuori delle moschee (il Corano è disponibile sia in cinese, sia in uiguro) e a creare istituzioni a carattere religioso un po' dappertutto in Cina. L'università islamica di Xi'an, aperta nel 1989, è la prima del Paese. La Società culturale islamica di Pechino è il primo organismo non controllato dal governo nato per favorire l'amicizia tra musulmani cinesi e di altri paesi.
A partire dal 1979, da quando cioè le autorità cinesi hanno allentato le restrizioni antireligiose, il tradizionalismo è andato crescendo tra gli Hui. Molti abitanti dei villaggi pregano cinque volte al giorno e seguono il calendario islamico, assumendo un ritmo di vita ben diverso da quello del resto della Cina. Bere alcolici e fumare è spesso proibito, i matrimoni vengono combinati, ed è meno frequente che uomini e donne lavorino insieme nei campi.

 

Tensioni separatiste

Nonostante le misure adottate dal governo, le tensioni separatiste sono andate progressivamente aumentando, soprattutto nello Xin-jiang, al punto da diventare una delle maggiori preoccupazioni del governo cinese. Non si tratta di un fenomeno nuovo: dal XIX secolo sono forti le aspirazioni a formare uno stato indipendente. Una delle ragioni principali di questa situazione è stata la penetrazione della Russia e della Cina nell'Asia centrale, che ha causato la divisione di popoli e tribù e l'imposizione di confini arbitrari.
Queste popolazioni non si sono mai sentite parte né dell'impero cinese né di quello russo, ma della umma, la comunità dei credenti. A ciò si aggiunge una politica del governo cinese mirante allo sfruttamento intensivo delle enormi risorse petrolifere, minerali e agricole dello Xinjiang, intrapresa senza alcun riguardo nei confronti delle popolazioni locali, causando uno spaventoso degrado ambientale, collettivizzando gli allevamenti di animali e l'agricoltura e trasferendo vaste masse di cinesi Han con un colossale movimento di immigrazione interna. Non c'è da stupirsi che questa politica abbia acceso le polveri delle già presenti tendenze al separatismo, represse con crescente crudezza.
Recentemente un altro fattore è entrato sulla scena del separatismo: l'Unio-ne sovietica, che fino ad allora, nonostante l'inimicizia con la Repubblica Popolare Cinese, aveva garantito che ogni prospettiva d'indipendenza per le repubbliche islamiche dell'Asia centrale fosse tabù, si è dissolta. Il crollo dell'Urss, e la nascita di repubbliche islamiche etnicamente collegate alle minoranze dello Xinjiang, ha ulteriormente accentuato la determinazione dei movimenti separatisti, al punto che le autorità cinesi ritengono che l' "atteggiamento troppo liberale" degli ultimi anni riguardo all'islam sia responsabile della crescita del movimento separatista.
Le prospettive d'indipendenza per questa regione appaiono tuttavia molto scarse: la Cina non è l'Urss, dove le oltre cento etnie non russe costituivano quasi il 50% della popolazione. In Cina le 55 etnie non cinesi formavano (nel 1990) solo l'8% degli abitanti, e la superiorità numerica dei cinesi è troppo grande. Le popolazioni musulmane dello Xinjiang subiranno ancora il colonialismo interno. Questo territorio ha per la Cina una grande importanza strategica e contiene enormi giacimenti di materie prime. Fino a che la situazione politica a Pechino resterà stabile, il governo reprimerà con forza ogni tentativo di autonomia. Un mutamento della politica etnica sembra impossibile senza una profonda democratizzazione della Cina.